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Posts Tagged ‘Sarajevo’

Diciamola tutta, per noi stessi e per la storia che qualcuno poi domani scriverà: Napolitano è un mostro di coerenza. Se guerra doveva essere, occorreva seguire almeno il corso della nostra storia e tener ferma la tradizione nobile dell’Italia guerriera. Son cose cui il Colle ha da badare e, per favore, non cominciamo a sproloquiare di scelte costituzionali. L’arbitro è lui e se giocando commette un qualche fallo, pazienza. D’accordo, non tutto quadra: forse l’arbitro non dovrebbe giocare, forse la guerra è un’ignobile forzatura, forse l’arbitro giocatore è entrato a gamba tesa sull’articolo 11 della Costituzione di cui è garante, forse c’è una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli, ma a questo mondo non puoi avere tutto e qualcosa va sacrificata. Questi sono dettagli secondari. Napolitano ha badato anzitutto alla coerenza dell’azione diplomatica. Non facciamo gli ingenui, per favore. Le guerre, quelle vinte e quelle perse, noi le abbiamo fatte sempre seguendo un duplice principio: violare le regole e tradire le alleanze. Sotto questo punto di vista le scelte di Giorgio Napolitano sono veramente ineccepibili.

In sintesi per non esser pedanti, però diciamolo. Non eravamo ancora nati, nemmeno si sapeva se saremmo stati una repubblica, una monarchia o uno stato federale e già si coltivava la strada dell’onore. E poi si sa: a liquidare la favola delle regole, provvedono la ragion di Stato, il segreto inviolabile del palazzo e le menzogne degli storici. Il dato è certo: il 23 agosto 1860, con Garibaldi in marcia verso Reggio Calabria e la Sicilia in fiamme, il Regno di Sardegna tradiva il re di Napoli dichiarandosi “nazione amica, che ha il suo rappresentante nella capitale e che nulla ha di comune con i volontari di Garibaldi”. Di qui, una tradizione: Sarajevo ci trova alleati degli Imperi Centrali, ma una manica di nazionalisti da operetta e un re che ignora bellamente popolo e Parlamento fanno la piroetta: la guerra si fa contro gli alleati. Com’è ovvio, ne ricaviamo il disprezzo di vincitori e vinti, l’isolamento di Versailles e vent’anni di fascismo, perché la guerra costa e la pagano sempre i poveracci.

Su questa nobile linea, c’inventiamo un incidente di confine per gassare gli etiopi, bisognosi di civiltà romana e, senza nemmeno dichiarar guerra, massacriamo la Spagna repubblicana assieme ai nazisti di Hitler, notissimi campioni di civiltà occidentale. Nel giugno del 1940, quando la Francia è in ginocchio, la pugnaliamo coraggiosamente alla schiena e ci mettiamo in guerra contro il mondo. Pensiamo che Hitler l’abbia già vinta e da buoni sciacalli ci prepariamo a spartire il bottino. Le cose però vanno male e a settembre del ’43 nuovo tuffo carpiato: il re fugge eroicamente a Brindisi e Badoglio, scappando con lui, salva la tradizione e, si capisce, dichiara subito guerra all’alleato tedesco. I partigiani sulle montagne ci salvano la faccia, ma poi ricicliamo tutto il fascismo nella repubblica e chi s’è visto s’è visto; Dubbi? Ci pensa Pansa – Madonna che bisticcio! – che prontamente spiega: la Resistenza fu una vergogna.

Le chiacchiere non resuscitano i  morti, d’accordo, ma oggi quel sant’uomo di presidente che ha chiesto scusa per l’invasione dell’Ungheria e il martirio dell’ungherese Nagy , compie il suo capolavoro. E’ vero, noi ripudiamo la guerra e in Libia non si sa che accade, però c’è un conflitto e, costi quel che costi, pensioni, stipendi, ricerca cancellata, giovani senza futuro, non c’è scelta: noi dobbiamo far la guerra all’alleato. Ne va dell’onore.

I nostri ragazzi in lotta per i loro sacrosanti diritti hanno già provato a farsi ascoltare da Napolitano, che s’è prontamente dichiarato loro alleato. Tornino se necessario, ma ricordino bene: così Napolitano tratta gli alleati.

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Se il punto vero fossero i diritti, tre morti al giorno in un anno, uccisi sul lavoro, e il dolore senza rimedio delle famiglie distrutte sarebbero il biglietto da visita più serio e più eloquente dell’ultima crociata all’italiana. Un oltraggio al pudore che le parole e la figura dell’onnipresente Larussa incarnano a meraviglia nei “salotti buoni“, dove i diritti spariscono e compaiono gli interessi. Al confronto Gheddafi non esce poi male e, non a caso, tra i due regimi vigeva, e in parte sopravvive, un trattato d’amicizia.

Del libico si dirà ch’è un delinquente, ma non c’è dubbio: l’associazione a delinquere ha funzionato bene fino al mistero glorioso d’una armata Brancaleone nata alla “rivoluzione” dalla sera al mattino, sostenuta e alimentata nell’ombra da qualche “zero sette” occidentale, il tempo utile a montare il “caso umanitario“, come anni fa le fantomatiche armi di “distruzione di massa“, e consentire alle armate della “democrazia” di macellare popoli indifesi. Dei mille scempi dei diritti umani di cui s’è macchiato Gheddafi, il peggiore l’ha compiuto senza ombra di dubbio su mandato italiano, tra il Mar Mediterraneo e il deserto del Sahara. Quanti siano stati i morti d’una strage premeditata, non sapremo mai, ma il dato è questo: l’Italia ha pagato Gheddafi perché massacrasse la disperazione africana. Quella disperazione che la nostra tragica storia di “potenza” coloniale ha contribuito a fa nascere. Se il mondo ce ne avesse chiesto conto, come avrebbe dovuto, la “guerra umanitaria” l’avrebbe fatta alla ferocia fascioleghista che ci governa e al silenzio complice di un Paese che lascia fare.

Si vive di miseria morale e questo è il capitale. D’altra parte, tra bandiere tricolori e becera retorica patriottarda, la nobile diplomazia italiana ha compiuto il suo ennesimo capolavoro. Dopo Sarajevo, tra il 1914 e il 1915, con una penosa capriola, dichiarammo guerra agli alleati austriaci e tedeschi; nel 1940, cominciammo la guerra al fianco dei tedeschi, pugnalando alla schiena la Francia messa in ginocchio dai nazisti, ma tre anni dopo, per salvare la pelle, passammo al nemico e finì che sparammo ai tedeschi, sicché dal disonore ci salvò la guerra partigiana che ora processiamo. Oggi, a conferma dell’infame solidità della tradizione, facciamo guerra all’alleato Gheddafi per “difendere” quei diritti umani che l’abbiamo spinto a violare per conto del razzismo della futura Padania, in cambio dei quattrini dei lavoratori, sottratti alle giovani generazioni, alla ricerca e alla salute degli italiani.
Questo è. Pane al pane e vino al vino, senza girarci attorno: guerra alla povera gente. La solita, ignobile guerra italiana.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 marzo 2011

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