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Posts Tagged ‘Antonio Gramsci’

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Ieri avevo scritto queste poche parole per Mimmo Lucano:

Caro Mimmo,
quando la legalità cancella la giustizia, le persone oneste, coraggiose e coerenti finiscono fatalmente agli arresti e c’è un solo nome adatto agli imputati che commettono i reati che tu hai commesso: perseguitato politico.
Le ragioni per cui cui sei stato colpito tu, sono le stesse per cui furono arrestati e condannati uomini come Antonio Gramsci. Tu oggi ti aggiungi alla nobile schiera degli antifascisti. Sei anche tu un perseguitato politico e finora purtroppo – per quanto è dato sapere – ti fanno compagnia Lavinia Cassaro, l’insegnante di Torino brutalmente licenziata e Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, cinque operai della Fiat di Pomigliano, licenziati anch’essi perché non hanno voluto barattare la dignità con il principio fascista dela fedeltà all’azienda.
Come per loro, anche per te, finora ho sentito tante, troppe parole di solidarietà, ma nessuno ha tradotto in un gesto concreto questa parola bellissima, per la quale tu stai soffrendo e di cui sei un maestro. Ho aspettato invano un tuo collega che non ti stesse vicino a parole, ma riprendesse nella sua città il lavoro che tu sei stato costretto a interrompere a Riace. Nessuno l’ha fatto.
Credo di non sbagliare se immagino che nelle mille difficoltà del momento che vivi, questa solitudine sia la più grande delle tue amarezze. Io non ho nessun modo per seguire il tuo esempio, se non questo: scrivere quello che penso. Mattarella non ha strumenti legali per intervenire? Può darsi, ma questa legalità che ha divorziato dalla giustizia gli imponeva di fare la sola scelta compatibile con il suo mandato: dimettersi. Non lo ricorderemo tra gli antifascisti.

Le avrei pubblicate qui sul mio Blog, da sole, quando mi è giunta, con la richiesta di dare massima diffusione, una lettera inviata da Massimo Napolitano a Paola Esposito e Antonio Di Maio, genitori del ministro Luigi Di Maio. La metto assieme al mio messaggio per il sindaco di Riace e mi domando fino a quando assisteremo indifferenti all’omicidio della democrazia che si commette ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Mi chiamo Massimo Napolitano. Sono uno dei cinque licenziati FIAT di Pomigliano che dopo la sentenza della Cassazione ha definitivamente  chiuso con la FIAT.
Sono un operaio e sempre questo ho fatto, lavorare con le mani. Non so fare altro. Questa lettera è stata scritta con l’aiuto di compagni che hanno più confidenza con la penna di me. Sono pensieri miei,  condivisi con i compagni che sono stati licenziati insieme a me.
Perché siamo stati licenziati? Perché ci siamo permessi di criticare la politica aziendale dell’allora amministratore delegato, Sergio Marchionne. L’abbiamo fatto inscenando il suo finto suicidio. Perché si suicidava? Per il rimorso. Per il rimorso delle tragedie personali che la sua politica aziendale aveva determinato in molti di noi e tra le nostre famiglie e che aveva portato al suicidio di due nostri compagni: Peppe De Crescenzo e Maria Baratto. E al tentato suicidio di diversi altri.
I piani industriali di Marchionne hanno risanato i debiti della FIAT e hanno fatto guadagnare montagne di soldi agli azionisti, ma per gli operai sono stati una catastrofe. La metà di noi è stata a cassa integrazione per anni e l’altra metà ha lavorato con ritmi inumani.
Io ero stato trasferito a Nola nel 2008 insieme ad altri 315 operai. Eravamo tutti “limitati fisici”, per patologie maturate in anni di lavoro sulle linee di montaggio, o “sindacalizzati” che per il padrone è la malattia più grave che un operaio può avere. Il nostro era un reparto dove stavamo li a fare niente. Per chi mastica un po’ di cose di fabbrica sa che uno stabilimento che non produce niente è prossimo alla chiusura. E noi vivevamo questa drammatica attesa con i quattro soldi che ci venivano dati per la cassa integrazione, aspettando la chiusura. Qualcuno di noi non ha resistito, dopo un po’ sono iniziati i problemi in famiglia, la depressione, l’isolamento, fino alla scelta senza ritorno di farla finita. 
Il finto suicidio di Marchionne è avvenuto nello stesso giorno dei funerali di Maria Baratto. Eravamo esasperati e arrabbiati. Morivano nostri compagni e nessuno se ne fregava. L’unica cosa che valeva era il rilancio della FIAT, la conquista dell’America. Marchionne era il personaggio più osannato dai politici, dai giornalisti. Cosa contavano due operai morti e la sofferenza silenziosa di migliaia di altri? Niente.
Abbiamo scelto di denunciare quello che stava succedendo utilizzando un’arma pacifica. Non siamo stati violenti, non abbiamo organizzato picchetti e manifestazioni. Forse perché siamo napoletani, abbiamo utilizzato le vecchie armi di Pulcinella, accusare il responsabile dei nostri guai con lo scherzo. Quelli che ne sanno più di noi la chiamano satira.
Non lo sapevamo ancora, ma anche questo non ci era consentito. Mettere al centro di una rappresentazione il nostro capo, anche se fuori dallo stabilimento non ci era consentito. Ci hanno dato addosso la stampa, i giudici, la FIAT. Ci hanno accusato di aver intaccato la dignità dell’amministratore delegato. Abbiamo verificato praticamente che in una società dove si dice che siamo tutti cittadini, ci sono persone che sono più cittadini degli altri. Due compagni morti valevano meno della “dignità” di un padrone.
Siamo stati condannati alla miseria della disoccupazione. Quando abbiamo cercato di far conoscere la nostra situazione abbiamo preso altre mazzate. L’ultima è stata quella di essere stati allontanati da Roma per due anni con quello che chiamano un Daspo. Cosa avevamo fatto? Anche qui nessuna violenza, siamo saliti su un tetto di un palazzo pubblico di Roma per attirare l’attenzione. Tre parlamentari del partito 5 Stelle sono venuti a parlare con noi e a darci la loro solidarietà. Subito dopo siamo scesi e le guardie ci hanno fermati e portati per ore in questura. Dopo il Daspo.
Ho capito che c’è poco da fare per gente come me in Italia. Si, molti dicono che le cose stanno cambiando, ma io tutti questi cambiamenti non li vedo. Ho lottato nel mio piccolo contro quelli che oggi chiamano i “poteri forti” e sono stato stritolato. Oggi che i “poteri forti” sono sotto accusa, sono sempre io e quelli come me a prendere le bastonate.
Mi dispiace. Abbandonare i compagni è brutto. Abbandonare il mio paese mi riempie di malinconia. Ma io non posso più rimanere qui. I miei figli e mia moglie sono già partiti. Forse hanno capito prima di me che non era aria per gente come noi. Sabato parto anch’io. Me ne vado in Inghilterra dove i miei figli mi dicono che è ancora possibile vivere una vita dignitosa, con un lavoro. E senza dover sempre abbassare la testa.

Agoravox, 27 ottobre 2018

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MaestraI fascisti hanno ucciso Matteotti, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli e migliaia di altri inermi difensori della libertà e della dignità di un popolo.
I fascisti hanno fatto morire di carcere Antonio Gramsci.
I fascisti hanno sterminato col gas popolazioni inermi durante la guerra d’Africa.
I fascisti hanno scatenato guerre feroci senza nemmeno dichiararle.
I fascisti hanno approvato leggi razziali.
I fascisti hanno contrinuito a scatenare la seconda guerra mondiale e hanno collaborato coi nazisti nel genocidio di ebrei, omossessuali, rom, testimoni di Geova, sofferenti di disagio mentale e avversari politici.
I neofascisti hanno compiuto stragi come quelle di Piazza Fontana e di Bologna.
Fascisti e neofascisti sono dei criminali, ma sono stati sempre coperti da forze dell’ordine prima fasciste e poi molto spesso complici dei neofascisti.
Dopo Genova, le forze dell’ordine non godono della stima della popolazione, perché non hanno mai chiesto l’allontanamento dei colleghi responsabili, i quali purtroppo hanno disonorato la divisa che ancora indossano.
Il Ministero dell’Interno non può garantire la libertà di parola a organizzazioni fasciste per le quali la Costituzione prevede lo scioglimento.
Lavinia Flavia Cassaro è una docente e aveva il dovere di essere un esempio per i giovani. Maledire i complici del fascismo è un gesto  di coraggio e di virtù civile e – come accade nei momenti bui della storia – comporta il rischio della repressione. Gli antifascisti pertanto esprimono la loro solidarietà incondizionata alla docente, che è una perseguitata politica e ricordano che la reazione legittima ad atti arbitrari del pubblico ufficiale, prevista dal codice Zanardelli del 1889 fu abolita dal codice del fascista Rocco del 1930, ma è stata poi ripristinata. Tutelare l’agibilità politica dei fascisti e colpire gli antifascisti è un reato.

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«Barack Obama mantiene le promesse». Così il 23 gennaio 2009 scriveva l’«Unità». enfatizzando il cambio di rotta annunciato dal nuovo presidente.
guantanamo1 Sono trascorsi cinque anni ma sembra un secolo: il giornale di Gramsci è sparito e non esiste più nemmeno l’uomo che, due giorni dopo l’insediamento, incarnando l’«American Dream», apre il suo «New Deal», firmando «davanti alle telecamere, nello Studio ovale, l’ordine di chiusura del carcere di Guantanamo, la revisione dei casi dei 250 presunti terroristi che vi sono detenuti e la sospensione dei processi militari».
Insediando Obama, i vertici USA confessavano al mondo che il sogno americano era stato per anni un tragico incubo ma, allo stesso tempo, poiché il copione non cambia e se dici USA intendi «bene che vince sul male», ecco il miracolo: «alla Cia e a tutte le agenzie coinvolte nella lotta al terrorismo viene impartito l’ordine di rispettare i metodi di interrogatorio previsti dal manuale delle forze armate, che escludono l’uso della tortura». Basta con Bush, quindi, basta con la ferocia di un presidente «che ancora nel 2007 aveva esentato la Cia dall’obbligo di rispettare quelle norme». Un messaggio chiaro: è vero anche gli USA possono sbagliare, ma c’è sempre un eroe che rimette le cose a posto e fa trionfare la giustizia.
Guantanamo, ordina Obama «dovrà serrare i battenti entro un anno. Intanto, nel giro di un mese, una task force proporrà al presidente varie opzioni sui luoghi in cui trasferire le persone che vi sono recluse, ed esprimerà pareri sul modo in cui gestire in futuro la prigionia di eventuali altri sospetti terroristi». Obama e la sua «squadra» lo sanno bene: la fiducia del mondo vacilla di fronte a una vergogna senza fine. Ora, però, tutto è cambiato. Ora alla Casa Bianca c’è l’uomo di colore buono e si finge di non ricordare che un «bad black power» è già stato alla Casa Bianca: Condoleezza Rice, prima donna afroamericana e seconda persona di colore a ricoprire la carica di Sottosegretario di Stato degli USA, dopo Colin Powell, primo afroamericano in assoluto in quel delicato ruolo, non hanno insegnato nulla e il mondo ci giura: non c’è più spazio per la cattiva politica alla Casa Bianca. Obama, il nuovo che avanza, ha immediatamente «ordinato di liquidare la rete di prigioni segrete della Cia all’estero. Molte di queste si trovano in Europa, dove presunti terroristi sono transitati clandestinamente e illegalmente prima di essere trasferiti a Paesi terzi in cui la tortura viene ammessa o tollerata. Una vergogna tripla: per il Paese destinatario, per quello che si è prestato a fare da tramite e per gli Stati Uniti».
E’ difficile dire se l’«Unità» abbia chiuso anche perché raccontava ai lettori la favola di Cenerentola, ma è certo che, a rileggerla ora la storia dell’uomo di colore che fa fa trionfare il bene, non sai se ridere o piangere. Subito dopo la firma, il giornale, vero e proprio portavoce di Obama, spiegava il significato «rivoluzionario» dei provvedimenti riportando pari pari le parole del Presidente: «il messaggio che stiamo mandando in giro per il mondo è che gli Stati uniti intendono proseguire la lotta in corso contro la violenza ed il terrorismo. Lo faremo mantenendoci vigili. Lo faremo efficacemente. Lo faremo in un modo che è compatibile con il nostri valori e i nostri ideali». A fianco dell’uomo di colore, Hillary Clinton che, prendendo servizio al Dipartimento di Stato, non esitava ad affermare: «è iniziata una nuova era per l’America» e si appellava al «potere dell’intelligenza», per raggiungere i propri obiettivi, «ristabilire l’immagine dell’America nel mondo e rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti». Non a caso, aggiungeva il giornale, «una delle prime iniziative della nuova responsabile degli Esteri, è stato un colloquio telefonico con il presidente palestinese Abu Mazen», al quale la Clinton promette «di lavorare per una pace durevole in Medio Oriente».
Il tempo è giudice implacabile. Guantanamo è ancora lì, uguale a se stessa, incubo medievale e rovescio della medaglia del sogno americano. La vergogna continua, a dimostrazione che il problema non era Bush; in quanto alla pace, la situazione è sotto gli occhi di tutti, ma – quel che è peggio – anche la pace sociale è a rischio nel cuore dell’impero e gli USA guidati dal presidente afroamericano, trattano da terroristi i paria di colore, com’è nella tradizione del razzismo a stelle e strisce. In fondo il Paese non è mai cambiato: una pallottola in canna è sempre pronta per Martin Luther king, ma gli USA continuano a proclamarsi poliziotti del mondo. Senza parlare, però, il video dell’ultima sparatoria della polizia di Saint Louis racconta a quanti fingono di non saperlo chi sono davvero i custodi della civiltà occidentale.

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machiavelliA proposito del Principe di Machiavelli, Gramsci osservò che «le masse popolari dimenticano i mezzi impiegati per raggiungere un fine, se questo è storicamente progressivo e risolve i problemi essenziali dell’epoca». Per giudicare della «virtù» del Principe, quindi, occorre tempo per capire se abbia saputo parare i colpi della «fortuna». Si metta l’animo in pace, perciò, chi si scandalizza per il colpo vibrato da Renzi all’amico Letta. Paladino del merito, intanto, un merito Renzi ce l’ha: ha usato per bussola Machiavelli. Sarà stata un’impresa da Giuda, la sua, ma ai moralisti risponderà che i tempi – e quindi gli uomini – sono così «tristi», che ha dovuto decidersi a «intrare nel male». Il punto, perciò, non è se abbia colpito a tradimento. Conta che la condizione delle cose lo richiedesse e abbia inferto il colpo con una «crudeltà bene intesa». Conta, per esser chiari, che i fatti dimostrino, poi, che s’è trattato di ferocia «necessitata», capace di volgersi a una «bontà» delle scelte, che spieghi il «male» e lo riscatti in nome del «bene comune» che ne è venuto.
In questo senso, la formazione del governo, in particolare Stefania Giannini al Miur, fortilizio su cui si leva la bandiera del merito come grido di crociati – «Dio lo vuole!» – è la prima, vera cartina di tornasole per capire se il Principe ha voluto «intrare nel male» per quella «virtù» che produce «vantaggi collettivi», o per istinto da Giuda che il «suo» Machiavelli direbbe «azione egemonica», mirata alla «gloria», non alla necessità di un «bene» che susciti consenso popolare. Un consenso, si sa, che non è «caritatevole» e disinteressato, ma risponde al criterio del «do ut des»: il tuo potere, in cambio di un minimo di benessere e giustizia sociale.
Chi provi a cercarlo, un segnale che dica sin da ora dove s’indirizzi Renzi, lo troverà nella scelta che ha seguito il colpo; una scelta che presto chiarirà se, dato il peggio di sé in ragione della «durezza dei tempi» e dei «venti della fortuna», è ora pronto a cancellare l’impressione sgradevole d’una natura opaca, sensibile all’interesse «particulare» e incapace di ricavare dal male compiuto il cambiamento che conduce al «bene». E’ vero, Stefania Giannini non si valuta su dati «qualitativi» – il Miur, di cui è titolare, gioca le sue carte su un’idea «quantitativa» della valutazione – Invalsi e test, Anvur e «mediane» – e non bastano i valori di riferimento, che, non c’è dubbio, conducono alla famigerata «Agenda Monti», a criteri di «revisione della spesa pubblica» che diventano «tagli», alla detassazione delle sovvenzioni private a università e scuole che non hanno più accesso a fondi pubblici, al «prestito d’onore» come forma di finanziamento privato degli studi, che nei paesi anglosassoni consegna troppi giovani all’indebitamento a vita e al ricatto del «debito si studio» e, infine, alla dottrina Aprea sulla privatizzazione del sistema. Stefania Giannini, docente universitaria di glottologia, si valuta anzitutto coi parametri bibliometrici adottati dal Miur per i docenti.
Il Corsera e Wikipedia – che in tema di politici è più realista del re – ci dicono che la Giannini, glottologa e linguista, è diventata docente Associata all’Università di Perugia dal 1991, quando contava solo su una monografia scritta con una collega. Per carità, nessun giudizio di valore (il Miur non chiede alle Commissioni per l’abilitazione alla docenza di leggere i libri) solo un rilievo oggettivo: con le regole imposte oggi dall’Anvur – bibbia del Ministero – il suo lavoro, che sarà certamente un modello di scienza e innovazione, non le avrebbe dato la cattedra e la carriera, che l’ha poi vista rettrice dell’università di Perugia, ne sarebbe stata segnata, tanto più che, in seguito, assieme ad alcune «curatele», la ministra ha scritto una sola nuova monografia. Non c’è dubbio e va detto: sarebbe davvero stupido discutere del valore di Stefania Giannini in base a questi dati. Sarà studiosa di indiscutibile talento. Sta di fatto, però, che proprio in questo modo stupido l’università valuta oggi gli studiosi. E la ministra lo sa.
Per un governo che leva il vessillo della «cultura del merito», il tema della valutazione diventa a questo punto contraddizione grave e problema grande come una casa. O ha scelto Stefania Giannini in ragione di questa esperienza diretta, con l’intento di correggere le distorsioni di un sistema di valutazione dannoso e inefficiente, o Renzi e Giannini vendono fumo e l’ultima preoccupazione del governo è il sistema formativo. Fosse così, Letta politicamente ucciso e Giannini al Ministero di Carrozza, per dirla col maestro di Renzi, sarebbero «crudeltà male usate», offese che non evitano mali maggiori, non superano la dimensione dell’egoismo e non creano condizioni di miglioramento. Fosse così, stia certo Matteo Renzi, «appena si presenterà l’occasione del proprio profitto», la gente, ingannata, romperà l’impegno di fedeltà con «colui che inganna» e invano il Principe starà sul chi vive, sempre necessitato a tenere il coltello in mano». Il duca Valentino, privo di«virtù», perirà, travolto da quella«fortuna» che ha in odio i vili e non perdona i Giuda, tutte le volte che il tradimento si dimostra inutile. Con lui, purtroppo, cadrà però il Paese senza colpo ferire e all’Europa, che egli afferma di voler cambiare, sarà «licito pigliare la Italia col gesso», come fece Carlo VIII.  Non è un’esagerazione e nemmeno polemica politica. E’ la «realtà effettuale», direbbe Machiavelli: il PD del Principe rischia di portarci molti secoli indietro.

Uscito su Liberazione.it il 25 febbraio 2014 e su Fuoriregistro 1i 26 febbraio 2014

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ImmagineIl Parlamento vive ormai di ricatti e Letta è il vero protagonista del degrado morale e dello sfacelo politico della Repubblica. Dopo Alfano, è toccato a Cancellieri: impunità in cambio della sopravvivenza del governo. Meglio, per certi versi molto meglio, la delinquenza politica aperta, col capo che si assume la responsabilità dei crimini – «se il fascismo […] è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione!» –, sfida i deputati – «fuori il palo e fuori la corda!» – e apertamente minaccia: «state certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area». In questa maniera di aggredire il Parlamento e il Paese, c’è un nemico che ti dichiara guerra.
Noi non abbiamo di fronte né una destra nemica che si firma, né una sinistra debole perché separata. Renzi e D’Alema non sono certo Bordiga e Gramsci, giganti contrapposti, e nella polemica astiosa non senti la stima per l’avversario, narrata da ammirati testimoni oculari: «Caro  Antonio, tu ti fai influenzare dalla filosofia di Benedetto Croce… Non sono mai stato un crociano; piuttosto in te, Amadeo, si vede bene che affiora l’ingegnere». Nessun lampo di occhi febbricitanti, nessun palpito di animo nobile prigioniero in un corpo deforme, contrapposto a una durezza teorica estrema che sa, tuttavia, essere umana e cortese con l’avversario tanto più valoroso, quanto più debole malato. Noi non abbiamo contro né il pensiero d’un filosofo, foss’anche Giovanni Gentile, né l’audacia di un reprobo socialista, egocentrico e violento, giunto dalla piazza al palazzo. A noi toccano «sinistri» pentiti e preti più o meno spretati, mezze calze senza cuore e cultura, privi persino dell’illusione allucinata, che fu per un attimo il sogno presto abortito d’una generazione tirata su a «biberon di sangue», tra baionette e shrapnel, nelle trincee della «grande guerra» tra potenze industriali. A noi tocca una gentaglia incolta, che non ha nemmeno il nero coraggio degli «arditi»; ci fa fronte la viltà d’una soldataglia mercenaria e senza sogni, addestrata a esser forte coi deboli nei rari rischi di «guerre umanitarie», che si combattono per lo più contro  civili inermi, lungo le vie del petrolio e i bui canali della droga. L’attacco ci viene da chi baratta miseria morale con interesse di bottega, chi ha per manganello il ricatto e per olio di ricino il «metodo Boffo».
Letta ed  Epifani non si sono nutriti alla scuola dello spirito fondante di Gentile o all’idea di società gerarchica che vive nella perizia giuridica di Rocco, nell’ideologia corporativa e nell’aberrante, ma «politico» slogan del Duce: «tutto per lo Stato, nulla al di fuori dello Stato». Epifani e Letta volano rasoterra e lo confessano: sanno di fare scelte vergognose, ma una passione ignobile – la libidine di potere – gli impone di garantire la fiducia e chi non ha titoli per meritarla. Mussolini, alla resa dei conti, si appellò al suo «amore sconfinato e possente per la patria», Letta si limita a ricattare il suo partito: anche se è una vergogna, questo governo è tutto ciò che sappiamo esprimere, è il «nostro governo», colpisce la povera gente, ma per noi e per i nostri interessi è una scelta senza  alternative. Gli interessi personali e quelli del PD. La gente gli ha votato contro al governo delle ammucchiate, la gente non lo voleva, questo governo della paralisi, e tornerebbe a dirglielo chiaro se non glielo impedisse la legge Calderoli, di gran lunga peggiore di quella del fascista Acerbo. Letta lo sa e perciò non la cambia. Attende di escogitarne una più disonesta.
Siamo a questo. Peggio delle peggiori pagine della nostra storia. Un Parlamento di «nominati», eletto con una «legge truffa» che da anni si dovrebbe cambiare e non si cambia mai; un ministro dell’Interno che o ignora il diritto d’asilo o le malefatte del suo Ministero; la Guardasigilli colta sul fatto, mentre ricambia l’amicizia di un amico latitante in Svizzera; un Presidente della Repubblica che ha fatto carte false per non rendere pubblico il contenuto delle sue conversazioni con un imputato per reati in cui spunta la mafia. Degli ultimi tre Presidenti del Consiglio, Letta è una nullità incline alla megalomania – «après nous le déluge» ripete ad ogni piè sospinto per ricattare il Parlamento – Monti è senatore a vita per meriti ignoti e, massacrati i diritti dei lavoratori, passa alla storia per la concezione reazionaria del governo che ha funzione pedagogica rispetto al Parlamento e in quanto al terzo, Berlusconi è un pregiudicato che tiene in piedi il governo.
Inutile girarci più attorno: occorre organizzare una nuova Resistenza, civile e pacifica, se possibile, come quella di Genova in questi giorni o, se non ci si lascia altra via, degna di quella che seppero fare i nostri nonni. Se nel volgere di pochi mesi lavoratori, giovani, precari, disoccupati e sfruttati non risponderanno alla inaudita violenza delle classi dirigenti, provando a spazzare via la peggior classe dirigente della nostra storia, di noi si dirà che ci meritammo ciò che avemmo e che fu colpa nostra se i padroni ci ridussero in servitù.

Uscito su Report on line e su Liberazione il 22 novembre 2013

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l43-rajoy-121228162920_medium[1]Che l’associazione a delinquere celata dietro la “grande democrazia” europea ci stia conducendo ad un moderno fascismo è sempre più evidente. Mariano Rayoi, per fare un esempio, non si limita alla cantilena dell’austerity e non si contenta di giustificare il suo iniquo rigore col terrorismo del “deficit che salirebbe all’11%”. Come Monti, anch’egli domanda “comprensione” al Paese, in nome del “pensiero unico” e della ricetta prescritta dagli usurai di Bruxelles, ma appena la piazza dissente, ecco la polizia, i lacrimogeni e la repressione scatenata contro i milioni di disoccupati prodotti dai suoi amici banchieri. Mentre taglia e tassa per aiutare le banche e promette una crescita che, per opera e virtù dello Spirito Santo, “produrrà occupazione”, Rayoi, al quale il potere fa l’effetto del vino, riconduce la Spagna a un moderno franchismo.
E’ bastato che a Madrid una giovanissima “indignata” twittasse Antonio Gramsci, ed eccola accusata di incitamento alla violenza. Denunciata dalla polizia postale, il suo grave reato ha assunto connotati tragicomici: la ragazza, infatti, è stata interrogata per aver postato su Twitter alcune celebri frasi scritta tra il 1919 e il 1920 su “L’Ordine Nuovo”: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza“. Il giornale era critico verso il PSI, ma il Partito Comunista Italiano, del quale Gramsci sarebbe poi diventato il leader, non era ancora nato e nato non era ancora nemmeno il fascismo. Di Antonio Gramsci, morto di carcere duro dopo anni di galera fascista, eroico comunista, maestro di pensiero politico, di coerenza e coraggio rivoluzionario per intere generazioni di giovani, oggi si studiano il pensiero e le opere in mille università del pianeta.
Chi ha assistito con crescente preoccupazione alla violenza ingiustiicata delle forze dell’ordine nelle piazze di tutta Europa e ha avuto modo di riflettere sulla triste sceneggiata dei lacrimigeni partiti a Roma dal Ministero della Severino, non si meraviglia di quello che accade e si attrezza alla difesa della libertà politica messa in discussione da una guerra di classe scatenata dall’alto. Meraviglia piuttosto la meraviglia ipocrita della stampa borghese e degli immancabili benpensanti. Non è un caso che nella Spagna di Rayoi, della Bicciè, dell’Unione Europea, di Monti e della finanza, Gramsci torni ad essere “pericoloso per l’ordine pubblico“. La storia del movimento operaio semina il panico tra i padroni.

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Se un 25 aprile di “liberazione” nasce malato di suggestioni autoritarie, forse non è un paradosso in una città che vive solo di luce riflessa, dimentica di se stessa e della sua storia, tra la spazzatura che si rassegna e il confronto elettorale che appassisce, si svuota e cede alla tentazione del plebiscito. Nella città di Amendola, il 25 aprile dovrebbero tornare alla mente Matteotti, Rosselli, Gramsci e Gobetti e invece mai come oggi si ricordano le ultime, amare riflessioni di Gaetano Arfè, napoletano e maestro di tante generazioni, che intuì la minaccia incombente e ci ammonì: “fortunato il paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, ha scritto Brecht. Io aggiungo: sciagurato il paese che non sa rimanerne degno.

“Scuola e Resistenza”, numero unico del “Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola”, uscì quando la sorte del fascismo era ora ormai segnata e l’impegno morale era soprattutto quello d’una vittoria che non fosse vendetta. Nella copia che ho qui davanti, tra le mie mille carte, la data non si legge, ma è sicuro: il giornale uscì alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate fitte, articoli scritti col sangue e la passione civile: il ricordo commosso di docenti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale della “epurazione dei libri di testo fascistizzati”, l’invito a sfidare il regime morente, “macabro fantasma” che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo – “Non giurate! […] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto” – il sogno di “un’Italia risorta” in cui la scuola “sarà il fondamento, l’elemento innovatore” perché “l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso”. Ancora si combatteva, ma a Napoli i partigiani delle Quattro Giornate conoscevano già la delusione del dopoguerra e i giudici fascisti, tutti scampati all’epurazione, erano già al lavoro. Oggi si vede il danno ma non c’è rimedio, la storia l’inventa Pansa e nessuno ricorda più, ma Eduardo Pansini, pittore e partigiano, padre di quell’Adolfo caduto combattendo tedeschi e fascisti, su al Vomero, alla Masseria Pezzalonga, era stato chiamato a rispondere dei suoi “misfatti”: violazione di domicilio il capo d’accusa. Per sparare ai tedeschi aveva sfondato la porta di casa d’un fascista.

Oggi si vede chiaro. Quell’Italia risorta fu messa subito sotto processo e c’è chi, come me, se li ricorda ancora i manifesti elettorali con l’ex federale Sansanelli in corsa alle elezioni ormai repubblicane. Qui da noi, oggi, nella città che avviò la lotta armata contro la dittatura, basta guardarsi attorno: la scuola pubblica è ferita a morte. Non è cosa da poco. E’ il confine tra la civiltà repubblicana e la rinnovata barbarie che vedi all’orizzonte. In quanto al resto, è paradossale, ma l’epurazione che non fece il comunista Togliatti, è diventata l’ossessione d’una destra che ha smarrito se stessa e quel senso dello Stato di cui menava vanto. Passa sotto silenzio, ma è per certi aspetti sconvolgente, l’iniziativa dell’onorevole “Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici”, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca.

Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il “mea culpa” non si sa bene per quali colpe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti in armi, pronti alla battaglia decisiva contro la dittatura: “L’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione, tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento”. Era il 1945, ma diresti sia oggi. “L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva. L’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato”. Attuale, sì. E sfido a capire quando. Ieri o domani?

Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – ma il nome dei caduti conduce spesso al Sud, a quei professori della nostra terra coinvolti nella Resistenza e caduti per mano nazifascista. Oggi un napoletano avrebbe fatto fatica a partecipare: prima che ai tunisini, il suo “fora d’ì balle” Bossi l’ha dedicato a noi. Un solo “pezzo”, l’ultimo, un “Appello”, reca in calce una firma – Luisa, maestra e partigiana – e si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: “Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera”.

Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. “Per difendere – correggerebbe – il futuro dell’Italia libera”. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa maestra. Tutto, in questi giorni bui, tutto, dalla riforma Gelmini al progetto di legge Carlucci, al razzismo leghista, tutto sembra chiamare davvero a una resistenza civile. E mentre cresce l’ingiustizia sociale e in nostri giovani non hanno futuro, ti pare di ascoltare la voce dei nostri grandi maestri, la voce di Giovanni Bovio, filosofo e principe del foro napoletano che, vedendo avvicinarsi la bufera, così implorava governanti e giudici: “I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria da che ci ha fatti stranieri sulle terre nostre; per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro. Non fate noi delinquenti e voi giudici!.

E’ tanto che si aspetta. Troppo. Ora, però, basta guardarsi attorno, in questa nostra città nobile e sventurata, ed è subito chiaro: non c’è più molto tempo.

Uscito su Repubblica (Napoli) il 23 aprile 2011

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