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Posts Tagged ‘Antonio Gramsci’



Premessa 

Il 21 gennaio 1921, la corrente di sinistra del PSI, guidata da Bordiga e Gramsci, diede vita al Partito Comunista d’Italia, sezione italiana dell’Internazionale comunista, con l’intento di organizzare e guidare la lotta di classe per l’emancipazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. E’ una data che vale la pena di ricordare anche perché dal 1991 l’autoscioglimento del partito ha aperto la via al vento della reazione e siamo giunti al punto che l’equiparazione tra nazifascismo e comunismo, diventato arbitrariamente sinonimo di stalinismo, è oggi un luogo comune, accettato talora, sia pure con qualche debole riserva, persino da sedicenti comunisti.
Eppure ricostruita correttamente, la storia ci mostra una differenza incontestabile e netta fondata su elementi tutt’altro che banali. Caratteristica principale del nazifascismo fu infatti la dottrina della gerarchia delle razze. Un connotato feroce, che riduce l’uomo a una bestia. Il comunismo, al contrario, anche quello staliniano, non rinnegò i principi di pace, eguaglianza, libertà e giustizia sociale, che erano stati propri del socialismo.
E’ vero, dalle scuole di partito del Komintern vennero fuori indubbiamente anche terribili seviziatori, ma ovunque il comunismo mise in campo soprattutto donne e uomini che seppero sacrificare se stessi per cause nobili e soffrirono le pene dell’inferno in nome della solidarietà e della giustizia sociale. Uomini e donne che, per dirla con Arfè, in abiti profondamente laici, ebbero «le virtù dei cristiani delle catacombe: la fede, la speranza e la carità». Virtù che praticarono «con lineare semplicità per un’intera vita». Non esistono nazisti o fascisti dei quali sia possibile dire la stessa cosa. Per un credente potrà sembrare una bestemmia, ma è una verità della storia: San Francesco e Torquemada professarono la stessa fede, ma nessuno oggi si azzarderebbe a mettere sullo stesso piano Francesco e l’uomo del Sant’Uffizio.
Il Pci ha commesso molti errori nella sua lunga storia e nel secondo dopoguerra, alla svolta del ’68, non seppe parlare a una generazione di giovani che ne contestò aspramente e a giusta ragione l’involuzione che l’avrebbe condannato alla sconfitta. Di fronte alla tracotanza del capitalismo, soprattutto di quello finanziario, che conferma il suo disprezzo  per la democrazia e ha come regime di riferimento un nuovo e più pericoloso fascismo, le nostre coscienze, la nostra sensibilità di militanti avvertono la necessità inderogabile di affrontare con serenità una discussione su ciò che è stato il comunismo e in particolare il PCI, con l’obiettivo di superare distinzioni ideologiche anacronistiche e giudizi sommari da cui nacquero contrapposizioni feroci, figlie di passioni di parte che non hanno più alcuna ragion d’essere. Divisioni e scelte ideologiche che sono state parte della nostra storia e come tali vanno lette e consegnate al passato, senza dimenticare, però, esperienze umane di estrema nobiltà, che a tale storia danno senso e valore. Esse sono infatti un patrimonio del passato e possono essere utilizzate come chiave di lettura del presente e strumento di costruzione del futuro.
In questo senso e con questa prospettiva desidero offrire a chi abbia voglia di leggerli, due contributi, frutto di ricerca ma anche di sofferte riflessioni. Anzitutto, come risposta alla inaccettabile equiparazione tra comunismo e nazifascismo, la biografia di un comunista russo di origine italiana, che subisce contemporaneamente la repressione staliniana e quella fascista, ma alla resa dei conti sceglie senza esitazione la Russia bolscevica della quale riconosce i meriti e i valori. In secondo luogo, una ricostruzione dell’esperienza umana e politica di alcuni dei comunisti combattenti delle Quattro Giornate. Figure che, ovunque si siano collocate nella battaglia politica, ci parlano di una necessità ormai non più rinviabile: quella di riempire un vuoto, di ricucire il passato al presente per riprendere un cammino da troppo tempo interrotto.

Nicola Patriarca: inaffidabile per Stalin

Nato a Mosca il 4 aprile del 1893, quando il trono degli zar sembra ancora abbastanza solido, Nicola Patriarca è cittadino italiano, ha vissuto in Russia per tutta la vita, come Vladimiro, suo padre, originario di Voronež, un porto fluviale di 80.000 anima e memoria storica della famiglia; italo-russi erano stati i nonni  e russo di adozione era diventato ancor prima il suo bisnonno, napoletano, tenente dell’armata di Napoleone, catturato dai russi e rimasto nella terra degli zar[1]. Comunista convinto, sebbene non militante, Patriarca, è un onesto lavoratore, non conosce fascisti, non sa bene probabilmente nemmeno cosa sia il fascismo e non ha commesso alcun reato contro quella rivoluzione che, nelle enunciazioni di principio, nelle motivazioni profonde e nelle fasi iniziali è stata davvero lotta di proletari per l’affermazione politica del proletariato. Nel 1937, però, quando Stalin, «con la maggioranza degli ex oppositori ormai giustiziata e Bukarin in prigione», opera un terribile «intervento di chirurgia etnico-sociale sul corpo della popolazione», anche Kolia è coinvolto nei provvedimenti di repressione di massa, le grandi «purghe» del 1937-38, che colpiscono persino le cosiddette «nazionalità inaffidabili», quelle che per i documenti della polizia politica sono «soggette a governo straniero», benché i loro membri risiedano in Russia da molto più di un secolo[2].
«Inaffidabile» per Stalin, quindi, e costretto a riparare all’estero per evitare i colpi della feroce repressione sovietica, nell’ottobre del 1937 il Patriarca si rifugia in Italia, dove il regime, che si accinge ad aderire al patto anti Comintern, colto il valore politico della vicenda, lo ospita di buon grado, tant’è che a febbraio del 1938, come «cittadino italiano profugo dalla Russia», è «ricoverato nel locale Albergo dei Poveri, a carico del comune di Napoli»[3]. Nei suoi confronti nessun pregiudizio, nessuna misura cautelare di sorveglianza, né informazioni che consiglino la prudenza[4]. L’ospite, del resto, lontano dal suo mondo e dai suoi affetti e ancora scosso dalla persecuzione, appare così affidabile che, a pochi giorni dall’arrivo nell’istituto, è «adibito al servizio di custode alle prigioni del convitto maschile, unitamente con certo Tamigi Giuseppe pure ricoverato»[5].
Quali siano i progetti e le speranze del profugo in quei primi mesi del 1938 non è facile dire; la separazione dalla famiglia è stata, tuttavia, così dolorosa, che l’uomo chiede alla moglie di raccogliere la documentazione per un ricorso e la donna, disperata, gli scrive:

«Kolia caro, sono stata da tuo padre, […] mi ha detto che lui è nato a Voronež, che suo padre e sua madre erano russi e che suo nonno era tenente dell’armata napoleonica. Fatto prigioniero è rimasto in Russia. Ecco che straniero sei tu e noi qui senza di te conduciamo una vita dura e triste»[6].

D’altra parte, nonostante gli ingiusti provvedimenti di Stalin, la Russia rivoluzionaria ha lasciato nell’uomo segni così vivi e profondi, che l’aria del nostro paese gli pare irrespirabile e il paragone con la Russia dei Soviet, che rimane la sua patria, è inevitabile, tanto più che gli ospiti dell’Istituto si mostrano curiosi di sapere come si trovi in Italia un profugo della Russia dei Soviet. Per lunghi giorni l’uomo dissimula, si chiude in se stesso, evita discussioni che sa pericolose, poi, d’un tratto, in un giorno di metà aprile, coi fascisti in festa dopo i violenti bombardamenti di Barcellona, la crisi del governo Negrin e la Spagna repubblicana divisa in due dai falangisti, la solitudine, che spesso è cattiva consigliera, e un’opprimente sensazione di disagio hanno la meglio sull’iniziale diffidenza. Patriarca lo sa, quel momento è destinato a segnare ulteriormente la sua vita ma, lasciando che dentro di lui il comunista insorga, non si tira indietro e afferma con orgoglio «di trovarsi male in Italia, perché v’è molta miseria e si guadagna poco». Non contento, aggiunge

«che in Russia, dopo l’avvento del bolscevismo le condizioni economiche degli operai sono state di molto migliorate e che egli era riuscito a guadagnare 32 rubli al giorno»[7].

Benché colpito da una cieca repressione, Kolia, quindi, si riconosce ancora nelle motivazioni e nelle realizzazioni della rivoluzione bolscevica che evidentemente non è stata per lui solo esclusione e oppressione. Preso dalla foga e rotti gli argini, l’uomo non esita a motivare le sue riserve: in Italia, spiega, non si sente «parlar d’altro che di guerra», mentre «in Russia tutti erano fratelli»[8]. In quanto «alla reale potenza militare italiana», precisa tagliente, i fascisti hanno «conquistato l’impero per la deficienza bellica degli abissini» e, se «hanno strappato ai repubblicani spagnoli molte vittorie, non si deve al loro valore, bensì alla scarsità di mezzi aerei e di munizioni dei rossi». La conclusione ha il valore profetico d’un tragico monito: questo «non avverrebbe se l’Italia malauguratamente venisse in guerra con la Russia»[9].
Patriarca naturalmente non può saperlo, ma in prospettiva e a distanza di decenni, il suo sfogo getterà più di un’ombra sulle deformazioni del revisionismo, che assimila sotto la fuorviante etichetta del «totalitarismo» regimi politici che condivisero metodi comuni a tutte le dittature, ma ebbero natura e funzione storica ben diverse tra loro. Un «merito postumo» che, tuttavia, non mette il Patriarca al riparo dalle prevedibili conseguenze di critiche pubblicamente rivolte al regime e immediatamente riferite alla polizia politica dall’immancabile «confidente». Né servirà a qualcosa, d’altro canto, la certezza che l’antifascismo del profugo sovietico non può essere in alcun modo «militante». Denunciato «come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici», il 28 maggio 1938 l’uomo, che in Russia s’è lasciato alle spalle l’accusa di anticomunismo, finisce davanti alla Commissione Provinciale per l’assegnazione al confino, che lo spedisce per tre anni a San Costantino Calabro, perché, «esaltando lo Stato bolscevico, oltraggiando la Nazione Italiana, il Fascismo e il Duce», ha dimostrato d’essere, invece, un «convinto comunista, svolgendo propaganda e manifestando il suo odio pel Regime»[10]. Paradossalmente, quindi, il comunismo di un uomo legato alla rivoluzione d’ottobre, ai suoi principi ispiratori e alle sue iniziali realizzazioni, risulta «pericoloso» in ogni caso: se è autentico, come ritiene l’Italia fascista, che condanna il Patriarca al confino, o «inaffidabile», come è apparso nella patria dei Soviet, da dove la «repressione preventiva» di Stalin lo ha costretto a fuggire[11].
Gli italiani, si sa, son «brava gente», San Costantino Calabro non è certamente la Siberia e può darsi che lager e gulag siano stati più feroci del confino fascista, come da un po’ raccontano revisionisti d’ogni colore, sostenuti con singolari equilibrismi etici dagli eterni chierici della tradizione trasformista[12]. Sta di fatto, però, che il prigioniero russo va incontro a un vero e proprio calvario e, quando finalmente riesce a stabilire un primo, momentaneo contatto con la moglie Varia e il figlio Koka, dal giorno dell’arresto sono passati addirittura sette mesi dall’arresto.

«Carissimo Kolia! – scrive la moglie da Carchov l’11 novembre del 1938 – finalmente abbiamo ricevuto la tua lettera. Ero già inquieta per il tuo lungo silenzio. Caro Kolia! Io non capisco bene. Dunque tu hai ricevuto anche la cartolina che ti ho mandata a Napoli. In tutto ne hai ricevuto due»[13].

Cosa sia accaduto in quei lunghi mesi non è facile dire, ma è chiaro che un insuperabile muro di silenzio e di dolore ha diviso l’uomo dal suo mondo. Più che una corrispondenza, le lettere, infatti, sembrano una somma di monologhi che provano invano ad aprire un impossibile dialogo. Non potendo scrivere – i fascisti non consentono – l’uomo è costretto a immaginare ciò che vorrebbe leggere o ascoltare. Il tempo, per lui, d’un tratto s’è fermato e in mente le domande si affollano: che fa la moglie? Come tira avanti? E Koka, il figlio, sta bene, se la cava? Come l’ascoltasse, Varia gli scrive che il ragazzo «è passato nella quinta classe dopo gli esami di riparazione», ma tutto è frammentato e sfuggente, tutto sembra smarrito nei vuoti della memoria. Persino i volti e il suono delle voci.

«Tu sai com’è nostro figlio – prosegue la moglie – vuol far tutto ma per lo studio è pigro. E’ una vera disperazione. Bisogna stargli sempre dietro. Adesso si interessa ai colombi. Ha fatto da sé una gabbia e poiché io non gli ho permesso di tenerli in casa, li tiene da un compagno»[14].

Manca una guida, una mano affettuosa ma ferma che indichi la via al ragazzo inconsapevole e vivace che finalmente gli scrive:

«Caro papà,
abbiamo ricevuto la tua lettera e siamo tanto contenti. Noi viviamo assai bene. Un pesciolino è morto e l’altro se l’è mangiato il gatto. Adesso volano qui dei colombi. lo do loro da mangiare ma non li acchiappo perché sono selvatici. Papà io sono passato nelle quinta dopo gli esami di riparazione. Adesso studio assai bene. Abbiamo avuto tre giorni di vacanza. lo sono stato a letto cinque giorni e cosi non ho ricevuto la pagella. Quanto saprò i miei punti te lo scriverò. Papà i francobolli non li ho ricevuti. Tu mi domandi se faccio la collezione di francobolli. Sicuro che la faccio. Per ora arrivederci. Ti abbraccio forte, forte tuo figlio Koka
»[15].

In quanto alla moglie, che probabilmente non conosce bene la sorte toccata al marito in Italia, la sofferenza ha toni dolci, ma terribilmente acuti:

«Caro Kolia,
non vedo il momento che la nostra famiglia si riunisca. Non ho che un desiderio; di esser tutti insieme. In questi giorni il nostro Koka è stato poco bene. Ho chiamato il dottore. Ora sta meglio. Tempo fa sono stata chiamata nella sua scuola. E’ buono ma non vuol studiare. Bisogna che tu gli scriva. […] Se tu ritornassi presto! Io al solito lavoro, Koka studia. Da poco è venuta la mamma e cosi viviamo nella speranza di riunirci e allora vivremo benissimo. Scrivi come stai di salute, come vanno i tuoi affari. Quando potremo essere di nuovo insieme! Noi sentiamo molto la nostalgia di te stiamo male senza di te. E scrivici più spesso. Sono inquieta per la tua salute. Vorrei dirti tante cose ma non è possibile per lettera»[16].
Una risposta il marito riesce a inviarla, ma giunge in Russia quasi un anno dopo, nell’ottobre del 1939. Solo un mese prima, l’Armata Rossa ha aggredito da Oriente la Polonia, martoriata a Occidente dalla Wermacht di Hitler, in una guerra di distruzione di una ferocia che non ha precedenti e sconvolge ogni equilibrio[17]. Tutto vacilla, gli ideali, il senso della dignità, il confine stesso tra ragione e istinto animale, i principi attorno ai quali solo pochi anni prima ruotava la vita di Nicola Patriarca e della sua famiglia. Ogni speranza sprofonda in una notte interminabile e buia e ciò che prima pareva a Varia motivo d’un orgoglio sia pure amaro si va trasformando in un cupo senso di colpa: «Caro e amato Koliuschka, […] che amarezza di esserci creati da noi tanto dolore!» scrive la donna al marito il 15 ottobre del 1939 in una lettera in cui la disperazione si alterna alla speranza. «Pazienza, […] bisogna […] aspettare che la felicità ci sorrida di nuovo. Dobbiamo vivere e credere che saremo di nuovo insieme», prosegue la donna che, nel rimescolamento delle carte prodotto dalla guerra ha fatto quanto poteva per ottenere il ritorno del marito in Russia, ma non ha mai ottenuto una risposta precisa e s’è rassegnata: «io non posso far niente», pare sia «necessario che tu faccia le pratiche. Informati costì
»[18].

Quali pratiche e a chi indirizzate la donna non saprà mai. Ogni cosa diventa vaga, incerta e dolorosa, anche se Varia si fa coraggio e spera:

«Koka sta bene. […] Pare che studi un po’ meglio ma è sempre pigro. Potrebbe studiare benissimo ma contentiamoci. Adesso sta più in casa. Ho bisogno di 250 rubli per lui, ma forse li avrò presto. In generale ogni giorno mi porta una sorpresa ma penso che avrò la forza di sopportare tutto in attesa che venga il momento che saremo tutti insieme. Basta che ci sia la salute. […] Caro Kola, io frequento i corsi di infermiera e credo che tra un mese e mezzo avrò il mio diploma. Mi è venuto a noia di fare l‘insegnante. Come sarebbe bene se tu fossi qui. Devo fare tutto da me. […] Nell’animo sento, tristezza. Tutti vivono con il marito, il mio non c’è»[19].

La stretta repressiva che accompagna la furia della guerra cancella le speranze di Vania. Dopo la Polonia, per Stalin è il turno della Finlandia; una dopo l’altra Hitler assale Danimarca, la Norvegia, l’Olanda e la Francia, contro la quale, abbandonando ogni prudenza, Mussolini scatena proditorio l’impreparato esercito italiano. Il 9 febbraio 1941, mentre l’Europa è ormai un sanguinoso campo di battaglia, Nicola Patriarca riesce a far giungere sue notizie alla famiglia:

«Miei cari Variuscia e Koka, – scrive il confinato – è quasi un anno e mezzo che non vi scrivo e non ricevo vostre lettere, ma avrete probabilmente capito che non è per colpa mia. Oggi ho ricevuto il permesso di scrivervi una lettera in russo e ne approfitto immediatamente».

Così si apre l’ultima lettera spedita dal confino. Un anno e mezzo di silenzio, una lontananza sempre più dolorosa e le mille ingiustizie subite sembrano finalmente lasciare un po’ di spazio alla speranza di un ritorno che, tuttavia, la tragedia della guerra rende sempre più difficile e avventuroso.

«Sono sano e salvo – prosegue il Patriarca – penso a voi ogni giorno, vivo al pensiero di voi. Il 18 aprile finisce il mio esilio, cosa sarà dopo non lo so ma penso che vi rivedrò tutti e due. Sono già tre anni e mezzo che sono lontano da voi. Koka? […] Credo che ormai non sia più il caso di chiamarlo così: quando l’ho lasciato era piccolo e adesso, se non sbaglio, deve avere 14 anni passati, già un giovanotto, a momenti bisognerà pensare a sposarlo. Come vanno, caro, le tue cose, che classe fai, come vanno gli studi, come passi le tue sere, sei sempre appassionato del cinema come eri prima? Quante domande vorrei fare ma non è possibile scrivere tutto. E tu Variuscha, ti ricordi sempre di me o mi hai dimenticato? Lavori sempre nella fabbrica dei profumi o fai l’infermiera come scrivesti nella tua ultima 1ettera. E’ sempre vivo il babbo o è morto, quando sono partito era già vecchietto […] Della mia vita non c’è niente da scrivere, una vita monotona, un giorno assomiglia all’altro. […] Vorrei scrivere tante cose ma i pensieri fuggono e non posso ricordarli. Variuscha, […] dato che la lettera deve passare la censura, non rispondere ed aspettane una col nuovo indirizzo perché, come ti ho scritto, il 18 aprile sono libero e non so dove mi manderanno. Ecco per ora è tutto, vi abbraccio forte, forte a tutti e due»[20].  

Kola svanisce così, con quest’abbraccio. Altro di lui non sappiamo e anche Varia svanisce con lui. In quanto a Koka, non è da escludere: potrebbe essere ancora vivo. Sono trascorsi decenni. La rivoluzione bolscevica ha chiuso la sua parabola storica, la Russia dei Soviet si è disintegrata sotto il peso delle sue contraddizioni, mente il fascismo che sognava di permeare di sé la civiltà occidentale non vive solo nella nostalgia di vecchi sopravvissuti e nel delirio di qualche giovane fanatico, ma mostra di essere il regime del capitale finanziario.
Non sappiamo se Kola sia riuscito a tornare tra i suoi compagni bolscevichi nella Russia aggredita, se abbia riabbracciato il figlio e la sua Varia e se assieme siano usciti indenni dalla ferocia della guerra. Come che sia andata, la vicenda del comunista Kolia merita d’essere ricordata in questo nostro tempo di strumentali revisioni e gratuiti processi perché ha il valore di un monito e chiede conto del silenzio che l’ha cancellata dalla storia. Lo storico – sembra dirci – non può chiamarsi fuori dalla mischia in nome di una pretesa neutralità dei fatti. Dietro gli eventi ci siamo noi e la storia è un dialogo tra uomini vissuti in tempi diversi tra loro, sicché il passato cambia col cambiare degli uomini e vive nel presente che ci aiuta a «leggere» In questo senso, Nicola Patriarca vive ancora. E ci parla.

Militanti comunisti nelle Quattro Giornate

A Napoli, la città di Bordiga, figura  di primo piano nella nascita del PCdI, il ruolo dei militanti del partito politico più presente tra i lavoratori durante il ventennio fascista è così rilevante che, quando tutto comincia a precipitare, la polizia accusa di comunismo persino un prete, Carmine Talimberti, che il 30 dicembre 1942 finisce al confino perché, in un moto di istintiva ripulsa, ha accusato il regime di aver voluto una guerra terribile che si è trasformata in un autentico disastro[21].
Com’è naturale, il mondo dei comunisti clandestini è impenetrabile e assieme alle carte di polizia, che vanno prese con le molle, forse nessuno ci aiuta a conoscerlo, come riesce a fare in brevi pagine di ricordi il tramviere Espedito Ansaldo, partigiano delle Quattro Giornate. Il suo scritto, datato 1971 e quasi certamente inedito, costituisce un’autentica miniera, perché racconta i comunisti senza “passare” di continuo per il partito. Ansaldo non è un “eretico” tanto è vero che nei suoi ricordi lo scontro interno che conduce all’espulsione di Bordiga, primo leader del PCdI, si riassume in due parole di condanna senza appello: la «scissione bordighiana». Militante di base, vive però le lotte interne al partito in posizione defilata e non giudica i compagni a seconda delle trincee in cui hanno combattuto[22]. Essi sono anzitutto persone ed emergono  dal passato con la forza delle emozioni che ancora suscitano in lui a distanza di anni, secondo un ordine che non è rigorosamente cronologico e inserisce la complessità delle vicende personali vissute con i compagni nel disegno della storia, di cui sono stati a un tempo attori e spettatori.
I nomi dei militanti ricordati oggi non dicono nulla a chi legge, ma negli anni del fascismo furono esempi di umanità e coerenza. Eduardo Corona, per esempio, ferroviere colpito dai licenziamenti di massa del 1923, poi coinvolto nelle successive ondate repressive, finisce al confino ai tempi della guerra di Spagna; Giorgio Quadro, a sua volta, collega di Ansaldo ed ex dirigente della Fiom, nel 1920 partecipa all’occupazione della «Miani e Silvestri», poi entra in una cellula di fabbrica del PCI e continua l’attività clandestina finché, alla fine del 1942, organizza col socialista Zvab un gruppo di quaranta combattenti, che guida durante le Quattro Giornate[23]. Antonio Cafasso, poi, fattorino postale licenziato per ragioni politiche, nel settembre del 1925 è ancora capace di sfidare il regime, partecipando al teatro Rossini a una commemorazione di lavoratori uccisi dai fascisti, conclusa dall’intervento della «sbirraglia di polizia e di fascisti» a caccia di nemici del regime[24]. E’ una delle ultime uscite pubbliche degli antifascisti, poi su un Paese ridotto a un’immensa galera, cala la cappa del totalitarismo.
Cafasso, finito al confino due volte, l’8 giugno 1928 e il 24 aprile 1935, trascorre in carcere o nelle colonie penali metà del ventennio fascista. Nel dopoguerra, prima di uscire di scena, fissa su poche pagine il ricordo vivo e per molti versi commosso di un convegno, avvenuto nell’autunno del 1926 alla periferia di Torre Annunziata, che gli era sembrato soprattutto un «incontro con due giganti»: Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci. Dopo decenni, Cafasso si schiera ancora senza esitazioni, ma non usa toni polemici: Gramsci, è stato per lui «uno dei pochissimi uomini politici italiani» che hanno «individuato le radici del fascismo sin dal suo sorgere e […] predetto una lotta lunga» e difficile da vincere. Il cuore della testimonianza, però, è la discussione che si svolge sotto i suoi occhi attenti. «In due cattedre stavano seduti Bordiga e Gramsci», ricorda il vecchio militante;

«Bordiga espose le sue idee: una critica aspra, implacabile verso la Russia, la quale pretendeva di avere il comando dell’Internazionale. Svolse il suo concetto che era preferibile il fascismo alla socialdemocrazia e che il fascismo si sarebbe esaurito da sé. In contrapposizione Gramsci pacatamente confutò i concetti espressi da Bordiga sul fascismo».

Cafasso non insiste troppo sulle divisioni; ammira il «garbo» e «la stima reciproca» che accomuna nonostante tutto i «due giganti» e l’esclamazione conserva intatta la sua forte carica emotiva:

«Come erano diversi quei due uomini! Bordiga, dotato di un fisico forte, di una oratoria svelta, scoppiettante, un carattere duro, volitivo che voleva soggiogare i suoi avversari, verso i quali spesso dimostrava intolleranza. Gramsci, basso, deforme, con una voce fine, solo gli occhi splendevano ed ardevano come quelli di un febbricitante. Questi due uomini così diversi si rispettavano e si ammiravano. In Bordiga con Gramsci scompariva la sua intolleranza; egli era quasi gentile: Caro Antonio, tu sei influenzato dalla filosofia di Benedetto Croce… Io non sono mai stato crociano, ma in te si vede bene che affiora l’ingegnere»[25].  

Espedito Ansaldo ricorda spesso con affetto i suoi colleghi tramvieri. Salvatore De Siena, per esempio, che a pochi giorni dalla «Marcia su Roma», in servizio con lui sulla vettura numero 3, si rivolge stizzito ad alcuni fascisti che passano in corteo per Piazza Torretta. Un gesto pagato a caro prezzo, perché i due, attesi al ritorno dal capolinea di Mergellina, sono assaliti «con pugni, schiaffi e sputi» e il povero De Siena, trascinato a viva forza fino «a Piazza Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone, dove si trova «il covo fascista capeggiato da Aurelio Padovani», è costretto a ingoiare un gran bicchiere di olio di ricino[26].
De Siena non farà le Quattro Giornate, ma un altro tramviere combatterò con Ansaldo, Federico Mutarelli, che ha alle spalle una storia di lotte e persecuzioni. Socialista e «guardia rossa» dopo la “grande guerra”, Mutarelli passa ai comunisti nel 1921, guadagnandosi così il licenziamento per motivi politici[27]. Sul fascicolo personale qualcuno scrive che è diventato venditore ambulante, ma dietro la gelida pignoleria burocratica della Squadra politica si leggono in trasparenza due storie: una racconta la disumana crudeltà del regime, l’altra il doloroso coraggio e la lotta interiore del militante. Perdere il lavoro è quasi sempre un dramma, ma può diventare tragedia per un uomo che ha «quattro figli di piccola età»; un atto di sottomissione sarebbe stato umano e comprensibile, ma Mutarelli non si piega, sicché non esagera Ansaldo quando scrive che per il suo amico ha

«inizio una vita di miseria e di pericoli, perché badava a guadagnare saltuariamente qualche cosa, vendendo articoli vari nei pressi dei Depositi Tramviari il giorno di pagamento degli stipendi, ma tutto si svolgeva con fretta e paura, perché i compagni temevano di essere licenziati»[28].

Benché più volte arrestato, alle elezioni politiche del 6 aprile 1924 Mutarelli è candidato nella lista di «Unità Proletaria», assume l’incarico di corrispondente dell’«Unità» e si impegna nel «Soccorso Rosso» con «il compito di far giungere […] le somme da elargire ai compagni bisognosi che iniziavano a provare le carceri fasciste». Quando la sconfitta del movimento operaio appare ormai inevitabile, continua a lottare e organizza la commemorazione dei martiri del fascismo[29]. Mentre il fascismo si afferma e gli arresti si ripetono inesorabili, il regime, superata la crisi dell’Aventino, approva le «leggi fascistissime» e per l’ex tramviere non c’è più scampo. Nel novembre 1926, infatti, giunge la condanna a quattro anni di confino per propaganda e attività comunista. Stavolta sono la moglie e i figli, diventati ormai sei, ad aver bisogno del «Soccorso Rosso» e della solidarietà dei compagni, che al Mutarelli non manca. Spesso, scrive infatti Ansaldo, 

«andavo a casa sua, facendo tutto il possibile per aiutare la moglie, compagna Maria, con i piccoli a carico. Lo stesso faceva anche il compagno Cafasso, il quale era molto legato al […] Mutarelli».

I colpi della repressione, però, non sono ancora terminati. L’ex tramviere è al confino a Favignava, quando una vecchia condanna a un anno di reclusione, diventa definitiva. Arrestato e condotto al carcere di  Poggioreale, Mutarelli  ci resta fino a marzo del 1928, quando è tradotto a Lipari, da dove infine, il 16 maggio, fa ritorno a casa, perché la «pena residuale» è stata commutata in ammonizione. Il fascismo è ormai padrone del Paese e rende la vita impossibile ai dissidenti. Mutarelli sparisce così in una quotidianità fatta di stenti, fatica, umiliazioni e apparente isolamento ma, per quanto possibile, non rinuncia a lottare. La Squadra politica, che non lo perde mai d’occhio, ci consente di ritrovarlo nel 1935, in casa della sarta comunista Emma Mancini, assieme a Eduardo Corona e a un gruppo di vecchi compagni, e ci dice che è certamente attivo nella propaganda per la guerra di Spagna. Mutarelli va avanti così, tra rischi e difficoltà, fino alla fine del 1942, quando prende a incontrasi con Federico Zvab al Caffè Uccello, in via Duomo, con il guantaio comunista Guglielmo De Rosa, che parteciperà alla liberazione della città, e ad Ansaldo, che nel 1934 l’azienda tramviaria ha mandato in pensione anticipata per ragioni di salute, «mentre negli uffici vi era sempre posto per i vigliacchi fascisti». In quegli incontri, in cui si «discute della durata del regime fascista», e nelle passeggiate coi compagni, avanti e indietro per via Duomo, Ansaldo porta la voce degli antifascisti del Gruppo Spartaco, in cui milita anche Antonio Cecchi, e l’esperienza della sua collaborazione con Federico Zvab, che nel 1943 lo porterà a radunare il gruppo di combattenti con i quali darà poi il suo contributo alla lotta per la liberazione della città[30].
Benché si muovano in condizioni di estrema difficoltà, questi militanti tengono acceso il piccolo fuoco del dissenso e i ricordi di Espedito Ansaldo sono preziosi perché il punto di vista è quello di un comunista di base, che non esita a ricordare compagni dissidenti usciti dal partito, come Eugenio Mancini e Antonio Cecchi, sui quali, quando non si tace, i toni sono duri o addirittura irridenti. Un contributo prezioso, che non va sottovalutato, perché, a parte le notizie su alcuni militanti «storici», che non perdono i contatti col partito e non entrano in rotta di collisione con il «partito nuovo» voluto da Togliatti nel 1944, poco o nulla sappiamo dei comunisti battuti nelle lotte di tendenza o di quelli isolati, che non hanno più legami organici con gruppi organizzati e fanno parte per se stessi in quella sorta di nebulosa che si definisce genericamente antifascismo popolare[31]. Nessuno, né i dirigenti del PCI, né gli storici dell’insurrezione, ci ha mai parlato, per esempio, del marittimo Canzio Morello, marittimo, perseguitato politico e partigiano combattente che, dopo l’omicidio Matteotti, sbarca a New York, abbandona la nave ed entra in contatto con gli antifascisti locali, finché non è scoperto e rispedito a Napoli. Le Autorità fasciste, informate da quelle americane, ordinano alla Capitaneria di porto di Napoli, dove la nave è diretta, che il Morello «sia sottoposto a interrogatorio e diligentemente perquisito sulla persona e sui bagagli». Il 19 gennaio 1925, riportato a forza in un Paese ormai sottomesso, Morello, che non sospetta di essere atteso, non fa sparire le prove del suo impegno antifascista. Interrogato, nega ogni addebito, s’inventa una storia credibile, che diventa un castello di carta, quando dalla sua valigia emergono «una tessera personale della Federazione sindacale Comunista campana e una del Partito Comunista d’Italia». Per il marittimo non c’è  più scampo[32]. Il 3 gennaio, infatti, Mussolini ha scatenato la repressione annunciata alla Camera da parole inequivocabili:

«Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza. Non c’è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai. […] Vi siete fatte delle illusioni! […] Il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell’Aventino. L’Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l’amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario. Voi state certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area»[33].

Nel mirino non c’è solo l’Aventino, ma anche e forse soprattutto il PCdI, che Mussolini intende annientare. Morello non è un noto agitatore e non ha mai ricoperto ruoli politici o sindacali. Oggi diremmo che è un «militante di base» e non ci sono ragioni per gravi provvedimenti di polizia; questo, però, non gli evita il colpo che si ripercuoterà pesantemente sulla famiglia. Per lavorare, un marittimo ha bisogno del nulla osta che consente l’imbarco; il colpo vero, quello che ferisce e fa male è il ritiro del libretto di navigazione. Un provvedimento che significa miseria. Da quel momento il tempo della vita sembra fermarsi. Anno dopo anno, la Squadra politica ripete i suoi brevi rapporti: «il noto Morello Canzio conserva integra la fede comunista, ma non dà motivo a rilievi». L’uomo resiste, trova a stento lavoro, lo perde e lentamente sprofonda nella miseria. Nel 1929 la condizione umiliante e il dramma della famiglia emergono chiari da un appello della moglie, a Mussolini:

«Morello Canzio, navigante, finora non ha potuto ricevere dalle Autorità competenti il dovuto nulla osta […] per potersi imbarcare […]. La supplicante piangendo implora a voi che siete insignito delle più belle qualità di mente e di cuore […] a dare disposizioni per ottenere tale privilegio del nulla osta […] e così finirebbe che i figli addirittura essere privi del pane»[34].

Né l’appello, né l’umiliazione di un uomo che sacrifica gli ideali politici al dovere di padre, si iscrive al sindacato fascista e si piega fino a seguire le direttive di un regime che disprezza, restituiscono al marittimo il libretto di navigazione. Nel settembre 1943, diciotto anni dopo l’espulsione dagli USA e l’inizio della spietata persecuzione fascista, Canzio Morello non manca all’appello e affronta con le armi chi gli ha avvelenato la vita. La sua situazione però non sarà modificata né dalla vittoria, né dai cambiamenti politici in atto nel Paese. Il 7 dicembre 1945, quando al governo c’è l’azionista Parri, il combattente attende invano di tornare al lavoro e sottrarre la famiglia alla morsa della fame. Sono trascorsi due anni dalla liberazione dei prigionieri politici, ma la Capitaneria di Porto, applicando il regolamento provvisorio dell’«Ufficio Collocamento Gente Mare, che prevede la concessione della precedenza all’imbarco ai marittimi confinati e perseguitati politici», trasmette alla Questura la domanda «con la preghiera di far conoscere la posizione politica del richiedente» e di far «pervenire l’apposita documentazione». Dieci giorni dopo la Questura comunica alla Capitaneria che il Morello «durante il passato regime fu sottoposto a vigilanza quale comunista», ma non fa cenno al libretto di navigazione. La storia di persecuzione politica dovrebbe bastare ma sarà per caso, sarà che nell’Italia governata da De Gasperi i comunisti sono ritenuti pericolosi, sta di fatto che i guai per Morello non sono finiti e dopo reiterate richieste della «Federazione Italiana Lavoratori del mare» e del «Comitato Nazionale pro vittime politiche», la Capitaneria non riconosce al marittimo il diritto di precedenza e di fatto gli nega l’imbarco. In base a un’arbitraria interpretazione del Regolamento, infatti, le autorità portuali ritengono che la persecuzione politica non basti. Occorre dimostrare che il libretto fu sequestrato per cause politiche. Una condizione impossibile, perché nessuno «è in grado di comunicare i motivi per cui […] fu sequestrato il libretto di matricola e si ritiene che esso sia andato al macero».
Mentre i processi agli ex fascisti terminano quasi tutti con vergognose assoluzioni, la pratica del comunista è in mano a ex funzionari del regime, passati tra le larghe maglie dell’epurazione e il fascicolo si chiude con una nota che lascia il problema in sospeso. E’ il 16 aprile 1947, quando la Questura spedisce la documentazione del comunista alla Capitaneria di Porto e, segnalando alle «superiori autorità» che l’uomo si trova « in misere condizioni economiche», esprime «parere favorevole per la concessione del sussidio». Più che il riconoscimento di un diritto, Canzio Morello riceve così una sorta di elemosina, poi, come tanti compagni, sparisce dalla storia[35]
Non va meglio nel dopoguerra al partigiano Ernesto Lionetti, «titolare di un negozio di orologeria e riparazione di orologi», militante della prima leva nel partito di Bordiga. Alla fine degli anni Venti, il Lionetti fa parte della cellula degli artigiani, affronta con dignità i rischi del lavoro clandestino e nel 1938 con Luigi Mazzella e Nicola Pasqualini, compagni di formazione bordighiana, che saranno poi partigiani come lui, partecipa al pericoloso lavoro di propaganda tra i militari inviati in Spagna[36]. Non è un caso, quindi, se il 22 agosto 1943 finisce in manette a Cappella Cangiani dove, come sappiamo, gli antifascisti della Provincia si incontrano per concordare un piano di lotta sociale, politica e persino militare contro Badoglio e i tedeschi[37].
Anni dopo, battuti nazisti e fascisti, nelle carte di una polizia che la mancata epurazione ha lasciato com’era ai tempi di Mussolini, Lionetti non è un «eroe liberatore» cui la patria deve il riscatto dalla vergogna fascista e dall’occupazione nazista[38]. La Squadra politica lo tiene, anzi, d’occhio perché «professa coi familiari ideologie comuniste» e a nome dell’Associazione dei combattenti, partecipa attivamente alle polemiche contro i provocatori fascisti[39]; preoccupazioni desta, in particolare, Volga, la giovane figlia del partigiano, iscritta al PCI, che «spesso si associa a persone politicamente pericolose per l’ordine democratico». Giovane sarta, la ragazza non è molto colta, «ma svolge con discreta intelligenza l’attività di propagandista», lavora tra le donne e tiene conferenze, riunendo nella propria abitazione iscritti e simpatizzanti del Pci[40]. I timori crescono il 2 marzo 1952, quando a Faggeto Lario la Lionetti frequenta i corsi della scuola femminile del partito comunista e di lì a poco, il 10 giugno, organizza con una diecina di attiviste una dimostrazione pacifista che contesta il gen. Regdway, giungendo fino al centro della Galleria Umberto I. Per la polizia, la protesta mira a «sovvertire l’ordine pubblico, sollevando la folla presente» e poiché assieme alla compagne «più riottose» insiste nella protesta, Volga Lionetti finisce al carcere di Poggioreale ed è poi condannata a tre mesi di carcere per «manifestazione sediziosa e rifiuto all’ordine di scioglimento»[41]. Di lì a un anno, nel luglio 1953, grazie alle leggi fasciste mai abolite, la polizia ottiene che la Lionetti sia iscritta al Casellario Politico Centrale. La donna, entra intanto a far parte del «Comitato Campano per la Pace», si ritrova così schedata e a suo nome è aperto un fascicolo che registra

«connotati, contrassegni, caratteri funzionali […] stato di famiglia, persone di stretta relazione col segnalato, procedimenti penali e provvedimenti amministrativi, […] la residenza, la situazione economica, l’attività politica attuale e quella svolta in epoca precedente, eventuali cambi di residenza […], ogni notizia di eccezionale importanza e una nota di aggiornamento  entro il mese di luglio di ogni anno»[42]

Emerge così, in piena repubblica, un apparato repressivo di ispirazione fascista, rivolto contro le opinioni politiche e il diritto di manifestarle, che il capo della «nuova» polizia, con singolare impudenza, definisce «vigilanza normale». Sul partigiano Ernesto Lionetti e sulla sua famiglia la sorveglianza dura fino al 1960 e per ben due volte, nel 1953 e nel 1958, Volga Lionetti, su cui grava il sospetto che «possa espatriare per motivi politici», si vede rifiutare il passaporto in quanto fervente attivista e propagandista del Pci»[43]. Contro di lei non c’è il lavoro oscuro di «servizi deviati», ma l’attività ordinaria della polizia di una repubblica nata anche e soprattutto perché il padre e tanti altri militanti, anzitutto comunisti, hanno lottato contro il fascismo e rischiato la vita per abbattere una dittatura  i cui uomini, transitati nel campo della «democrazia», senza dar conto del loro passato, continuano a tenerli sotto controllo, come se il fascismo non fosse mai caduto. Chi voglia capire le ragioni per cui l’Italia non si è data una legge sulla tortura e perché i poliziotti nelle piazze non portano un numero identificativo, deve tornare a questi anni, agli anni in cui poliziotti fascisti, in piena legalità formale, arrestano i partigiani per le azioni di guerra compiute. Si troverà così di fronte a numeri che parlano da soli. Il 30 giugno 1946, otto giorni dopo l’emanzazione, l’amnistia Togliatti è stata applicata a 125 partigiani e 7106 fascisti. Nel decennale della vittoria nella Guerra di Liberazione, nel 1955, i «Comitati di Solidarittà Democratica», nati per assicurare soccorso materiale e morale ai partigiani perseguitati, diramano cifre scandalose: 2474 partigiani fermati, 2189 processati, 1007 condannati. Oggi sappiamo che in molti casi i partigiani finirono in manicomi criminali e lì si trovavano ancora vent’anni dopo[44].
L’ostilità delle Autorità di Pubblica Sicurezza, sostanzialmente fasciste, non è il solo problema che rende difficile la vita ai militanti comunisti nel dopoguerra. Sulla loro sorte – e per riflesso sulla conoscenza che abbiamo degli eventi napoletani del settembre 1943 – pesano anche e sono spesso determinanti le scelte personali negli scontri interni al PCI e le contrapposizioni sul terreno sindacale, con ripetute accuse di bordighismo, espulsioni e frequenti rimozioni. Si prenda, per esempio, il caso del filatetico comunista Mario Onorato, che l’elenco ufficiale delle autorità comunali cita tra i civili caduti combattendo nelle Quattro Giornate, ma non si incluso tra i partigiani riconosciuti perché nessuno, nemmeno i comunisti presenti nella Commissione regionale per il riconoscimento, si ricordano di lui. Eppure Onorato non è l’ultimo arrivato. Esponente dell’astensionismo, nel 1920, a Mosca, delegato al II Congresso dell’Internazionale rossa, ha respirato l’aria della Russia dei Soviet; mesi dopo, il 19 gennaio del 1921, ha rappresentato le sezioni astensioniste di Napoli al Congresso di Livorno, partecipando così alla fondazione del PCdI. Amico di Bordiga, è stato tra i dirigenti della sezione comunista di Napoli e poi del Comitato Esecutivo Provinciale del partito che, assunto

«in sé il compito di parlare alle masse lavoratrici del Mezzogiorno d’Italia, […] porterà al proletariato meridionale l’eco permanente e fedele del movimento politico e sindacale, […] la voce che da Mosca, dal cuore della rivoluzione mondiale, si propaga in tutto il mondo»[45].

E poiché l’obiettivo è la rivoluzione, Mario Onorato condivide la polemica astensionista di Nicola Lovero, al quale dopo le Quattro Giornate, la Commissione Tarsia negherà la qualifica di partigiano combattente, senza però poter cancellare la lezione che viene dal passato e sarebbe forse preziosa per il presente:

«fa d’uopo non sciupare le nostre energie in lotte sterili o senza guadagno, per dare alle masse la sensazione di ben altro. Almeno una volta allontaniamole dalle urne […] che hanno troppo addormentato lo spirito ribelle delle nostre organizzazioni»[46].

Per due anni Onorato fa da collegamento tra realtà locale e «Centro» di un partito che prova a non «appiattirsi» sulle posizioni di Mosca e conta su una presenza operaia forte e consapevole, che impedisce la formazione di una struttura piramidale al cui vertice si collocano gli intellettuali. A giugno del 1923, quando Bordiga è arrestato con gran parte dei dirigenti e poi sostituito alla direzione del partito su disposizioni sovietiche, Onorato sfuggito alla retata, non rinuncia alle sue convinzioni e segue il percorso politico di Bordiga[47]. La sconfitta del leader napoletano, la scelta di seguirlo e la vittoria del fascismo, mettono fuori gioco il giovane dirigente, che però non cede alla dittatura, tant’è che alla fine del 1942, quando finalmente la polizia allenta la sorveglianza, lo troviamo nel «Gruppo Spartaco», nato in un bar di Vico Rotto San Carlo, non molto distante dal suo negozio di filatelico, in via Roma 148, che negli anni più oscuri della repressione fascista è stato una «tana sicura» per ogni antifascista[48]
L’arresto del duce, l’armistizio e l’occupazione tedesca trovano Onorato in prima linea, ma il 28 settembre 1943 una pallottola gli spezza il filo della vita. Di lì a poco, Antonio Cecchi, compagno di lotte dagli anni di Bordiga, ricorderà il militante comunista «di fede sicura e di tempra forte». Se ne dimenticherà, invece, il partito che ha contribuito a far nascere e nessuno dei compagni di un tempo chiederà per lui ciò che in fondo ha conquistato a costo della vita: la qualifica di partigiano caduto combattendo. Sarebbe stato un segno di rispetto per il sacrifico estremo in nome di ideali comuni e non avrebbe consentito dubbi su una rimozione maturata negli anni Venti, dopo uno scontro interno che si rinnova con uguale asprezza subito dopo la liberazione di Napoli[49].
Un inspiegabile silenzio circonda anche il partigiano Armando Donadio, una figura di combattente inconciliabile con la città di plebe e la rivolta degli scugnizzi, che, tuttavia, non a caso, è l’ennesimo «senzastoria» in un elenco di combattenti di cui nessuno si è mai seriemente occupato[50]. Proveniente da una famiglia antifascista, il sottotenente di artiglieria a cavallo Armando Donadio, richiamato alle armi e assegnato al contingente italiano in Libia, è approdato al PCI con la tragedia della guerra, vissuta in prima linea, sui confini meridionali dell’effimero Impero fascista, nell’Africa di «faccetta nera», delle prime leggi razziali, delle deportazioni, dei gas e della pretesa «romanità». Una scelta maturata mentre la retorica fascista affoga nel canale di Sicilia assieme ai soldati aggrappati a natanti di fortuna, in fuga da una guerra persa, fatti a pezzi dai caccia Alleati e preceduti dalla propaganda angloamericana che, assieme alle bombe, lancia su Napoli migliaia di volantini che invitano alla rivolta le donne della città martoriata:

«Donne di Napoli! Dove sono i vostri uomini che andarono in Africa? Da quanto tempo non avete loro notizie? Vi svelano che la metà delle navi vengono affondate?
Madri di Napoli! […] Le vostre sorelle di Palermo, Genova, Brindisi, agiscono già.
Spose di Napoli! Seguite il loro esempio. Fate la guardia alle navi […]. Nascondete l’equipaggiamento dei vostri amati soldati […].
Il mare significa la morte
»[51].

Quando l’esercito italiano si sbanda, Donadio si trova all’Aquila col 18° Reggimento di artiglieria, e va via solo il 13 settembre 1943, diretto a Napoli in abiti borghesi, dopo che il comandante ha messo in libertà il reparto. Un viaggio interminabile e pericoloso; l’ufficiale, attraversa con mezzi di fortuna paesi distrutti dagli ex alleati tedeschi, inferociti per l’armistizio, e dai bombardamenti terroristici degli angloamericani. Di fronte al triste spettacolo del Paese in rovina, Donadio coglie per la prima volta fino in fondo il significato delle scelte compiute anni prima da Aristide, il fratello maggiore, anarchico e volontario nelle brigate internazionali durante la guerra di Spagna, che ha colto subito, sin dall’inizio, con lucida intuizione, la minaccia mortale rappresentata dall’alleanza tra fascismo e nazismo e non ha atteso la guerra per prendere le armi[52]. Più si avvicina a Napoli, cauto e necessariamente lento, più il giovane sente crescere l’odio per i responsabili della tragedia e nonostante le diverse convinzioni politiche che lo dividono dal fratello, si rende conto che Aristide ha visto giusto: la salvezza ormai non è nella fuga. Occorre battersi ancora, combattere a tutti i costo i nazifascisti. Sono questi i pensieri che lo accompagnano il 28 settembre, quando giunge al quadrivio di Secondigliano, alla periferia Nord di Napoli e ci trova soldati tedeschi armati fino ai denti. Per raggiungere il Vomero, evitando le pattuglie naziste, gli occorrono ore. Quando trova modo di entrare in contatto con Ciro Vasaturo, comandante di un pugno di combattenti, gli fa sapere che è pronto a battersi, poi si nasconde e aspetta che qualcuno venga ad aiutarlo. Vasaturo lo cerca, lo trova e lo conduce tra i suoi. Mentre raggiungono i combattenti accampati alla Pigna, i due assistono ai rastrellamenti tedeschi. E’ una feroce caccia all’uomo: «vecchi spinti a calci verso i camion in attesa dei ragazzi aggrappati alle madri in un ultimo tentativo di difesa». Quarant’anni dopo, ricordando quei momenti atroci, Vasaturo non esiterà a pronunciare parole ancora piene di orrore e disprezzo:

«Vivessi mille anni, non potrò dimenticare la figura macilenta di un uomo ammalato che si alzò dal letto con in braccio […] suo figlio […]: quei mostri gli strapparono il piccolo dalle braccia, scaraventandolo di peso verso un angolo della casa, mentre tempestando il padre di colpi coi calci dei fucili lo portarono sanguinante fino al camion in attesa»[53].

Per due giorni, il giovane ufficiale combatte accanitamente, con forte determinazione e senza un momento di esitazione. Le sue energie, le sue lontane discussioni politiche con il fratello Aristide, l’amara esperienza della guerra e una passione civile sempre più consapevole, che gli è cresciuta dentro durante l’interminabile viaggio tra l’Aquila e Napoli, tutto sembra condurlo a quei momenti decisivi. Armando Donadio non può saperlo, ma quei due concitati giorni di combattimento, che danno senso a una vita, diventeranno il momento in cui la sua storia personale gira pagina, poi di fatto si ferma. Ancora pochi mesi, infatti, ancora alcune scelte lucide e coraggiose, poi nulla tornerà più com’era. Per Donadio, la liberazione della città non può essere il traguardo finale della sua lotta. Egli sa, l’ha visto con i suoi occhi: poco più a nord di Napoli c’è l’inferno e non si può stare a guardare. Si presenta perciò al Palazzo delle Assicurazioni, in Piazza Carità, dove, ad opera anzitutto di Pasquale Schiano e del Partito d’Azione, sono appena sorti i «Gruppi Combattenti Italia. Formazione Pavone», e poiché è un esperto di esplosivi, si arruola nei «nuclei sabotatori». Il tempo di capire, scegliere obiettivi, organizzarsi, e il 19 ottobre è già in marcia per attraversare le linee. Chi lo vede partire ricorda che è animato da un grande entusiasmo e mostra un «elevato spirito d’amor patrio»[54].
L’autunno del 1943, per Armando Donadio, è lotta concitata e desiderio insopprimibile di libertà e giustizia sociale. Le sue Quattro Giornate continuano per mesi nell’Italia centrosettentrionale, tra sabotaggi e rischi mortali, fino ai primi di gennaio del 1944, quando, catturato dai nazisti e condotto ad Auschwitz, il partigiano va incontro a un autentico calvario: gli interrogatori, il rifiuto di fare nomi e indicare basi, la tortura, il plotone di esecuzione e tre finte fucilazioni. E’ come morire tre volte e tre volte tornare a un orrore senza fine. L’ufficiale difende come può il suo equilibrio psichico, reagisce, tenta la fuga, è scoperto, ferito a una gamba e mai seriamente curato. Il crollo giunge così fatale. A fine dicembre del 1944, quando finalmente è inviato a Spittal Drau, in Carinzia, allo Stammlager XVIII A/Z, dove un Lager-Lazarett, un piccolo ospedale da campo, accoglie gli internati e i prigionieri di guerra, è ormai troppo tardi[55]. Come scrive anni dopo il dottor Baldo Pirisi, un ufficiale medico internato, che lo prende in cura, la sue condizioni di salute sono gravi. Armando Donadio, infatti, presenta 

«un processo osteomielitico all’arto inferiore destro, grave stato di deperimento organico con oligoemia, quadro neuropsichico contrassegnato da depressione con periodi di apatia e di vera anestesia affettiva alternati a crisi di allarme psicoastenico. La sintomatologia si era costituita nei mesi precedenti a seguito delle sevizie fisiche e morali cui il ten. Donadio era stato sottoposto nei vari campi di deportazione e disciplina (fra cui quello di Reichenau); essa persiste immutata fino al rimpatrio del ten. Donadio, avvenuto il 12 maggio 1945, unitamente ad altri internati ammalati, al centro ospedaliero di Udine»[56].

Come accade a molti partigiani, l’ufficiale, invalido a una gamba per il resto della vita e segnato a livello psichico in maniera irreversibile, è congedato. L’esercito italiano, largo di decorazioni, gli riconoscerà solo il diritto a una magra pensione di guerra e aspetterà il 1987 per conferirgli «a titolo onorifico, il grado di colonnello», che gli ha rifiutato cinque anni prima[57]. Il limbo del dopoguerra inizia così, con un licenziamento che costringe l’ex ufficiale a cercarsi un lavoro. Da quel momento gli anni se ne vanno uno appresso all’altro, tra disagio mentale, salute vacillante, precarietà e ricerca di una tranquillità economica che non giungerà. La «nuova Italia» per cui Armando Donadio si è battuto, non è quella che merita un vincitore e dal momento che fascisti e padroni sono tutti dov’erano, il partigiano si sarà chiesto mille volte chi abbia vinto per davvero la guerra di liberazione che ha così strenuamente combattuto dopo l’armistizio. Lavoro ne troverà: un’esperienza in un’azienda zootecnica, poi la contabilità in una società della grande distribuzione. Donadio però è un comunista, svolge un’attività sindacale come delegato nazionale e si comporta di conseguenza; nonostante le difficili condizioni di salute fisica e soprattutto mentale, ai dedica al suo compito con coraggio e passione ed è una scelta che paga con un nuovo licenziamento. Stavolta si tratta di una rappresaglia antisindacale. Tira avanti come può, con dignità ma con una crescente fatica di vivere, tra stenti e amarezze, fino al 1993, quando il costo dell’affitto si fa insostenibile e il partigiano, se ne va a vivere a Castelvolturno, una periferia tra le più degradate del Casertano.
Quando Donadio si spegne, il 3 febbraio 1995, l’Italia democratica, per cui ha rischiato più volte la vita, lo ha completamente dimenticato e sulla via del suo ultimo viaggio non ci sono compagni o bandiere. Il PCI ha già deciso di sciogliersi, le associazioni dei combattenti, l’ANPI e gli uomini delle Istituzioni sono assenti e l’on. Luciano Violante, comunista finché è esistito il partito e Presidente della Camera dei Deputati, in perfetta coerenza con la tradizione della svolta di Salerno, dei Patti del Laterano inseriti nella Costituzione e dell’amnistia ai fascisti, si prepara a proporre una revisione del fascismo repubblichino, esortando gli italiani a «capire i ragazzi di Salò ». Quindici anni dopo il 16 giugno 2010, la Commissione Consultiva Toponomastica del Comune di Napoli esprime parere sfavorevole alla richiesta di intitolare una strada della città ad Armando Donadio,

«in quanto ritiene che a tutti i partigiani il Comune di Napoli abbia già tributato onori collettivi con i numerosi monumenti ad essi dedicati ed ubicati nelle diverse aree cittadine».

Se nelle piccole vicende c’è spesso molto della «grande storia», si può dire senza temere smentite che la sorte del partigiano Donadio annuncia la crisi che viviamo. Non a caso, negli anni in cui il partigiano vive il suo mesto tramonto, le Quattro Giornate diventano definitivamente una rivolta senz’anima politica e solo la morte gli evita l’ultimo insulto, impedendogli di leggere il giudizio sommario che gli dedica, nel generale consenso, lo storico Sergio Luzzatto, per il quale 

«quando non sono morti (ed è la maggior parte dei casi) i protagonisti della lotta resistenziale appaiono ormai piegati sotto il peso degli anni; i padri della patria sono nonni o addirittura bisnonni… Soprattutto, l’ombra del comunismo, con il suo carico enorme di sofferenze e di atrocità, si allunga su questi vecchi – nonostante la loro estraneità personale al Gulag – sino a farli apparire improbabili come campioni di legalità e maestri di democrazia»[58].

Un giudizio ideologico – l’ideologia della non ideologia – e una forzatura linguistica – Gulag non è sinonimo di comunismo – che di fatto liquidano l’antifascismo di sinistra e diventano un invito al silenzio, perfettamente in linea con una tradizione di silenzi e di manomissioni.
Non ci sono prove che il silenzio caduto su alcuni combattenti comunisti delle Quattro Giornate sia frutto di una scelta politica, ma non ci sono dubbi: dirigenti del Pci e storici più attenti alle carriere che ai documenti hanno inventato una inesistente gerarchia di «impegno militante» tra vinti e vincitori nella battaglia interna al partito; una gerarchia in cui i primi sono intellettuali lontani dai lavoratori, che hanno il «quartier generale» nel caffè Gambrinus e i secondi vengono invece «dall’attività clandestina e quindi dai carceri, dal confino e dai campi d’internamento e dall’estero»[59]. I documenti, però, ci dicono che i comunisti sconfitti, Antonio Cecchi ed Eugenio Mancini, partigiani delle Quattro Giornate, o Enrico Russo, fuoruscito e combattente della guerra di Spagna, sono passati anch’essi per il carcere e il confino, hanno alle spalle un lungo passato di lotte e non attendono l’insurrezione per opporsi al fascismo.
La storia di Antonio Cecchi, per esempio, coincide di fatto con quella del socialismo della prima parte del Novecento. Nel 1916, a vent’anni, Cecchi, legato a Bordiga da un rapporto che durerà tutta la vita è un rivoluzionario «professionale». A Castellammare, dove vive, il PSI gli paga un modesto stipendio da propagandista, è segretario nazionale dei giovani socialisti e liquida il trasformismo di Mussolini con parole di fuoco:

«Anch’io ho ammirato Benito Mussolini, anzi, l’ho amato, l’ho idolatrato, quando però educava il proletariato ad avere fede nell’idea e non negli uomini. Ma oggi che voleva che avessimo fede in lui e non nell’Idea, oggi io non sento nessuna simpatia per quest’uomo. E come i suoi articoli su l’Avanti! mi entusiasmavano così le sue interviste di questi giorni mi hanno nauseato»[60].

Nel 1919, dopo la guerra, eletto Segretario della Camera del Lavoro di Castellammare, Cecchi crea una struttura così temibile, che gli industriali, per umiliarla, rendono il 1° maggio giorno lavorativo. La risposta semina il panico tra i moderati. In una piazza gremita, Cecchi sostituisce il tricolore con la bandiera rossa e chiama alla lotta donne, studenti e lavoratori che danno l’assalto ai negozi alimentari, costretti a dimezzare i prezzi, mentre la Camera del Lavoro, trasformata in una sorta di «Soviet italiano», raccoglie e consegna a prezzo politico le merci sottratte[61]. La reazione è durissima. A settembre, un corteo si chiude con la cavalleria che carica la folla inerme con le sciabole sguainate, lascia sul terreno molti feriti e dimostra con i fatti quali sono i reali rapporti di forza. Anni dopo Tasca dirà che l’iniziativa fallisce perché non segue il «modello russo», ma la verità è che, mentre Cecchi scatena gli operai, il Partito è fermo, non stringe alleanze e non coinvolge i contadini, sicché la lotta produce solo un «panico» generico, la «grande paura» che compatta le forze della reazione[62]. Convinto che il problema sia il partito, a Bologna, al Congresso del PSI, Cecchi aderisce alla Frazione comunista, guidata da Bordiga e di lì a poco, nel 1920, entra nel Comitato Centrale della Frazione astensionista, assume la guida della Camera del Lavoro di Napoli e  diventa l’anima delle lotte operaie in un momento in cui l’occupazione delle fabbriche sembra annunciare una rivoluzione che PSI e CGL non intendono guidare. Forti della violenza fascista, i ceti padronali passano al contrattacco. Tentando di uscire dall’isolamento, Cecchi si dichiara contrario all’astensionismo elettorale, ma è sospeso dalla Frazione Comunista. Il 1921 nasce all’insegna dei licenziamenti, con padroni e fascisti sempre più aggressivi. Cecchi coglie i segnali della bufera e replica con estrema durezza:

«Per una istituzione operaia violata, cento palazzi borghesi grideranno il nostro odio e la nostra ferma vendetta. Tale è la volontà chiara e precisa dell’organizzazione di classe napoletan[63].

Il sindacato però affronta la battaglia diviso e solo. Il 29 gennaio, rientrato nei ranghi, Cecchi apre la riunione in cui nasce la sezione napoletana del PCdI. Presente ovunque nelle lotte, tiene corsi di formazione sindacale per i quadri e il primo maggio, quando i fascisti attaccano i manifestanti e uccidono il ferroviere Giuseppe Spina, è con Bordiga in testa al corteo. Le sconfitte però fanno male e il suo compito è proibitivo. Presente ovunque nelle lotte, tiene corsi di formazione sindacale per i quadri e il primo maggio, quando i fascisti attaccano i manifestanti e uccidono il ferroviere Giuseppe Spina, è con Bordiga in testa al corteo. Le sconfitte però fanno male, lo scontro si fa ideologico  e Cecchi è preso tra due fuochi: da un lato i socialisti, infastiditi dal ruolo preminente dei comunisti, dall’altro i dirigenti del PCdI, per i quali il sindacato non segue la linea del partito. Il 3 febbraio 1922, dopo alcuni licenziamenti, Cecchi è contestato dai lavoratori. Costretto allo sciopero generale, benché il sindacato sia troppo debole per una prova di forza, subisce una disfatta in cui le minacce fasciste hanno un ruolo decisivo[64]. Ci sarebbe bisogno di una riflessione collettiva sull’autonomia del sindacato, per la quale lotta il giovane sindacalista invece giungono l’attacco personale – Cecchi ha una vita privata sfarzosa – e la bordata contro

«gli opportunisti, i cacciatori di stipendi, gli spostati in cerca di fortuna, che quasi sempre antepongono agli interessi del partito la propria utilità pratica, la propria carriera economica e politica»[65].

L’epilogo è già scritto: un’inchiesta sul tenore di vita di Cecchi, voluta da Ugo Girone, dirigente del Partito e futura spia, si chiude con l’esonero da ogni incarico di partito[66].  Il sindacalista non si difende. Lascia la Camera del Lavoro e il Partito che ha contribuito a fondare, riprende gli studi, alla fine del 1924 si laurea in legge e prova a dedicarsi alla professione, ma a settembre del 1925, la presenza all’incontro tra Bordiga e Gramsci e l’iniziativa in memoria dei martiri del fascismo, che organizza con Mutarelli, la casa di Castellammare assalita dagli squadristi, ci parlano di un militante attivo e spiegano la condanna al confino nel dicembre del 1926 e l’accusa di sovversione che da Lipari lo conduce in catene al carcere di Siracusa, dove resta fino al 16 agosto 1928, quando il Tribunale Speciale lo assolve[67].
Scontata la pena, il ritorno a casa alla fine del 1929 è l’inizio di una nuova via crucis: sorveglianza soffocante, divieti e ripetute angherie. Sposata l’ostetrica Tullia Tommasi, Cecchi tenta si trasferisce a Napoli con lei e si laurea di nuovo, stavolta in lettere e filosofia. Una breve esperienza da procuratore legale si risolve in un fallimento e la scelta di insegnare, che il regime naturalmente ostacola, lo condanna alla precarietà. Nel 1933 lo ritroviamo supplente a San Benedetto del Tronto, ma il futuro gli offre una sola certezza: i periodici arresti, le improvvise perquisizioni e una miseria alleviata solo dal ricavato delle lezioni private che riesce a procurarsi. Nel 1935, per evadere dalla gabbia invisibile in cui è costretto a vivere, in una lettera a Mussolini, Cecchi si dice pentito:

«Io mi sento vicino a voi come nel ‘14 ad Ancona dove quasi profeta colpiste l’idra di tutti gli intrighi e di tutto l’affarismo politico: la massoneria. […] In sei anni sono vissuto di rinunzie e di miserie. Un diploma di maestro, una laurea in Legge ed una in Filosofia potevano procurarmi un pane più tranquillo, attraverso l’inchinamento supino e cieco. Non è stato mai possibile. Io volevo comprendere, volevo sentire […]. Voi Duce mi avete dato la luce e a voi ritorno con cuore aperto e ferma fede. […] Io sono ritornato a voi che esprimete il diritto, l’onore e la forza rinnovatrice dell’Italia»[68].

Troppo improvvisamente «fascista» per essere sincero, Cecchi non convince l’Alto Commissario Pietro Baratono, che, però, rifiutando la riabilitazione dell’ex Segretario della Camera del Lavoro di Castellammare di Stabia e di Napoli, annota:

«Il Cecchi è disoccupato […] ed impartisce qualche lezione privatamente ritraendo così i mezzi di vita. Per i suoi precedenti non si ritiene opportuno, almeno per ora, di accogliere integralmente le istanze […]. Ho […] dato disposizioni perché la vigilanza sul suo conto sia contenuta in forma saltuaria e riservata».

Un varco si è aperto, ma non basta. Nel 1938, in vista di un concorso magistrale, l’ex sindacalista firma con uno pseudonimo una raccolta di lezioni rivolte ai candidati, maestri «della nuova Italia» e a marzo 1940 chiede la tessera del Partito fascista ma a Napoli i fascisti non gli credono e il 25 febbraio 1941, oltre un anno dopo la richiesta la domanda è respinta per indegnità morale e politica. Il 18 marzo 1941, però, sentita la Polizia politica, che da tempo ha allentato la vigilanza, Ministero e Questura decidono la radiazione, nonostante il parere negativo del partito. Raffaele Scala, ottimo biografo di Cecchi, si è giustamente chiesto come valutare la condotta del militante. Cecchi, in definitiva,

«ha ceduto o ha scelto la via indicata dal suo antico amico e fondatore del PCd’I, Amedeo Bordiga, che espulso dal partito nel 1930 […] ha ritenuto necessario attendere il ricrearsi di nuove situazioni per ricominciare […]?»[69].

La parola cedere, da un punto di vista etimologico, è figlia di due verbi che esprimono concetti diversi tra loro. I Romani, infatti, particolarmente attenti ai meccanismi logici di selezione e scelta delle parole, per dire soccombere, non reggere allo sforzo, cessare la resistenza, rassegnarsi al destino o farsi da parte, utilizzavano il verbo «cedĕre», una parola piana che, in senso figurato, poteva significare anche desistere dalla lotta perché persuasi dalle ragioni del contendente o dall’evidenza dei fatti. Nulla di cui vergognarsi, quindi. Se si trattava, invece, di «scambio» o di «vendita», allora si utilizzava il verbo «cèdere», parola sdrucciola che contiene un’implicita condanna morale, se in vendita c’è la dignità. Cecchi non vende nulla, né i compagni, come Aldo Romano, né la sua coscienza e commetteremmo un errore se usassimo la parola piana latina; a ben vedere, poi, non sarebbe esatto nemmeno ricorrere a quella sdrucciola, perché oggi sappiamo che l’uomo non ha «ceduto», ma ha lottato mimetizzandosi, viaggiando abilmente su un duplice binario – professata adesione, clandestina opposizione – e ottenendo una vigilanza meno soffocante. Seguiamolo, perciò, l’altro Cecchi, quello autentico, che la Polizia politica non ci racconta, il militante che non si nasconde dietro le necessarie menzogne del supplicante e non esce stravolto dai malevoli ricordi di compagni che vincono nel duro scontro interno all’antifascismo.
Come ricorda Rocco D’Ambra, che trova conferma negli attenti studi di Alessandro Höbel, tra gli antifascisti che, con l’amnistia del 1932, riprendono i contatti tra militanti dei gruppi che la reazione ha disperso, ci sono anche Cecchi e i compagni della frazione intransigente stretti intorno a Bordiga. Non solo intellettuali, perché con Cecchi ci sono  anche portuali e operai di Barra e Ponticelli. Nei primi anni Trenta, entrato in un gruppo clandestino con Eugenio Mancini, Antonio Baldaro e i fratelli Libero ed Ennio Villone, futuri combattenti delle Quattro Giornate, Cecchi prende parte alla redazione e alla diffusione di due opuscoli sulla situazione politica mondiale. Nel 1937, poi, «Enzo», efficiente spia dell’Ovra, segnala «gli esponenti della sinistra comunista […] organizzati attorno a Cecchi come sezione della Quarta Internazionale»[70]. Agli anni Quaranta Cecchi giunge con una rete di contatti clandestini che vanno da Ludovico Tarsia, braccio destro di Bordiga, al prof. Giacomo Cicconardi, primario all’ospedale degli Incurabili, molto legato a Federico Zvab, al gruppo Spartaco, di cui racconterà la storia con lo pseudonimo di Anteo Roccia[71]. La caduta di Mussolini, lo trova in prima linea con i compagni maggiormente legati a Bordiga, ma tra i militanti per i quali i partiti organizzati spesso non esistono, c’è ancora l’intesa sufficiente perché Cecchi, Tarsia in Curia, Nicola Pasqualini e Libero Villone rispondano alle misure di ordine pubblico imposte da Badoglio con un appello per la pace e la democrazia firmato assieme al comunista ortodosso Paolo Ricci[72].
Dopo la rivolta, i militanti comunisti, che in patria e all’estero si sono opposti al regime da posizioni diverse tra loro, si ritrovano uniti in un partito che ricomincia a vivere pubblicamente. C’è chi ignora la mutevole linea ufficiale del Pci, chi la conosce e in essa si riconosce, chi l’ha subita, rifiutata ed è stato espulso e ci sono reduci della guerra di Spagna, che sono giunti ad affrontarsi con le armi. Per Cecchi e i compagni a lui più vicini, le posizioni assunte dal gruppo che guida, o pretende di guidare, il partito sono inaccettabili. Due incidenti danno subito la misura di quanto profonde siano le divisioni. Al tramonto del 30 settembre, Cecchi, che ha ancora in mano il fucile, è sconcertato dagli incontri dei partiti con Leopoldo Piccardi, redivivo ministro del Governo Badoglio e quando tra loro giunge Giuseppe Cenzato, il Presidente dell’Unione Fascista degli Industriali di Napoli, lo mette bruscamente alla porta. Il sindacalista ha messo nel conto le proteste dei moderati, ma si indigna, quando Eugenio Reale, segretario federale del PCI, non solo difende il fascista ma, come vedremo, è pronti ad assicurare il suo ambiguo patrocinio anche al Prefetto Soprano del quale molti comunisti chiedono la destituzione.
Sui rapporti da instaurare con Badoglio e con gli Alleati, sul ruolo del sindacato, sull’epurazione e, in definitiva, sul Paese da ricostruire, il dissenso appare bene presto irrimediabile e i margini di mediazione si rivelano così stretti da provocare una breve ma significativa scissione. Per l’ala togliattiana, Cecchi e compagni sono «notoriamente bordighisti» e seguono «una linea politica […] disorganica, diametralmente opposta a quella del Partito Comunista». Per loro conto, Cecchi, Russo, Villone e gli esponenti della sinistra, si sentono estranei a un partito che a loro modo di vedere ignora il valore della democrazia interna e della rappresentanza degli iscritti, impone alla base dirigenti calati «dall’alto», scende a patti con i partiti e le forze borghesi e in ultima analisi non è comunista. Cecchi finirà ben presto fuori da un partito che non sente suo, perché, a suo modo di vedere, ignora il valore della democrazia interna e della rappresentanza degli iscritti e impone i dirigenti «dall’alto». Molti decenni dopo, Mario Palermo racconterà che verso la fine del dicembre 1943 l’unità è ricostituita, ma è una versione dei fatti a dir poco parziale. In realtà, mentre i  ritorni all’ovile non sanano i dissensi, le espulsioni e le scomuniche alienano simpatie appena conquistate e allontanano militanti. E’ uno sperpero di risorse che costerà caro[73].
Cecchi, finito definitivamente fuori dal partito di cui è stato fondatore, continua la sua battaglia nel sindacato, che a novembre 1943 comunisti e socialisti dissidenti mettono in piedi asiem agli azionisti, riunendo varie categorie di lavoratori. Nascono così gruppi dirigenti eletti dalla base, un Segretariato meridionale della Confederazione Generale dell’Italia liberata, strutture sindacali e Camere del lavoro che rivendicano il valore costruttivo del lavoro, rifiutano il salvataggio dei fascisti, non intendono fare da cinghia di trasmissione del partito e non riconoscono

«al governo […] il diritto di prendere provvedimenti in materia economica erogando compensi incontrollabili a favore della borghesia industriale, compensi che inevitabilmente dovranno costituire oneri del proletariato»[74]

Un sindacato in cui hanno un ruolo significativo i combattenti delle Quattro Giornate, sicché non è un caso che Cecchi torni a guidare la Camera del Lavoro di Castellammare di Stabia, Abbate rappresenti i ferrovieri, il combattente Francesco Paolo Carlucci diriga gli impiegati e alla testa della Camera del Lavoro di Napoli, tra i cui dirigenti troviamo i combattenti Federico Zvab e Libero Villone, sia eletto il partigiano Vincenzo Iorio, un operaio già arrestato ad agosto a Cappella Cangiani. Un recente saggio ha ricostruito con perizia la sconfitta di Antonio Cecchi, Enrico Russo e la loro CGL e qui non serve tornarci, se non per segnalare un dettaglio dello scontro riferito da Norman Lewis, agente del controspionaggio inglese e «sincero antifascista», il quale, chiedendo a Eugenio Reale di fargli finalmente i nomi dei fascisti clandestini, nella primavera del 1944 si vede consegnare un pezzo di carta sul quale il dirigente del PCI, ha «scritto i nomi dei quattro uomini più pericolosi di Napoli e quello di un giornale sovversivo che andava soppresso». Purtroppo, annota l’ufficiale,

«i nomi sono risultati essere quelli di Enrico Russo, capo dei trozckisti e dei suoi luogotenenti, Antonio Cecchi, Libero Villone e Luigi Balzano. Il notiziario fascista di cui mi ha parlato Reale è un foglio dei comunisti di sinistria Il Proletario. Tutta fatica sprecata. Dovevo immaginarlo»[75].

L’ultimo intervento di Antonio Cecchi, quale dirigente sindacale, risale all’agosto del 1944, quando la «CGL rossa», per la quale si è invano battuto, è costretta a confluire nell’organizzazione guidata da Di Vittorio. In quella occasione il sindacalista presenta due ordini del giorno in cui ribadisce i temi di fondo della sua concezione del sindacato: un’organizzazione apertamente classista, garante di una unità reale dei lavoratori, che riaffermi il principio dell’autonomia delle Camere del Lavoro. Cecchi, però, benché Di Vittorio provi a trattenerlo, per non perdere un prestigioso dirigente del movimento operaio meridionale, non aderisce alla CGIL, come fanno, del resto, Russo e Libero Villone[76].
Nella seconda metà del 1944, lo ritroviamo a Napoli, alla costituzione della Frazione di Sinistra dei Comunisti e dei Socialisti Italiani, che tenta di unificare i diversi gruppi d’opposizione. Nasce così un gruppo che fa capo a Cecchi, Russo e Iorio e raccoglie circa mille iscritti. Strenuo nemico della politica d’unità nazionale, dopo la liberazione del Nord stabilirà contatti con il Partito Comunista Internazionalista, poi lentamente scivolerà ai margini della vita politica. Con la consueta coerenza, però, nel marzo 1945, quando il Prefetto e il Comitato di Liberazione Nazionale lo nominano Commissario prefettizio dell’Azienda Autonoma di Cura e Soggiorno, rifiuta l’incarico che giunge da Istituzioni che ha combattuto[77].
La storia di Cecchi nella «Repubblica nata dalla Resistenza» è storia di stenti e dignità. Dà lezioni private, conta sull’aiuto della moglie, partecipa con Bruno Fortichiari, Arrigo Cervetto e Onorato Damen alle iniziative del gruppo bordighiano di sinistra, nato a Napoli, il 1° settembre del 1951, in seno al Partito Comunista Internazionalista, finché il gruppo si scinde. Docente precario fino al 1956, quando insegna da incaricato materie letterarie alla «Pasquale Scura», il 1° giugno 1957, è docente di materie giuridiche presso l’Istituto Tecnico Commerciale «Masullo» di Nola e presso l’«Enrico de Nicola» di Napoli. Nel 1962, per accedere al minimo della pensione, chiede e ottiene dal Ministero un prolungamento della sua attività di docente fino al 1965, quando compirà 70 anni. La morte giunge il 1° ottobre del 1969, poco prima che il neofascismo riporti alla ribalta i fascisti inseriti nei gangli della repubblica e nella Milano insanguinata dalle bombe fasciste Marcello Guida, ex direttore della colonia penale di Ponza e Ventotene, in cui è stato prigioniero, si presenti alla televisione per accusare Valpreda, mentre Pinelli vola giù dalla Questura che Guida dirige. Fino alla fine ha frequentato

«gruppi d’irriducibili in un bar di Piazzetta Matilde Serao, trasformato in un covo di rivoluzionari. […] Sulla sua immaginetta fatta stampare dalla famiglia in seguito alla sua morte si legge: Antonio Cecchi fu grande idealista, studioso di problemi politici e sociali, fu combattente per la libertà, per l’emancipazione delle classi lavoratrici e per il progresso sociale. Subì persecuzioni e sofferenze che egli sempre affrontò con forza e serenità. Professore di Lettere, di Filosofia e di Diritto, profuse nella scuola tesori di intelletto e di sapere, fu apprezzato e stimato da superiori e colleghi, fu amato e venerato dai discepoli che ne esaltarono l’ingegno e la cultura. Ora ha chiuso la sua vita terrena lasciando nei suoi cari un gran vuoto e un inconsolabile dolore»[78].

Note

[1] ACS, CPC, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., lettera proveniente da Kharkov, spedita al confinato dalla moglie Varia l’11 novembre 1938 e tradotta dal russo per la polizia da Valentina Dolgher.
[2] Andrea Graziosi, L’Urss da Lenin…, cit., pp. 417-19. A proposito del terrore, Graziosi osserva che “una volta penetrata la sua logica, esso ci appare […] una gigantesca opera di ‘pulizia’ decisa dall’alto, che seguiva due strade: l’eliminazione dei ‘detriti’ ostili lasciati dalla costruzione del socialismo […] e quella di ogni quinta colonna potenziale in vista della prossima guerra. […] Ciò spiega […] il peso determinante che vi ebbero le nazionalità collegate a stati esteri, le persone che avevano contatti con l’estero […] e gli stranieri, inclusi gli emigrati politici: molti dei comunisti rifugiatisi in territorio sovietico […] presero allora la via delle carceri o del Gulag”. Ivi, p. 425. Sulla sorte degli italiani nella Russia sovietica, si veda Elena Dondovich e Francesca Roghi, Italiani nei lager di Stalin, Laterza, Roma-Bari, 2006.
[3] ACS, MI, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, nota n. 12.2 del 19-5-1938 inviata da Antonio Contursi, comandante della Tenenza Scali della Legione Territoriale dei Carabinieri Reali di Napoli, alla Regia Questura e, per conoscenza, al Comando del Gruppo Interno dei Reali Carabinieri di Napoli.
[4] ACS, CPC, b. 3781, f. “Patriarca…”, profilo biografico.
[5] Ivi, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., nota n. 12.2 cit.
[6] Ibidem, nota n. 12.2 cit.
[7]  Ibidem.
[8] Ibidem e Rosa Spadafora, Il popolo…, cit., p. 27.
[9] ACS, Confino, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., nota n. 12.2 cit.
[10] Ivi, ordinanza del 29 maggio 1938, emessa dalla Commissione Provinciale per l’assegnazione al Confino di Polizia composta dal vice Prefetto, Gennaro Sannino, dal Sostituto Procuratore del Re, Beniamino Patrone, dal vice Questore Umberto Palma, dal comandante Gruppo Interno dei Carabinieri, Ulderico Berengo, da Michele Bellocci, Seniore della M.V.S.N e da Avallone Raimondo con funzioni di segretario.
[11] Il carattere “preventivo” della repressione di massa, osserva Graziosi, fu quello “più discusso ai vertici. Stalin sottolineava nella sua copia della ‘Pravda’ i passaggi sul nemico interno” e “persino i filatelici furono tra le subcategorie del terrore”. Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin…, cit., p. 425.
[12] Silverio Corvisieri, La villeggiatura di Mussolini: il confino da Bocchino a Berlusconi, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004.
[13] ACS. MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., Lettera della moglie Varia datata Kharkov 11 novembre 1938.
[14] Ivi.
[15] Ibidem, nota senza data e provenienza, ma spedita certamente da Kharkov l’11 novembre del 1938. Stupisce il fatto che nelle lettere dei familiari di Patriarca non si ritrovi cenno alla terribile carestia di qualche anno prima, sulla quale si veda Andrea Graziosi, Lettere da Kharkov: la carestia in Ucraina e nel Caucaso del nord nei rapporti dei diplomatici italiani, 1932-33, Einaudi, Torino, 1991.
[16] ACS, MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., lettera della moglie Varia dell’11 novembre 1938.
[17] L’alleanza della Russia con la Germania fu conseguenza diretta di gravi scelte politiche dei Paesi occidentali. Com’è noto, il “Cremlino provò a costruire un’alleanza militare che scoraggiasse Hitler”, ma non trovò alcuna disponibilità. Londra, infatti, che sperava in un conflitto tra Germania e Russia, “non mandò il suo ministro degli esteri a condurre i negoziati a Mosca, ma un addetto militare” al quale “non fu conferito il mandato per trattare”. Le conseguenze furono naturalmente tragiche, perché, come osserva Service, “se Stalin aveva sinceramente pensato a un’alleanza con le democrazie occidentali, ora sapeva di non poter contare su di loro”. Robert Service, Storia della Russia nel XX secolo, Editori Riuniti, Roma, 1999, pp. 278-79. Sulla vicenda si vedano Michael Jabara Carley, 1939: l’alleanza che non si fece e l’origine della seconda guerra mondiale, La Città del Sole, Napoli, 2009, e Andrea Graziosi, L’Urss di Lenin…, cit, pp. 447-49, che si ferma però quasi esclusivamente sulla politica estera di Stalin.
[18] ACS. MI, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 793, f. “Patriarca…”, cit., lettera inviata a Nicola Patriarca dalla moglie Varia il 15 ottobre 1939.
[19] Ivi.
[20]  Ibidem, lettera di Nicola Patriarca spedita da San Costantino Calabro il 9-2-1941.
[21] ACS, Confino, b. 991, f. «Talimberti Carmine».
[22] Ansaldo, cit.
[23] ACS, Confino, b. 282, f. «Eduardo Corona»; Zvab, cit., pp. 86 e 94; Manlio Rossi Doria, La gioia tranquilla del ricordo. Memorie (1905-1934), il Mulino, Bologna, 1991, pp. 197-198; Marino, Memorie di un comunista napoletano, pp. 95-96, in AICSR Fondo Biografie Comunisti Napoletani, Carte Gaetano Marino, b. 3, f. 5. Rippa, cit., pp. 8-10; ACS, MI, PS, 1930-1931, Partito Comunista, Affari per Provincia, b. 429, verbale di interrogatorio di Giorgio Quadro, 2-7-1931; CPC, b. 416, f. «Eduardo Corona».
[24] Ansaldo, cit., p. 5.
[25] Antonio Cafasso, Alla Federazione Comunista napoletana e pc all’Interregionale e alla Sezione di Ponticelli, p. 3, in AICSR, FBCN, b. 1, f. 1.
[26] Ansaldo, cit., p. 3.
[27] ACS, Confino, b. 700, f. «Mutarelli Federico»; Spadafora, cit., I, pp. 700-701.
[28] Ansaldo, cit., p. 4.
[29] Mutarelli prese l’iniziativa assieme ai dirigenti della Camera del Lavoro Tommaso Borraccetti, Enrico Russo e Antonio Cecchi, futuro partigiano delle Quattro Giornate. Ivi, ACS, Confino, b. 700, f. «Mutarelli…», cit.
[30] Ansaldo, cit., p. 6, Zvab, cit., pp. 73 e 86 e 94; CPC b. 3471, f. «Federico Zvab».
[31] Aragno, Antifascismo popolare…, cit.
[32] ASN, QG, Sovversivi radiati, b. 98, f.  «Morello Canzio di ignoti», notedel 12 e  del 19-1-1925.
[33] Dal discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925.
[34] ASN, QG, Sovversivi radiati, b. 98, f.  «Morello Canzio di ignoti», lettera inviata a Mussolini dalla moglie del marittimo, Gelsomina Pernice.
[35] ANPINA b. 1, f. «Arresti 22-8-1943. Archiviazione».
[36] Rippa, cit., p. 9;  Luigi Mazzella, I miei ricordi di Partito, p. 4, in ANPINA, b. 4, f. «Mazzella Luigi».
[37] ANPINA b. 1, f. «Arresti 22-8-1943. Archiviazione».
[38] Incredibilmente la formazione tecnica della polizia della Repubblica fu affidata a Guido Leto, ex capo dell’OVRA, la polizia politica fascista.
[39] ASN, PG, V2, b. 126, f. «Associazione Nazionale Partigiani… », cit., nota del 6-11-1947.
[40] Ivi, Sovversivi radiati, b. 83, f. «Lionetti Volga fu Ernesto», note del 14-2 e 28-8-1952 e nota del 12-7-1955.
[41] Ivi, nota del 17-6-1952.
[42] Ivi, nota del 21-7-1953.
[43] Ibidem, nota 103318/30-6-1955 e nota senza numero del 12-t5-1958.
[44] Franzinelli, Nicola Graziano, Un’odissea partigiana. Dalla Resistenza al manicomio, Feltrinelli, 2015, pp. 10 e 14.
[45] Ripigliando, «Soviet»,  6-2-1921. ACS, CPC, b. 3596, f. «Onorato Mario»; De Janni, p. 112; ASN, QG, III Serie (1919-1932), b. 822, f. “Congresso di Livorno”.
[46] Nicola Lovero, Verso le elezioni, Ivi, 10-4-1921.
[47] Tornato libero, Bordiga rifiutò di rientrare nel Comitato Esecutivo. Al Congresso clandestino di Lione, nel 1926, la Sinistra fu messa in minoranza dal gruppo centrista, ligio alle disposizioni sovietiche. Sempre più isolato, Bordiga guidò la sinistra internazionalista fino alla condanna al confino. nell’isola di Ustica, dove assieme a Gramsci contribuì a organizzare la vita dei prigionieri. Gradualmente emarginato, il 20 marzo 1930 fu espulso. Aveva difeso Trotsky, nonostante le divergenze che li dividevano.
[48] Spriano, cit., 7, parte I, cit., p. 153; Anteo Roccia (Cecchi Antonio) L’attività del gruppo Spartaco contro il fascismo e la guerra durante il periodo mussoliniano e fino all’armistizio, «Il pensiero Marxista», Bari, 3 e 10-6-1944, 2 e 27-7/1944, riportato da Cortesi, La Campania dal fascismo alla repubblica…, cit., p. 187; De Janni, p, 360;  D’Ambra, cit.[49] ASN, GQ, Sovversivi radiati, b. 102, f. «Onorato Mario»; Cortesi, La Campania dal fascismo alla repubblica…, cit., p. 187; Anteo Roccia (Antonio Cecchi), L’attività del Gruppo Spartaco contro il fascismo e la guerra durante il periodo mussoliniano e fino all’armistizio, in «Il Paese Marxista», Bari, 10-6, 2-7 e 22-7-1944.
[50] A nulla sono valsi i generosi tentativi di Francesco Ruotolo, giornalista e storico esponente della sinistra napoletana, che ha fatto circolare un dossier intitolato «Armando Donadio: il partigiano dimenticato», provando invano anni fa a fare intitolare una strada al combattente.
[51] Testo del volantino lanciato su Napoli da bombardieri Alleati durante un bombardamento del 1943, conservato in ANPINA, b. 3, f. «Fotografie Monumento allo scugnizzo e varie». 
[52] L’anarchico Aristide Donadio, molto legato a Raffaelina Parocchia, che faceva parte del gruppo anarchico «Vincenzo Perrone», espatriò nel 1931 e fu tra i primi ad arruolarsi nelle Brigate Internazionali. Combatté nella Colonna Italiana e dopo la sconfitta dei repubblicani passò in Francia. Internato ad Argelès-sur-Mer, dove aderì al gruppo «Libertà o morte», fu poi confinato a Ventetone e infine a Renicci d’Anghiari. Dopo l’armistizio, partecipò alla Resistenza nel Nord del Paese. Testimonianza rilasciata a chi scrive dal nipote Aristide Donadio; Aicvas, La Spagna nel nostro cuore (1936-1939). Tre anni da non dimenticare, Tipografia Botti, Milano, 1996,  pp. 171-172; Fausto Bucci, Simonetta Carolini, Andrea Tozzi, Rodolfo Bugiani, Gli antifascisti grossetani nella guerra civile spagnola, La Ginestra, Follonica 2000; Gargiulo, cit., p. 267; Ilaria Poerio, Vania Sapere, Vento del Sud. Antifascisti meridionali nella guerra di Spagna, Istituto Ugo Arcuno, Cittanova, 2007, p. 238. ACS, Confino, b. 370, f. «Donadio Aristide». La compagna di Arisitide Donadio morì a Salerno alla fine del 1969. «Umanità Nova», 31 gennaio 1970, e Ditionnaire des militants anarchistehttp://militants-anarchistes.info
[53] Il tenente Donadio nella memoria di Vasaturo, «Il Mattino» (?).
[54] Attestato del Fronte Nazionale della Liberazione. Comando Gruppo Combattenti Italia, firmato il 20-6-1945 dall’azionista Pasquale Schiano.
[55] Lo “Stalag XVIII-A / Z” era un sub-campo per prigionieri di guerra situato a Spittal an der Drau, 62 miglia a ovest dal Campo principale, lo “Stalag XVIII-A” che si trovava invece a sud della città di Wolfsberg, nella regione austriaca della Carinzia del sud, allora facente parte della Germania nazista. Il campo di Spittal divenne un sub-campo di Wolfsberg, nel gennaio 1943 e al suo interno, nel mese di marzo del 1943 fu costruito il Lazzaretto «Camp Hospital». Nel novembre del 1943, cominciarono ad arrivare nel campo anche prigionieri italiani. I tentativi di fuga furono numerosi. Ufficialmente, il campo principale fu liberato da elementi della VIII Armata britannica in data 11 maggio 1945. In realtà i prigionieri avevano assunto il controllo del campo l’8 maggio, il giorno della resa tedesca. Quel giorno il Comandante tedesco Steiner, consegnò il controllo del campo al più anziano tra gli ufficiali medici inglesi e subito dopo prigionieri francesi e inglesi, disarmate le loro guardie, presero il controllo della sala d’armi del campo, dell’Ufficio postale, della stazione ferroviaria e della stazione di polizia. Mason W. Winne, Prisoners of War, Howard KarlKippengerg, Wellington, 1954, pp. 234-255.
[56] Relazione medica e testimonianza firmata il 21-9-1966 dal dott. Baldo Pirisi, docente presso la Clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Genova, e compagno di prigionia di Donadio a Spittal Drau.  
[57] Donadio riceverà una Croce al merito di guerra, una per l’internamento in Germania e un diploma d’onore ai combattenti per la libertà d’Italia 1943-45. La documentazione relativa alle decorazioni e alla pensione del Donadio mi è stata fornita in copia dal figlio di Armando Donadio, Aristide, a cui sono sinceramente grato. 
[58] Sergio Luzzatto, La crisi dell’antifascismo, Einaudi, Torino, 2004, p. 8.
[59] Clemente Maglietta, Ottobre 1943: la scissione dei comunisti campani, e Idem, La scissione di Montesanto. Una crisi a Napoli nel PCI, alla fine del 1943, in AICSR, Fondo Maglietta, b. 7, f. 29. Mario Palermo, Memorie di un comunista napoletano, Dante & Descartes, Napoli, 1998, pp. 109-110.
[60] «Avanguardia», 13-12-1914; «Soviet», 22-5-1921. Buona parte delle notizie su Antonio Cecchi sono ricavate dal prezioso lavoro di  Raffaele Scala, Antonio Cecchi: storia di un rivoluzionario, «Storia e Società», n. 2, 2008, rivista edita in Castellammare di Stabia.
[61] Grandiosa manifestazione per il 1° maggio, «Soviet», 14-5-1919;  Scala, cit.
[62] Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, Bari, 1972, I, p. 28; Antonio Barone, Piazza Spartaco. Il Movimento operaio e socialista a Castellammare di Stabia 1900-1922, Editori Riuniti, Roma 1974, pag. 64-66.
[63] «Soviet», 3-4-1921.
[64] Raffaele Colapietra, Napoli tra dopoguerra e fascismo, Feltrinelli, Milano, 1962, pp. 176-180.
[65]  Ortensia De Meo Bordiga, Moniti e propositi, «Soviet», 18-2-1922.
[66] Ugo Girone arrestato nel 1928, accetterà di diventare una spia . Il suo nome è inserito nella lista dei confidenti dell’OVRA. «Gazzetta Ufficiale» n. 145, luglio 1946, cit.
[67] ACS; MI DGPS, AGR, Confino politico busta 229, f. «Informazioni sul conto di Antonio Cecchi, 23 dicembre 1926»; Antonio Barone, Gramsci e Bordiga. Uno storico incontro, Cultura e Territorio n. 9, 1992, pp. 133-140; Ansaldo, cit., p. 5.
[68] Ivi, lettera a Mussolini del 20-9-1935.
[69] Antonio Guido Sarnico, L’ideale educativo e la formazione spirituale del maestro della nuova Italia, Edizioni La Corrente, Milano, 1938. Scala, cit.
[70] Gli opuscoli si intitolavano La crisi economica mondiale e Prospettive mondiali. Palermo, cit., p. 124; Francesco Giliani, Fedeli alla classe. La CGL tra occupazione alleata del Sud e “svolta di Salerno” (1943-45), produzione propria, 2013, p. 76. Per Mancini ed Ennio Villone, riconosciuti partigiani combattenti dalla Commissione Regionale, si vedano le schede n. C445 e 6655 in RICOMPART. Baldaro e Libero Villone non chiesero riconoscimenti alla Commissione, ma i testimoni della loro partecipazione sono numerosi, autorevoli e di parti politiche contrapposte. Schiano, cit., p. 153; Alexander Höbel, L’antifascismo operaio e popolare napoletano negli anni Trenta. Dissenso diffuso e strutture organizzate, e Aragno, Dietro le parole. L’antifascismo: i volti, le storie, entrambi in Chianese, Fascismo e lavoro a Napoli. Sindacato Corporativo e Antifascismo popolare, Ediesse, Roma, 2006, p. 241. «Enzo» è l’ex confinato comunista Luigi Villani, il cui nome compare nell’Elenco nominativo dei confidenti dell’Ovra, cit. p. 18. 
[71] A parte gli stretti legami di Cecchi con quasi tutti i membri del gruppo e le numerose testimonianze, Rocco D’Ambra, uno dei più obiettivi tra quanti vissero in prima linea quegli anni, nel descrivere le varie formazioni antifasciste, ricorda «il gruppo di spartachiani con Antonio Cecchi», il quale in effetti è l’anima del gruppo. Anteo Roccia, lo «storico» della piccola formazione antifascista e il più informato di tutti, non parla mai di Cecchi, ma quando inserisce tra i militanti «il mio indimenticabile fratello Camillo» è evidente che non si sta riferendo a un inesistente Camillo Roccia, ma a Camillo Cecchi, morto proprio in quei giorni. D’Ambra, cit., p. 5; Anteo Roccia, «Il Pensiero Marxista», Bari, 2-7-1944.
[72] Ivi, 27-7-1944.
[73] «Il Risorgimento», 28 e 30 ottobre 1943.
[74] Giugno 1944, ordine del giorno presentato da Nicola Di Bartolomeo al Convegno della CGL e approvato all’unanimità.
[75] Ivi e Norman Lewis, Napoli ’44, Adelphi 1998, p. 175. Banale e inattendibile appare la spiegazione di Maurizio Valenzi, che condivise quella difficile esperienza e spiega il comportamento di Reale con l’intenzione di «giocare un tiro beffardo a quel giovanotto inglese in divisa indicandogli quattro improbabili nomi di cospiratori». Quasi che in quei mesi cruciali il Sud e Napoli in particolare, non avessero da affrontare il drammatico problema della defascistizzazione Maurizio Valenzi, C’è Togliatti, Sellerio, 1995, p. 127.
[76] ASN, PG, II Versamento, b. 588, f. “IV-7-2-198- 1944-45”, sf. “Torre Annunziata. Camera del Lavoro”, nota senza n. del 3-3-1944; Scala, cit.
[77] Ivi.
[78] Ibidem.

Blog dei Pazzi, 21 gennaio 2021

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Ieri avevo scritto queste poche parole per Mimmo Lucano:

Caro Mimmo,
quando la legalità cancella la giustizia, le persone oneste, coraggiose e coerenti finiscono fatalmente agli arresti e c’è un solo nome adatto agli imputati che commettono i reati che tu hai commesso: perseguitato politico.
Le ragioni per cui cui sei stato colpito tu, sono le stesse per cui furono arrestati e condannati uomini come Antonio Gramsci. Tu oggi ti aggiungi alla nobile schiera degli antifascisti. Sei anche tu un perseguitato politico e finora purtroppo – per quanto è dato sapere – ti fanno compagnia Lavinia Cassaro, l’insegnante di Torino brutalmente licenziata e Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, cinque operai della Fiat di Pomigliano, licenziati anch’essi perché non hanno voluto barattare la dignità con il principio fascista dela fedeltà all’azienda.
Come per loro, anche per te, finora ho sentito tante, troppe parole di solidarietà, ma nessuno ha tradotto in un gesto concreto questa parola bellissima, per la quale tu stai soffrendo e di cui sei un maestro. Ho aspettato invano un tuo collega che non ti stesse vicino a parole, ma riprendesse nella sua città il lavoro che tu sei stato costretto a interrompere a Riace. Nessuno l’ha fatto.
Credo di non sbagliare se immagino che nelle mille difficoltà del momento che vivi, questa solitudine sia la più grande delle tue amarezze. Io non ho nessun modo per seguire il tuo esempio, se non questo: scrivere quello che penso. Mattarella non ha strumenti legali per intervenire? Può darsi, ma questa legalità che ha divorziato dalla giustizia gli imponeva di fare la sola scelta compatibile con il suo mandato: dimettersi. Non lo ricorderemo tra gli antifascisti.

Le avrei pubblicate qui sul mio Blog, da sole, quando mi è giunta, con la richiesta di dare massima diffusione, una lettera inviata da Massimo Napolitano a Paola Esposito e Antonio Di Maio, genitori del ministro Luigi Di Maio. La metto assieme al mio messaggio per il sindaco di Riace e mi domando fino a quando assisteremo indifferenti all’omicidio della democrazia che si commette ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Mi chiamo Massimo Napolitano. Sono uno dei cinque licenziati FIAT di Pomigliano che dopo la sentenza della Cassazione ha definitivamente  chiuso con la FIAT.
Sono un operaio e sempre questo ho fatto, lavorare con le mani. Non so fare altro. Questa lettera è stata scritta con l’aiuto di compagni che hanno più confidenza con la penna di me. Sono pensieri miei,  condivisi con i compagni che sono stati licenziati insieme a me.
Perché siamo stati licenziati? Perché ci siamo permessi di criticare la politica aziendale dell’allora amministratore delegato, Sergio Marchionne. L’abbiamo fatto inscenando il suo finto suicidio. Perché si suicidava? Per il rimorso. Per il rimorso delle tragedie personali che la sua politica aziendale aveva determinato in molti di noi e tra le nostre famiglie e che aveva portato al suicidio di due nostri compagni: Peppe De Crescenzo e Maria Baratto. E al tentato suicidio di diversi altri.
I piani industriali di Marchionne hanno risanato i debiti della FIAT e hanno fatto guadagnare montagne di soldi agli azionisti, ma per gli operai sono stati una catastrofe. La metà di noi è stata a cassa integrazione per anni e l’altra metà ha lavorato con ritmi inumani.
Io ero stato trasferito a Nola nel 2008 insieme ad altri 315 operai. Eravamo tutti “limitati fisici”, per patologie maturate in anni di lavoro sulle linee di montaggio, o “sindacalizzati” che per il padrone è la malattia più grave che un operaio può avere. Il nostro era un reparto dove stavamo li a fare niente. Per chi mastica un po’ di cose di fabbrica sa che uno stabilimento che non produce niente è prossimo alla chiusura. E noi vivevamo questa drammatica attesa con i quattro soldi che ci venivano dati per la cassa integrazione, aspettando la chiusura. Qualcuno di noi non ha resistito, dopo un po’ sono iniziati i problemi in famiglia, la depressione, l’isolamento, fino alla scelta senza ritorno di farla finita. 
Il finto suicidio di Marchionne è avvenuto nello stesso giorno dei funerali di Maria Baratto. Eravamo esasperati e arrabbiati. Morivano nostri compagni e nessuno se ne fregava. L’unica cosa che valeva era il rilancio della FIAT, la conquista dell’America. Marchionne era il personaggio più osannato dai politici, dai giornalisti. Cosa contavano due operai morti e la sofferenza silenziosa di migliaia di altri? Niente.
Abbiamo scelto di denunciare quello che stava succedendo utilizzando un’arma pacifica. Non siamo stati violenti, non abbiamo organizzato picchetti e manifestazioni. Forse perché siamo napoletani, abbiamo utilizzato le vecchie armi di Pulcinella, accusare il responsabile dei nostri guai con lo scherzo. Quelli che ne sanno più di noi la chiamano satira.
Non lo sapevamo ancora, ma anche questo non ci era consentito. Mettere al centro di una rappresentazione il nostro capo, anche se fuori dallo stabilimento non ci era consentito. Ci hanno dato addosso la stampa, i giudici, la FIAT. Ci hanno accusato di aver intaccato la dignità dell’amministratore delegato. Abbiamo verificato praticamente che in una società dove si dice che siamo tutti cittadini, ci sono persone che sono più cittadini degli altri. Due compagni morti valevano meno della “dignità” di un padrone.
Siamo stati condannati alla miseria della disoccupazione. Quando abbiamo cercato di far conoscere la nostra situazione abbiamo preso altre mazzate. L’ultima è stata quella di essere stati allontanati da Roma per due anni con quello che chiamano un Daspo. Cosa avevamo fatto? Anche qui nessuna violenza, siamo saliti su un tetto di un palazzo pubblico di Roma per attirare l’attenzione. Tre parlamentari del partito 5 Stelle sono venuti a parlare con noi e a darci la loro solidarietà. Subito dopo siamo scesi e le guardie ci hanno fermati e portati per ore in questura. Dopo il Daspo.
Ho capito che c’è poco da fare per gente come me in Italia. Si, molti dicono che le cose stanno cambiando, ma io tutti questi cambiamenti non li vedo. Ho lottato nel mio piccolo contro quelli che oggi chiamano i “poteri forti” e sono stato stritolato. Oggi che i “poteri forti” sono sotto accusa, sono sempre io e quelli come me a prendere le bastonate.
Mi dispiace. Abbandonare i compagni è brutto. Abbandonare il mio paese mi riempie di malinconia. Ma io non posso più rimanere qui. I miei figli e mia moglie sono già partiti. Forse hanno capito prima di me che non era aria per gente come noi. Sabato parto anch’io. Me ne vado in Inghilterra dove i miei figli mi dicono che è ancora possibile vivere una vita dignitosa, con un lavoro. E senza dover sempre abbassare la testa.

Agoravox, 27 ottobre 2018

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MaestraI fascisti hanno ucciso Matteotti, Amendola, Gobetti, i fratelli Rosselli e migliaia di altri inermi difensori della libertà e della dignità di un popolo.
I fascisti hanno fatto morire di carcere Antonio Gramsci.
I fascisti hanno sterminato col gas popolazioni inermi durante la guerra d’Africa.
I fascisti hanno scatenato guerre feroci senza nemmeno dichiararle.
I fascisti hanno approvato leggi razziali.
I fascisti hanno contrinuito a scatenare la seconda guerra mondiale e hanno collaborato coi nazisti nel genocidio di ebrei, omossessuali, rom, testimoni di Geova, sofferenti di disagio mentale e avversari politici.
I neofascisti hanno compiuto stragi come quelle di Piazza Fontana e di Bologna.
Fascisti e neofascisti sono dei criminali, ma sono stati sempre coperti da forze dell’ordine prima fasciste e poi molto spesso complici dei neofascisti.
Dopo Genova, le forze dell’ordine non godono della stima della popolazione, perché non hanno mai chiesto l’allontanamento dei colleghi responsabili, i quali purtroppo hanno disonorato la divisa che ancora indossano.
Il Ministero dell’Interno non può garantire la libertà di parola a organizzazioni fasciste per le quali la Costituzione prevede lo scioglimento.
Lavinia Flavia Cassaro è una docente e aveva il dovere di essere un esempio per i giovani. Maledire i complici del fascismo è un gesto  di coraggio e di virtù civile e – come accade nei momenti bui della storia – comporta il rischio della repressione. Gli antifascisti pertanto esprimono la loro solidarietà incondizionata alla docente, che è una perseguitata politica e ricordano che la reazione legittima ad atti arbitrari del pubblico ufficiale, prevista dal codice Zanardelli del 1889 fu abolita dal codice del fascista Rocco del 1930, ma è stata poi ripristinata. Tutelare l’agibilità politica dei fascisti e colpire gli antifascisti è un reato.

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«Barack Obama mantiene le promesse». Così il 23 gennaio 2009 scriveva l’«Unità». enfatizzando il cambio di rotta annunciato dal nuovo presidente.
guantanamo1 Sono trascorsi cinque anni ma sembra un secolo: il giornale di Gramsci è sparito e non esiste più nemmeno l’uomo che, due giorni dopo l’insediamento, incarnando l’«American Dream», apre il suo «New Deal», firmando «davanti alle telecamere, nello Studio ovale, l’ordine di chiusura del carcere di Guantanamo, la revisione dei casi dei 250 presunti terroristi che vi sono detenuti e la sospensione dei processi militari».
Insediando Obama, i vertici USA confessavano al mondo che il sogno americano era stato per anni un tragico incubo ma, allo stesso tempo, poiché il copione non cambia e se dici USA intendi «bene che vince sul male», ecco il miracolo: «alla Cia e a tutte le agenzie coinvolte nella lotta al terrorismo viene impartito l’ordine di rispettare i metodi di interrogatorio previsti dal manuale delle forze armate, che escludono l’uso della tortura». Basta con Bush, quindi, basta con la ferocia di un presidente «che ancora nel 2007 aveva esentato la Cia dall’obbligo di rispettare quelle norme». Un messaggio chiaro: è vero anche gli USA possono sbagliare, ma c’è sempre un eroe che rimette le cose a posto e fa trionfare la giustizia.
Guantanamo, ordina Obama «dovrà serrare i battenti entro un anno. Intanto, nel giro di un mese, una task force proporrà al presidente varie opzioni sui luoghi in cui trasferire le persone che vi sono recluse, ed esprimerà pareri sul modo in cui gestire in futuro la prigionia di eventuali altri sospetti terroristi». Obama e la sua «squadra» lo sanno bene: la fiducia del mondo vacilla di fronte a una vergogna senza fine. Ora, però, tutto è cambiato. Ora alla Casa Bianca c’è l’uomo di colore buono e si finge di non ricordare che un «bad black power» è già stato alla Casa Bianca: Condoleezza Rice, prima donna afroamericana e seconda persona di colore a ricoprire la carica di Sottosegretario di Stato degli USA, dopo Colin Powell, primo afroamericano in assoluto in quel delicato ruolo, non hanno insegnato nulla e il mondo ci giura: non c’è più spazio per la cattiva politica alla Casa Bianca. Obama, il nuovo che avanza, ha immediatamente «ordinato di liquidare la rete di prigioni segrete della Cia all’estero. Molte di queste si trovano in Europa, dove presunti terroristi sono transitati clandestinamente e illegalmente prima di essere trasferiti a Paesi terzi in cui la tortura viene ammessa o tollerata. Una vergogna tripla: per il Paese destinatario, per quello che si è prestato a fare da tramite e per gli Stati Uniti».
E’ difficile dire se l’«Unità» abbia chiuso anche perché raccontava ai lettori la favola di Cenerentola, ma è certo che, a rileggerla ora la storia dell’uomo di colore che fa fa trionfare il bene, non sai se ridere o piangere. Subito dopo la firma, il giornale, vero e proprio portavoce di Obama, spiegava il significato «rivoluzionario» dei provvedimenti riportando pari pari le parole del Presidente: «il messaggio che stiamo mandando in giro per il mondo è che gli Stati uniti intendono proseguire la lotta in corso contro la violenza ed il terrorismo. Lo faremo mantenendoci vigili. Lo faremo efficacemente. Lo faremo in un modo che è compatibile con il nostri valori e i nostri ideali». A fianco dell’uomo di colore, Hillary Clinton che, prendendo servizio al Dipartimento di Stato, non esitava ad affermare: «è iniziata una nuova era per l’America» e si appellava al «potere dell’intelligenza», per raggiungere i propri obiettivi, «ristabilire l’immagine dell’America nel mondo e rafforzare la sicurezza degli Stati Uniti». Non a caso, aggiungeva il giornale, «una delle prime iniziative della nuova responsabile degli Esteri, è stato un colloquio telefonico con il presidente palestinese Abu Mazen», al quale la Clinton promette «di lavorare per una pace durevole in Medio Oriente».
Il tempo è giudice implacabile. Guantanamo è ancora lì, uguale a se stessa, incubo medievale e rovescio della medaglia del sogno americano. La vergogna continua, a dimostrazione che il problema non era Bush; in quanto alla pace, la situazione è sotto gli occhi di tutti, ma – quel che è peggio – anche la pace sociale è a rischio nel cuore dell’impero e gli USA guidati dal presidente afroamericano, trattano da terroristi i paria di colore, com’è nella tradizione del razzismo a stelle e strisce. In fondo il Paese non è mai cambiato: una pallottola in canna è sempre pronta per Martin Luther king, ma gli USA continuano a proclamarsi poliziotti del mondo. Senza parlare, però, il video dell’ultima sparatoria della polizia di Saint Louis racconta a quanti fingono di non saperlo chi sono davvero i custodi della civiltà occidentale.

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machiavelliA proposito del Principe di Machiavelli, Gramsci osservò che «le masse popolari dimenticano i mezzi impiegati per raggiungere un fine, se questo è storicamente progressivo e risolve i problemi essenziali dell’epoca». Per giudicare della «virtù» del Principe, quindi, occorre tempo per capire se abbia saputo parare i colpi della «fortuna». Si metta l’animo in pace, perciò, chi si scandalizza per il colpo vibrato da Renzi all’amico Letta. Paladino del merito, intanto, un merito Renzi ce l’ha: ha usato per bussola Machiavelli. Sarà stata un’impresa da Giuda, la sua, ma ai moralisti risponderà che i tempi – e quindi gli uomini – sono così «tristi», che ha dovuto decidersi a «intrare nel male». Il punto, perciò, non è se abbia colpito a tradimento. Conta che la condizione delle cose lo richiedesse e abbia inferto il colpo con una «crudeltà bene intesa». Conta, per esser chiari, che i fatti dimostrino, poi, che s’è trattato di ferocia «necessitata», capace di volgersi a una «bontà» delle scelte, che spieghi il «male» e lo riscatti in nome del «bene comune» che ne è venuto.
In questo senso, la formazione del governo, in particolare Stefania Giannini al Miur, fortilizio su cui si leva la bandiera del merito come grido di crociati – «Dio lo vuole!» – è la prima, vera cartina di tornasole per capire se il Principe ha voluto «intrare nel male» per quella «virtù» che produce «vantaggi collettivi», o per istinto da Giuda che il «suo» Machiavelli direbbe «azione egemonica», mirata alla «gloria», non alla necessità di un «bene» che susciti consenso popolare. Un consenso, si sa, che non è «caritatevole» e disinteressato, ma risponde al criterio del «do ut des»: il tuo potere, in cambio di un minimo di benessere e giustizia sociale.
Chi provi a cercarlo, un segnale che dica sin da ora dove s’indirizzi Renzi, lo troverà nella scelta che ha seguito il colpo; una scelta che presto chiarirà se, dato il peggio di sé in ragione della «durezza dei tempi» e dei «venti della fortuna», è ora pronto a cancellare l’impressione sgradevole d’una natura opaca, sensibile all’interesse «particulare» e incapace di ricavare dal male compiuto il cambiamento che conduce al «bene». E’ vero, Stefania Giannini non si valuta su dati «qualitativi» – il Miur, di cui è titolare, gioca le sue carte su un’idea «quantitativa» della valutazione – Invalsi e test, Anvur e «mediane» – e non bastano i valori di riferimento, che, non c’è dubbio, conducono alla famigerata «Agenda Monti», a criteri di «revisione della spesa pubblica» che diventano «tagli», alla detassazione delle sovvenzioni private a università e scuole che non hanno più accesso a fondi pubblici, al «prestito d’onore» come forma di finanziamento privato degli studi, che nei paesi anglosassoni consegna troppi giovani all’indebitamento a vita e al ricatto del «debito si studio» e, infine, alla dottrina Aprea sulla privatizzazione del sistema. Stefania Giannini, docente universitaria di glottologia, si valuta anzitutto coi parametri bibliometrici adottati dal Miur per i docenti.
Il Corsera e Wikipedia – che in tema di politici è più realista del re – ci dicono che la Giannini, glottologa e linguista, è diventata docente Associata all’Università di Perugia dal 1991, quando contava solo su una monografia scritta con una collega. Per carità, nessun giudizio di valore (il Miur non chiede alle Commissioni per l’abilitazione alla docenza di leggere i libri) solo un rilievo oggettivo: con le regole imposte oggi dall’Anvur – bibbia del Ministero – il suo lavoro, che sarà certamente un modello di scienza e innovazione, non le avrebbe dato la cattedra e la carriera, che l’ha poi vista rettrice dell’università di Perugia, ne sarebbe stata segnata, tanto più che, in seguito, assieme ad alcune «curatele», la ministra ha scritto una sola nuova monografia. Non c’è dubbio e va detto: sarebbe davvero stupido discutere del valore di Stefania Giannini in base a questi dati. Sarà studiosa di indiscutibile talento. Sta di fatto, però, che proprio in questo modo stupido l’università valuta oggi gli studiosi. E la ministra lo sa.
Per un governo che leva il vessillo della «cultura del merito», il tema della valutazione diventa a questo punto contraddizione grave e problema grande come una casa. O ha scelto Stefania Giannini in ragione di questa esperienza diretta, con l’intento di correggere le distorsioni di un sistema di valutazione dannoso e inefficiente, o Renzi e Giannini vendono fumo e l’ultima preoccupazione del governo è il sistema formativo. Fosse così, Letta politicamente ucciso e Giannini al Ministero di Carrozza, per dirla col maestro di Renzi, sarebbero «crudeltà male usate», offese che non evitano mali maggiori, non superano la dimensione dell’egoismo e non creano condizioni di miglioramento. Fosse così, stia certo Matteo Renzi, «appena si presenterà l’occasione del proprio profitto», la gente, ingannata, romperà l’impegno di fedeltà con «colui che inganna» e invano il Principe starà sul chi vive, sempre necessitato a tenere il coltello in mano». Il duca Valentino, privo di«virtù», perirà, travolto da quella«fortuna» che ha in odio i vili e non perdona i Giuda, tutte le volte che il tradimento si dimostra inutile. Con lui, purtroppo, cadrà però il Paese senza colpo ferire e all’Europa, che egli afferma di voler cambiare, sarà «licito pigliare la Italia col gesso», come fece Carlo VIII.  Non è un’esagerazione e nemmeno polemica politica. E’ la «realtà effettuale», direbbe Machiavelli: il PD del Principe rischia di portarci molti secoli indietro.

Uscito su Liberazione.it il 25 febbraio 2014 e su Fuoriregistro 1i 26 febbraio 2014

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ImmagineIl Parlamento vive ormai di ricatti e Letta è il vero protagonista del degrado morale e dello sfacelo politico della Repubblica. Dopo Alfano, è toccato a Cancellieri: impunità in cambio della sopravvivenza del governo. Meglio, per certi versi molto meglio, la delinquenza politica aperta, col capo che si assume la responsabilità dei crimini – «se il fascismo […] è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione!» –, sfida i deputati – «fuori il palo e fuori la corda!» – e apertamente minaccia: «state certi che nelle quarantott’ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l’area». In questa maniera di aggredire il Parlamento e il Paese, c’è un nemico che ti dichiara guerra.
Noi non abbiamo di fronte né una destra nemica che si firma, né una sinistra debole perché separata. Renzi e D’Alema non sono certo Bordiga e Gramsci, giganti contrapposti, e nella polemica astiosa non senti la stima per l’avversario, narrata da ammirati testimoni oculari: «Caro  Antonio, tu ti fai influenzare dalla filosofia di Benedetto Croce… Non sono mai stato un crociano; piuttosto in te, Amadeo, si vede bene che affiora l’ingegnere». Nessun lampo di occhi febbricitanti, nessun palpito di animo nobile prigioniero in un corpo deforme, contrapposto a una durezza teorica estrema che sa, tuttavia, essere umana e cortese con l’avversario tanto più valoroso, quanto più debole malato. Noi non abbiamo contro né il pensiero d’un filosofo, foss’anche Giovanni Gentile, né l’audacia di un reprobo socialista, egocentrico e violento, giunto dalla piazza al palazzo. A noi toccano «sinistri» pentiti e preti più o meno spretati, mezze calze senza cuore e cultura, privi persino dell’illusione allucinata, che fu per un attimo il sogno presto abortito d’una generazione tirata su a «biberon di sangue», tra baionette e shrapnel, nelle trincee della «grande guerra» tra potenze industriali. A noi tocca una gentaglia incolta, che non ha nemmeno il nero coraggio degli «arditi»; ci fa fronte la viltà d’una soldataglia mercenaria e senza sogni, addestrata a esser forte coi deboli nei rari rischi di «guerre umanitarie», che si combattono per lo più contro  civili inermi, lungo le vie del petrolio e i bui canali della droga. L’attacco ci viene da chi baratta miseria morale con interesse di bottega, chi ha per manganello il ricatto e per olio di ricino il «metodo Boffo».
Letta ed  Epifani non si sono nutriti alla scuola dello spirito fondante di Gentile o all’idea di società gerarchica che vive nella perizia giuridica di Rocco, nell’ideologia corporativa e nell’aberrante, ma «politico» slogan del Duce: «tutto per lo Stato, nulla al di fuori dello Stato». Epifani e Letta volano rasoterra e lo confessano: sanno di fare scelte vergognose, ma una passione ignobile – la libidine di potere – gli impone di garantire la fiducia e chi non ha titoli per meritarla. Mussolini, alla resa dei conti, si appellò al suo «amore sconfinato e possente per la patria», Letta si limita a ricattare il suo partito: anche se è una vergogna, questo governo è tutto ciò che sappiamo esprimere, è il «nostro governo», colpisce la povera gente, ma per noi e per i nostri interessi è una scelta senza  alternative. Gli interessi personali e quelli del PD. La gente gli ha votato contro al governo delle ammucchiate, la gente non lo voleva, questo governo della paralisi, e tornerebbe a dirglielo chiaro se non glielo impedisse la legge Calderoli, di gran lunga peggiore di quella del fascista Acerbo. Letta lo sa e perciò non la cambia. Attende di escogitarne una più disonesta.
Siamo a questo. Peggio delle peggiori pagine della nostra storia. Un Parlamento di «nominati», eletto con una «legge truffa» che da anni si dovrebbe cambiare e non si cambia mai; un ministro dell’Interno che o ignora il diritto d’asilo o le malefatte del suo Ministero; la Guardasigilli colta sul fatto, mentre ricambia l’amicizia di un amico latitante in Svizzera; un Presidente della Repubblica che ha fatto carte false per non rendere pubblico il contenuto delle sue conversazioni con un imputato per reati in cui spunta la mafia. Degli ultimi tre Presidenti del Consiglio, Letta è una nullità incline alla megalomania – «après nous le déluge» ripete ad ogni piè sospinto per ricattare il Parlamento – Monti è senatore a vita per meriti ignoti e, massacrati i diritti dei lavoratori, passa alla storia per la concezione reazionaria del governo che ha funzione pedagogica rispetto al Parlamento e in quanto al terzo, Berlusconi è un pregiudicato che tiene in piedi il governo.
Inutile girarci più attorno: occorre organizzare una nuova Resistenza, civile e pacifica, se possibile, come quella di Genova in questi giorni o, se non ci si lascia altra via, degna di quella che seppero fare i nostri nonni. Se nel volgere di pochi mesi lavoratori, giovani, precari, disoccupati e sfruttati non risponderanno alla inaudita violenza delle classi dirigenti, provando a spazzare via la peggior classe dirigente della nostra storia, di noi si dirà che ci meritammo ciò che avemmo e che fu colpa nostra se i padroni ci ridussero in servitù.

Uscito su Report on line e su Liberazione il 22 novembre 2013

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l43-rajoy-121228162920_medium[1]Che l’associazione a delinquere celata dietro la “grande democrazia” europea ci stia conducendo ad un moderno fascismo è sempre più evidente. Mariano Rayoi, per fare un esempio, non si limita alla cantilena dell’austerity e non si contenta di giustificare il suo iniquo rigore col terrorismo del “deficit che salirebbe all’11%”. Come Monti, anch’egli domanda “comprensione” al Paese, in nome del “pensiero unico” e della ricetta prescritta dagli usurai di Bruxelles, ma appena la piazza dissente, ecco la polizia, i lacrimogeni e la repressione scatenata contro i milioni di disoccupati prodotti dai suoi amici banchieri. Mentre taglia e tassa per aiutare le banche e promette una crescita che, per opera e virtù dello Spirito Santo, “produrrà occupazione”, Rayoi, al quale il potere fa l’effetto del vino, riconduce la Spagna a un moderno franchismo.
E’ bastato che a Madrid una giovanissima “indignata” twittasse Antonio Gramsci, ed eccola accusata di incitamento alla violenza. Denunciata dalla polizia postale, il suo grave reato ha assunto connotati tragicomici: la ragazza, infatti, è stata interrogata per aver postato su Twitter alcune celebri frasi scritta tra il 1919 e il 1920 su “L’Ordine Nuovo”: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza“. Il giornale era critico verso il PSI, ma il Partito Comunista Italiano, del quale Gramsci sarebbe poi diventato il leader, non era ancora nato e nato non era ancora nemmeno il fascismo. Di Antonio Gramsci, morto di carcere duro dopo anni di galera fascista, eroico comunista, maestro di pensiero politico, di coerenza e coraggio rivoluzionario per intere generazioni di giovani, oggi si studiano il pensiero e le opere in mille università del pianeta.
Chi ha assistito con crescente preoccupazione alla violenza ingiustiicata delle forze dell’ordine nelle piazze di tutta Europa e ha avuto modo di riflettere sulla triste sceneggiata dei lacrimigeni partiti a Roma dal Ministero della Severino, non si meraviglia di quello che accade e si attrezza alla difesa della libertà politica messa in discussione da una guerra di classe scatenata dall’alto. Meraviglia piuttosto la meraviglia ipocrita della stampa borghese e degli immancabili benpensanti. Non è un caso che nella Spagna di Rayoi, della Bicciè, dell’Unione Europea, di Monti e della finanza, Gramsci torni ad essere “pericoloso per l’ordine pubblico“. La storia del movimento operaio semina il panico tra i padroni.

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Se un 25 aprile di “liberazione” nasce malato di suggestioni autoritarie, forse non è un paradosso in una città che vive solo di luce riflessa, dimentica di se stessa e della sua storia, tra la spazzatura che si rassegna e il confronto elettorale che appassisce, si svuota e cede alla tentazione del plebiscito. Nella città di Amendola, il 25 aprile dovrebbero tornare alla mente Matteotti, Rosselli, Gramsci e Gobetti e invece mai come oggi si ricordano le ultime, amare riflessioni di Gaetano Arfè, napoletano e maestro di tante generazioni, che intuì la minaccia incombente e ci ammonì: “fortunato il paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, ha scritto Brecht. Io aggiungo: sciagurato il paese che non sa rimanerne degno.

“Scuola e Resistenza”, numero unico del “Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola”, uscì quando la sorte del fascismo era ora ormai segnata e l’impegno morale era soprattutto quello d’una vittoria che non fosse vendetta. Nella copia che ho qui davanti, tra le mie mille carte, la data non si legge, ma è sicuro: il giornale uscì alla macchia fra giugno e luglio del 1945. Quattro facciate fitte, articoli scritti col sangue e la passione civile: il ricordo commosso di docenti caduti lottando contro la barbarie fascista, la questione ormai attuale della “epurazione dei libri di testo fascistizzati”, l’invito a sfidare il regime morente, “macabro fantasma” che si sforza di delinquere per credersi e affermarsi vivo – “Non giurate! […] Insegnanti! Opponete un incrollabile rifiuto” – il sogno di “un’Italia risorta” in cui la scuola “sarà il fondamento, l’elemento innovatore” perché “l’educazione forma l’uomo vero ed eleva il popolo; essa è l’unica condizione di libertà e di eguaglianza e di progresso”. Ancora si combatteva, ma a Napoli i partigiani delle Quattro Giornate conoscevano già la delusione del dopoguerra e i giudici fascisti, tutti scampati all’epurazione, erano già al lavoro. Oggi si vede il danno ma non c’è rimedio, la storia l’inventa Pansa e nessuno ricorda più, ma Eduardo Pansini, pittore e partigiano, padre di quell’Adolfo caduto combattendo tedeschi e fascisti, su al Vomero, alla Masseria Pezzalonga, era stato chiamato a rispondere dei suoi “misfatti”: violazione di domicilio il capo d’accusa. Per sparare ai tedeschi aveva sfondato la porta di casa d’un fascista.

Oggi si vede chiaro. Quell’Italia risorta fu messa subito sotto processo e c’è chi, come me, se li ricorda ancora i manifesti elettorali con l’ex federale Sansanelli in corsa alle elezioni ormai repubblicane. Qui da noi, oggi, nella città che avviò la lotta armata contro la dittatura, basta guardarsi attorno: la scuola pubblica è ferita a morte. Non è cosa da poco. E’ il confine tra la civiltà repubblicana e la rinnovata barbarie che vedi all’orizzonte. In quanto al resto, è paradossale, ma l’epurazione che non fece il comunista Togliatti, è diventata l’ossessione d’una destra che ha smarrito se stessa e quel senso dello Stato di cui menava vanto. Passa sotto silenzio, ma è per certi aspetti sconvolgente, l’iniziativa dell’onorevole “Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici”, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca.

Storici improvvisati versano lacrime strumentali sul “sangue dei vinti”, leader d’una presunta sinistra recitano il “mea culpa” non si sa bene per quali colpe, la Costituzione nata dalla Resistenza è calpestata ed è passata una riforma della scuola, per la quale davvero si potrebbero usare le parole che scrivevano nel 1945 gli insegnanti in armi, pronti alla battaglia decisiva contro la dittatura: “L’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva e libera l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni; ma il fascismo temeva il popolo; voleva il gregge, la massa, la folla, da sfruttare, da gettare al macello. Allora comprò letterati e falsi profeti, per traviare l’opinione, tarpare le ali al libero ricreatore insegnamento”. Era il 1945, ma diresti sia oggi. “L’insegnante fu asservito e domato colla miseria, l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva e la gioventù crebbe informata a principi falsi, a ideologie assurde e funeste come si voleva. L’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato”. Attuale, sì. E sfido a capire quando. Ieri o domani?

Gli articoli sono tutti anonimi – era in gioco la vita – ma il nome dei caduti conduce spesso al Sud, a quei professori della nostra terra coinvolti nella Resistenza e caduti per mano nazifascista. Oggi un napoletano avrebbe fatto fatica a partecipare: prima che ai tunisini, il suo “fora d’ì balle” Bossi l’ha dedicato a noi. Un solo “pezzo”, l’ultimo, un “Appello”, reca in calce una firma – Luisa, maestra e partigiana – e si rivolge alle compagne di lavoro per incitarle alla lotta: “Uniamoci, ribelliamoci, seguiamo l’esempio delle colleghe più ardite, aiutiamole nella loro e nostra lotta, altrimenti saremo indegne di partecipare alla vita della futura scuola dell’Italia libera”.

Non saprò mai chi fosse Luisa, ma ci giurerei: tornerebbe a scriverlo oggi questo suo coraggioso appello e muterebbe solo poche parole. “Per difendere – correggerebbe – il futuro dell’Italia libera”. E occorrerebbe ascoltarla questa nostra dimenticata e coraggiosa maestra. Tutto, in questi giorni bui, tutto, dalla riforma Gelmini al progetto di legge Carlucci, al razzismo leghista, tutto sembra chiamare davvero a una resistenza civile. E mentre cresce l’ingiustizia sociale e in nostri giovani non hanno futuro, ti pare di ascoltare la voce dei nostri grandi maestri, la voce di Giovanni Bovio, filosofo e principe del foro napoletano che, vedendo avvicinarsi la bufera, così implorava governanti e giudici: “I chierici ci fecero dubitare di Dio; i signori feudali ci fecero dubitare di noi stessi, se uomini fossimo o animali; la borghesia ci fa dubitare della patria da che ci ha fatti stranieri sulle terre nostre; per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro. Non fate noi delinquenti e voi giudici!.

E’ tanto che si aspetta. Troppo. Ora, però, basta guardarsi attorno, in questa nostra città nobile e sventurata, ed è subito chiaro: non c’è più molto tempo.

Uscito su Repubblica (Napoli) il 23 aprile 2011

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Un Paese ipnotizzato dal circo mediatico e dall’infinita querelle sulle vicende giudiziarie di Berlusconi, non presta molta attenzione alle mille, preziose notizie che la controinformazione riesce a far filtrare con intelligenza e coraggio attraverso le maglie del conformismo. Giorni fa, Iside Gjergji ci ha raccontato d’una scelta inquietante e rivelatrice del Presidente del Consiglio, che il 7 aprile “per consentire un efficace contrasto all’eccezionale afflusso di cittadini extracomunitari nel territorio nazionale“, ha dichiarato per decreto lo “stato di emergenza umanitaria nel territorio del Nord Africa (G.U. n. 83 del 11-4-2011)“.
Tragica, nella sua essenza comica – non si capisce quale Paese sia il Nord Africa e l’Italia non può dichiarare lo stato di emergenza in un altro Stato – l’anomalia giuridica ha le mille ombre sulle quali acutamente si ferma la studiosa, ma è anche un fatto da archiviare a futura memoria. Un fatto, uno dei tanti sui quali prima o poi gli storici si affaticheranno, per tentare di leggere il tempo che viviamo. Cronaca drammatica che scandisce il senso della nostra esperienza umana, ma allo stesso momento storia, possibile chiave di lettura d’un futuro che non conosciamo e che sarà il presente di chi, dopo di noi, si troverà a pagare i nostri conti. Un fatto, la tessera d’un mosaico da comporre, di cui non vediamo il disegno complessivo, ma del quale s’intuiscono i volti enigmatici e le ombre. Fatti muti, che troveranno mille parole domani, quando lo storico potrà interrogarli. E ai fatti, non a caso, si appella da tempo, per tirarli da ogni parte, per metterli in ombra o sovraesporli, una classe dirigente decisa a chiudere i conti col futuro, manipolando il presente e mistificando il passato.
Mettiamola agli atti e cataloghiamola, la dichiarazione che segue, e teniamola in evidenza, perché anche di questo dovranno tener conto domani gli storici, quando interogheranno lo sfascio e ricostruiranno la miseria morale del tempo che viviamo: “Quello dei libri di testo è un tema che ricorre spesso; penso che, in generale, nei libri di testo non debba entrare la politica ma una visione oggettiva di fatti e soprattutto di eventi storici“. Lo afferma l’avvocato Gelmini e sarebbe facile l’ironia sui sacerdoti del merito, per domandare dove siano le conoscenze teoriche, le competenze specifiche e le esperienze maturate sul campo dal “ministro“, che fa sua la delirante “iniziativa della parlamentare Gabriella Carlucci che chiede una commissione parlamentare d’inchiesta per verificare l’imparzialità dei libri di testo scolastici“, senza porsi il problema dell’imparzialità di un intervento parlamentare in tema di libertà d’insegnamento e ricerca. Sarebbe facile, l’ironia, se l’anomalia del decreto sullo stato d’emergenza del Nord Africa e l’attacco a storici e docenti non fossero i rovesci d’una stessa medaglia e non costituissero un tentativo di avere mano libera quando si compiono misfatti e assicurasi un’impunità che vada ben oltre la questione giudiziaria. Un’impunità che superi di gran lunga i rischi d’una innocenza strappata illegalmente in tribunale. Un’impunità “orwelliana“, che privi di cittadinanza la “memoria storica” e tolga alle classi subalterne il fondamento stesso sul quale si costruisce l’intelligenza critica. Quel fondamento per cui la rabbia disperata diventa consapevolezza nella ribellione e talvolta si fa rivoluzione.
Qui non basta ricordare, come a buon diritto fa l’accademia, che la “Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea“, si occupa da tempo dei problemi dell’insegnamento della storia nella scuola e nell’università. Ne fanno fede i convegni, i dossier sulla storia nelle scuole, quello su storia contemporanea e autonomia didattica e, per citarne uno, il saggio sulla Storia Contemporanea tra scuola e università. Manuali, programmi, docenti, curato da Giuseppe Bosco e Claudia Mantovani e stampato da Rubettino nel 2004.
La questione vera sono i “fatti” e la democrazia sostanziale che essi contengono nel momento in cui si fanno materia di ricerca e depositari delle mille verità della storia. Mille, non una, senza proprietari esclusivi, senza padroni, senza preclusioni, senza verità di fede. “Politica“, come “politiche” sono, in senso lato, le attività del pensiero umano e con esse l’insegnamento,
Una classe dirigente, che muove guerra alla Costituzione e riduce il Canale di Sicilia a una trappola in cui annegare diritti umani e rabbia dei popoli oppressi, può provare a imbavagliare gli storici, ma non potrà cancellare la storia. Persegua, se può, il suo intento sanguinario, faccia a pezzi il diritto internazionale, perché, come scrive lucidamente la Gjergji, intende “depotenziare le rivolte e la spinta di cambiamento in Tunisia, Egitto e in tutto il Medio Oriente“. Ricordi, però: sono i fatti a raccontare la storia. I fratelli Rosselli, uccisi da ferro prezzolato, Gramsci incarcerato, superarono sbarre e confino politico, sconfissero malattia e morte e nessuno poté fermarne il pensiero. Non si ingabbiano le idee e un ragazzo lucidissimo l’altra sera, in un’assemblea, me l’ha ricordato: noi siamo pochi, ma pochi spesso hanno cambiato il mondo. Noi siamo pochi e diverremo molti. Non servirà a nulla addossare a storici e docenti la responsabilità della tragedia che state costruendo.
Avevamo un patto fondante, si chiamava Costituzione ed era “borghese” come s’era voluto che fosse. Bene o male, l’avevano scritta col sangue i nostri nonni sui monti partigiani e l’avete violata. Rifiutammo la guerra e voi la fate. Ci facemmo democrazia parlamentare e voi ci impedite di scegliere i deputati. Volemmo una scuola statale e l’avete distrutta. Fondammo la pace sociale sul lavoro e voi ce lo negate. Vi accettammo giudici, a patto che la vostra legge valesse per tutti nei vostri tribunali, e voi legate le mani ai vostri stessi giudici e negate persino la giustizia borghese. Raccontatela voi, fin quando potrete, la vostra storia, nei termini di una legalità che cambia di momento in momento col mutare dei vostri interessi. Noi interroghiamo i fatti e ci guida un’idea di giustizia, quella che vi fa dire che siamo comunisti: la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 15 aprile 2011

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Capita spesso, avvocato, lo so, la memoria difetta, e non è solo questione di età. La malafede può fare la sua parte. Lei ha “promesso certo ed è venuta meno sicuro“, s’usa dire dalle mie parti, e, non si lamenti, ché del merito s’è fatta impropriamente una bandiera: le va meglio di quanto ha meritato. Prima di andare in frantumi con plastica evidenza, travolto dalle macerie d’un delitto infame come il crollo della Schola Armatorum dell’antica Pompei, il suo governo è stato una gigantesca fabbrica di bolle di sapone. Per questo passerà alla storia. Ora che palle e palline sono scoppiate, in alto il cuore, sursum corda, madame. Mentre fa le valigie, l’accompagni il poeta e le sia lieve il viaggio: “O campana, campana, campana / la mia favola breve è finita / la breve mia favola vana…” E’ Arturo Graf, maestro nell’evocare il pathos di vite tragiche, con un tetro ma musicale simbolismo. Le calza a pennello e si rallegri. Senza il vituperato Sessantotto e quel tanto di rivoluzione femminile che n’è derivato, la sua progettata “rivoluzione del merito” la inchioderebbe a un futuro da “Berta filava” e chissà che in questo almeno non abbia avuto ragione: noi fummo forse troppo egualitari.
Finisce in gloria, ma rimarrà immortale la sua meravigliosa prima bolla, l’aquilone variopinto che lanciò nel cielo del sistema formativo e che ora le cade rovinosamente in testa, come la disgraziata Pompei, come le mille nostre plaghe dissestate e l’intero Paese che paga il disastro del suo tragicomico governo. Era l’estate del 2008. Lei, avvocato, era ancora un’illustre sconosciuta e non s’era “fatto un nome” col massacro del sistema formativo. Presentando alla Commissione Istruzione della Camera le linee generali del suo “programma per la scuola” dimostrava saggezza: “il Paese non intende più subire inutili visioni ideologiche: ci chiede a gran voce di lasciare lo scontro politico fuori dalla scuola“. Una parte mal appresa e recitata peggio sul palcoscenico della storia. Ideologico, dall’inizio alla fine, è stata poi, di fatto, il suo governo del sistema formativo e, grazie a lei, la peggior politica s’è accampata nelle aule scolastiche cadenti. Lei ha volutamente ignorato i principi fondanti della scuola disegnata dalla Costituzione e s’è scagliata con furia integralista – Dio lo vuole! – contro i presunti albigesi. Peggio del peggior dettato tridentino che, tradotto per gli abissi della sua cultura, produsse il disastro che prede il nome di Controriforma. La Chiesa, tuttavia, avvocato, che di politica s’intende, sapeva che non si va alla guerra contro i propri soldati e si adoperò con ogni mezzo per premiare chi la difendeva. Legga avvocato. Non le farà male. Pochi libri, ma buoni. Imparerà che non è saggia politica quella che riconosce un problema, promette di affrontarlo e poi si studia di aggravarlo. Gli stipendi degli insegnanti impediscono di applicare criteri di merito al loro lavoro. “Questa legislatura – lei promise – deve vedere uno sforzo unanime nel far sì che gli stipendi degli insegnanti siano adeguati alla media Ocse“. Ed era vero. Al momento, aggiunse, “sono sotto tale media. […] Non possiamo ignorare che lo stipendio medio di un professore di scuola secondaria superiore dopo 15 anni di insegnamento è pari a 27.500 euro lordi annui, tredicesima inclusa. Fosse in Germania ne guadagnerebbe 20 mila in più, in Finlandia 16 mila in più. La media Ocse è superiore ai 40 mila euro l’anno“. Tutti sanno com’è andata. Lei e il suo governo hanno perseguito con tenacia degna di miglior causa la dottrina del “fannullonismo”. Non un voltafaccia, ma un tradimento. Lei, avvocato, non sa di che parla, non lo sapeva, non lo sa e non vuole impararlo. Lei ha creato precari, ma è nata precaria della politica e svanirà nel crollo del mondo di cui fa parte.
Le hanno messo in bocca improvvidamente parole che Gramsci ebbe a scrivere nel tormento della galera fascista e lei le ha ripetute: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza“. Bene, signora. Hanno dimenticato di dirle che il grande pensatore sardo era uno di quei comunisti che lei attacca ferocemente. Come attacca gli insegnanti, che ha voluto penalizzare e disprezzare perché le hanno opposto resistenza.
Non lo sa, non sa nulla di scuola, avvocato, e la sua nomina a ministro è anomala. Lei non è un deputato della Repubblica, perché nessun cittadino l’ha delegata e rappresenta un governo zoppo, cui mancano la fiducia e il controllo che nella nostra democrazia parlamentare esercitano Camere liberamente elette formate da rappresentanti votati dal popolo. Camere che oggi non esistono. Lo dica al suo collega Maroni: voi siete i veri e più pericolosi clandestini che circolano per il Paese. E’ nostro diritto dirlo. Ovunque, anche in quella scuola che lei ha sgovernato. In una democrazia la scuola ha natura unica e incoercibile. Non è riconducibile a “funzione d’impresa“. Dal personale amministrativo a quello direttivo, o tutto è finalizzato alla funzione docente o nulla ha ragion d’essere. Ministri compresi, avvocato, perché un ministro deve sapere che un assetto normativo non ha senso se non rafforza questa funzione. Lei, da dilettante qual è, ha fatto il contrario. Ha creduto di trasformarci in grigi travet pronti a servire, a trasmettere senza fiatare la cultura del potere dominante. La scuola, avvocato, è altro. Insegna ad imparare, produce valutazione e non può essere valutata dal governo di turno. Meno che mai dal suo, che non ha radici nella nostra Costituzione. La scuola sceglie da sola, nella più perfetta autonomia, strategie e metodi di un processo che impropriamente lei chiama “di istruzione” ed è invece di ampia educazione, quindi, “di formazione“. Occorre, se mai un Consiglio Superiore, come per i magistrati. Tutto questo le è stato sin dall’inizio estraneo e non lo capisce nemmeno ora che si accinge a sbaraccare.
Lei non lascia segni. Il nostro compito, invece, noi l’abbiamo svolto e lo svolgeremo ancora, Qualora, malauguratamente, dovesse sopravvivere politicamente alla responsabilità che ha in solido col governo per la tragedia di Pompei, che sconvolge il mondo della cultura nell’intero pianeta, bene, si prepari allo scontro. Noi andremo avanti per la nostra strada. Lei ha paura della cultura e del senso critico e fa bene. Noi la sfidiamo. Ci cacci dalle aule se ne ha la forza. Faremo scuola per strada e nelle piazze. Occupi le scuole e le piazze e vedrà nascere scuole ovunque sia possibile, nelle nostre case se necessario. Croce lo fece in pieno fascismo, scuole aprirono Bordiga e il “suo” Gramsci nelle isole del confino e scuole attivarono sulle montagne le bande partigiane, dove i giovani, cresciuti alle menzogne del regime, scoprirono la storia d’Italia manomessa dal fascismo. Faccia quel che vuole avvocato. Noi l’abbiamo avvertita: la partita è persa.

Uscito su “Fuoriregistro” il 9 novembre 2010

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