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Posts Tagged ‘Giordano Bruno’

storiadiunaladradilibri-08Purtroppo non si tratta semplicemente di fascismo e stalinismo, confuso peraltro avventatamente col comunismo. E’ che una banda di politici analfabeti, incapace di distinguere tra la storia e la sua filosofia, ha avuto l’arroganza di ergersi a giudice di aventi consegnati alla complessità del passato e pronunciare sentenze.
E’ un oltraggio all’intelligenza dell’uomo, ma oggi l’insolubile nodo del tirannicidio, la controversa memoria di Bruto e Cassio (violenti parricidi o sacri tutori delle libertà repubblicane?) non ha più ragione d’essere. Non chiederemo lumi a Plutarco, che pone Bruto accanto a Dione, ma alle marionette sedute sugli scranni del Parlamento Europeo ed essi, dall’alto della loro totale ignoranza  della vicenda umana, li collocheranno sui più sacri altari del neoliberismo o li condanneranno come criminali nemici dell’umanità.
Se questo potere nuovo – previsto a annunciato da Orwell – non finirà sepolto sotto il prezzolato ridicolo che l’ha creato, nessuno potrà mai più capire quale dignità possa toccare ai simboli vaticani dopo Giordano Bruno, Tommaso Moro, Serveto e l’Inquisizione e, per quanto acuta, non ci sarà intelligenza storica in grado di conciliare i simboli della pretesa civiltà occidentale, con la tragedia del colonialismo e la ferocia dell’imperialismo.
Si può, infatti, porre sullo stesso piano il nazifascsimo e lo stalinismo levato a simbolo del comunismo, fingendo d’ignorare la lezione di Fanon sulla degenerazione e le aberrazioni dei sentimenti umani che colonialismo e imperialismo hanno prodotto sull’idea di politica, sull’etica e sulla psicologia dei colonizzatori?
Cosa è stato e cosa è il nazismo, se non il fiore maligno seminato dal colonialismo nella mente dei colonizzatori, e come si fa a negare che tutta la storia del nazismo si riduce all’applicazione feroce contro gli europei, dei principi e dei metodi che gli europei avevano utilizzato contro tutto il pianeta sottomesso?
Stalin non c’è più. Ci sono, invece, e dettano legge i neocolonialisti, eredi diretti del nazismo. Di nuovo c’è – ed è paradossale – che oggi i criminali sono giudici dei loro reati.

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La legge delle cose è il conflitto

La legge delle cose è il conflitto

Leggo con amarezza le considerazioni di Ilaria Cucchi, la sorella del povero ragazzo ucciso dalla polizia, dopo che i giudici hanno nuovamente assolto gli imputati per la morte del fratello.
“C’è qualcuno che può spiegarmi tutto questo?”, chiede la donna, dopo che in tribunale il fratello è stato nuovamente ucciso. Per carità, chi lo nega? I giudici hanno deciso in base a una perizia, i periti in nome della scienza, le carte sono in regola e ci mancherebbe che non lo fossero. Il fatto è che storicamente il circolo vizioso che condanna le vittime e assolve i carnefici, l’associazione a delinquere che si chiama «potere costituto» e si difende con l’insieme di comportamenti omertosi e criminali che si definiscono “ragion di Stato”, sono un problema politico. Non puoi sperare di risolverlo nei palazzi della Giustizia di classe e nei tribunali dove la legge non è mai uguale per tutti.
Secondo i periti, Cucchi era moribondo già molto tempo prima che fosse arrestato. Gli scienziati non spiegano come facesse a vivere e a frequentare persino la palestra: nella perizia non c’è scritto, ma gli scienziati credono evidentemente che i miracoli possano accadere. I giudici, a loro volta, credono ai periti, alla loro scienza e ai loro miracoli. La loro scienza – quella dei giudici e quella dei periti – produce la sentenza che è un esempio perfetto di legalità senza giustizia. Una legalità rispettabile come lo furono ai loro tempi il Sant’Uffizio, i giudici che mandarono al rogo Giordano Bruno, i tribunali fascisti e gli scienziati della razza. Di riflessioni su queste cose la nostra scuola un tempo le faceva e non si trattava solo di programmi. Di queste riflessioni la scuola viveva. Ora no. La “buona scuola” di questo governo illegittimo e criminale costruisce servi e bestiame votante. Non accende intelligenze, le spegne. Ora ha un “capo” con potere ricattatorio, ha scomunicato Eraclito, bandito il conflitto e incarcerato il dissenso. Ha trasformato in scienza dell’educazione il più reazionario dei messaggi di Cristo: se ti danno uno schiaffo, porgi l’altra guancia. La scuola oggi prepara alla assegnazione e non distingue i partigiani dai terroristi.
Perché stupirsi della sentenza dei giudici? La Magistratura e la polizia hanno la loro storia. Mi spaventa piuttosto l’indifferenza della gente e forse la risposta alla domanda dolente di Ilaria Cucchi è tutta lì, in quella indifferenza. Sentenze come questa sono possibili perché chi le pronuncia sa che poi non accade nulla, che la gente non si ferma per protesta, le piazze non si riempiono per manifestare dissenso. Ognuno continua a vivere la propria vita come se nulla fosse accaduto. Vi immaginate che accadrebbe se, dopo una sentenza come questa, nessuno andasse a lavorare e si fermassero i treni, gli aerei, la distribuzione? Oggi, domani, dopodomani. A tempo indeterminato. Sindacato o no, fino al licenziamento degli autori dello scempio. Lo so, non accadrà mai, ma io mi ricordo anni in cui ci si è andati vicini. Anni in cui i lavoratori difendevano le scuole e le università e gli studenti sostenevano le fabbriche e i lavoratori. Insieme, studenti e lavoratori, erano il baluardo dei diritti. In quegli anni la scuola insegnava a ragionare con la propria testa e i lavoratori conoscevano il valore della solidarietà e la storia dei diritti.
Se ci penso, una risposta la trovo: la polizia può uccidere Cucchi quante volte vuole perché da anni i governi capitalisti hanno ucciso la scuola e le università. E glielo abbiamo lasciato fare. E allora sì, è vero, non sono stati solo poliziotti, giudici e periti a uccidere Cucchi e non sono i padroni i soli e forse i veri colpevoli della infinita sequela di lavoratori uccisi dal lavoro. Sono colpevole anch’io. Ho consentito che tutto questo accadesse.

Fuoriregistro, 8 ottobre 2016

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Non sarà l’ultima spiaggia: il conflitto dura da troppo tempo per terminare in un giorno. Dovesse andar male, non avremo perso la guerra, ma quella che si combatterà il prossimo 26 a Bologna non è certo una battaglia locale e non riguarda le scelte di un Comune: mentre le scuole statali vivono di stenti, decidere se lo Stato e gli Enti Locali possono continuare a finanziare le scuole private, per lo più confessionali, benché la Costituzione lo vieti, farlo, per di più, con un’iniziativa promossa dal basso, nella più assoluta indifferenza della politica, che ormai non ha voce quando si tratta di valori repubblicani, è cosa che riguarda non solo chi fa scuola, ma tutto intero il Paese.
Val la pena ricordarlo, per domandarsi che senso abbia l’insolito silenzio del ciarliero Napolitano: non sa, non vuol sapere, fa Ponzio Pilato e si lava le mani? Val la pena prendere atto: si possono fare tutte le chiacchiere progressiste di questo mondo, quando però di mezzo ci sono gli interessi del Vaticano, le trincee diventano immediatamente contrapposte. Senza tentare improponibili paragoni tra Presidenti eletti e silurati dai sedicenti democratici, bisognerà pur dirlo: mai come in questo caso la distanza tra il laico Rodotà, che sta coi referendari, il silente Napolitano e il clerico-moderato Romano Prodi che si schiera col privato, si è dimostrata così incolmabile; mai l’indigenza culturale del Partito Democratico è apparsa più evidente, mai più disperata la speranza di rinnovamento di chi ha creduto nel governo Letta: la ministra Maria Chiara Carrozza si è pronunciata contro i “referendari“.
S’è fatto un gran parlare del modernissimo papa Francesco, si sono visti i nostri politici far la fila proni davanti al soglio di Pietro e sgomitare nella gara tra francescani più francescani di Francesco, e lui, Francesco, il papa della “rivoluzione delle idee“, il “rinnovatore” venuto dalla fine del mondo, c’è stato servito in tutte le salse e a tutte le ore – radio, carta stampata e telegiornali – con un intento nemmeno dissimulato: farci credere che, contro la storia e grazie alla divina Provvidenza, un “uomo nuovo” possa cambiare la natura conservatrice della Chiesa: Ecco però che, dopo il copione recitato a memoria, un dato culturale insopprimibile e profondo ha inconsciamente dettato un moto istintivo dell’animo: l’esorcismo in Piazza San Pietro. Un gesto, uno solo, ha spezzato l’incanto e rivelato l’inganno. Dietro la rivoluzione francescana c’è la Chiesa di sempre, quella con le sue scuole che continuano ad avere una visione del mondo in cui trovano posto diavoli ribelli coi forconi, il limbo e il paradiso, l’inferno e il purgatorio, la rassegnazione di chi porge l’altra guancia, piega il capo, si dichiara impotente contro il potere e attende un riscatto escatologico, il miracolo, la resurrezione, il benevolo gesto di un “potere altro” che ci “doni” la salvezza: “vade retro, Satana“.
Di questo si tratta, non della comunità del compianto Don Gallo, ma di Santa Romana Chiesa, che costrinse Galilei disperato a ritrattare, della Chiesa che torturò selvaggiamente Giordano Bruno. Di questo, di una dottrina politica che è stata ed è un pilastro della reazione, di quella Chiesa che coi soldi dello Stato, nelle sue scuole, mette al bando Darwin e sottopone la scienza e la filosofia ai principi della teologia.
E’ questo che vogliamo? Questo è scritto nella nostra Costituzione?

Uscito si “Fuoriregistro“, “Report on line” e “Liberazione” (col titolo Referendum: ancora sui finanziamenti alle scuole paritarie) il 23 maggio 2013.

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All’alba di un infangato 25 aprile il rifiuto apposto dall’Università Orientale di Napoli alla richiesta degli studenti di onorare con una targa Vittorio Arrigoni, merita una riflessione.

Umano sei, non giusto“, scriveva, ribellandosi al potere che si fingeva umano, un animo mite come quello di Parini nel 1775. Ce l’aveva con l’aristocrazia che, sorda e cieca, non ascoltò né lui né altri. Il poeta non era un rivoluzionario, ma i tempi in cui viveva preparavano la rivoluzione e nessuno poté sottrarsi al corso della storia. Non fu la ferocia di chi chiedeva, ma l’ignobile insensibilità di quanti avrebbero dovuto ascoltare a decidere della sorte di chi pensava che il potere imbriglia la volontà dei popoli sicché il mondo non cambia. Cambiò, il mondo, cambiò com’era chiaro che sarebbe accaduto e teste a migliaia caddero sui patiboli, nelle piazze e sui campi di battaglia. Non lascio mai ai sogni e alle feritli utopie più spazio di quanto non sembri giusto alla mia ragione e alla mia onestà intellettuale e, quindi, non sosterrò che il cambiamento fu definitivo e la violenza produsse il regno della giustizia sociale. E’ una cosa alla quale l’orgogliosa – o, se volete, superba – difesa della mia indipendenza di pensiero mi impedisce di credere fino in fondo. Cambiò, il mondo, però, e fu migliore di quello precedente. Non me lo nascondo: non c’è certezza che il gioco delle forze economiche e le debolezze dell’umano sentire rendano duraturo e intangibile un progresso, e nel corso del tempo vichianamente credo che le conquiste della civiltà possano cedere il passo alla barbarie in un succedersi di primavere e inverni della storia; così andrà, finché uomini vivranno e mi basta la consapevolezza – ce l’ho, ma non saprei dimostrare che ho ragione – che senza lottare si perde la sola vera ricchezza nostra, l’umanità, e perciò non si vive. Per favore, fatela la vostra battaglia e non pensate che sia piccola. Non è piccola cosa quella per cui balzano in luce meridiana la rozzezza e l’insensibilità di chi governa un’istituzione millenaria come l’università. L’univeritas, che da millenni, sia pure tra mille contraddizioni, è fabbrica di pensiero critico e immagina un uomo capace di seguire le sue inclinazioni con la consapevolezza che il presente è il passato di chi ci seguirà ed ha, perciò, natura squisitamente storica. Piaccia o no a chi siede nel Senato accademico, la trincea in cui si sono ridotti rinnega la funzione per cui esistono. Arrigoni e il suo messaggio non parlano evidentemente al popolo militante, ma invitano tutti a una riflessione critica sulla storia e a una così naturale inclinazione dell’uomo che, volendola fuori dalle sue mura, l’«universitas» contraddice la sua ragion d’essere: fare del sapere un patrimonio pubblico comune, ricordando che ogni scienza è tale, solo se ricorda d’essere umana. Il vostro Senato accademico, chiuso nell’ostinato silenzio di chi non ha altre ragioni da opporre a chi gli chiede ascolto, se non quelle del potere, è fermo a una concezione del mondo che nacque a Trento con la Controriforma e impose l’abiura a Galilei, torturò e mise a morte col fuoco Giordano Bruno e creò l’indice dei libri proibiti. Eccolo il vostro reato: avete portato un libro dannato al rogo nelle vostre aule. Arrigoni, da vivo, era un militante, oggi è un dito puntato contro il potere. E’ vita del pensiero contro la morte per “ragion di Stato” e voi siete colpevoli di  lesa maestà. La targa ad Arrigoni è il libero pensiero che pretende spazio. Siatene orgogliosi e non arretrate. Se il Senato Accademico dissente, abbia l’animo di lasciare testimonianza di sé: consenta che la targa stia dov’è e l’affianchi con un’altra che manifesti le ragioni della contrarietà. Giudicherà la storia se a un cittadino del mondo l’università possa negare la cittadinanza.

La crisi del nostro mondo non è tragica per ragioni semplicemente economiche, come ci vogliono far credere i cialtroni che l’hanno provocata e ora intendono farla pagare alla povera gente. E’ una crisi assai più acuta, radicale e pericolosa: è crisi culturale. Questa scelta dell’università ne è la prova più tangibile e dolorosa. Quando il perno di una civiltà si riduce a riconoscersi nelle innovazioni del mondo economico e pretende di formare disciplinati soldati del capitale, invece che libere coscienze, non c’è altra via che la lotta. Siamo tornati molto più indietro di Parini e del suo 1775. “Umano sei non giusto”, egli scriveva allora, ma non è umano oltre che ingiusto quello che ci accade alla vigilia di un 25 aprile infangato. Tornano in mente i versi desolati di chi ha visto il volto della barbarie: “Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento“.

Il tempo della lotta non ha limiti e confini. Vive anche oggi e prima o poi trionfa. Strapperemo ai salici le cetre. S’è promesso per voto.

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Negli anni della nostra antica barbarie, quando Santa Romana Chiesa era croce di Cristo e suprema autorità secolare, il potere, a suo modo, tenne in tal conto la cultura, che scuole e università erano regno più o meno esclusivo d’ecclesiastici. Vi s’insegnavano “verità di fede” che si volevano scienza in un gergo da setta, incomprensibile ai più, che si definiva “lingua universale” ed era, in realtà, a un tempo, strumento d’esclusione del popolo dalla conoscenza, arma di repressione, e fondamento d’una gestione autoritaria della cosa pubblica. Furono tempi in cui la cultura era spesso pregiudizio o, se si vuole, opinione senza giudizio. “Dio esiste” – s’insegnava ai figli della povera gente da bambini – “e il conflitto è diabolico“. Per tutta la vita ci s’inchinava e, al prepotente, s’offriva l’altra guancia.
L’accademia, così come più tardi la scuola di Stato, nacque per bisogno d’emancipazione, in nome d’un principio nuovo che disprezzava le sciocchezze delle scuole clericali, anche se non giunse “a sollevarsi contro di loro“, come scrive lucidamente Voltaire, “perché ci sono sciocchezze che si rispettano, dal momento che hanno a che fare con cose rispettabili“. La riforma Gelmini – absit iniuria verbis, per dirlo nell’antico gergo – è un cumulo di sciocchezze scritte da persone fino a prova contraria rispettabili, che scambiano il giudizio per pregiudizio e definiscono scienza una “verità per fede“. Qual è la fede? Il liberismo, di cui riconoscono i principi e ignorano i disastri.
Ai neoplatonici che, bisturi alla mano, dimostravano con l’autopsia che la “centralina” del sistema nervoso non è il cuore ma il cervello, gli aristotelici opponevano che avrebbero creduto ai proprio occhi se il “Maestro” non avesse sostenuto il contrario. E chiudevano gli occhi. Ad occhi chiusi, i tolemaici guardarono il cielo che Galilei mostrava loro e gli minacciarono la vita; a Bruno, che vide Dio nelle cose, toccò morire sul rogo: il pregiudizio non consente opposizione e la ragion di Stato, che è cieco realismo, accusa di cecità l’utopia che pure vede il limite dell’esistente e prevede il cambiamento che verrà. A un simile, pernicioso “realismo necessario“, si rifanno i sostenitori e gli autori del disastro Gelmini e, in loro nome, Giavazzi, quando, ragionando di scuola, università e formazione, chiama dal “Corsera” alla difesa della riforma facendo appello alla “necessità“. In nome del bilancio – si dice – si tagliano i fondi e si aumentano le tasse d’accesso ma, come si sa bene una è trina è la natura divina e, per opera e virtù del Santo Spirito, ne nascerà un sostegno all’eccellenza. Certo, ci troveremo a far fronte fatalmente a una selezione che esclude il merito dei ceti subalterni, ma è noto a tutti, così funziona la meritocrazia: è il rovescio preciso della democrazia. Lo ha insegnato Young a chi ha voluto capirlo. In ragione del merito, si cancella il turnover ma ci soccorre la fede: quel che facevano bene cento giovani scienziati, meglio faranno dieci “miracolati. Da domani, l’ingresso ai ruoli universitari vedrà bussare alla porta dottori di ricerca senza borsa di studio, nemmeno l’assegno triennale di meno di mille euro al mese per gente tra i 25 e i 30 anni. Busserà chi ha beni di famiglia: l’accesso sarà per censo. Da domani, chi non soldi non potrà nemmeno conseguire una laurea. E se il dubbio è che un progetto politico, dietro questo disegno, intenda cancellare l’accademia per tornare all’università ecclesiastica della “verità per fede“, si tratta solo di un rigurgito di anticlericalismo.
Del valore dei laureati unico giudice è il cliente” scrive convinto il “cervello” dell’ignara Gelmini, sul “Corsera“, citando Einaudi, riducendo la scienza della valutazione al gradimento dell’acquirente e affidando a interessi privati le linee guida della ricerca. Torniamo a Tolomeo, che ben più mercato trovò di Galilei, e del grande pisano condividerà il destino domani un “galileiano” che veda nell’energia alternativa la tutela della salute, di fronte agli interessi del petrolio: non troverà un centesimo per andare avanti nelle sue ricerche.
Testimone diretto, e per molti versi protagonista, di questa sorta di psicodramma dei pensatori del capitalismo, Giavazzi, fermo agli anni Cinquanta del secolo scorso e inginocchiato davanti al suo altare, misura la qualità della vita sui parametri del Pil, vede la felicità del genere umano nell’andamento dell’indice Mibtel ed è fermamente convinto che la somma aspirazione di un uomo sia quella di subordinare le ragioni della vita alle necessità del mercato e alla logica del profitto. Ha visto e conosce l’esito tragico delle ricette liberiste, ma continua a credere che la sua medicina, dopo aver causato la malattia, possa e debba curarla. Certo, ha attorno un mondo che si dichiara in buona fede e c’è stato chi, come Fukuyama, gli ha prestato l’aiuto di Clio, profetizzando la “fine della Storia“. Benché il mondo sia terrorizzato dal male che il preteso realismo di Decleva, Giavazzi e compagni causa all’uomo del nostro tempo, come buoni sacerdoti arroccati attorno al tabernacolo ove si custodisce l’eucarestia, i teorici del capitalismo continuano a predicare la fatalità delle infrangibili leggi del mercato, cui subordinano fatalmente la scienza politica, in un’anacronistica guerra tra Papato e Impero.
Le pagine più tragiche della storia dell’uomo sono state scritte in nome di ragionevoli sciocchezze, ma giunge il tempo in cui la buona fede riconosce l’errore e volta pagina. Ieri, il mito del mercato che autoregolamenta tutto, persino le ragioni fondanti del patto sociale, e l’ideologia che cancella il futuro, in nome di un presunto “realismo“, sono stati difesi da Maroni coi blindati, i manganelli e i lacrimogeni. Un Parlamento di “nominati“, autoreferenziale e assediato, ha approvato una riforma che riduce la grande questione del sapere a miopi problemi di governance. Il fatto è che un’intera generazione di giovani ha mostrato ai sacerdoti della globalizzazione che le ragioni del Pil, del Mibtel, del mercato e del profitto sono in rotta di collisione con le ragioni della vita e che nella questione dell’università c’è la radice d’un pericolosissimo scontro sociale. Come neoplatonici, i giovani hanno mostrano a Giavazzi il cervello e, bisturi alla mano, gli hanno urlato: “i nervi sono qui, qui ci sono l’uomo e la libertà!“: Giavazzi ha chiuso gli occhi e ha chiamato a testimone i maestri: “è il sole che gira attorno alla terra“, ha risposto. “Questa è la scienza“. E continua a immaginare scuole e università che producano “eccellenza” senza avere in bilancio un quattrino. Con fede degna di miglior causa, dovendo scegliere tra concorsi truccati e corruttori che truccano, Giavazzi e la riforma che egli difende, aboliscono i concorsi e lasciano a piede libero, nei posti di comando, i trucchi e i corruttori. La formazione diventa, di fatto, proprietà privata. Chi ha soldi e potere ha diritto allo studio e gli altri si rassegnino: questo è il mondo, questa è la legge della vita.
Non è la fine della storia. E’ solo l’inizio di una nuova tragedia.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 dicembre 2010

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E’ andata così. Claudio Moffa, apre a Teramo le lezioni di non so che master. Due affermazioni scomode e fondate: si fa un uso politico della Shoah e non esiste per ora un ordine scritto da Hitler che comanda l’Olocausto. E’ truismo, verità banale, comoda e certo strumentale, ma come dargli torto? Poi, dissennato, nega la Shoah. E qui di torti ne ha tanti, perché tra i documenti inoppugnabili ci sono la memoria dei sopravvissuti e l’umanità che si rivolta. Qui si capisce bene perché Moffa parte dall’ovvio: è a corto di argomenti nobili e la tesi è ignobile. Il fatto è però, che, pronte, sono partite le richieste “liberali” e Riccardo Pacifici, rappresentante della Comunità Israelitica di Roma suggerisce una legge penale che sancisca la negazione. “Va bene così“, si canta in coro: verità per decreto. Per tutti i sedicenti liberali, una “verità storica”, che t’impone la fede col tintinnare delle manette e il Sant’Uffizio è libera e liberalissima. Non sarà il rogo, politicamente ancora assai scorretto, ma ci vuole e può essere galera. “Eppur si muove”, mormorerà di nuovo Galilei, e un ostinato Bruno, se ancora volesse vedere un qualche Dio nella natura, rischierà il massacro.

Va così. Siamo ormai convertiti all’abiura e guai a chi dissente o solo mormora sconcertato: troppo liberalismo d’ogni colore, destro, sinistro e figurarsi a centro, per non sospettare l’inflazione, non scorgere la deriva di un “pensiero unico” che infetta anche la scienza. Siamo monodimensionati, come ci vide Marcuse, e indotti a consumi industriali persino d’una verità storica di massa: Shoah, fascismo e foibe, per cominciare. Passa e s’impone un orwelliano bispensiero con il corredo necessario del psicoreato. Lo storico ha il destino segnato: o racconta deliberatamente menzogne e ad un tempo ci crede davvero, senza resistenze, o ecco la maestà della legge. E’ un’esasperazione giustizialista che supera i confini dell’aberrazione e si applica perfettamente, con l’ottusa ferocia di questo nostro tempo malato, alla mutevole verità del potere. E lo fa, qui sta il segreto, senza fare obiezioni: oggi è vero quello che ieri era falso, come domani una menzogna riveduta e corretta sarà la nuova verità della storia. Non puoi pensare in maniera divergente. Questa è la regola e se ne fa garante una psicopolizia di carta stampata e di schermi televisivi, con una Guardia Nazionale d’intellettuali della sinistra pentita che cercano sconti-pena anche all’inferno. Ai sedicenti liberali dovrebbe ripugnare e invece piace.

La verità storica per decreto. E’ l’ultimo prodotto di questo tempo che abiura. Nessuno se ne stupisce e, se una voce si leva che dissente, immediato, feroce e pronto, ecco: la soffoca il conformismo. I “chierici” della “verità del fatto” – revisionisti che ti spacciano per revisionista – chiedono processi per tutto e di tutti; per loro conto, gli immancabili, eterni “parenti delle vittime” che qualche ragione magari ce l’hanno, ma valgono come tante, ci istruiscono coi versetti d’una nuova bibbia, eletta a statuto disciplinare delle scienze storiche. L’accademia si defila, le corporazioni degli storici si pongono in posizione d’attesa, fiutano il vento e annusano l’odore del consenso e, non bastasse, la voce flebile fa la sua messa scalza, bussa alle mille porte dei giornali e persino gli alfieri delle lotte al “bavaglio” e i crociati della libera parola, diventano d’un tratto sordomuti. Hai voglia di bussare. Porte chiuse e puoi disperare. Nel dilemma non c’è corno che mostri salute: o abiuri e svendi la dignità, che non ha gran mercato ma ti fa uomo davanti a te stesso, o tieni duro e affronti la tua pena.

Animo, tuttavia, ché anime pie ti recano conforto. C’è un baluardo ancora, fatti forza: la “comunità degli studiosi”. Quale? Quella che ha abbandonato al loro destino i ricercatori e la scuola, ridotti all’ultima spiaggia di fronte ai lanzichenecchi della Gelmini?

C’è chi teme il regime che verrà. E mi ricordo un amico mio grande che la morte ha sottratto all’estremo oltraggio. Gaetano Arfè, partigiano e riformista vero, tra migliaia di liberali da operetta e rivoluzionari pentiti, collaborativi e collaboranti: “C’è stata battaglia e non ce ne siamo accorti”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 novembre 2010

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Tutto in fondo ci è ignoto.
Questa fu la prima risposta del primo cattivo maestro alla prima domanda del suo primo allievo.
Tutto in fondo ci è ignoto – proseguì – ma tutto ha una spiegazione ed è sempre possibile trovarla.
Non aveva paura, il maestro. Si vedeva dal viso disteso nonostante le rughe, dagli occhi lucenti che nel buio non tremavano, dalla noncuranza con cui s’avvolgeva nel rosso mantello mentre l’aria si faceva pungente. Di fulmini e tuoni ne aveva visti tanti nella sua lunga vita e sapeva bene che quella furia del cielo solo di rado fa del male a un uomo. Tanto bastava perché il vecchio se ne stesse sereno nel buio della notte. La successione repentina, inattesa e accecante dei segmenti di luce nell’universo nero come pece, il fragore terrificante del tuono, la totale ignoranza di quello che realmente accadeva rendevano folle di paura il pastore. Il giovane che un attimo prima appariva forte e sicuro di sé, col fiato corto, i capelli neri scompigliati dal vento sul viso pallido e ansioso, solo dal vecchio sperava ormai salvezza.
E quale spiegazione posso dare a me stesso, stanotte, perché le mie gambe forti, veloci e ferme non tornino a tremare?
La notte, intanto, tornava serena. Il vento portava lontano il temporale e presto, spazzate via le nuvole, la luce della luna piena avrebbe restituito cuore e voce agli uccelli della notte. La tempesta se ne stava andando via così com’era venuta.
Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te. Apri il tuo cuore alla verità e vedrai svanire la loro giusta ira.
Fingendo di non rispondere, il vecchio, in verità, una risposta l’aveva data: il male era da cercare nel cuore del giovane terrorizzato. La reazione del pastore gli avrebbe consentito di misurare quale fosse la forza della sua parola, ma il vecchio ne era perfettamente consapevole: l’ignoranza del suo allievo era la sua unica e vera conoscenza e, quando il giovane, impaurito, cadde in ginocchio e alzò le mani al cielo, sorrise compiaciuto.
Oggi ho disobbedito al mio padrone – gridò il pastore, strappandosi i capelli e confessando quella che ormai era per lui la causa scatenante dei fulmini – l’ho ingannato, ho tenuto per me un po’ del suo formaggio e non gli ho detto nulla. Non lo farò mai più, dovessi morir di fame.

Nessuno può dire con certezza dove sia il confine che corre tra inganno e potere e mente chi ci racconta che Ercole ha liberato Prometeo. La verità è che in ogni ignorante superstizioso vive nascosto un Ulisse. Talvolta parte, non ha un poeta che ne canti l’epico viaggio, ma parte il nostro Ulisse e varca le sue colonne d’Ercole. Va, naviga affronta il mare e i rischi dell’ignoto, ma non gli basta la cera per salvare i compagni e, per quanto acume lo spinga, contro di lui si levano nuove sirene, sulla sua rotta si parano nuovi scogli e nuovi naufragi affondano vascelli coraggiosi. Ulisse però non si ferma e ogni volta che parte scopre una terra nuova.
Se dall’alba della vicenda umana l’ignoranza è la migliore arma di un potere fatalmente oscurantista, la conquista della conoscenza è lo strumento più efficace dell’emancipazione. Anno dopo anno, secolo dopo secolo, ogni volta che il giovane ladro di formaggio ha imparato un segreto, il cinismo del potere – o la malizia del vecchio camuffato da maestro? – hanno saputo incatenarlo a una nuova paura. Quando il giovane ha smantellato le menzogne di Tolomeo, il vecchio gli ha spiegato che gli dei sbagliano solo perché usano il linguaggio degli uomini. “Fermati o sole“, è vero, invocò Giosué nel fuoco della battaglia. Ma il dio che gli mise sulle labbra quell’orribile inganno – è il sole che gira attorno alla terra – usò quelle parole perché in nessun altro modo gli uomini avrebbero capito.
Sono secoli che il giovane pastore corre e affanna, terrorizzato dalla sua ignoranza. E sono secoli che il vecchio cura ogni ogni paura del giovane con il suo antico e sperimentato consiglio:
Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te.

Per quanto il vecchio finga d’ignorarlo, il giovane diffida.
Io non credo che l’anima si salvi al mercato delle indulgenze, un giorno ha sostenuto.
Non c’è nulla di più pericoloso del dubbio, ha mormorato il vecchio, minaccioso. E in un baleno, contro quel primo, sorprendente pensiero critico, emessa la sentenza – “è ribellione” – si son levati i roghi. Terrorizzato, il pastore s’è precipitato come sempre a cercare il peccato nel suo cuore. Stavolta, però, guardandosi dentro, nel profondo del suo animo, ha trovato un peccato autentico e l’ha confessato:
E’ così: il demonio mi possiede. Ho un insaziabile bisogno di sapere.
Per la prima volta dalla notte dei tempi, il potere nato dalla paura ha sentito d’aver paura e non ha esitato:
Sia bruciato il giovane ribelle, ha decretato.
Messo in moto il boia, però, e levato il rogo, non è bastata legna.
Guardati dentro, ha insistito ancora il vecchio.
Ci ho guardato, l’ho detto, e ci ho visto il tuo dio. E’ nelle cose. E’ nel mio intelletto. E’ una inseparabile unità di spirito e materia. Io posso essere signore di me stesso.
In questo inesausto e insuperabile duello tra conoscenza e superstizione, il ladro di formaggio s’è riconosciuto padrone e ha cercato il male fuori dal suo petto. Con un estremo inganno il vecchio è giunto a manomettere la storia – l’accademia è potere – e ha raccontato che il giovane pastore è un sovversivo, ribelle e terrorista. La Curia ha preso atto: è potere la Curia. Ma non sono bastate tortura, galera e pena capitale. Il giovane pastore ha inseguito i suoi sogni.
Occorre aver paura dei sogni! l’ha ammonito il vecchio. Uno dietro l’altro, il ragazzo ha visto morire Tommaso Moro, Campanella, Serveto, ma rimanevano vivi i sogni e le utopie. Non muore la tentazione diabolica del libero pensiero. Brucia la legna e bruciano i corpi, ma il pensiero non muore.
Mille e mille pastori hanno imparato così a zittire le paure e i vecchi e cattivi maestri coi loro antichi e ormai inutili trucchi. Ercole finalmente ha liberato Prometeo, Ulisse non ha perso più la rotta, Galilei non ha chinato la testa e nessuno ha saputo più come mettere al rogo Giordano Bruno.

E’ un po’ che il vecchio maestro cattivo prova di nuovo a metterci paura:
Guardati dentro e cerca. Troverai da solo la ragione per cui gli dei sono in collera con te.
Tutto quello che accade in questi giorni oscuri ha uno scopo preciso: ricondurci al primo fulmine, al primo tuono, alla prima domanda e all’eterna paura. Se il potere non può più contare sull’ignoranza e sulla superstizione, getta la maschera e mette mano alla forza. Tuttavia, il giovane ladro non ha più paura e l’ha capito: il formaggio non appartiene al padrone.
Raccontate alla curia e all’accademia – i servi sciocchi d’un governo liberticida – l’antica storia del vecchio e del pastore. E, col poeta decadente, mettetela in versi dalla musica lieve:
o campana, campana, campana,
la mia favola breve è finita,
la breve mia favola vana
“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 novembre 2009.

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