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Giuseppe-Aragno-Tre-620x465Desidero ringraziare Ciro Crescentini per questa intervista che ha pubblicato sul “Desk”, il suo giornale indipendente. Da quando è iniziata questa breve, intensa, ma soprattutto inquietante campagna elettorale, questa è di fatto una delle rare occasioni in cui un candidato prova a parlare di politica. Sono state le sue domande a consentirmelo e di questo non posso che essergli grato.

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Giuseppe Aragno, 72 anni, professore in pensione, storico dell’antifascismo e del movimento operaio si è  candidato con Potere al Popolo, il movimento politico che si ispira  al Partito laburista inglese di Jeremy Corbyn, alla France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e agli spagnoli di Podemos provando a rifondare la sinistra nel nostro Paese. Aragno è candidato nel Collegio Uninominale Napoli 5 (comprende  i quartieri di Arenella, Vomero, San Carlo all’Arena, Piscinola e Miano).
Il Desk ha incontrato Aragno per un’intervista con l’obiettivo di affrontare le questioni politiche di merito senza formalismi e giri di parole. Una bella conversazione, un significativo documento storico. Siamo soddisfatti!

Professore Aragno, è ancora possibilità  fare politica nel nostro Paese e ipotizzare un nuovo modello di società?
Come scrisse Aristotele, l’uomo è un «animale politico» e tende per natura a vivere con i propri simili e a formare comunità. Quali che siano le condizioni in cui vivranno, gli uomini faranno perciò comunque politica. Divisi da interessi diversi, essi lottano fra loro, ma non possono isolarsi e lavorano per costruire e modificare la società; è un processo che vive di contrasti e produce  miglioramenti e peggioramenti. Non a caso, prima di Aristotele, Eraclito intuì che nella relazione di reciproca dipendenza tra due opposti concetti è implicita l’idea di conflitto e individuò il binario sul quale viaggia la storia politica e sociale dell’umanità: il bene, infatti, esiste solo perché c’è il male. Senza l’uno non avremmo l’altro, così come la fame è in stretta relazione con la sazietà, la pace con la guerra, l’acqua col fuoco. E via così. E’ vero, con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, i sacerdoti del neoliberismo hanno decretato la “fine della storia”. Con una sconcertante rozzezza ci hanno presentato il capitalismo e il suo mondo come un paradiso terrestre in cui, sparito il bisogno, non ci sarebbe stata più ragione di contrasto tra gli interessi. I fatti hanno dimostrato che il momentaneo trionfo del capitalismo ha prodotto invece una sorta di inferno, in cui il conflitto è ancora una volta il vero motore del cambiamento. Un nuovo modello di società, quindi, non solo è possibile, ma è già in corso di costruzione, perché non c’è ordine costituito che non contenga in sé i germi della sua dissoluzione e i semi di un mondo nuovo.

Si intensificano forme di qualunquismo e razzismo, soprattutto tra i ceti popolari. Questa regressione politica e culturale è prodotta dall’assenza dei partiti e dei sindacati di massa?
In alcune, interessanti e per molti aspetti attualissime pagine della sua storia del capitale finanziario, scritta nel 1940 al confine di Ventotene come dispense per i compagni confinati, Pietro Grifone, antifascista ed economista di notevole spessore, individuò nei sistemi politici autoritari, in particolar modo nel fascismo, il regime del capitale finanziario. La storia dell’Italia – che non a caso è la patria del fascismo – si può leggere anche alla luce di questa analisi. E’ significativo, per esempio, che l’autoritarismo di Crispi e la successiva crisi del 1898, corrispondano a due momenti di acuta crisi economica: quella determinata dalla “guerra doganale” con la Francia e l’altra, causata dalla guerra ispano-americana, dal conseguente collasso del commercio atlantico e dal fortissimo rialzo del prezzo del grano. I costi della guerra e lo scontro durissimo tra capitale e lavoro su chi dovesse pagarli, in altre parole la crisi del primo dopoguerra con l’inevitabile codicillo del discredito della politica, della guerra tra i poveri, del qualunquismo e del razzismo, condussero al fascismo. Certo, allora come oggi l’inadeguatezza dei partiti di massa e l’allontanamento delle masse dal sindacato agevolarono la reazione. Oggi, poi, mentre i partiti sono diventati organizzazioni personali di un leader e sono ridotti a comitati d’affari e strumenti di raccolta di un consenso cercato ad ogni costo, c’è una componente nuova che nessuno sembra avere interesse ad affrontare: una nuova rivoluzione industriale devasta a ritmi mai visti il mondo del lavoro e la società. E’ un quadro particolarmente fosco, nel quale non a caso si fanno largo intolleranza e razzismo e si disegna all’orizzonte un nuovo e pericoloso fascismo.

Potere al popolo non è stato costruito troppo in fretta? Non era opportuno rafforzare, estendere, i radicamenti territoriali?
In condizioni ordinarie risponderei sì. Ma noi viviamo davvero condizioni ordinarie? Io penso di no. Penso, al contrario, che Potere al Popolo sia la risposta necessaria che nasce nel momento in cui occorreva nascesse. Una risposta che il vecchio ceto politico, quello che ha guidato la “sinistra che non c’è”, non è in grado di dare. Forse la questione andrebbe vista in maniera del tutto diversa. Forse Potere al Popolo coglie in tempo il treno della storia; come spesso capita, lo fa perché ha saputo guardare lontano, così lontano, che non tutti hanno avuto la voglia, la capacità o anche solo l’umiltà per seguirne l’esempio. Se un limite può avere, è quello di essere una risposta necessaria ma apparentemente debole. Colpa di chi l’ha fatto nascere o di chi ha scelto di attendere, di stare a guardare con la segreta speranza di fare irruzione sul palcoscenico della crisi nelle vesti di chi raccoglie i cocci delle forze alternative e risolve la crisi? Non mi pare che la risposta sia difficile da dare. Mi riferisco, per esempio, a uomini che stimo, come Montanari e De Magistris, che hanno scelto di “saltare il giro” e di attendere un altro treno. Una scelta legittima, perché forse non hanno grandi forze che li seguano. Sta di fatto, però, che nessuno saprà quante ne avrebbero risvegliate. Spero sinceramente di sbagliare. Spero che un altro treno possa ancora passare, ma non ci credo. La storia non aspetta; il suo treno passa una volta e non torna. Per me Potere al Popolo ha un indubbio merito: ha colto lucidamente il momento storico che attraversiamo e ha lanciato l’allarme. Se ha visto bene  – e mi pare che sia così – non poteva aspettare. Toccava ad altri, a tutti gli altri, mettere da parte le ambizioni personali e prendere umilmente posto in trincea. Non è andata così. Ora occorre dare quanta più forza è possibile a chi ha avuto il coraggio di agire. I segnali sono purtroppo inquietanti e in discussione stavolta è la democrazia.

C’è ancora spazio per la sinistra sociale e di classe nel nostro Paese?
C’è un disperato bisogno di sinistra sociale e la lotta di classe è chiaramente in corso: la conducono i ceti dominanti, tornati d’un tratto razza padrona. Gramsci direbbe che si tratta di “sovversivismo dall’alto”. Molto probabilmente il degrado culturale e l’analfabetismo di valori che accompagnano la crisi, lo stato comatoso della scuola e dell’università, i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, impediscono che questo bisogno sia sentito con forte consapevolezza, ma è un bisogno fortissimo, che esiste ed è destinato a crescere. Si salderà, ecco un elemento sul quale riflettere, con la coscienza più alta della repressione e della negazione di diritti che posseggono i giovani immigrati, spesso colti, spesso politicizzati e comunque più pronti alla lotta, perché più maltrattati. In questo senso, a me pare che il modello che si costruisce nell’ex OPG sia l’indicazione di un metodo, una via “internazionale” per quanto locale. D’altra parte, come non vedere quali possibilità apra la crisi a un movimento che si proponga di creare rapporti con gli sfruttati di altri Paesi? Certo, la storia del movimento dei lavoratori, così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, è un capitolo chiuso, ma l’esperienza, la lezione sono più vive che mai e occorre rendersene conto: ci sono mille ombre, ma gli spiragli esistono e le luci filtrano. Sull’ultima spiaggia si sono già fermati eserciti agguerriti. Soprattutto quando pensavano di aver vinto e intendevano stravincere.

Professore, crede ancora nella costruzione di una società socialista?
Ci credo, sì, e non è per una fede “religiosa” o perché mi difendo chiudendo gli occhi sulla realtà. La verità è che ho una sconfinata fiducia nell’uomo e nella forza delle ragioni, che nei tempi lunghi prevale sulle ragioni della forza. La storia ha terribili inverni e noi ne stiamo vivendo uno. A ogni inverno, però, segue sempre il tepore di una primavera. Non ci vorrà un giorno e nemmeno un anno. Probabilmente non farò in tempo a vederlo, ma non ci credo per inguaribile utopismo. La barbarie ci minaccia da ogni parte. La barbarie ci assedia. Oggi come e più di ieri, però, la sola alternativa è il socialismo.

Ciro Crescentini, “Il Desk”, 22 febbraio 2018

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