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Posts Tagged ‘Ventotene’

Giuseppe-Aragno-Tre-620x465Desidero ringraziare Ciro Crescentini per questa intervista che ha pubblicato sul “Desk”, il suo giornale indipendente. Da quando è iniziata questa breve, intensa, ma soprattutto inquietante campagna elettorale, questa è di fatto una delle rare occasioni in cui un candidato prova a parlare di politica. Sono state le sue domande a consentirmelo e di questo non posso che essergli grato.

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Giuseppe Aragno, 72 anni, professore in pensione, storico dell’antifascismo e del movimento operaio si è  candidato con Potere al Popolo, il movimento politico che si ispira  al Partito laburista inglese di Jeremy Corbyn, alla France insoumise di Jean-Luc Mélenchon e agli spagnoli di Podemos provando a rifondare la sinistra nel nostro Paese. Aragno è candidato nel Collegio Uninominale Napoli 5 (comprende  i quartieri di Arenella, Vomero, San Carlo all’Arena, Piscinola e Miano).
Il Desk ha incontrato Aragno per un’intervista con l’obiettivo di affrontare le questioni politiche di merito senza formalismi e giri di parole. Una bella conversazione, un significativo documento storico. Siamo soddisfatti!

Professore Aragno, è ancora possibilità  fare politica nel nostro Paese e ipotizzare un nuovo modello di società?
Come scrisse Aristotele, l’uomo è un «animale politico» e tende per natura a vivere con i propri simili e a formare comunità. Quali che siano le condizioni in cui vivranno, gli uomini faranno perciò comunque politica. Divisi da interessi diversi, essi lottano fra loro, ma non possono isolarsi e lavorano per costruire e modificare la società; è un processo che vive di contrasti e produce  miglioramenti e peggioramenti. Non a caso, prima di Aristotele, Eraclito intuì che nella relazione di reciproca dipendenza tra due opposti concetti è implicita l’idea di conflitto e individuò il binario sul quale viaggia la storia politica e sociale dell’umanità: il bene, infatti, esiste solo perché c’è il male. Senza l’uno non avremmo l’altro, così come la fame è in stretta relazione con la sazietà, la pace con la guerra, l’acqua col fuoco. E via così. E’ vero, con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica, i sacerdoti del neoliberismo hanno decretato la “fine della storia”. Con una sconcertante rozzezza ci hanno presentato il capitalismo e il suo mondo come un paradiso terrestre in cui, sparito il bisogno, non ci sarebbe stata più ragione di contrasto tra gli interessi. I fatti hanno dimostrato che il momentaneo trionfo del capitalismo ha prodotto invece una sorta di inferno, in cui il conflitto è ancora una volta il vero motore del cambiamento. Un nuovo modello di società, quindi, non solo è possibile, ma è già in corso di costruzione, perché non c’è ordine costituito che non contenga in sé i germi della sua dissoluzione e i semi di un mondo nuovo.

Si intensificano forme di qualunquismo e razzismo, soprattutto tra i ceti popolari. Questa regressione politica e culturale è prodotta dall’assenza dei partiti e dei sindacati di massa?
In alcune, interessanti e per molti aspetti attualissime pagine della sua storia del capitale finanziario, scritta nel 1940 al confine di Ventotene come dispense per i compagni confinati, Pietro Grifone, antifascista ed economista di notevole spessore, individuò nei sistemi politici autoritari, in particolar modo nel fascismo, il regime del capitale finanziario. La storia dell’Italia – che non a caso è la patria del fascismo – si può leggere anche alla luce di questa analisi. E’ significativo, per esempio, che l’autoritarismo di Crispi e la successiva crisi del 1898, corrispondano a due momenti di acuta crisi economica: quella determinata dalla “guerra doganale” con la Francia e l’altra, causata dalla guerra ispano-americana, dal conseguente collasso del commercio atlantico e dal fortissimo rialzo del prezzo del grano. I costi della guerra e lo scontro durissimo tra capitale e lavoro su chi dovesse pagarli, in altre parole la crisi del primo dopoguerra con l’inevitabile codicillo del discredito della politica, della guerra tra i poveri, del qualunquismo e del razzismo, condussero al fascismo. Certo, allora come oggi l’inadeguatezza dei partiti di massa e l’allontanamento delle masse dal sindacato agevolarono la reazione. Oggi, poi, mentre i partiti sono diventati organizzazioni personali di un leader e sono ridotti a comitati d’affari e strumenti di raccolta di un consenso cercato ad ogni costo, c’è una componente nuova che nessuno sembra avere interesse ad affrontare: una nuova rivoluzione industriale devasta a ritmi mai visti il mondo del lavoro e la società. E’ un quadro particolarmente fosco, nel quale non a caso si fanno largo intolleranza e razzismo e si disegna all’orizzonte un nuovo e pericoloso fascismo.

Potere al popolo non è stato costruito troppo in fretta? Non era opportuno rafforzare, estendere, i radicamenti territoriali?
In condizioni ordinarie risponderei sì. Ma noi viviamo davvero condizioni ordinarie? Io penso di no. Penso, al contrario, che Potere al Popolo sia la risposta necessaria che nasce nel momento in cui occorreva nascesse. Una risposta che il vecchio ceto politico, quello che ha guidato la “sinistra che non c’è”, non è in grado di dare. Forse la questione andrebbe vista in maniera del tutto diversa. Forse Potere al Popolo coglie in tempo il treno della storia; come spesso capita, lo fa perché ha saputo guardare lontano, così lontano, che non tutti hanno avuto la voglia, la capacità o anche solo l’umiltà per seguirne l’esempio. Se un limite può avere, è quello di essere una risposta necessaria ma apparentemente debole. Colpa di chi l’ha fatto nascere o di chi ha scelto di attendere, di stare a guardare con la segreta speranza di fare irruzione sul palcoscenico della crisi nelle vesti di chi raccoglie i cocci delle forze alternative e risolve la crisi? Non mi pare che la risposta sia difficile da dare. Mi riferisco, per esempio, a uomini che stimo, come Montanari e De Magistris, che hanno scelto di “saltare il giro” e di attendere un altro treno. Una scelta legittima, perché forse non hanno grandi forze che li seguano. Sta di fatto, però, che nessuno saprà quante ne avrebbero risvegliate. Spero sinceramente di sbagliare. Spero che un altro treno possa ancora passare, ma non ci credo. La storia non aspetta; il suo treno passa una volta e non torna. Per me Potere al Popolo ha un indubbio merito: ha colto lucidamente il momento storico che attraversiamo e ha lanciato l’allarme. Se ha visto bene  – e mi pare che sia così – non poteva aspettare. Toccava ad altri, a tutti gli altri, mettere da parte le ambizioni personali e prendere umilmente posto in trincea. Non è andata così. Ora occorre dare quanta più forza è possibile a chi ha avuto il coraggio di agire. I segnali sono purtroppo inquietanti e in discussione stavolta è la democrazia.

C’è ancora spazio per la sinistra sociale e di classe nel nostro Paese?
C’è un disperato bisogno di sinistra sociale e la lotta di classe è chiaramente in corso: la conducono i ceti dominanti, tornati d’un tratto razza padrona. Gramsci direbbe che si tratta di “sovversivismo dall’alto”. Molto probabilmente il degrado culturale e l’analfabetismo di valori che accompagnano la crisi, lo stato comatoso della scuola e dell’università, i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, impediscono che questo bisogno sia sentito con forte consapevolezza, ma è un bisogno fortissimo, che esiste ed è destinato a crescere. Si salderà, ecco un elemento sul quale riflettere, con la coscienza più alta della repressione e della negazione di diritti che posseggono i giovani immigrati, spesso colti, spesso politicizzati e comunque più pronti alla lotta, perché più maltrattati. In questo senso, a me pare che il modello che si costruisce nell’ex OPG sia l’indicazione di un metodo, una via “internazionale” per quanto locale. D’altra parte, come non vedere quali possibilità apra la crisi a un movimento che si proponga di creare rapporti con gli sfruttati di altri Paesi? Certo, la storia del movimento dei lavoratori, così come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso, è un capitolo chiuso, ma l’esperienza, la lezione sono più vive che mai e occorre rendersene conto: ci sono mille ombre, ma gli spiragli esistono e le luci filtrano. Sull’ultima spiaggia si sono già fermati eserciti agguerriti. Soprattutto quando pensavano di aver vinto e intendevano stravincere.

Professore, crede ancora nella costruzione di una società socialista?
Ci credo, sì, e non è per una fede “religiosa” o perché mi difendo chiudendo gli occhi sulla realtà. La verità è che ho una sconfinata fiducia nell’uomo e nella forza delle ragioni, che nei tempi lunghi prevale sulle ragioni della forza. La storia ha terribili inverni e noi ne stiamo vivendo uno. A ogni inverno, però, segue sempre il tepore di una primavera. Non ci vorrà un giorno e nemmeno un anno. Probabilmente non farò in tempo a vederlo, ma non ci credo per inguaribile utopismo. La barbarie ci minaccia da ogni parte. La barbarie ci assedia. Oggi come e più di ieri, però, la sola alternativa è il socialismo.

Ciro Crescentini, “Il Desk”, 22 febbraio 2018

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Ada Grossi è napoletana e testimone della guerra di Spagna. C´è un fascicolo personale conservato a suo nome tra carte di polizia, ma il silenzio della storia non è riuscito a chiuderla nella polvere del passato. Ada parla al cuore, prendendoti per mano, e racconta un´infanzia sconvolta da eventi più grandi di lei: Mussolini, la dittatura, l´omicidio Matteotti, le minacce al padre, Carmine Cesare Grossi. «Era socialista, ricorda, amico di Croce e noto avvocato nello studio di De Nicola». A nove anni, nel 1926, il salto nel buio: «scuola, parenti, amici, tutto alle spalle, rammenta con rinnovata emozione, e tutto perso per sempre». Umana, ma estranea, Buenos Aires, l´accoglie col padre, i fratelli, e la madre, Maria Olandese, soprano che ha cantato alla corte dello zar, ma la ragazza diventa donna tra gli stenti e la solidarietà dei fuorusciti, la propaganda antifascista e il calore d´una famiglia diventata un riferimento per i “sovversivi“. Ada è un personaggio straordinario. Se racconta la sua vita a studenti che in genere non amano la storia, i ragazzi si incantano, rapiti da una loro lontana coetanea che, nel ‘36, quando s´apre lo scontro mortale col nazifascismo, a soli 19 anni, attraversa l´Oceano e accorre con la famiglia in Spagna al fianco dei repubblicani. L´ascoltano ammirati come se ancora leggesse i comunicati di “Radio Spagna Libera”, la famosa emittente di Barcellona creata dal padre per il governo Negrin: Ada è la voce della Spagna aggredita che giunge nelle case degli italiani e scatena l´ira impotente di Mussolini. «Non vinceremo subito, ha ammonito Rosselli, ma vinceremo», e lei ripete la sfida, sorprende il regime e, sotto le bombe sganciate dai Fiat Br20 su città inermi, denuncia la furia omicida degli aggressori e affida alla storia le ragioni della democrazia. Un racconto che ha per gli studenti il fascino dell´epopea e il valore inestimabile d´una testimonianza sulla dimensione etica dell´agire politico, smarrita nell´opulenza malata del consumismo.

Evasa dal “secolo breve“, Ada Grossi vive qui tra noi la sua ultima stagione, in una città senza memoria, in un paese in cui il degrado della vita pubblica apre spazi a una equiparazione tra fascismo e antifascismo che può realizzarsi solo colpendo al cuore l´ethos politico di cui vive la repubblica: libertà, pace, giustizia, i valori che il fascismo negò. Se la incontri, non è più la ragazza “castagna di capelli o quasi bionda, occhi celesti chiari, carnagione colorita e una ben timbrata voce di soprano lirico” che il padre descrive in una lettera bloccata dalla polizia. A novant´anni, è una vecchia signora dagli occhi celesti e profondi che si emoziona se si trova davanti le carte conservate nel suo fascicolo dalla polizia fascista, di cui non conosceva nemmeno l´esistenza. «E´ incredibile, ci sorvegliavano proprio attentamente, passo dopo passo!», esclama meravigliata, mentre si trova tra le mani momenti di vita che il regime le rubò: lettere mai lette e un giornale argentino in lingua italiana che narra “l´odissea di Carmine Cesare Grossi e della sua famiglia finiti nei campi di concentramento”. «Gours, Argelés-sur-Mer – ricorda Ada – . Non è facile descrivere la tragedia dei combattenti internati in Francia dopo la fuga disperata verso i Pirenei. Camminammo a piedi per giorni, braccati dai caccia che ci mitragliavano». Un velo di tristezza, poi la donna sorride per l´involontario elogio di un questore che, nell´aprile del ‘37, scrivendo da Napoli a Mussolini, ammette che «a causa della velenosa propaganda comunista di Barcellona, s´è avuto un certo risveglio di elementi locali noti per i loro precedenti politici e subito arrestati». Per metterla a tacere, si impiantò persino “una stazione disturbatrice presso la Prefettura“. «Filo da torcere gliene abbiamo dato», sottolinea Ada compiaciuta, mentre “corregge” il questore: «La radio, però, non era comunista. Eravamo socialisti. Mio padre scriveva i testi, io leggevo e la gente ci seguiva. Quando giunsero a Barcellona, gli stalinisti italiani ci estromisero proprio perché eravamo socialisti». Il verbale di un interrogatorio subìto dalla madre in Questura, a Napoli, nel ‘41 la commuove e si abbandona ai ricordi: la famiglia dispersa in veri e propri lager, la fame, la sete, le baracche di lamiera gelide d´inverno e roventi d´estate, il matrimonio con un repubblicano spagnolo celebrato «nel campo di Argelés con un permesso speciale», la guerra, l´armistizio con la Francia e un nuovo calvario: «io tornai in Spagna con mio marito, racconta Ada, e coi falangisti fu dura. Papà fu confinato a Ventotene, mamma e mio fratello Aurelio a Melfi. Renato, l´altro mio fratello, depresso per la sconfitta e gli stenti, finì in manicomio, distrutto dagli elettrochoc».

E´ un mondo che emerge. I fratelli al fronte con le truppe repubblicane, lei che cura con la madre i malati nell´infermeria del campo – «mancavano le medicine, ricorda, e si moriva per nulla» – , la madre, «compagna inseparabile, che condivise gli ideali del marito e affrontò ogni avversità con animo sereno», il padre che «privato dei clienti, malmenati dai fascisti, e sorvegliato a vista, tenne nello studio fino all´ultimo, in bella mostra, un ritratto di Matteotti e sfuggì agli squadristi solo perché un cocchiere lo prese al volo sulla sua carrozzella». Se parla della Spagna, il primo pensiero di Ada è per Garcia Lorca, «barbaramente torturato e ucciso perché omosessuale». E torna in mente Machado: «Cadde morto Federico/sangue alla fronte e piombo alle viscere / Sappiate che fu a Granada il delitto / Povera Granada!». La “sua” Spagna però non è solo ferocia. Rivivono, nelle sue parole, lampi della libertà che ha respirato e difeso, l´entusiasmo dei volontari, la fuga da Barcellona mentre i falangisti entrano in città dal Montjuic. «Perdemmo tutto, anche i libri ai quali mio padre teneva moltissimo». Il bilancio è pesante: Aurelio ferito a un occhio, Renato morto in manicomio e case, terre, tutto perso per sempre. Caduto il fascismo e tornati liberi a Napoli, dove non c´è chi non accampi meriti, i Grossi si fanno da parte. «Il regime aveva radiato mio padre dall´albo e lui, ricorda la figlia, per tornare avvocato, dovette ricorrere in tribunale. Mancavamo di tutto, ma non c´era nulla da chiedere: avevamo fatto solo quello che era giusto». E ripete orgogliosa: «Noi eravamo socialisti. Al governo però ci andarono i democristiani, i fascisti rimasero ai loro posti e oggi – conclude amara – ci sono Fini e Berlusconi. Noi, però, abbiamo vissuto secondo i nostri ideali». Ada vive a Napoli con Aurelio in una casa popolare e paga l´affitto grazie a una modesta pensione spagnola. L´Italia non sa che esiste, lei non chiede che sappia e mi perdonerà se lo scrivo: ha fatto più di quel che doveva. Marx non ha torto, non si può giudicare un´epoca in base alla coscienza che essa ha di se stessa e non sbaglia Vilar: il racconto è la forma naturale con cui l´uomo prende coscienza del tempo. Bene. Ada ha raccontato il suo “passato contemporaneo”. La repubblica che ha contribuito a far nascere, e che medita di cambiare se stessa, non sbagli due volte, non la consegni all´archivio senza averla ascoltata. La storia prima o poi presenta il conto.

Uscito su “La Repubblica” ediz. Napoli, 04 febbraio 2008 e su “Fuoriregistro” il 5 febbraio 2008.

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Testimoni
Liberale si definisce il nostro Parlamento nel suo insieme. Questo tornare al vecchio è segno distintivo dei nostri tempi nuovi. Fatta l’Italia, abbiamo finalmente gli italiani: cattolici, socialisti e comunisti all’ombra di Smith, del Fondo Monetario e delle guerre infinite e umanitarie. Imperando il mercato, non siamo più lavoratori produttori, ma clienti consumatori e, d’altro canto, come non esultare? Liberale fu Crispi con le sue leggi speciali, il suo colonialismo di retroguardia che ci condusse al disastro di Adua, e liberali, uno dopo l’altro, furono Rudinì e Pelloux con gli stati d’assedio e le leggi liberticide, liberale fu Bava Beccaris, decorato per il fuoco a mitraglia aperto su inermi morti di fame, liberali furono i giudici che seppellirono sotto secoli di galera e domicilio coatto socialisti e libertari. Liberale fu l’Italia delle stragi proletarie, l’Italia della Libia aggredita e della grande guerra, coi carabinieri che sparavano nella schiena ai combattenti e i centomila nostri soldati finiti in mano nemica e lasciati morire di stenti dal nostro governo perché la resa divenne diserzione. Tutti così moderati, borghesi e progressisiti, che val la pena ricordare ai neofiti del capitale la sorte dei dissidenti ai tempi dell’Italia liberale verso la quale stiamo ritornando.

Anarchica
Clotilde Peani nasce a Torino il 18 aprile del 18731, da una modesta famiglia di lavoratori, messa in ginocchio dalla crisi che investe l’economia europea, sconvolge il corso della moneta, frena bruscamente la “crescita” – araba fenice dei sacerdoti del “laissez faire” – ma non intacca l’incrollabile fede borghese nel mercato e nelle leggi del profitto. E’ in nome di questo credo che Marco Minghetti, deciso a colmare il disavanzo dello Stato senza rinunciare alle immancabili spese militari, come comanda la religione liberista, non trova di meglio che seppellire i lavoratori sotto una marea di tributi, esazioni e balzelli approvati da un Parlamento che ignota le imposte dirette, rappresenta esclusivamente se stesso e le classi agiate e si accinge a bocciare Scialoja e l’obbligo scolastico2.

Il destino ha leggi sue intangibili e, a rigor di logica, Clotilde, non ha scelta: figlia di povera gente, le tocca in sorte un futuro classista da sartina, che l’oleografia borghese vorrebbe “signorinella pallida,” rassegnata e persa nei ricordi di un vecchio “notaro”. A scuola dura poco, appena il tempo di imparare a leggere, scrivere e a far di conto, poi la miseria la conduce in fabbrica, dove cresce rapidamente. E’ poco più che adolescente, quando prende a frequentare i socialisti libertari e a diffondere volantini, giornali e opuscoli “sovversivi”, che legge avidamente, imparando ben presto a cogliere gli interessi nascosti dietro le belle parole dell’amor patrio3.

“L’era democratica non è a priori favorevole alle donne”, è stato scritto. E non a torto4. Mentre le utopie socialiste sembrano collocarsi ancora fuori della storia, “il lavoro delle donne è un luogo tanto di supersfruttamento quanto di emancipazione” e “la società politica uno di esclusione e di riconoscimento”5. Clotilde lo impara presto a sue spese. “Nubile, anarchica” e naturalmente “di cattiva condotta morale”, secondo le formule burocratiche e la concezione “reazionaria” della vita, tipica dei questurini nella “liberale” età di Giolitti, la giovane donna si sottrae, consapevolmente al cliché della “moglie fedele” e della “buona madre di figli”, ma anche in questo caso non ha scelta e fa “vita irregolare”: ha opinioni politiche che portano il segno del pensiero di Bakunin Merlino e Malatesta ed è fumo negli occhi per una società ingessata nei formalismi borghesi, che si proclama liberale, ma chiude in gabbia il dissenso e si lascia tentare dalle aberrazioni lombrosiane; un società che mostra di vivere la “Belle époque” con l’aria dissacrante del “café chantant”, ma diffida del sesso femminile, escluso dalla cosa pubblica e circoscritto nel limbo delle mura domestiche, e se ipocritamente ha per sante le madri e le sorelle, intimidisce le mogli e riduce le donne libere al rango di prostitute e cocottes. Né, d’altra parte, la libertà sessuale suscita entusiasmo tra i compagni di lotta: i rari casi di “amore libero” si sono risolti in maniera amara con le donne che si sono autoemarginate, “forse perché i compagni ne disprezzavano il corpo”, o hanno fatto scelte borghesi, sposando i loro compagni, sicché i libertari hanno trovato “nelle loro donne, che ne temono la perdizione, i primi avversari e sono perciò con esse sempre in contrasto”6.

Innamorata dell’anarchico romagnolo Dionigio Malagoli, va a vivere con lui “more uxorio”, come scrivono con aperto disprezzo i rapporti di polizia, poi lo lascia per il napoletano Giuseppe Di Domizio, un cartolaio anarchico conosciuto da tutte le questure del regno per le sue idee libertarie, e si stabilisce con lui a Londra7. Nella metropoli inglese, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento l’animo ribelle di Clotilde nasce a nuova vita tra i fermenti più avanzati dell’anarchismo internazionale, cui l’accostano la breve ma intensa amicizia che la unisce a Roberto D’Angiò e Giuseppe Ciancabilla, entrambi legati all’élite del movimento libertario francese e all’autorevole “Les Temps Nouveaux” diretto da Jean Grave8.

La donna che lascia la capitale inglese nel 1905 col falso nome di Angela Angeli ha intelligenza brillante e parola convincente, è una militante appassionata, una convinta antimilitarista e, soprattutto, è incompatibile con gli schemi della morale puritana e maschilista dell’Italia liberale e borghese. Passa abilmente tra le maglie strette del controllo poliziesco, fa giri di propaganda e si fa notare per le affollate conferenze, la passione libertaria e gli stretti rapporti che intrattiene col fior fiore del “sovversivismo” toscano. Fermata a Livorno e spedita con foglio di via a Napoli, dove l’attende Malagoli col quale s’è riconciliata, nel 1906 è già tornata alla militanza politica9. Coperta da un falso nome – ora si chiama Angiola Mallarini – è segnalata al circolo “Germinal” di Pisa, a Roma, Milano, Londra e Parigi, e ovunque prende contatti con nuovi compagni, ovunque contrasta sterili ribellismi, sostenendo la necessità di rispettare le decisioni adottate ai congressi, ovunque fa circolare stampa antimilitarista. “Come donna” – riferisce a Roma un questurino – “è pericolosa, perché suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni”.

In realtà, non è facile fermarla, sicché a poco a poco la mancata sartina percorre per intero il cursus honorum dei più temuti compagni, sicché, a dicembre del 1910 si merita l’etichetta di sovversiva pericolosa.10.

I colpi prendono a giungerle ora violenti, uno dietro l’altro. Non ha ancora  cinquant’anni, quando, in rapida successione, la stretta repressiva causata dalla guerra e il fascismo, che allunga ormai la sua ombra implacabile e nera sul paese prostrato, la costringono a fare “vita ritirata”. Non è ancora una resa incondizionata se, nel 1925, tuttavia, il regime, che va perfezionando il sistema repressivo ereditato dallo stato “liberale”, è costretto a prendere atto: la donna, benché “tormentata da seri problemi di salute che spesso la tengono a letto”, non “dà segni di attività politica”, ma “resta fedele all’anarchia11. A quel punto, poiché l’oppressiva sorveglianza e le ripetute e intimidatorie perquisizioni domiciliari non bastano a piegarla, giungono “provvidenziali” – tra i sovversivi è ormai un’epidemia – i “segni di squilibrio mentale” che chiudono la dolorosa partita col fascismo e aprono a Clotilde le pesantissime porte dell’ospedale psichiatrico provinciale di Napoli12. Nel calvario inatteso che l’attende, la donna non sarà sola. Come per una misteriosa predisposizione, un inspiegabile legame tra pazzia e sovversione, la donna incontrerà compagni di fede e di sventura e qualche smarrito “oppositore occasionale”, sepolto a vita per una frase sfuggita nel vino e nell’ira. Teresa Ravanello, che giungerà anni dopo, è solo la tenutaria d’un bordello. Ascoltando Mussolini parlare alla radio e minacciare guerre, non ha saputo frenare l’invettiva: “Parla, lui parla, fa i discorsi ma siamo noi che paghiamo le tasse”. Un anno di confino fatto di ribellioni, prepotenze e un feroce repressione, poi, com’è accaduto a Clotilde, come accade a molti di quelli che non si piegano, l’ha presa una follia inopinata, “un delirio cronico d’interpretazione” che non si spiega con le nozioni della scienza medica; come talvolta accade, è una pazzia che cova proditoria nell’ombra, senza dar segno della sua esistenza e d’un tratto cresce ed esplode. Il passaggio obbligato, però, sta nelle pieghe buie d’un regime che non sopporta asimmetrie, non accetta “sbandati” e “irregolari”, non tollera dissensi e conduce fino all’estrema disperazione chi prova ad opporsi. In quei tragici corridoi si aggireranno con la Peani Tommaso Serino, un disoccupato sorpreso a far propaganda contro il regime e improvvisamente “impazzito”, e il sellaio Salvatore Masucci, socialista libertario, che ha affrontato armi in pugno i fascisti e non ha avuto scampo: dopo anni di confino, carcere e fughe all’estero, è finito al manicomio civile e ci ha trovato la morte civile. Assieme a loro l’anarchico Vincenzo Guerriero, un irriducibile, passato per Ustica, Tremiti, Ventotene, Pantelleria e Santo Stefano, uno che la polizia liberale ha sbattuto in galera e manicomio con Crispi, Rudinì e Giolitti, ma non s’è arreso finché stenti, fatica e solitudine non l’hanno schiantato e ormai – scrivono i questurini – non è “più in grado di concepire e manifestare qualsiasi idea e tanto meno di natura politica”13.

E’ il 1930: Parigi, Londra, le conferenze, la stampa libertaria, tutto per Clotilde Peani si è fatto incredibilmente lontano e a poco a poco si spengono l’intelligenza brillante e la passione militante. L’Italia è un paese guerriero e i liberali, passati in massa nelle file fasciste, hanno bisogno di libertà di manovra sicché, dove non sono bastati il manganello e l’olio di ricino, tornano utilissimi il manicomio, la camicia di forza e i farmaci convulsivanti.

L’ultima notizia certa su Clotilde Peani risale all’agosto del 1942: è ancora ricoverata e tutto lascia credere che abbia chiuso i suoi giorni in manicomio14. A Napoli, a Port’Alba, dove a lungo trascorse i suoi giorni, né un fiore né un marmo ricordano ai giovani che passano il suo nome e il suo impegno per un mondo migliore.

Note

1] Achivio Centrale dello Stato di Roma, Casellario Politico Centrale, (d’ora in avanti ACS, CPC) busta (di questo momento b.) 3797, fascicolo (d’ora in poi f.) “Clotilde Peani”, cenno biografico al 24-3-1905.

2] Sulla politica economica di Minghetti e sul suo ruolo di uomo di governo della Destra, Raffaella Gherardi, L’arte del compromesso. La politica della mediazione nell’Italia liberale, Il Mulino, Bologna, 1993; Aldo Berselli, Il governo della Destra. Italia legale e Italia reale dopo l’Unità, Bologna, Il Mulino, 1997. Massimo M. Augello e Marco E. Laura Guidi, Gli economisti in Parlamento 1861-1922. Una storia dell’economia politica dell’Italia liberale, Franco Angeli, Milano, 2003. Antonio Scjaloia ministro dell’Istruzione Pubblica nel governo Lanza dall’agosto del 1972, fu confermato nel secondo Ministero Minghetti, ma si dimise il 6 febbraio 1874 per la mancata approvazione del suo progetto sull’istruzione elementare obbligatoria. Costituì una commissione d’inchiesta sulla scuola che raccolse una preziosa mole di documenti, oggi conservati nel l’Archivio centrale dello Stato. In proposito si veda Ministero per i beni culturali e ambientali, Ufficio centrale per i beni archivistici, Fonti per la storia della scuola, IV, L’inchiesta Scialoja sulla istruzione secondaria maschile e femminile (1872-1875), a cura di Luisa Montevecchi e Marino Raicchi, Roma 1995. Sulle politiche scolastiche dell’Italia postunitaria si veda Francesco Cormino e Giuseppe Aragno, Il giacimento in fondo allo stivale, Scuola e cultura nel Sud, Laterza, Roma-Bari, 1997.

3] ACS, CPC, b. 3797, f. “Clotilde Peani”, cenno biografico, cit.

4] Geneviève Fraisse e Micelle Perrot , Storia delle donne in Occidente. L’Ottocento, Economica Laterza, Roma-Bari, 1995, p. 4.

5] Ivi.

6] Archivio di Stato di Napoli, Questura, Gabinetto, II Serie, 1881-1901, b. 128, f. “Associazioni sovversive”, nata n. 2887 del 15-6-1894.

7] ACS, CPC., b. 3797, f. “Clotilde Peani”, cenno biografico, cit.; ACS, CPC, b. 2946, f. “Malagoli Dionigio” e b. 1781, f. “Di Domizio Giuseppe”

8] Ivi, b. 3797, f. “Clotilde Peani”, cenno biografico, cit., b. 1612, f. “D’Angiò Roberto”. Su Giuseppe Ciancabilla e Roberto D’Angiò, si vedano Nunzio Dell’Erba, Giornali e gruppi anarchici in Italia 1892-1900, Franco Angeli, Torino, 1983, passim e le schede curate rispettivamente da Alessandro Luparini e Mario Mapelli per il Dizionario biografico degli anarchici italiani, Biblioteca Serantini, I, Pisa 2003, diretto da Maurizio Antonioli, Giampietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Iuso, pp. 393-396 e 489-490.

9] ACS, CPC., b. 3797, f. “Clotilde Peani”, cenno biografico, cit.

10] Ivi, nota senza numero del 21-12-1910 da Prefetto di Napoli a MI.

11] Ibidem, nota senza numero del 4-12-1925, da Prefetto di Napoli a MI.

12] Ibidem, nota n. 12365 del 27-11-1930 da Prefetto di Napoli a MI.

13] Per la vicenda della Ravanello e di Masucci, Guerriero e Serino, si vedano Archivio di Stato di Napoli, Prefettura, Gabinetto, II versamento, b. 48, f. “Relazioni mensili 1937”, sf “Relazione maggio”, nota 103319 del 26-5-1937 da Questore a Prefetto, e ACS, Confino Politico, Fascicoli Personali, b. 765; CPC, b. 2576, f. “Guerriero Vincenzo”, b. 3148, f. “Masucci Salvatore”; Rosa Spadafora, Il popolo al confino, La persecuzione fascista in Campania, I, Athena,  Napoli, 1989, pp. 317-318 e 376; Giuseppe Aragno, biografia di Guerriero Vincenzo in Maurizio Antonioli, Giampiero Berti, Pasquale Iuso e Santi Fedele, Dizionario biografico degli anarchici italiani, I, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, p. 781, e Idem, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Manifestolibri, Roma, 2009, pp. 14-15 e 148-149.

14] ACS, CPC, b. 3797, f. “Clotilde Peani”, nota senza numero del 24-8-1942.

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I cinquantaquattro chilometri che separano Lecce da Racale Vittorio Corvaglia li aveva fatti molto raramente nella sua vita. Della città pugliese non conosceva molto, ma ricordava bene la prima volta che c’era stato, una sera di febbraio del 1959, quand’era partito soldato con una valigia sgangherata, le scarpe grossolane della campagna, due giacche di rigatino blu tinto e stinto indossate l’una sull’altra e un cono di lana floscio calcato sui capelli neri, folti e ricciuti per proteggersi dal freddo. La “cartolina rosa” lo spediva al Car dell’84° Reggimento di fanteria “Venezia”, di stanza a Pistoia nella “Caserma Marini”,Caserma Marini e il pianto inatteso e quasi isterico della sorella Ida aveva reso fatalmente cupo lo spiazzo davanti alla stazione, col vento che fischiava tra il tufo dei palazzi, la pioggia battente e i coni di luce dei fanali che disegnavano mulinelli sullo stradone che conduceva al centro.
E proprio alla stazione, tornando a casa col congedo in tasca, aveva trovato il manifesto della Federazione Carbonifera belga che gli aveva cambiato la vita. Non poteva sfuggirgli, era un pugno negli occhi: fondo lilla, caratteri neri e marcati e lo slogan pensato apposta per invitare alla lettura: “L’operaio italiano è uno dei migliori”. Come s’aspettavano i belgi impegnati nella “battaglia del carbone”, Vittorio aveva letto fino in fondo dapprima incuriosito, poi attento e interessato: “Operai Italiani, approfittate dei vantaggi particolari che il Belgio assicura ai suoi minatori..Federazione carb Il viaggio dall’Italia è del tutto gratuito per i lavoratori italiani firmatari di un contratto annuale di lavoro per le miniere. Il viaggio dall’Italia al Belgio si fa in ferrovia e dura solo 18 ore Poche semplici formalità d’uso, e anche la vostra famiglia potrà poi raggiungervi in Belgio”.
A Racale Vittorio aveva amici e una ragazza ma, partendo soldato, l’aveva capito: fidanzata e amici sono cose serie e un uomo senza lavoro è solo uno sbandato. Il manifesto era preciso e dettagliato. C’era tutto ciò che poteva servire: le condizioni di vita che sembrarono buone, il salario, che in Puglia un “caporale” non ti avrebbe mai pagato, la promessa di un alloggio dignitoso, e di un lavoro duro, ma fisso e tutelato.

Ida stavolta l’aveva salutato senza piangere. Il distacco da Vittorio soldato era stato lezione di vita. E senza piangere l’avevano lasciato alla stazione persino i genitori: meglio belga che schiavo di caporali. 
Il giovane pugliese era entrato così a far parte del grande esercito dei “costruttori dell’Europa” dei popoli. Non era quella immaginata da Spinelli a Ventotene, ma questo Vittorio non poteva saperlo. Tempo dopo scoprì che stava dando una mano all’Italia, cui toccavano 2500 tonnellate di carbone al mese per ogni mille migranti che si lasciavano ingoiare dalla “mina”, ma non gli venne in mente che qualcuno l’aveva “venduto al Belgio per un sacco di carbone”, come dicevano in tanti giù in miniera, e fu contento di quell’incontro felice col manifesto lilla e la Federazione carbonifera di un paese che non conosceva, ma prometteva di regalargli un futuro che a casa non aveva.
Federazione manifestoLa Federazione, in realtà, non regalava nulla, ma per molto tempo Vittorio si rifiutò di capirlo e, quando finalmente l’ammise, tra dare e avere, decise di restare; chi se ne andava via in anticipo sul contratto la somma pattuita la vedeva dal cannocchiale e, d’altra parte, in quel mangiar veleno ch’era di fatto il lavoro in miniera, qualcosa c’era che aveva un suo valore: lavorava e si sentiva più libero di quand’era a Racale. Una libertà pagata a peso d’oro, gli veniva in mente talvolta, mentre si guardava attorno coi suoi occhi neri che non stavano mai fermi, ma chi fa mai l’avaro con se stesso, se ha conosciuto la fame e in gioco ci sono futuro e dignità?
Se la tentazione di piantare baracca e burattini e andare via si faceva sentire, Vittorio, testardo, spiegava a se stesso che nessuno lascia la sua casa con piacere, ma non c’è paese più terribile d’una terra disperata e l’Italia, distrutta dalla guerra fascista, era ridotta davvero alla miseria.
Il Belgio per Vittorio ebbe così due volti: quello della fatica massacrante e pericolosa, che metteva in discussione la salute e la vita, e il suo rovescio, il volto della speranza che non ha prezzo, neanche se t’ammazza.
La speranza non è merce di scambio, diceva spesso Vittorio a Luigi Sango, ch’era nato falegname in un paese del Trevigiano, e fuori della miniera era tutto capelli biondi, muscoli possenti e una valanga di allegria loquace.
Luigi scuoteva la testa come per dire no, ma poi conveniva obiettando:
Della speranza questi fanno commercio, non diciamo scemenze, ma l’accordo è libero e la speranza non è una patacca. Dalle mie parti lavoro non ce n’era e la Federazione Carbonifera la sua merce sa venderla bene. In Belgio ci sono certamente dei carogna e la salute qui sotto te la giochi, ma sei tu che ci vieni. E poi guardati attorno: in miniera razzisti non ce n’è; nei cunicoli che scaviamo assieme, uno vicino all’altro, sporchi di polvere, irriconoscibili, mischiati e tutti neri, non c’è diversità, tutto s’annulla. Io sono stato prigioniero dei tedeschi in un fetentissimo campo di concentramento e sai che dico? Anche lì, volere o volare, le differenze non c’erano più.
Pare che funzioni proprio così, rispondeva Vittorio, peggio stai, più ti fa pena chi soffre. La solidarietà di cui parlano tanto i preti e i comunisti, secondo me funziona solo in questo modo. Domani, caro Luigi, se tu diventi ricco, i compagni tuoi te li scordi. Qui dentro però, fino a quando ci sei, disgraziato tra disgraziati…
Erano nudi, ma il sudore colava e si soffocava. A 1500 metri di profondità, con 44 gradi di temperatura, sentivano sulla pelle un fuoco che bruciava opeai nella minierae Ahmed Azilal, il marocchino lungo e nodoso come una canna, si sfilò le mutande, le strinse tra la mani callose per spremere via il sudore e poi se le infilò con un sospiro di sollievo.
Luigi lo guardò con un moto di rabbia e di pietà:
Quando ti vedo, penso che sono ridotto come te e mi incazzo come un toro. Ma come hai fatto tu a venire dal tuo Marocco fin qua, disgraziato d’un africano?
E’ stata la Federazione che è arrivata in Marocco. A Beni Mellal spesso fa caldo come in questo cunicolo, ma nessuno ti paga se sudi. Non si muore di silicosi, questo è vero, ma t’ammazza la fame, ch’è peggio. Sono venuto qua come ci sei venuto tu. Ho saputo che la Federazione cercava operai e mi sono “arruolato”. Arrivato a Milano non so come, mi sono presentato al Centro di Accoglienza nei pressi della Stazione Centrale e mi è andata bene. Qualche giorno d’attesa, poi ho superato le visite mediche e mi hanno infilato nell’elenco destinato a formare un “convoglio”. Un treno di legno mi ha portato qui e Allah ha voluto che incontrassi voi.
Bell’incontro, sibilò Vittorio, addentando un pezzo del suo pane, mentre Luigi, guardando il marocchino, esclamò ridendo come un pazzo:
Che affare abbiamo fatto col tuo Allah! 
Per quanto incredibilmente diversi tra loro, erano diventati veramente amici. Tanto era furbo e chiacchierone Luigi, il trevigiano, quanto rigoroso e poco loquace Ahmed, il marocchino che si muoveva con incredibile naturalezza in quell’inferno di pale, scavatrici, puntelli e corpi nudi e sudaticci. Più riflessivo e calcolatore, come ogni buon contadino, si mostrava il pugliese Vittorio, e meglio si vedeva quanto immediato e impulsivo era Luigi. Figli di tre mondi, un cattolico, un musulmano e un senza dio come l’anarchico Luigi, i tre minatori sembravano completarsi a vicenda e formavano una piccola squadra efficiente e solidale. Ciò che li univa era soprattutto la speranza. Ahmed sperava di tornare alla sua oasi senza aver più paura della fame. Luigi contava di tornare al paese con un gruzzolo che gli consentisse di aprire un laboratorio di falegname e mettersi a fare mobili senza aver padroni. Vittorio era incerto, non aveva deciso se tornare o restare, ma era sicuro di poter sperare in qualcosa e gli bastava. Ahmed era un lavoratore che conosceva diritti e doveri, Vittorio aveva i ritmi lenti della sua campagna, Luigi, invece, era apertamente scansafatiche e marcava visita tutte le volte che in testa gli frullava un pensiero bislacco, ma gli ingegneri della Federazione controllavano la situazione con estrema efficienza e l’unica legge che conoscevano bene era quella feroce del profitto. In quanto ai medici, non volevano rogne e s’erano adeguati. 
Stamattina ero a pezzi, fece d’un tratto Luigi, e mi sono presentato dal dottore per un po’ riposo.
Ahmed si limitò a sorridere. Vittorio cambiò voce e, imitando il tono sibilante del medico dell’infermeria, anticipò Luigi:
Piantala, Songa, e ringrazia il padreterno. Te l’ho già detto, è presto per riposare: nei tuoi polmoni non c’è polvere a sufficienza. Fa presto, è ora di montare.
Luigi, che s’era messo a strisciare come un serpente in un budello di meno di mezzo metro, stava per bestemmiare in trevigiano, quando scoppiò l’inferno. La volta del cunicolo cedette di schianto e un rumore sordo coprì un urlo disumano di paura e dolore.tragedia La polvere spessa e veloce inondò i polmoni, chiuse gli occhi e arrochì le voci. Ci volle un tempo che sembrò infinito prima che Ahmed riuscisse a prendere una pala e si lanciasse accecato dalla polvere verso il cunicolo nel quale Luigi non dava segni vita. Vittorio lo seguì tossendo e correndo alla cieca, ma si avvilì quando si accorse che il marocchino teneva tra le mani la testa di Luigi e sussurrava:
Sta calmo, non è nulla.
Luigi aveva le gambe nascoste dai massi caduti e la testa sanguinante, ma era vivo. Non urlava. Si lamentava piano e ogni tanto implorava:
Aiutatemi, aiutatemi. Sto morendo.
Tiravano via i massi a uno a uno. Ahmed metodico e silenzioso, Vittorio contratto e disperato.
Non perdere la calma, ripeteva il marocchino, mentre scavava ed estraeva pietre. Vittorio non capiva se parlava a Luigi oppure a lui, ma se il trevigiano intrappolato girava gli occhi dalla sua parte, non lo guardava. Era terrorizzato.
Aiutatemi, sto morendo…

E sarebbe morto davvero se la forza, il coraggio e l‘anima stessa di Ahmed non fossero entrati nel cunicolo, risucchiando i massi e l’ombra della morte, facendo spazio miracolosamente e tirando Luigi fuori dalla sua bara polverosa con la forza d’un leone e la delicatezza d’una madre.
Così, con queste poche parole rotte dall’emozione, Vittorio, curvo per gli anni, coi capelli bianchi ma ancora folti, molti anni dopo aveva raccontato ai suoi concittadini quei tragici momenti. Poi aveva aggiunto in un soffio:
Luigi si salvò, ma all’ultimo momento un nuovo, imprevedibile crollo schiacciò Ahmed sotto una valanga di massi.
La cerimonia era giunta alla fine. Il sindaco aveva ormai scoperto la lapideminatore%20salentino%20monumento che rammentava ai racalini il sacrificio dei loro minatori e l’eroismo del Ahmed
Luigi, diceva Vittorio, quel giorno uscì vivo dalla miniera perché Ahmed il marocchino, che aveva un cuore immenso, non ci pensò due volte e si giocò la pelle. Il suo Allah gli avrà certamente riservato l’accoglienza dovuta ai santi islamici, se Maometto, lo consente o quella che attende i più grandi sultani. Anche Luigi se n’è andato anni fa, ma il suo sogno s’è avverato e i suoi mobili hanno fatto il giro del mondo. Il Belgio fu duro con noi, ma non fu mai veramente razzista. Molti dei miei compagni ci sono rimasti e vivono bene.
Era stanco Vittorio e, dopo tanto lottare e penare per quella lapide, non si sentiva davvero felice. I suoi occhi neri e irrequieti non correvano più a cercare chissà cosa e gli applausi affettuosi dei concittadini non cancellavano un velo di tristezza dallo sguardo che s’era fatto mesto. A pesargli non erano i ricordi. I conti col passato quadravano tutti e la vita non era stata avara. Gli pesava il presente, questo nostro tempo più duro e feroce della “mina” e certamente indegno del suo amico Ahmed. Come un eterno immigrato, Vittorio si sentiva straniero a casa sua.
Forse avrei fatto meglio a restarmene in Belgio, mormorò tra sé, e si avviò verso casa rimuginando. Chissà che avrebbe detto Luigi. Il figlio, invitato più volte a Racale per la cerimonia, s’era inventato mille scuse e alla fine non s’era mosso dal Trevigiano. Vittorio e il suo paese, quel piccolo paese del Sud con la sua lapide e il suo marocchino, non facevano parte dell’orizzonte di un sindaco leghista.

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La ricerca storica ti fa giramondo. Non tanto perché, dietro le tracce di uomini e cose, ti metti talora materialmente in viaggio – e il percorso ti è ignoto: lo dettano i fatti e le passioni che ricostruisci – quanto perché, dal tuo osservatorio locale, segui l’itinerario ammaliante delle idee. E lo vedi non: hanno confini.
Un viaggio un po’ amaro, m’è capitato di farlo pochi giorni fa in archivio. Seguivo Federico Zvab, un istriano, incontrato alla testa di insorti nelle Quattro Giornate, e mi è parso assurdo che di un uomo della sua tempra si sappia poco o nulla e che nessuno abbia pensato di intitolargli una strada. Non sappiamo di noi, mi sono detto, e non c’è scampo: un popolo che non ha memoria storica, s’imbarbarisce. Poi mi sono perso nel viaggio.

A Casigliano di Sesano, dove Zvab è nato nel 1908, l’aria è irrespirabile. I fascisti la fanno da padroni e la gente di sinistra morde il freno: a Federico hanno ucciso un fratello e, per poter parlare e pensare da uomo libero, nel 1930 se ne va clandestino. Lo rincorro, assieme a telegrammi e note di polizia, e giro l’Europa di paese in paese: Jugoslavia, Francia, Belgio – dove si lega a Enrico Russo, napoletano, comunista ed esule come lui – e poi Germania, Svizzera, Austria – a Vienna, nel febbraio del 1934 è ferito sulle barricate degli operai in lotta col fascista Dollfuss – e infine Spagna, dove a settembre del 1936 è tra i repubblicani. Comandante di batteria nell’artiglieria miliziana, attaccato da aerei italiani è ferito gravemente in Catalogna. Nel 1939, mentre i franchisti entrano vittoriosi a Barcellona, passa in Francia ed è internato a Vernet. Mussolini però occupa la Francia sconfitta dai tedeschi e, nel settembre del 1940, Zvab finisce per due anni a Ventotene, dove incontra Sandro Pertini ed Ernesto Rossi, si ammala di peritonite tubercolare e si fa il calvario dei ricoveri nel reparto confinati dell’Ospedale Incurabili di Napoli. A giugno del 1942 è così sofferente, che il direttore della colonia di Ventotene, Marcello Guida – futuro questore di Milano al tempo della strage di Piazza Fontana! – “propone che alla scadenza del periodo di confino venga restituito alla famiglia”. Ma il fascismo non fa sconti e Zvab torna libero solo nell’agosto del 1943, quando, caduto il regime, si stabilisce a Napoli.
Seguendo la sua via, faccio così ritorno a casa e ritrovo Zvab che combatte nelle Quattro Giornate.
E’ il volto politico dell’insurrezione, quello che non piace agli americani, che ai moti di popolo preferiscono foto di scugnizzi, e probabilmente non piace a Togliatti ed al “nuovo” PCI, che fa i conti con lo spettro di Bordiga, che, a Napoli, ha storia e radici tra i lavoratori; non piace perché con la rivolta il PCI c’entra poco e, in molti casi, i combattenti sono stati mossi e guidati da “irregolari” come Zvab, Tarsia, Gabrieli ed altri militanti, il cui passato politico mal si concilia coi programmi degli uomini di Togliatti.
Sulle Quattro Giornate cade così la pietra tombale del presunto spontaneismo. Ma Zvab, comandante di battaglione partigiano, che a Napoli ritrova Enrico Russo, non si fa mettere da parte facilmente. Con Russo, Villone, Iorio e Vincenzo Gallo, egli organizza infatti quella CGL che vuole essere un sindacato democratico, libero da vincoli di organizzazioni politiche, con un largo controllo della base sul vertice. Avrà vita breve, diverrà CGIL e sarà soffocata dalla burocrazia che nasce all’ombra dei partiti. Il danno si vedrà nel dopoguerra.


Avrei concluso il mio viaggio con Zvab, se la sera stessa, tornando dall’archivio, non avessi trovato su Metrovie notizia d’una iniziativa del “Comitato Claudio Miccoli” : una strada intitolata al giovane ucciso da neofascisti, ed una a Giorgio Perlasca, fascista pentito, che salvò numerosi ebrei dallo sterminio. Il viaggio si è fatto a questo punto amaro.
Non è questione di toponomastica, e nemmeno del fatto che Perlasca fu volontario in Spagna dalla parte opposta a quella in cui si schierò Zvab, benché sia inevitabile pensare che, in Spagna, i Perlasca avrebbero potuto ammazzarli i miei Zvab. E allora, mi domando, chi avrebbe fatto poi le Quattro Giornate. Ma non è questo il punto. E’ che Perlasca, non più fascista e non antifascista, tiene per sé, se mai la sente, la ripulsa morale per le leggi razziali e, scoppiata la guerra, è incaricato d’affari nei paesi dell’Est con lo status di diplomatico: rappresenta il regime. Vive così, in una condizione ambigua la tragedia dell’Olocausto sino alla soluzione finale, e in extremis, risolve con un moto di pietà un sopraggiunto confitto interiore; non scioglie però il nodo cruciale della responsabilità personale nei confronti del fascismo, contro il quale non si schiera mai apertamente.
E’ per questa sua condizione di ambiguità che, quando i tempi sono parsi maturi, Perlasca è diventato strumento di una sottile e pericolosa operazione di “maquillage” politico, di recupero di immagine del fascismo, attraverso quella “dottrina della pacificazione”, per la quale, di fatto, il revisionismo vince la partita.
Siamo di fronte ad una scelta di filosofia della politica, all’adozione di un metodo di indagine e, soprattutto, di un metro valutazione dei fatti della storia che, lo capisco, lo sento sulla mia pelle, pone gli studiosi di sinistra in una condizione di oggettiva difficoltà: nel clima in cui viviamo, con la gente sconcertata e impaurita da una quotidiana violenza politica, non è facile prendere le distanze da un “giusto dei popoli” e riuscire a motivare una posizione che – lo so – si presta all’accusa di estremismo.
Lo capisco. Penso però che occorra farlo, che si debba conservare la lucidità necessaria per parare il colpo e domandare, senza alcun intento polemico, a se stessi, prima che ad altri, se per queste vie non passi il revisionismo; chiederselo, come lo chiedo a me, provando a capire se la scelta di intitolare una strada a Miccoli ed una a Perlasca, non celi l’ennesima operazione bipartisan, per usare una parola alla moda, dietro la quale fa capolino la rimozione. Così, in tempi non meno difficili, fu rimossa la CGL di Enrico Russo, che, rifiutato un posto di ministro, morì “dimenticato” in un ospizio per i poveri; così probabilmente si cancellò, grande o piccola che fosse, l’anima politica delle Quattro Giornate, così si ignorano vent’anni di antifascismo, come se la nascita del regime non coincidesse anche a Napoli con l’inizio della resistenza.
Allora come oggi tutto sembra muoversi in nome di interessi immediati, di una pacificazione invocata da un realismo più realista del re, da sedicenti riformisti, architetti della politica degli schieramenti, di fronte ai quali le scelte ideali rischiano di scadere al rango di opzioni e la storia diventa, ahimè, un ostacolo da aggirare. Rimozione – e qui bisognerebbe discutere con grande onestà intellettuale – consentita da una sinistra che, invece di far conti chiari con la propria storia, emendadola da antichi errori e rivendicandone con orgoglio lotte, valori e ideali, lascia che passi il veleno mortale che ci cancella.
Per questo mi domando e domando: perché Perlasca e non Russo o Zvab?

Uscito su “Metrovie”, settimanale campano del “Manifesto” il 9 ottobre 2004 e su “Fuoriregistro, il 15 ottobre 2004.

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