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Posts Tagged ‘Quirinale’

VuotoGiorni opachi e faticosi. Lontano dai miei abituali interessi, ho messo da parte persino una ricerca cui tenevo molto ed era ormai quasi terminata. Scrivo molto lentamente un libro che non sarebbe giusto chiudere in un cassetto, tengo fede agli impegni presi, ma sto attento a non accettarne di nuovi. Il 22 sarò a un convegno sulla Resistenza e il Mezzogiorno, ma non ho preparato interventi; il 26 presenterò un libro di un’amica, poi mi metterò a tacere. A parte la consueta lezione del lunedì all’Humaniter, chiudo bottega. Al Blog è già raro che metta mano e Fuoriregistro mi vede sempre più assente. Una scelta definitiva? Non so. Ora va così. Da tempo non accendo la televisione e di leggere i giornali non se ne parla. Solo per caso ieri, un’amica mi ha parlato della solita buffonata di Renzi: “sul presidente della repubblica non accetto veti!” ha dichiarato. Ho capito così che Giorgio Napolitano s’è dimesso da Presidente della repubblica. A me Napolitano non fa più nemmeno male allo stomaco. Mi chiedo solo come ci si possa dimettere da qualcosa che non c’è più. La repubblica è morta da tempo e Napolitano dovrebbe saperlo. Il colpo di grazia gliel’ha dato lui, accettando di tornare al Quirinale. Doveva andarsene via prima.

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Se scrive sul Manifesto che l’accusa di attentato e tradimento mossa a Napolitano è giuridicamente «inconsistente», Azzariti sa di che parla e ha di certo ragione. Io, però, che sono di parte, l’avvocato di questo Presidente non lo farei e renzi_berlusconi_riformedirò di più: temo che la «consistenza» non assicurerebbe esiti positivi all’accusa e penso che argomentazioni giuridiche forti soffrano talora di una forte debolezza politica. Senza contare le questioni etiche.
Su un punto, mi pare, conveniamo: la china pericolosa, il processo degenerativo della politica, la manomissione di principi e forma di governo, l’esproprio della funzione legislativa. Per farla breve, sulla Costituzione forzata. Anche ora è forzata, nel silenzio del Colle, solitamente più che ciarliero, da una legge elettorale che nasce da intese tra il sindaco di Firenze e un pregiudicato, su basi che fanno a pugni con la sentenza appena emessa dalla Consulta.
Azzariti non nega il disastro; fa, però, di molte erbe un fascio – Quirinale, Parlamento, governo, partiti – e diventa fuorviante. Se è vero, infatti, che il sostanziale tradimento dello Statuto è ormai un reato che ha assunto addirittura carattere associativo, vero è anche che garante della Costituzione è anzitutto il Quirinale. Napolitano, quindi, non si scagiona né in tutto, né in parte, chiamando in causa le colpe di altri: è lì per impedirle. Il fatto è, purtroppo, che il Presidente non solo non ha contrastato il degrado, ma n’è stato spesso promotore. La guerra travestita da pace, i fondi sottratti al sistema formativo statale, per finanziare quello privato, non riguardano la Costituzione? Le leggi sull’immigrazione, col tragico codicillo di campi di internamento e innumerevoli morti affogati nel Mediterraneo, sono in linea con lo spirito della Costituzione? A quale «legge uguale per tutti», pensavano, il Presidente e i suoi consulenti, quando riabilitarono Craxi, dopo una condanna passata in giudicato, e trovarono legale il lodo Alfano, risultato poi incostituzionale? Quale Costituzione ha garantito Napolitano, quando ha conteso al Parlamento il diritto di decidere sulle spese militari e sui cacciabombardieri, che sono cibo tolto di bocca ai lavoratori ridotti alla fame e ai giovani senza lavoro? Cosa c’è di costituzionale nei reiterati inviti rivolti al Parlamento, perché approvi in tempi brevissimi leggi che richiedono ponderate riflessioni? Quando e come Napolitano legge i decreti che firma, se il governo li sforna all’ultimo momento e a stento i vituperati Cinque Stelle ne scoprono talora le magagne? Non s’è accorto il Quirinale che il pareggio di bilancio infilato nella Costituzione ha ridotto la politica a miserabile ragioneria?
Il Parlamento, scrive Azzariti, è «muto e umiliato». E’ vero purtroppo, ma si fa davvero fatica a parlare di «deputati», dopo tre elezioni politiche svolte con una legge palesemente incostituzionale. I «nominati», sono muti per loro natura e. più che subire umiliazioni, umiliano l’Istituzione di cui fanno parte senza mandato popolare. Qual è il Parlamento muto? Quello che a stento conserva una legittimità «tecnico-giuridica», ma non ha più quella etica e politica? La legge Calderoli, si potrebbe obiettare, fu Ciampi a firmarla. Ed è vero. Vero è anche, però, che sono trascorsi anni da quando Napolitano non sciolse le Camere e lasciò sopravvivere il governo Prodi; aveva preso atto: con la legge Calderoli non si poteva votare. Quando, però, Prodi non cambiò la legge elettorale, il Presidente non si dimise.
All’origine del tradimento ci sono i partiti? Ma i partiti non hanno l’obbligo di fare i garanti dello Statuto. Questo è compito del Presidente della Repubblica. Glielo hanno reso impossibile? Avrebbe dovuto, allora, denunciare al «popolo sovrano» la situazione di crescente illegalità e dimettersi. Il popolo, invece, Napolitano l’ha sempre ignorato. Non avrebbe mai dovuto accettare la rielezione, perché gliela offrivano Camere elette di nuovo con un legge che riteneva incostituzionale e partiti pronti a fare un governo che avrebbe inevitabilmente tradito gli elettori. Il voto era stato chiaro: non vogliamo destra e sinistra unite. Non avrebbe dovuto, perché è vero che la Costituzione non mette limiti ai mandati presidenziali, ma è verissimo che, ragionando così, se si può fare per due volte il Presidente, si può farlo anche tre volte e – perché no? – anche quattro e cinque volte.
Tutto ha un limite e noi l’abbiamo superato da tempo. L’accusa dei Cinque Stelle sarà giuridicamente infondata, ma è fondata politicamente e moralmente. Ricorda a tutti, partiti, Istituzioni, giornalisti distratti e cittadini, che il Presidente della Repubblica ha un compito soprattutto: garantire il rispetto della Costituzione. Napolitano non solo non l’ha fatto, quali che ne siano state le ragioni, ma ogni giorno, con insistenza che è di per sé autodenuncia, chiede a un’accozzaglia di «nominati», giunti in Parlamento grazie a una legge incostituzionale, di cambiare la Costituzione.
Ecco, questa richiesta, da sola, è un tradimento. Un oltraggioso tradimento.

Uscito su Liberazione il 2 febbraio 2014 col titolo Napolitano: ha difeso la Costituzione o ne ha promosso la manipolazione?

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Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa: non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.
Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.
Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.
Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».
Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di «nominati» a metter mano alla Costituzione.
Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Uscito su “Liberazione.it” l’8 agosto 2013 e sul Manifesto il 10 agosto 2013 col titolo Corsi e ricorsi. Napolitano e il precedente di Craxi

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E’ vero. Calderoli ha oltraggiato in maniera inaccettabile la ministra Kyenge. Se ne vada subito, faccia le valigie e tolga il disturbo. E’ un razzista. A ruota, però, si dimettano subito – e chiedano scusa alla popolazione – questo governo senza onore, nato da un miserabile inganno al corpo elettorale che non merita certo meno rispetto della ministra, e Giorgio Napolitano, principale responsabile dello sfascio della Repubblica. Se ne vadano tutti e la smettano di impartire lezioni di morale. Non ne hanno né i titoli, né il diritto. Napolitano, che non s’indigna per i campi di concentramento riservati ai cosiddetti “clandestini”, sa benissimo come stanno le cose; sa che l’ha eletto un Parlamento nato da una legge elettorale incostituzionale che Calderoli ha proposto e lui ha firmato senza fiatare. Se Calderoli è osceno, quest’uomo che gli fa la lezione lo supera di gran lunga. E’ stato lui, Giorgio Napolitano, che ha interdetto il Parlamento in tema di spese militari, lui, il due volte Presidente, che ha impedito al popolo italiano di conoscere il contenuto delle sue conversazioni con un imputato di gravissimi reati. Vada immediatamente via dal Quirinale. La sua figura è di per sé un vilipendio alla funzione costituzionale della Presidenza della Repubblica.

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Certo, chi si aspettava i carri armati e l’assalto aereo al Quirinale, come accadde in Cile col palazzo della Moneda, penserà che è tutto normale: questa è solo una grave crisi delle Istituzioni. Io penso che al di là della forma, nella sostanza le cose stiano in modo diverse e la faccenda sia molto più grave di quello che si voglia credere. Lo dico timoroso delle mie parole, ma intimamente convinto di quello che scrivo: in un Parlamento paralizzato, incapace di eleggere il Capo dello Stato, sottomesso a un governo caduto e resuscitato senza fiducia delle Camere, il pellegrinaggio al colle del Quirinale contiene in sé tutti gli elementi che definiscono oggi un moderno colpo di Stato. Cadiamo, anche questo va detto, come meritiamo: incapaci di occupare le piazze e disporci a quadrato a difesa della libertà e dei diritti. Non un gruppo che organizzi la protesta su Facebook, non un cellulare che chiami a raccolta. Inerti di fronte al nemico. Traditori di noi stessi, noi tutti lo confermiamo: ognuno, si dice, è artefice del proprio destino. 

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Sì del Governo: arriva il nuovo sistema di valutazione di scuole e presidi, – titola il Sole24ore” con ineguagliabile improntitudine confindustriale. A sentire il giornale dei padroni, quindi, Il Governo – quale governo di grazia? – ha “acceso il semaforo verde definitivo” per un provvedimento inderogabile, anzi, così evidentemente urgente che – dovremmo credere – la scuola tutta era lì ad attenderlo con ansia. Un decreto necessario, perché, a quanto pare, se Profumo non l’avesse presentato, la scuola non avrebbe più saputo come andare avanti. A guidare il sistema ora sarà l’Invalsi, che dovrà rapidamente preoccuparsi di elaborare calendari di visite di valutatori esterni e definire – con quale competenza s’è visto ormai da tempo – gli indicatori di efficienza a cui gli insegnanti e i loro dirigenti dovranno rispondere.
Per il Ministero, quindi, era l’Invalsi la vera e unica urgenza della scuola morente. Quell’Invalsi da cui – sarà un caso? – proviene il sottosegretario Elena Ugolini, che si è fatta in quattro perché il provvedimento giungesse all’approdo finale. A sentire lo “smobilitato” Profumo, sembrerebbe proprio così, perché, sostiene, senza un sistema nazionale di valutazione non si accede ai fondi strutturali europei della programmazione 2014-2020. In realtà c’era tutto il tempo perché provveddese il prossimo governo e non è difficile capirlo: la decisione di approvare il provvedimento non rappresenta solo l’ennesimo, inaccettabile colpo di mano, ma un vero e proprio ceffone alla scuola e alla pericolante Costituzione.
Senza entrare nel merito di una scelta rifiutata ormai apertamente persino dagli Usa, che pure l’avevano “esaltata” e adottata nonostante il motivato dissenso della scuola militante e di moltissimi esperti, la riforma ha il segno tipico dei metodi autoritari propri della peggiore destra. Non a caso per Elena Centemero, responsabile nazionale Scuola del PdL “l’approvazione del regolamento sulla valutazione, la cui impostazione era stata voluta dal governo Berlusconi, è senz’altro una buona notizia per chiunque abbia a cuore la qualità del sistema scolastico italiano“.
La verità è molto più semplice e terribilmente più grave di quello che lascia intendere la stampa padronale: il Governo Monti, che non è nato da elezioni e non è caduto in Parlamento perché, quando si è ritenuto sfiduciato, è andato a dimettersi al Quirinale, ha concluso nella maniera più coerente e penosa, la sua vita costituzionalmente anomala. L’8 marzo del 2013 è una data da ricordare. Un Consiglio dei Ministri dimissionario e scaduto, infatti, guidato da un presidente del Consiglio mai eletto, tecnico e allo stesso tempo leader di un partito politico bocciato senza appello dagli elettori, ha ritenuto di procedere all’approvazione di un provvedimento che non aveva nessun carattere d’urgenza. E’ vero, le nuove Camere non sono state ancora convocate, ma questo non vuol dire che un organismo già “morto” come di fatto è il governo Monti, sia abilitato ad un “esercizio normale dei poteri“. E’ vero il contrario: il limite invalicabile della facoltà d’intervento del Governo è la “contingenza straordinaria“.
Questo Governo, nato fuori dalle Costituzione e seccamente liquidato con un drastico no degli elettori che lo hanno impietosamente stroncato assieme ai partiti che lo sostenevano, non mette limiti all’indecenza. Il Sistema di valutazione della scuola non presenta alcun carattere d’urgenza. Urgente è, se mai, la necessità di porre rimedio all’arroganza di Monti e dei suoi ministri e c’è da augurarsi che almeno stavolta Giorgio Napolitano si ricordi di essere al servizio della più volte ignorata “sovranità popolare“.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 marzo 2013

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 Il prestigioso Istituto Italiano per gli Studi Filosofici chiede i battenti perché non ci sono soldi per aiutarlo. Non a caso, il Capo dello Stato, sempre pronto a invitare la gente alla moderazione, si batte la mano sul petto per ricordarci che  “tutti dobbiamo fare sacrifici”. Non ho dubbi. La Lega farebbe bene a star zitta: critica Roma e poi ci mangia, ma se i calcoli sono esatti, è difficile dare torto all’eurodeputato Salvini, quando sostiene che è giunta l’ora di chiudere il Quirinale: A quanto pare, Napolitano e la sua pletorica troupe di sfasciacostituzione ci costerebbero qualcosa come 624 mila € al giorno. O, se preferite 29 mila euro all’ora!

Non ci sono parole, anche perché il conto è davvero largamente incompleto. Napolitano è parlamentare dal 1953! Sessant’anni. C’è qualcuno in grado di calcolare quanto diavolo l’abbiamo pagato questo nobiluomo per vederlo giungere all’opulenta vecchiaia e non farsi scrupolo di imbavagliare – a nostre spese, s’intende – la Procura di Palermo, rea, udite, udite, di avere intercettato un imputato di falsa testimonianza, che aveva libero accesso al suo telefono?

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La stampa, irresoluta, aveva esitato e s’era messa in attesa, nel governo c’era stata maretta e il premier era immediatamente salito al Colle. Una visita fuori protocollo, un conciliabolo segreto, poi rapida e risolutiva, una stringata velina aveva dato il lasciapassare: “Si pubblichi, sembrerà più umana“.
Titoli di prima pagina naturalmente, foto di repertorio, ma nessun ritocco: vecchia, stanca e con le rughe. Va bene così, avevano deciso i curatori d’immagine, e si voleva un testo tagliato su misura per il tolk show della rete ammiraglia in prima serata, col solito servo sciocco, quello più servo, più sciocco e più maligno di tutti:
E’ molto difficile fare il ministro. L’inattesa dichiarazione d’un membro del governo apre una seria riflessione: a chi pensa che guardi al potere, il ministro mostra la via di un affaticato spirito di servizio.
Ma cosa gli salta in mente ai cervelloni della propaganda? aveva urlato al direttore il responsabile della cronaca parlamentare quando gli avevano consegnato la velina con le “istruzioni”. Come la raccontiamo quest’idiozia da pagina patinata?
Che vuoi che ti dica? Pare sia vero. Si vede che qualcuno in famiglia gliel’ha detto: non ne hai azzeccata una. Colpire va bene, è questo che dovevi fare, ma c’è un limite a tutto. Chissà, forse il sottosegretario alla Sicurezza, che ci controlla tutti, le ha spiegato cosa pensa la gente di lei e ha avuto paura.
No, caro mio, non ce n’era bisogno. Lo sa già da sé. E lo sa bene. Si sarà guardata allo specchio, l’è capitato di trovarsi di fronte la coscienza e s’è vergognata.
La coscienza? Ma che dici? Di quale coscienza parli? Te lo dico io com’è andata. Avrà sognato il padre operaio che ha lottato per tutti i diritti che lei sta cancellando: “Porca puttana, le avrà detto, ma che stai combinando? Che fai, sputi nel piatto in cui hai mangiato per anni? Sei impazzita? Eppure lo sai, te l’ho detto mille volte: se non l’avessimo spuntata, quando i padroni ci tenevano in pugno e ci trattavano come servi, col cazzo saresti andata all’università! Ma che ministro del lavoro sei?“.
Bel sogno Direttore! Potessi scriverlo così, l’articolo, mi darebbero il Pulitzer! – aveva esclamato con l’aria seria il redattore, passandosi le mani tra i capelli lisci e sudaticci, e poi, tutto eccitato, aveva cominciato a far finta di scrivere, recitando coi toni bassi e la voce calda, come faceva un tempo Foà che tanto gli piaceva – S’è svegliata di soprassalto, col velo del sudore sul viso gelato, nella notte caldissima di questo luglio mortale, e ha tremato. Non era freddo, quello, no, era ben altro e l’ha capito subito la ministra. Puoi ingannare chiunque, non inganni te stesso. Era il tremito d’una paura improvvisa…
La stessa che spaventò Giuda e gli portò le mani alla corda che poi l’impiccò – l’aveva interrotto il Direttore, stando al gioco. E in un amen il cronista aveva proseguito, aggiungendo quello che sarebbe stato il suo commento, se avesse potuto scrivere ciò che pensava:
Troppo tardi, mi pare. Troppo tardi e troppo comodo, direi, scoprirlo solo ora ch’è difficile fare il ministro. Molto più difficile, signora, è vivere come un’operaia, faticare come un poveraccio e trovarsi di fronte una come lei, che scherza con le vite degli altri, si balocca coi libri e le teorie e poi, se si trova di fronte a un improvviso terremota della coscienza, se la fa addosso, mette le mani avanti e scopre ch’è difficile fare il ministro. E’ tardi, signora. Troppo tardi, per salvare l’anima.
Sai che ti dico? gli aveva detto a quel punto il direttore, lei lo sa che è tardi e per questo è atterrita; sa ch’è certamante già nato un giovane in gamba, che sta crescendo e la inchioderà, lo storico che racconterà. E sarà un figlio del popolo che lei sta schiacciando. Sarà lui a scrivere il capitolo che la riguarda e non potrà impedirlo. Il titolo comincerà dal suo cognome e poi continuerà: il ministro della barbarie.
La chiusa solenne era stata interrotta dal telefono che aveva preso a squillare d’un tratto, con un tono che era sembrato penetrante e stranamente autoritario. Ammutoliti, come ladri colti sul fatto, i due s’erano sentiti fragili e colpevoli. Senza rendersene conto, presi da una insolita euforia, s’erano schierati, avevano espresso apertamente lo loro opinione e ogni parola aveva dimostrato che non sopportavano il ministro e il governo. Chi stesse parlando dall’altra parte il cronista parlamentare non poteva saperlo, ma si trattava certamente del Quirinale o di Palazzo Chigi. Il Direttore, infatti, s’era alzato in piedi e pareva s’inchinasse.
Una volta ci temevano. Caspita se ci temevano, pensò il capo cronista. Tutto è cambiato e finché dura c’inchiniamo. Finché dura, però.
Più in là non si sarebbe certamente spinto. Chi più ha, meno perde se muore la democrazia e raramente lotta perché risorga. Col tempo, però, una cappa opprimente comincia a pesare; il popolo allora morde il freno e l’aria per Giuda si fa irrespirabile.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 luglio 2012

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D’Europa Unita parla ogni giornale
e ogni giorno sproloquia il Quirinale:
da banche uniti e comuni radici,
liberi sono i popoli e felici.

Muore intanto però democrazia
di grave ed incurabile anemia
e l’Ellade madre di civiltà
la fame soffre e non trova pietà.

D’Europa Unita parla ogni giornale,
l’età dell’oro pare al Quirinale,
però nessuno ancora ci ha spiegato
perché l’Unione i Greci ha massacrato.

Allarme povertà in Grecia

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Paccata“. Così si esprime, equivoca e ringhiosa, la gentildonna ricca di milioni e titoli accademici, chiamata al Ministero del lavoro perché, a dar retta ai numerosi sponsor, dal Quirinale in giù, fino ai ben pasciuti custodi dei Palazzi romani, è il meglio che passa il convento. “Orate fratres“, verrebbe da chiosare sorridendo, se la farsa non fosse già tragedia.
Paccata” non è un lapsus freudiano, non sta per “vaccata” come, al di là della forma, apertamente suggerisce la sostanza. Nel dizionario la parola non c’è e non ha radice anglosassone – l’inglese pack indicava in origine una balla di lana – non viene da pacco, sostantivo maschile che indica uno o più oggetti avvolti in carta, tela o quant’altro legata e sigillata, non nasce da pacca, che è un colpo amichevole, non si rifa, per estensione, alla sberla, perché altrimenti assai più chiaro sarebbe stato “sberlata“. No, a ben vedere, “paccata” si spiega solo nel quadro di generalizzata violenza istituzionale e di assoluta miseria morale di cui è espressione un governo privo di consenso elettorale, sostenute da nani, ballerine e trasformisti, ossessionato dalla fede in un liberismo ormai disperato e incapace di esprimere un pensiero dialettico. “Paccata” è la traduzione linguistica di un’attitudine mentale che va dal disprezzo per l’interlocutore e per i suoi diritti – “il sindacato difende i ladri“- a un’insofferenza peggio che padronale, quella aggressiva da “cane del padrone” che ha un comando da eseguire a tutti i costi e perciò affonda i denti. Un neologismo, quindi, che suona più rozzo e volgare sulle labbra di una donna, già oscenamente guitta nel recitare pubblicamente le lacrime d’un dolore inesistente.
La “paccata” della Fornero non è una questione linguistica formale, o l’ennesimo scivolone autoritario in cui incappano i sedicenti tecnici. E’ la sintesi perfetta del programma di un governo che, sin dalle prime battute, ha inteso ridurre al minimo i livelli di formazione culturale e civile della nostra forza lavoro, per disporre a suo piacimento di una massa di “senzastoria” rassegnata a pagare i costi della crisi di un sistema che garantisce tutto a pochissimi e nulla a moltissimi.
Più ignoranti usciranno dalla scuola i nostri studenti, più facile sarà cancellare i diritti e imporre i più disumani sacrifici alle nuove generazioni.
Vista così, nella sua luce vera e sinistra, la “paccata” della Fornero è uno sputo sul viso della giustizia sociale e copre le spalle a Profumo, il quale sa bene di governare una scuola ridotta alla disperazione. Per fermarsi al patrimonio edilizio, ci sono settemila scuole di cui non si ricorda più nememno il secolo in cui furono costruiti; c’è un nucleo di oltre mille edifici che ha più di due secoli e mezzo di vita; tremila edifici furono costruiti tra gli anni di Napoleone e la marcia su Roma e dei due terzi del “nuovo” patrimonio edilizio, che ha comunque più di 30 anni, solo il 22 % è stato ristrutturato. In queste condizioni di sicurezza vive la scuola italiana. Basterebbe investirci per creare lavoro, sicurezza e cultura. I soldi ci sono, come mostrano le dichiarazioni dei redditi dei ministri. Il governo, però, non li tocca. Alla signora della sconcia “paccata“, interessa soprattutto schiavizzare i lavoratori e il ministro Profumo naturalmente tace; per la seconda volta in due anni proroga i rettori suoi colleghi entro università precarizzate, affidate a gente che non può guardare lontano, ma ha tutto il tempo per nominare i consigli d’amministrazione. Qui la tecnica non c’entra. Qui c’entrano esclusivamente la politica e la dignità. Ma si può parlare di dignità a gente che non è stata eletta e mette mano ai diritti? Dov’è la dignità, nella “paccata” della Fornero o nei comportamenti di Profumo, che dovrebbe chiedere le dimissioni dei rettori, quando egli stesso non rinunciò alla presidenza del Cnr, appena ricevuta la nomina di ministro?
Non so per quali vie, mi torna in mente una lontana riflessione sull’educazione e mi convinco che chi per mestiere fa il docente, oggi non può insegnare ai giovani che educazione e cultura bastano a difendere i loro diritti da un governo dispotico, perché si vota e c’è un Parlamento. I ragazzi devono imparare a riprendersi i diritti che gli rubano. Quando “torneranno ad essere rappresentati in un governo, impareranno tutto quello che serve ed anche più. Quel giorno il popolo sarà maestro di tutti senza alcuna fatica“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2012

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