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Posts Tagged ‘Ciampi’

Luigi_Einaudi_1953Da giudice della Consulta, Mattarella si è mosso in modo che non è facile capire e giustificare a livello etico. Dopo aver dichiarato incostituzionale la legge elettorale del leghista Calderoli, ha accettato, infatti, di farsi eleggere Presidente della Repubblica da un Parlamento figlio di quella legge. Un Parlamento, quindi, privo di legittimità morale. Né, dopo la sua elezione, ha poi sciolto le Camere su cui pesava come un macigno la sua sentenza.
Oggi rifiuta di nominare ministro un economista che gli è stato proposto, come prescrive la Costituzione, da un Presidente a cui ha dato l’incarico di formare un governo. Un uomo, si badi bene, che è già stato ministro in un governo presieduto da Ciampi e che ha la piena legittimità giuridica e morale per assumere il suo incarico.
E’ vero, la Costituzione assegna a Mattarela il compito di nominare i ministri che gli vengono proposti, ma non è scritto da nessuna parte che un governo si debba formare in coincidenza con le opinioni politiche del Presidente della Repubblica e nemmeno che debba impegnarsi al rispetto di trattati internazionali che la maggioranza parlamentare, regolarmente eletta, ha scelto programmaticamente di mettere in discussione. Gli elettori, infatti, l’hanno eletta proprio perché vogliono che lo facciamo.
C’è bisogno di dirlo? Un Presidente della Repubblica non può giudicare e contrastare ciò che il popolo sovrano ha deciso votando. Di quel popolo, infatti, egli è solo al servizio.
Ciò che sta accadendo in questi giorni dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che in Italia la democrazia è moribonda e poiché a ogni azione corrisponde fatalmente una reazione, è sempre più evidente: il regime che tenta di sopravvivere a se stesso, sta rinforzando inconsapevolemente (?) e pericolosamente gruppi politici già di per sé pericolosi. Il rischio è che si torni a votare e gli elettori, giustamente inferociti, regalino a Salvini e soci un consenso così largo, che il nuovo regime sarà peggiore di quello che avremmo avuto, se Mattarella si fosse limitato a fare semplicemente ciò che la Costituzione gli impone. E per favore non tiriamo in ballo Einaudi e Previti: la situazione è troppo seria per raccontare barzellette.

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Se scrive sul Manifesto che l’accusa di attentato e tradimento mossa a Napolitano è giuridicamente «inconsistente», Azzariti sa di che parla e ha di certo ragione. Io, però, che sono di parte, l’avvocato di questo Presidente non lo farei e renzi_berlusconi_riformedirò di più: temo che la «consistenza» non assicurerebbe esiti positivi all’accusa e penso che argomentazioni giuridiche forti soffrano talora di una forte debolezza politica. Senza contare le questioni etiche.
Su un punto, mi pare, conveniamo: la china pericolosa, il processo degenerativo della politica, la manomissione di principi e forma di governo, l’esproprio della funzione legislativa. Per farla breve, sulla Costituzione forzata. Anche ora è forzata, nel silenzio del Colle, solitamente più che ciarliero, da una legge elettorale che nasce da intese tra il sindaco di Firenze e un pregiudicato, su basi che fanno a pugni con la sentenza appena emessa dalla Consulta.
Azzariti non nega il disastro; fa, però, di molte erbe un fascio – Quirinale, Parlamento, governo, partiti – e diventa fuorviante. Se è vero, infatti, che il sostanziale tradimento dello Statuto è ormai un reato che ha assunto addirittura carattere associativo, vero è anche che garante della Costituzione è anzitutto il Quirinale. Napolitano, quindi, non si scagiona né in tutto, né in parte, chiamando in causa le colpe di altri: è lì per impedirle. Il fatto è, purtroppo, che il Presidente non solo non ha contrastato il degrado, ma n’è stato spesso promotore. La guerra travestita da pace, i fondi sottratti al sistema formativo statale, per finanziare quello privato, non riguardano la Costituzione? Le leggi sull’immigrazione, col tragico codicillo di campi di internamento e innumerevoli morti affogati nel Mediterraneo, sono in linea con lo spirito della Costituzione? A quale «legge uguale per tutti», pensavano, il Presidente e i suoi consulenti, quando riabilitarono Craxi, dopo una condanna passata in giudicato, e trovarono legale il lodo Alfano, risultato poi incostituzionale? Quale Costituzione ha garantito Napolitano, quando ha conteso al Parlamento il diritto di decidere sulle spese militari e sui cacciabombardieri, che sono cibo tolto di bocca ai lavoratori ridotti alla fame e ai giovani senza lavoro? Cosa c’è di costituzionale nei reiterati inviti rivolti al Parlamento, perché approvi in tempi brevissimi leggi che richiedono ponderate riflessioni? Quando e come Napolitano legge i decreti che firma, se il governo li sforna all’ultimo momento e a stento i vituperati Cinque Stelle ne scoprono talora le magagne? Non s’è accorto il Quirinale che il pareggio di bilancio infilato nella Costituzione ha ridotto la politica a miserabile ragioneria?
Il Parlamento, scrive Azzariti, è «muto e umiliato». E’ vero purtroppo, ma si fa davvero fatica a parlare di «deputati», dopo tre elezioni politiche svolte con una legge palesemente incostituzionale. I «nominati», sono muti per loro natura e. più che subire umiliazioni, umiliano l’Istituzione di cui fanno parte senza mandato popolare. Qual è il Parlamento muto? Quello che a stento conserva una legittimità «tecnico-giuridica», ma non ha più quella etica e politica? La legge Calderoli, si potrebbe obiettare, fu Ciampi a firmarla. Ed è vero. Vero è anche, però, che sono trascorsi anni da quando Napolitano non sciolse le Camere e lasciò sopravvivere il governo Prodi; aveva preso atto: con la legge Calderoli non si poteva votare. Quando, però, Prodi non cambiò la legge elettorale, il Presidente non si dimise.
All’origine del tradimento ci sono i partiti? Ma i partiti non hanno l’obbligo di fare i garanti dello Statuto. Questo è compito del Presidente della Repubblica. Glielo hanno reso impossibile? Avrebbe dovuto, allora, denunciare al «popolo sovrano» la situazione di crescente illegalità e dimettersi. Il popolo, invece, Napolitano l’ha sempre ignorato. Non avrebbe mai dovuto accettare la rielezione, perché gliela offrivano Camere elette di nuovo con un legge che riteneva incostituzionale e partiti pronti a fare un governo che avrebbe inevitabilmente tradito gli elettori. Il voto era stato chiaro: non vogliamo destra e sinistra unite. Non avrebbe dovuto, perché è vero che la Costituzione non mette limiti ai mandati presidenziali, ma è verissimo che, ragionando così, se si può fare per due volte il Presidente, si può farlo anche tre volte e – perché no? – anche quattro e cinque volte.
Tutto ha un limite e noi l’abbiamo superato da tempo. L’accusa dei Cinque Stelle sarà giuridicamente infondata, ma è fondata politicamente e moralmente. Ricorda a tutti, partiti, Istituzioni, giornalisti distratti e cittadini, che il Presidente della Repubblica ha un compito soprattutto: garantire il rispetto della Costituzione. Napolitano non solo non l’ha fatto, quali che ne siano state le ragioni, ma ogni giorno, con insistenza che è di per sé autodenuncia, chiede a un’accozzaglia di «nominati», giunti in Parlamento grazie a una legge incostituzionale, di cambiare la Costituzione.
Ecco, questa richiesta, da sola, è un tradimento. Un oltraggioso tradimento.

Uscito su Liberazione il 2 febbraio 2014 col titolo Napolitano: ha difeso la Costituzione o ne ha promosso la manipolazione?

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OveAhWIWHOZUtIc-556x313-noPadNon s’è mai vista tanta cattiva politica, quanta se ne trova nel diluvio di «tecnici» che ci piove addosso dai tempi di Monti e, a ben vedere, non dipende solo del fatto che in fondo anche un «esperto» ragiona in termini politici. E’ che, per sua natura, il predominio dei «tecnici» nella vita pubblica è un dato politico. In questo senso, il silenzio sui responsabili del ritardo con cui esce di scena la legge Calderoli ha un’evidente valenza politica, come politica è la ragione per cui ora si insiste soprattutto sulla sentenza della Consulta che non ha valore retroattivo, sulla legittimità delle Camere e la validità di norme e nomine «passate in giudicato» durante tre legislature su cui pesa l’ombra di una legge fuorilegge. Di fatto, se è vero che ai «tecnici», a torto o a ragione, può bastare questa rassicurazione, non è meno vero che una legalità così zoppicante sul piano morale a buon diritto interroga gli storici sul processo degenerativo della nostra vita politica e può sembrare ai filosofi incompatibile con l’etica repubblicana.
Si sa, la Consulta «giudica sulle controversie» e si muove, quindi, solo secondo il principio base della giurisdizione: «nemo judex sine actore». Anche qui però, chi si ferma sul dato tecnico scivola sul terreno di un’assoluzione politica fondata su una legalità priva di legittimità etica, perché non è vero che senza denunzia non ci sono reati e colpevoli. Anche a non tener conto delle risposte «tecniche» che celano fini politici – il no della Consulta al referendum sulla legge Calderoli nel 2012 – come non pensare che si faccia quadrato attorno alla «continuità dello Stato», quale che esso sia a quanto pare, solo per sfuggire a una domanda cruciale: è inevitabile che una legge elettorale, tecnicamente e moralmente oscena, condizioni per otto anni la vita politica di un Paese o, sia pure come difesa «da ultima spiaggia», la Costituzione ha in sé, un meccanismo di salvaguardia?
Il Presidente della Repubblica, in effetti, ha un potere di veto sospensivo per ragioni di legittimità, sicché, se pensa che una legge contrasti con la Costituzione di cui è supremo custode, può rinviarla alle Camere. A suo tempo Ciampi non lo fece e Napolitano s’è poi fermato alle critiche. C’è un luogo comune «tecnico», moralmente dubbio, che non ha radici nello «spirito» della Costituzione e non trova piena conferma negli Atti della Costituente. Si dice che il rinvio alle Camere sia l’ultima carta; se le Camere insistono, va promulgata. In effetti, l’Assemblea discusse con passione sulla «necessità giuridica e morale» che il Presidente rifiutasse di promulgare leggi incostituzionali e sul suo eventuale diritto di proporre azione di incostituzionalità di una legge. Nell’illusione di un contrasto tra «uomini eminenti […] sensibili ai problemi della libertà e del decoro del Paese», l’Assemblea non volle riconoscere questo diritto al Presidente della Repubblica ma gli indicò un imperativo morale. In caso di «extrema ratio», infatti, nella prospettiva storica di un conflitto di alto profilo, si disegnò una via di fuga; il rifiuto di contribuire sia formalmente «alla formazione di leggi anticostituzionali si manifesterà attraverso le dimissioni. Il Presidente aprirà la crisi e il Paese finirà per decidere attraverso le elezioni». Non si pensò – sembrò irreale – che il contrasto potesse nascere proprio su una legge che negava al Paese la facoltà di decidere come uscire dalla crisi.
All’«extrema ratio» siamo purtroppo giunti, e Napolitano avrebbe avuto motivo di manifestare il suo dissenso ultimativo, ma non l’hai mai fatto. Ha consentito a Prodi, privo di maggioranza, di tornare al governo col mandato esplicito di cambiare la legge elettorale, perché quella Calderoli era palesemente illegittima – ma la legge non è stata cambiata; ha firmato il Lodo Alfano – e la Consulta ha rimediato – e ha promulgato la riforma Gelmini che fa cartastraccia della Costituzione. Fino alla fine del suo primo mandato, si poteva pensare che, a rendere impossibile lo scontro, fosse proprio una questione tecnica dal valore profondamente politico: le dimissioni e la crisi non avrebbero risolto il problema, perché si sarebbe tornati al voto con la legge truffa. E’ venuta poi la rielezione. Un rifiuto pubblico e motivato Napolitano non l’ha opposto, non ha replicato che declinava l’offerta degli figli di una legge fuorilegge. Ha preferito farsi rieleggere, ha posto alle Camere condizioni da Repubblica presidenziale – o così o me ne vado – ma la legge non è stata cambiata e il Presidente non solo non se n’eè andato, ma ha deciso che non si vota nemmeno ora che la legge c’è, perché l’ha fatta la Consulta: la legge Calderoli senza premio di maggioranza e coi voti di preferenza.
Gli «esperti» ci rassicurano: anche se non si voterà, siamo nei confini della «legalità tecnica». Quali ombre, però, proietti tutto questo sulla nostra vita politica, sulla storia di questi anni e sul prestigio delle Istituzioni lo dicono le parole di fuoco della Costituente. Chi vuole può leggerle. Dicono che è «peggio un Presidente della Repubblica che firma una legge incostituzionale, violatrice della libertà dei cittadini, che un Presidente che si vede sconfessato dalla Corte Costituzionale. Nell’un caso si tratta di un prestigio di sostanza, storico, nell’altro caso di un prestigio che rimane nella cronaca». Meglio, quindi, «un Presidente della repubblica che si dimetta prima, denunciando Governo e maggioranza, che un Presidente costretto a dimettersi dopo». Napolitano è riuscito a fare entrambe le cose: firmare il Lodo Alfano, dichiarato poi incostituzionale, e contestare la legge elettorale senza dimettersi, come pure aveva promesso, tornando al Quirinale. Non bastasse, sostiene che le Camere venute fuori da una legge ufficialmente incostituzionale, possano, cambiare la Costituzione.
A questa singolare e terribile tragedia politica ci hanno condotto il neoliberismo e una immorale «legalità tecnica».

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Rita Levi di Montalcini, premio Nobel per la medicina, è morta a Roma nella sua casa. Aveva 103 anni. La Questura, di Roma, dopo una pronta verifica, ha confermato la notizia del decesso.

images[1]Altri racconteranno chi era, quanto bene abbia fatto all’umanità e quale lustro abbia dato all’Italia la donna che si è spenta. Qui basterà ricordare che la sua infaticabile attività di ricercatrice, la passione e l’ingegno davvero mirabile le consentirono di scoprire e identificare il fattore di accrescimento della fibra nervosa. Fu per questo insignita del premio Nobel per la medicina.
In ogni angolo del globo la comunità scientifica e i popoli civili oggi si segnano a lutto. Da noi, dietro i segnali tipici dell’ipocrisia e delle commemorazioni di rito, rimarranno sospese, invece, due domande che andrebbero poste, pretendendo una risposta dai nanerottoli interrogati:

  1. In virtù di quali meriti Ciampi ha nominato l’anonimo Giorgio Napolitano senatore a vita?
  2. Quali criteri hanno orientato il Napolitano quando, a sua volta, ha nominato collega della Montalcini un mediocre come Mario Monti?

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«Per conquistare qualcosa dobbiamo toglierlo a qualcuno ed è bene parlar chiaro e non nascondersi dietro concetti che possono essere male interpretati. […] Il capitale […] non si muove per generosità, non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale […] si mobilita per aiutare se stesso. […] La “civiltà occidentale” nascosnde sotto la sua vistosa facciata uno scenario di iene e sciacalli».
Che Guevara

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L’ordine è uno, imperativo e categorico: negare l’evidenza e costruire una verità alternativa su cui tornare, tornare e tornare ossessivamente. Potrà ripeterla mille volte la sua verità, Nicolò Amato, dimostrarlo in modo inoppugnabile che nel 1993 la mafia chiese la sua testa a Scalfaro, perché era deciso a proseguire sulla strada del carcere duro, e perciò fu cacciato. Non servirà: è tutto vero, Amato fu allontanato, ma non ci fu trattativa. L’ordine è uno: negare l’evidenza.
A Londra come a Madrid, ad Atene come a Roma e a Basiano, ovunque la polizia impone con violenza fascista le scelte deliranti della Bce? Va bene così: l’Europa è democratica per definizione, anche se ormai si vede all’opera una vera dittatura. Da noi, per esempio, non serve a niente che i giudici condannino i vertici della polizia: l’uomo che li guidava fa parte del governo e lì rimane, con  Monti, per rapinare i deboli e aiutare i forti; in fondo fa… beneficenza.
Di fronte alla fanatica furia con cui Scalfari difende l’indifendibile Napolitano, il Ministero fascista della Cultura Popolare reciterebbe ruoli da apprendista. La tecnica è quella di  Goebbels, Ministro della Propagande del terzo Reich, il quale convinse i tedeschi, virtuosi e un po’ babbei, a resistere persino tra le rovine di Berlino, perché non c’era dubbio, la radio lo aveva ripetuto fino alla fine e la carta stampata lo aveva confermato: il Reich non poteva essere sconfitto e uno splendido futuro attendeva la Germania. Essa non doveva arrendersi alla furia delle “orde asiatiche”, che non avrebbero risparmiato nessuno, e non doveva cedere alla ferocia degli anglo-americani, perché Hitler aveva pronte le sue “armi segrete” e la guerra era vinta.

Così è oggi da noi: la povera gente lo sa, il rigore alimenta la crisi e ci trascina a fondo, ma il circo mediatico presenta la sua verità falsa e virtuale: Monti ci ha salvato e ci dobbiamo credere. Siamo in balia della Germania? Falso, l’uomo di Dio ha mortificato Angela Merkell! I ricchi non pagano la crisi? E’ una menzogna, Monti assicura che pagheranno! E’ una sorta di allucinante 1984, si parla la neolingua e siamo schiacciati dalla psicopolizia, ma le veline di regime e la selva di pennivendoli al servizio di una messinscena ci raccontano meraviglie del democratico governo Monti.
Scuola, ricerca e università sono allo stremo, ma Profumo parla di merito e nessuno se ne ricorda più: è ministro di un governo mai eletto, che ha per programma una lettera scritta da due privati cittadini e vive coi voti di una banda di “nominati” impropriamente definiti deputati, inopinatamente costituitisi in “maggiominoranza“, in un Parlamento tornato ad essere Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Regista dell’operazione è stato Giorgio Napolitano, un ex deputato messo alla porta dagli elettori, ma subito nominato senatore a vita per meriti noti solo al suo amico Ciampi e giunto, infine, alla Presidenza della Repubblica grazie al voto dei soliti “nominati”. Nominato da nominati, quindi. Questa “maggiominoranza“, così poco autorevole e rappresentative, ha i numeri per modificare la Costituzione e impedire persino il referendum popolare. In pratica è una Costituente. Nessuno l’ha mai eletta, ma sta riscrivendo la Carta costituzionale.   
Di scuola non si parla più, ma è ormai deciso: Bondi, l’ultimo macellaio aggregato alla banda Monti-Fornero,  ha deciso che nelle scuole un docente, purché laureato, insegnerà anche discipline per cui non è abilitato. Il principio è semplice: eri titolare in italiano, latino e greco e non hai più la cattedra, perché il governo ha messo insieme due classi, per risparmiare? Niente paura. Sostituirai il collega di Storia che va in pensione, anche se non sei abilitato. Che ci vuole? All’università hai studiato anche storia… Ai giovani si fa così un triplo regalo: per gli studenti, una classe molto più numerosa e un cattivo professore, per i giovani abilitati, un posto di lavoro in meno. Profumo ha trovato la cosa del tutto naturale. Come naturali gli sono sembrati il 4,53  % tagliato ai fondi ordinari del CNR da qui al 2014, il 14 % sottratto al centro Fermi, il 5 % all’Istituto di Geofisica e Vulcanologia, il 7 % all’Istituto di alta matematica, il 14 % all’Istituto di fisica nucleare, il 16 % all’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale, il 7 % alla stazione zoologica Anton Dohrn… Si potrebbe proseguire, ma a che servirebbe? Il ministro non ha battuto ciglio e continua  a recitare da guitto la particina del “signor merito“.

Sento parlare a volte di autunno caldo e amaramente sorrido. Calda è stata di certo e calda sarà ancora questa estate. Così calda, che l’autunno, quando verrà, porterà sensazioni di gelo. E di pensieri freddi c’è bisogno, per affrontare questo feroce tentativo di ricondurci indietro fino a prima della Rivoluzione francese e del secolo dei lumi.  Ad Atene come a Madrid, la gente finora s’è ribellata in massa e ha riempito le piazze, consegnandosi inerme a macellai in divisa che essa stessa paga perché la massacri. Una guerra così combattuta non serve ed è subito persa. Ieri, mentre a Madrid si lottava, dalle mie parti, nelle strade dei ricchi, la gente indifferente, abbronzata e tranquilla faceva  il solito shopping e spendeva per un paio di scarpe quanto guadagna in un mese un cassintegrato, mentre ad ogni crocicchio un poveraccio chiedeva la carità. Non serve, mi sono detto, scendere in piazza e protestare in massa. No. La musica cambierà solo quando sarà guerriglia, quando per ogni pupazzo in divisa ce ne vorrà uno che gli guardi le spalle, perché qualcuno potrebbe colpire, ma non si saprà come, non si saprà dove e non si capirà quando; la musica cambierà solo quando gli eroi da operetta che impazzano in piazza, diventeranno pallidi la sera, per strada, da soli, perché avranno paura delle ombre. La musica cambierà se ogni casa povera sarà un rifugio e tutto ciò che fa parte della vita di chi è ricco e di chi è potente diventerà quello che in gergo tecnico si chiama “obiettivo sensibile”.

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Comanda lui. Gli elettori lo sbatterono fuori dal Parlamento, ma comanda lui, il maggiore esponente d’un ceto politico squalificato. Ciampi lo ripescò con un ceffone agli elettori e lo fece senatore a vita; aveva illustrato la patria, ma nessuno se n’era accorto e ora comanda lui. Non lo fermano ormai nemmeno il terremoto, una strage di operai e il collasso d’un Paese che dal 1953, come dirigente di partito, deputato, senatore, ministro e presidente della repubblica, ha condotto al disastro.

Parla, straparla, ricopre tutti i ruoli, sta in campo e sugli spalti, applaude, fischia, mostra il cartellino giallo per ammonire, tira fuori quello rosso per l’espulsione, è raccattapalle, arbitro, guardalinee, quarto uomo e giocatore.

Comanda lui, il sedicente comunista, che aveva il lasciapassare per gli Usa, quando il rosso faceva diventare tori gli americani. Comanda lui e oggi, da vero capo del governo, ha riunito Mario Monti, l’uomo di paglia di banche e affini, e le alte cariche dello Stato e ha deciso che sì, la parata militare va fatta, costi quel costi, nonostante i danni del terremoto, il lutto degli emiliani, il sospetto delle responsabilità padronali per l’uccisione di undici lavoratori e la rabbia della gente tenuta a bada ormai solo dalle manganellate delle forze dell’ordine. Va fatta, tanto pagano i contribuenti.

Comanda lui, Napolitano. Non lo fermano ormai nemmeno il terremoto, una strage di operai e il collasso del Paese. C’è in Italia qualcuno disposto e spiegargli che è giunta per lui l’ora di ritirarsi a vita privata?

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Voglio passar per pazzo. Approntate la nave dei matti che un tempo navigava senza soste sui corsi d’acqua tedeschi e ospitava chi non s’integrava. Mandatemi a spasso per fiumi e per laghi, ma lo scrivo. Era nell’aria, ma ci rifiutavamo di crederci. Manca forse la psicopolizia, ma la staranno di certo organizzando. Orwell ha fatto scuola: la verità è ormai rappresentazione e la rappresentazione manipola il passato e “ricostruisce” il presente. Nelle biografie di Giorgio Napolitano la notizia è stata accuratamente cancellata, ma c’è chi ricorda e occorrerà curarlo: gli elettori lo hanno sbattuto fuori dalle Camere. Ci è tornato solo perché Ciampi, ignorando la volontà del popolo, ce lo ha riportato a viva forza, nominandolo senatore a vita. Le drammatiche conseguenze di quel ceffone alla democrazia sono sotto gli occhi di tutti, ma nessuno lo dice – la verità ormai è figlia naturale del tempo e due più due fanno quattro, fanno cinque o fanno tre. Decide il potere.

Avevamo un Parlamento di nominati, ma un governo eletto. Bello o brutto, aveva un regolare mandato elettorale. Oggi, un senatore a vita bocciato dagli elettori, eletto presidente della repubblica da un Parlamento di nominati con una legge incostituzionale che la destra ha voluto e la sinistra ha mantenuto, un nominato da nominati, o se volete un signor nessuno, ha aperto la via a un governo che nessuno ha votato e ha la fiducia di un Parlamento che nessuno ha eletto.

Così stando le cose, sono costretto a dar ragione a Scilipoti e alla Mussolini; sono in pessima compagnia, me ne vergogno, ma è così: questo governo non c’entra nulla con la democrazia. Se questo è il frutto avvelenato dell’antiberlusconismo, occorre dirlo, la sedicente sinistra di suo ci ha messo molto. Parigi val bene una messa, lo so, ma la vergogna è infinita. Aveva ragione Monicelli poco prima di porre fine ai suoi giorni, quando lo disse chiaro: non c’è altra via che la rivoluzione. La gente, però, ha paura, non vuol capire, ora è complice di uno, ora di un altro e non si può fare. Ci attendono anni bui, peggiori di quelli fascisti. Siamo passati dal conflitto d’interesse alla guerra di classe che si muove dall’alto. Non c’è da farsi illusioni: l’uscita dalla crisi sarà necessariamente traumatica e peserà sui giovani. Tocca a loro tirarsi fuori dalla tragedia in cui li abbiamo cacciati.

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