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Posts Tagged ‘Sandro Pertini’

Silvestro_Lega_-_Mazzini_morente,_1873A commento di un mio articolo su Mimmo Lucano  un lettore mi invia un link che rimanda a un reportage:
http://www.recnews.it.
Non ci vuole molto a capirlo: Mimmo Lucano per lui è un volgare delinquente.
Do uno sguardo, mi faccio un’idea della cosa e gli rispondo:
«Di mestiere faccio lo storico e quando racconto fatti cito le fonti. Qui non ci sono; di conseguenza sono chiacchiere».

LD – così si firma il lettore – replica dopo poche ore, non so se ironico o irritato:
«Se lei è uno storico dovrebbe notare che c’è della documentazione debitamente citata».

Mi sorge il dubbio di non aver prestato la necessaria attenzione, torno sul link, ma ne ricavo solo una conclusione: la discussione è inutile. Due posizioni inconciliabili. Per non essere scortese, provo tuttavia a spiegarmi:

«Quali sono le fonti? Tutto rimanda alle accuse mosse dai giudici, che però, almeno per ora, non hanno praticamente valore».

LD se ne sta zitto per cinque giorni. Quando non me ne ricordo più, lo ritrovo però sul mio blog. Ha deciso di riprendere la discussione:
«Sta dicendo che il lavoro della Procura della Repubblica non ha valore? La vicenda è stata comunque trattata grazie a una copertura documentale che va dal 2010 a oggi. Non c’è solo l’ordinanza. Questo ha molto più valore delle chiacchiere fatte senza nessuna base».

Può darsi che sbagli, ma a me pare ormai un dialogo tra sordi e non mi va di perdere altro tempo. Decido di chiudere e glielo dico:
«Sì, finché non si giunge a una sentenza definitiva, non ha valore.
Anni fa, secondo una Procura della Repubblica, io ero una sorta di pericolo pubblico, colpevole persino di istigazione alla rivolta. Si trattava solo di chiacchiere, firmate da un magistrato incapace o in malafede. Fui assolto perché il fatto non sussisteva.
Il lavoro di una Procura va preso con le molle. Negli archivi di Stato esistono prove inoppugnabili che riguardano processi truccati da funzionari di polizia che mentono sapendo di mentire. Ho trovato una lettera di Crispi che chiede ai magistrati una sentenza rapida ed esemplare – giusta o ingiusta non gli interessa, quello che conta è che gli consenta di sciogliere il PSI. L’ottiene, ma il processo è una tragica farsa. Ho trovato persino la lettera di un Questore che raccomanda ad alcuni commissari di Pubblica Sicurezza di concordare una versione comune da fornire alla stampa e al magistrato. I commissari obbediscono e gli assassini in divisa, che hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco un giovanissimo operaio, evitano il processo.
In quanto a Lucano, che dire? La disobbedienza civile prevede reati che i Tribunali condannano. E’ la storia poi che processa i tribunali e assolve gli imputati. Ci sono migliaia e migliaia di antifascisti spediti in galera e al confino per reati previsti dalle leggi fasciste. Violarono la legge? Certamente. Oggi però meritano quel rispetto che non hanno meritato i giudici che li condannarono. Nell’Italia liberale, Mazzini morì esule in patria sotto falso nome. Negli anni del fascismo Pertini finì in galera, in quelli della Repubblica fu considerato un uomo integerrimo. L’antimilitarista Don Milani morì da imputato nella Repubblica che ripudia la guerra, ma oggi è ritenuto un maestro.
Questo è. Si rassegni e non speri di convincermi. Spreca il suo tempo. Si tenga la sua legittima opinione e aspetti. Mi creda, però, e ci rifletta: la storia, non i cronisti e i tribunali, dirà se Mimmo Lucano è un criminale, come lei crede o, come invece penso io, un esempio di virtù civile.
Qui si chiude. Non pretendo di aver ragione e rispetto la sua opinione, ma non abbiamo altro da dirci».

Perché riporto la discussione? Perché non so trovare un modo migliore per spiegare una sensazione di straniamento che mi accompagna da qualche tempo: è come se fossi sceso da un treno per errore in un paese che non è il mio. Io non capisco gli altri e gli altri non capiscono me.

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Sandro-Pertini-810x380La rete di tubi Innocenti che da giovani ci soffocò, i muri puntellati che accecavano l’imbocco dei vicoli bui, i palazzi traballanti faticosamente rinsaldati, furono davvero pagati dalla solidarietà del Paese o ci siamo illusi e tutto si fece a spese della città ferita? Di fronte al debito che vogliono imporci, il dubbio è legittimo e tornano in mente le domande accorate di Sandro Pertini: «Chi è che ha speculato su questa disgrazia? E se vi è qualcuno che ha speculato, […] costui è in carcere, come dovrebbe essere?».
Cosa sia e a chi appartenga il CR8, il Consorzio Ricostruzione 8, spuntato Dio sa come dal secolo scorso, non è chiaro a nessuno. Pretende soldi a palate per imprecisati lavori di ricostruzione che avrebbe eseguito per conto dei napoletani, ma noi sappiamo solo che è un’impresa di costruzioni edili inserita nel Registro delle Imprese dal 19 febbraio 1996. Sembrerà strano ma è vero: il CR8 vanta un credito che minaccia di annegarci in un mare di guai, ma noi non conosciamo il suo Statuto, i suoi amministratori, i suoi titolari, la sua storia, le sue attività, i suoi soci e i suoi dati fiscali, amministrativi e patrimoniali.
Chi prova a saperne di più trova solo brandelli di notizie. Scopre, per esempio, che il 31 luglio 1991, quasi undici anni dopo il terremoto, il socialista Nello Polese, nei panni di Commissario Straordinario di Governo, affidò in concessione al Consorzio lavori di edilizia residenziale. A noi piacerebbe sapere perché si fecero lavori tanto tempo dopo il sisma, se c’erano fondi destinati a coprire le spese e a quali costi pattuiti si chiuse l’accordo. Purtroppo, però, nessuno ci dice nulla. La stampa, va a capire perché, è tutta concentrata sulle ipotetiche responsabilità della Giunta chiamata a pagare il debito misterioso e pare quasi che il passato non interessi l’informazione. Eppure questa triste faccenda viene da lontano. Da qualche parte c’è scritto che nove anni dopo l’assegnazione di Polese, il 22 febbraio del 2000, il CR8 avviò nei confronti del Comune di Napoli un procedimento arbitrale. A Palazzo San Giacomo stavolta c’era Bassolino, il debito aveva assunto dimensioni serie e per giunta c’era un ulteriore credito per interessi in via di determinazione.
Chi tenta di capire si accorge che Bassolino contestò il diritto vantato dai creditori e ricusò un lodo arbitrale, ma non può capire se il Comune rifiutò perché qualcosa non era andato come previsto. Sarebbe interessante e utile saperlo, ma non te lo dice nessuno. Di certo c’è che iniziò così, diciotto anni fa, la battaglia legale sul pagamento di spese maturate fuori bilancio, che oggi gravano sui napoletani e silurano un’Amministrazione che con i fatti del 1981, le scelte del 1991 e lo scontro del 2000 non ha nulla da spartire.
Scavando ostinatamente si accerta che il 22 ottobre 2004 si giunse a un lodo e si registra un altro dato certo: a Palazzo San Giacomo c’era Rosa Russo Iervolino, ex democristiana passata poi alla Margherita e infine al PD, e se ne ricava una spiacevole sensazione: per decenni, mentre il sisma dell’80 diventava un evento lontano, consegnato alla storia di Napoli, un altro terremoto acquistava giorno dopo giorno una forza distruttiva. Il disastro covava silenzioso, come tutti i movimenti tellurici e sembrava muoversi su due binari. Da un lato un Consorzio di ignoti creditori, deciso a riscuotere crediti che oggi, possono essere soddisfatti solo cancellando diritti costituzionalmente garantiti, dall’altro Enti Pubblici più o meno assenti.
Oggi, mentre il nuovo terremoto li assale, la mancanza di notizie precise insospettisce i napoletani c’è chi si chiede se non ci sia un qualche nesso tra gli interessi dei creditori e le forsennate campagne di organi di stampa che – sarà un caso? – appartengono a chi, costruendo e ricostruendo, ha accumulato una montagna di quattrini. Una risposta a queste domande non c’è, ma chi ha vissuto gli eventi successivi al terremoto, sa bene quale fiume di soldi sia passato per vie traverse dal pubblico al privato, finendo molto spesso in mano alla malavita organizzata e non manca nemmeno chi ricorda l’inspiegabile inerzia degli Enti Pubblici, spesso lontani dalle gare di appalto. Certezze ovviamente i napoletani non possono averne, ma quasi quarant’anni dopo la sensazione è che il debito sia un groviglio di buchi neri, in cui sono finiti milioni e milioni di euro che qualcuno – ma chi? – ha acquistato il diritto di riscuotere. A quale titolo? In conseguenza di quali scelte? Questo non si sa, ma chi avrebbe dovuto pagare – ecco una certezza – non l’ha mai fatto: né il Commissario, né le giunte comunali nate dopo la fine del commissariamento, avvenuto nell’aprile 1996.
Dagli Atti della Camera dei Deputati e dai testi allegati all’ordine del giorno della seduta dell’1 febbraio 2017, apprendiamo che le somme richieste al Comune di Napoli sono debiti maturati negli anni in cui il concedente era lo Stato e che l’odierna Amministrazione ha ripetutamente posto l’accento sulla necessità che il Governo si accollasse il debito per la quota di sua competenza, pari a qualcosa come il 90 per cento del totale. Il Governo però non l’ha fatto e non si capisce perché le somme richieste non siano state stanziate negli anni del disastro. Di certo c’è che, in questo dopo terremoto che non ha mai fine, a Luigi De Magistris si giunge solo dopo che 14 tra sindaci e commissari, da Maurizio Valenzi a Rosa Russo Iervolino, sono stati alla guida della città.
In questo guazzabuglio che avrebbe spinto una stampa più indipendente a tentare l’inchiesta, c’è un dato che colpisce: seguendo il percorso dei sindaci e delle parti politiche di cui sono stati espressione, si scopre che la senatrice Valeria Valente, che oggi guida la crociata per la «sana amministrazione», iniziò la sua carriera politica nel 1997, quando fu eletta consigliera comunale nelle liste dei DS e l’ha proseguita poi nel 2001 allorché, rieletta, divenne assessore. Erano i tempi di Rosa Russo Iervolino e dell’emergenza rifiuti, che «fa debito» come il terremoto. Come possa la senatrice Valente ignorare di aver approvato bilanci destinati ad aggravare la situazione debitoria del Comune è un mistero glorioso.
Davanti a questa oscura vicenda, a lei, però, alla parlamentare del PD, come a tutti i protagonisti di questa oscura vicenda, sarebbe il caso che qualcuno – una Commissione parlamentare d’inchiesta? – ponesse le domande che i napoletani onesti si fanno invano da tempo. Quali percorsi ha compiuto il debito in quasi quarant’anni di storia della città e del Paese? Chi sono i creditori? Come hanno ottenuto gli appalti? E’ giusto che per pagare oscure spettanze vantate da ignoti creditori, si cancellino diritti costituzionalmente garantiti, si neghi la refezione scolastica ai bambini, si svendano aziende e beni comuni e si riduca Napoli in condizioni di miseria più gravi di quelle in cui già vive? Si sono resi conto i dirigenti del PD napoletano, avanti a tutti Valeria Valente, che la loro «guerra santa» è guerra alla città e alla gente che li ha votati e – come tutte le guerre – si combatte soprattutto a danno dei ceti più poveri ed emarginati?
Si ha un bel dire, infatti, che pagherà la città; la verità è che il costo già iniquo di un debito misterioso non ricadrà in misura ugualmente grave su tutta la popolazione. A qualcuno – le minoranze agiate – costerà poco o nulla – ad altri – quella parte della popolazione che già soffre le pene dell’inferno, toglierà l’aria per respirare.

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Cambia il tempo nessuno potrà fermarloSecondo lei un uomo senza lavoro, che ha fame, che vive nella miseria, che è umiliato perché non può mantenere i propri figli… questo per lei è un uomo libero? No che non lo è. Sarà libero di imprecare, ma questa non è la libertà che intendo io. La libertà senza giustizia sociale è una conquista vana“.

Due Paesi: uno ottuso, armato, egoista e parassita, che difende una legalità malata e ignora la giustizia sociale; l’altro disarmato, che lotta per il futuro negato. Per un po’ la cieca violenza del potere potrà imporsi e sembrerà trionfare. Col tempo però – giorni, mesi, anni, nessuno può dirlo – la forza della ragione e le ragioni della giustizia sociale avranno certamente la meglio. Non è una speranza e nemmeno un sogno irrealizzabile. E’ una legge fondamentale della vita. Quella che muove la storia. E nessuno è mai riuscito a fermarla.

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Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa: non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.
Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.
Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.
Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».
Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di «nominati» a metter mano alla Costituzione.
Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Uscito su “Liberazione.it” l’8 agosto 2013 e sul Manifesto il 10 agosto 2013 col titolo Corsi e ricorsi. Napolitano e il precedente di Craxi

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La ricerca storica ti fa giramondo. Non tanto perché, dietro le tracce di uomini e cose, ti metti talora materialmente in viaggio – e il percorso ti è ignoto: lo dettano i fatti e le passioni che ricostruisci – quanto perché, dal tuo osservatorio locale, segui l’itinerario ammaliante delle idee. E lo vedi non: hanno confini.
Un viaggio un po’ amaro, m’è capitato di farlo pochi giorni fa in archivio. Seguivo Federico Zvab, un istriano, incontrato alla testa di insorti nelle Quattro Giornate, e mi è parso assurdo che di un uomo della sua tempra si sappia poco o nulla e che nessuno abbia pensato di intitolargli una strada. Non sappiamo di noi, mi sono detto, e non c’è scampo: un popolo che non ha memoria storica, s’imbarbarisce. Poi mi sono perso nel viaggio.

A Casigliano di Sesano, dove Zvab è nato nel 1908, l’aria è irrespirabile. I fascisti la fanno da padroni e la gente di sinistra morde il freno: a Federico hanno ucciso un fratello e, per poter parlare e pensare da uomo libero, nel 1930 se ne va clandestino. Lo rincorro, assieme a telegrammi e note di polizia, e giro l’Europa di paese in paese: Jugoslavia, Francia, Belgio – dove si lega a Enrico Russo, napoletano, comunista ed esule come lui – e poi Germania, Svizzera, Austria – a Vienna, nel febbraio del 1934 è ferito sulle barricate degli operai in lotta col fascista Dollfuss – e infine Spagna, dove a settembre del 1936 è tra i repubblicani. Comandante di batteria nell’artiglieria miliziana, attaccato da aerei italiani è ferito gravemente in Catalogna. Nel 1939, mentre i franchisti entrano vittoriosi a Barcellona, passa in Francia ed è internato a Vernet. Mussolini però occupa la Francia sconfitta dai tedeschi e, nel settembre del 1940, Zvab finisce per due anni a Ventotene, dove incontra Sandro Pertini ed Ernesto Rossi, si ammala di peritonite tubercolare e si fa il calvario dei ricoveri nel reparto confinati dell’Ospedale Incurabili di Napoli. A giugno del 1942 è così sofferente, che il direttore della colonia di Ventotene, Marcello Guida – futuro questore di Milano al tempo della strage di Piazza Fontana! – “propone che alla scadenza del periodo di confino venga restituito alla famiglia”. Ma il fascismo non fa sconti e Zvab torna libero solo nell’agosto del 1943, quando, caduto il regime, si stabilisce a Napoli.
Seguendo la sua via, faccio così ritorno a casa e ritrovo Zvab che combatte nelle Quattro Giornate.
E’ il volto politico dell’insurrezione, quello che non piace agli americani, che ai moti di popolo preferiscono foto di scugnizzi, e probabilmente non piace a Togliatti ed al “nuovo” PCI, che fa i conti con lo spettro di Bordiga, che, a Napoli, ha storia e radici tra i lavoratori; non piace perché con la rivolta il PCI c’entra poco e, in molti casi, i combattenti sono stati mossi e guidati da “irregolari” come Zvab, Tarsia, Gabrieli ed altri militanti, il cui passato politico mal si concilia coi programmi degli uomini di Togliatti.
Sulle Quattro Giornate cade così la pietra tombale del presunto spontaneismo. Ma Zvab, comandante di battaglione partigiano, che a Napoli ritrova Enrico Russo, non si fa mettere da parte facilmente. Con Russo, Villone, Iorio e Vincenzo Gallo, egli organizza infatti quella CGL che vuole essere un sindacato democratico, libero da vincoli di organizzazioni politiche, con un largo controllo della base sul vertice. Avrà vita breve, diverrà CGIL e sarà soffocata dalla burocrazia che nasce all’ombra dei partiti. Il danno si vedrà nel dopoguerra.


Avrei concluso il mio viaggio con Zvab, se la sera stessa, tornando dall’archivio, non avessi trovato su Metrovie notizia d’una iniziativa del “Comitato Claudio Miccoli” : una strada intitolata al giovane ucciso da neofascisti, ed una a Giorgio Perlasca, fascista pentito, che salvò numerosi ebrei dallo sterminio. Il viaggio si è fatto a questo punto amaro.
Non è questione di toponomastica, e nemmeno del fatto che Perlasca fu volontario in Spagna dalla parte opposta a quella in cui si schierò Zvab, benché sia inevitabile pensare che, in Spagna, i Perlasca avrebbero potuto ammazzarli i miei Zvab. E allora, mi domando, chi avrebbe fatto poi le Quattro Giornate. Ma non è questo il punto. E’ che Perlasca, non più fascista e non antifascista, tiene per sé, se mai la sente, la ripulsa morale per le leggi razziali e, scoppiata la guerra, è incaricato d’affari nei paesi dell’Est con lo status di diplomatico: rappresenta il regime. Vive così, in una condizione ambigua la tragedia dell’Olocausto sino alla soluzione finale, e in extremis, risolve con un moto di pietà un sopraggiunto confitto interiore; non scioglie però il nodo cruciale della responsabilità personale nei confronti del fascismo, contro il quale non si schiera mai apertamente.
E’ per questa sua condizione di ambiguità che, quando i tempi sono parsi maturi, Perlasca è diventato strumento di una sottile e pericolosa operazione di “maquillage” politico, di recupero di immagine del fascismo, attraverso quella “dottrina della pacificazione”, per la quale, di fatto, il revisionismo vince la partita.
Siamo di fronte ad una scelta di filosofia della politica, all’adozione di un metodo di indagine e, soprattutto, di un metro valutazione dei fatti della storia che, lo capisco, lo sento sulla mia pelle, pone gli studiosi di sinistra in una condizione di oggettiva difficoltà: nel clima in cui viviamo, con la gente sconcertata e impaurita da una quotidiana violenza politica, non è facile prendere le distanze da un “giusto dei popoli” e riuscire a motivare una posizione che – lo so – si presta all’accusa di estremismo.
Lo capisco. Penso però che occorra farlo, che si debba conservare la lucidità necessaria per parare il colpo e domandare, senza alcun intento polemico, a se stessi, prima che ad altri, se per queste vie non passi il revisionismo; chiederselo, come lo chiedo a me, provando a capire se la scelta di intitolare una strada a Miccoli ed una a Perlasca, non celi l’ennesima operazione bipartisan, per usare una parola alla moda, dietro la quale fa capolino la rimozione. Così, in tempi non meno difficili, fu rimossa la CGL di Enrico Russo, che, rifiutato un posto di ministro, morì “dimenticato” in un ospizio per i poveri; così probabilmente si cancellò, grande o piccola che fosse, l’anima politica delle Quattro Giornate, così si ignorano vent’anni di antifascismo, come se la nascita del regime non coincidesse anche a Napoli con l’inizio della resistenza.
Allora come oggi tutto sembra muoversi in nome di interessi immediati, di una pacificazione invocata da un realismo più realista del re, da sedicenti riformisti, architetti della politica degli schieramenti, di fronte ai quali le scelte ideali rischiano di scadere al rango di opzioni e la storia diventa, ahimè, un ostacolo da aggirare. Rimozione – e qui bisognerebbe discutere con grande onestà intellettuale – consentita da una sinistra che, invece di far conti chiari con la propria storia, emendadola da antichi errori e rivendicandone con orgoglio lotte, valori e ideali, lascia che passi il veleno mortale che ci cancella.
Per questo mi domando e domando: perché Perlasca e non Russo o Zvab?

Uscito su “Metrovie”, settimanale campano del “Manifesto” il 9 ottobre 2004 e su “Fuoriregistro, il 15 ottobre 2004.

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