Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘democrazia’

 

imagesCondivido la tua analisi“, mi dice un amico. La verità è che la mia analisi è soprattutto inutile purtroppo. Ci sono momenti della storia che non consentono scelte di comodo e mediazioni al ribasso. Momenti in cui o si sta da una parte o dall’altra e sono parti inconciliabili tra loro. Gli omicidi nel Mediterraneo, il razzismo, la cancellazione dei diritti costituzionali, la violenza come strumento di lotta politica, il feroce dominio dell’impresa sul lavoro, il fanatismo religioso dell’Europa convertita alla fede neoliberista, tutto ci dice che la democrazia sta morendo. Tutti, però, nessuno escluso purtroppo, corrono per se stessi.
Si parla tanto di “beni comuni” poi, quando in discussione c’è il primo di questi beni, la libertà, presupposto alla comunanza di ogni altro bene, nessuno guarda un centimetro più in là della punta del suo naso.
Non c’è dubbio perciò, è indiscutibilmente vero: ogni popolo ha il governo che merita.

Fuoriregistro, 14 novembre 2017

Annunci

Read Full Post »

no ai nominati

Read Full Post »

divorzio-siDell’aspirante sindaco Lettieri, non si conoscono bene le opinioni politiche. Si colloca più o meno a destra, ma rispetto ai politici ha sempre vantato soprattutto l’amicizia con Cosentino ‘o ‘mericano, passato da sottosegretario con il pregiudicato Berlusconi a detenuto per camorra.

La cultura politica di Marco Nonno, sostenitore e amico dell’amico d’o ‘mericano, è nota, perché quando può, se ne vanta:  si è formato alla più coerente scuola di neofascismo attiva nella storia della Repubblica, il Movimento Sociale Italiano. Quello al quale forse si ispira oggi Renzi col suo vagheggiato Partito della Nazione. Chi non ci crede, faccia un rapido controllo, Wikipedia non lascia spazio a dubbi: «Il Movimento Sociale Italiano (MSI) fu fondato il 26 dicembre 1946 da reduci della Repubblica Sociale Italiana,  come Giorgio Almirante e Pino Romualdi, ed ex esponenti del regime fascista, come Artuto Michelini e Biagio Pace».

Dopo la conferenza stampa odierna sulla democrazia violata, qualcuno forse si meraviglierà, ma la storia è anche questo e ci sono personaggi dell’attuale vita politica – se di politica si può parlare – che spiegano meglio di  un saggio storico le origini della crisi del nostro sistema politico. Quando Nonno dice MSI, si riferisce a Rodolfo Graziani, il generale fascista e criminale di guerra che comandò l’esercito della Repubblica Sociale. I «repubblichini», sì, proprio loro. I famigerati «repubblichini». Si riferisce – e diventa più chiaro – a un partito politico che non ha preso parte ai lavori della Costituente, contestava la Costituzione Repubblicana, non rinnegava il fascismo e andò incontro in pochi anni a una serie di arresti per ricostituzione del partito di Mussolini.

Queste le radici.

L’approdo, poi,  dimostra, la bontà della scuola. Nonno è vicino a Casa Pound e l’anno scorso, a Pianura, il suo feudo, com’era Cremona per il ras Farinacci, si è dato molto da fare in occasione dell’inaugurazione di una targa storica con le parole del discorso del Duce pronunciato in occasione della fondazione dell’Impero, nel maggio del 1936. Le parole, per i passanti distratti, sono le seguenti e chiunque può leggerle sulla targa:

«Il popolo italiano ha creato col suo sangue l’impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi. In questa certezza suprema, levate in alto, o legionari, le insegne, il ferro e i cuori, a salutare, dopo quindici secoli, la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma. Ne sarete voi degni? Questo grido è come un giuramento sacro, che vi impegna dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini, per la vita e per la morte».

Per carità, si può ben capire perché gente con questa storia si infastidisca per il controllo popolare che incontra attorno ai seggi. Voler spacciare, però, una storica idiosincrasia per una impossibile passione democratica, è molto peggio che una volgare barzelletta: è una pericolosa sceneggiata. L’ultima.

Poche ore ancora, poi si torna al vecchio copione: Nonno sognerà di nuovo Almirante, Rauti, l’impero e la Repubblica di Salò. Lettieri si pentirà delle sue amicizie. Per fortuna di Napoli, però, sarà tardi.

Read Full Post »

content_793_2Torna la guerra e torna nel silenzio della gente. La scommessa sull’ignoranza, il forte investimento sulla scuola povera, sulla storia intesa come educazione “patriottica” e strumento di legittimazione del presente, non delude le attese e gli interessi moltiplicano più e più volte il capitale. Colpita la scuola, il gioco è fatto e lo sapevano tutti: lasciarla alla deriva, screditarla, sottometterla al potere politico è sempre stata una garanzia sicura per chi mira al cuore d’una democrazia. E’ un dato di fatto e una fatalità: “la scuola influisce, in bene o in male, in intelligenza o in ottusità, in libertà o in conformismo”. Colpire la scuola, significava anzitutto spezzare ogni filo tra società e cultura ed era la via obbligata per chi voleva spegnere definitivamente le grandi speranze di trasformazione e – perché no? – di rivoluzione da cui era nata la Repubblica.
Torna la guerra e non si sente vibrare forte la ripulsa per l’interminabile sequela di becere menzogne, sanguinosi conflitti e ributtanti ingiustizie. La gente non s’accorge nemmeno che in guerra ci andiamo assieme agli assassini di Regeni.
Per un quarto di secolo gli eventi della storia sono stati progressivamente distorti e se n’è ricavata una narrazione ad uso e consumo della “ragion di Stato” e degli interessi del grande capitale. Una narrazione che aveva un unico scopo: resuscitare i sudditi e celebrare i funerali dei cittadini.
“Sovversivismo storiografico”, scrisse invano Gaetano Arfè, che l’aveva lo sguardo acuto di chi riesce a vedere lontano. Si è lavorato perché Il passato tornasse passato e smarrisse ogni legame con la contemporaneità. Siamo a tal punto ormai, che nessuno ricorda più la libertà come la vittima prediletta di tutte le guerre e intere generazioni abboccano all’amo delle “guerre per la democrazia”. Eppure l’avevamo imparato e lo sapevamo bene: la guerra è l’arma più efficace che il potere possegga per colpire a morte i diritti.
Torna la guerra e i generali di Renzi portano in Libia un popolo che non ha più strumenti critici. Torna il “ritorno all’Africa”, con cui Mussolini condusse i nostri nonni alla tragedia. Torna, nell’indifferenza della scuola, nel silenzio di docenti complici o intimoriti. Torna e ancora una volta, nonostante i gas e il genocidio, le piume dei bersaglieri correranno al vento tra popolazioni che non hanno scelta: o li accoglieranno come liberatori o finiranno nella lista delle “canaglie” e dei “terroristi”.
Parificati fascismo e antifascismo, torna la guerra in Libia ed è di nuovo “santa”, contro il barbaro musulmano. Torna e nessuno ricorda che più o meno cento anni fa, da lì, dalla Libia, partimmo per la guerra mondiale, da lì vennero la fine della democrazia e la feroce dittatura totalitaria. Non poteva andare diversamente, del resto, nel cuore di una crisi finanziaria, dopo la manomissione della Costituzione, l’apoteosi della “Grande Guerra”, la rivalutazione del fascismo, le menzogne sulle foibe e la criminalizzazione dell’idea stessa di comunismo . Doveva tornare e torna la guerra in una indifferenza generalizzata che è anche figlia di una “politica dell’oblio”, di manuali scolastici che hanno rinunciato a fornire strumenti critici adatti a leggere il presente attraverso la chiave preziosa del passato. Figlia di una scuola che in molti hanno distrutto e Renzi s’è intestata.
Torna la guerra, mentre la memoria di Stato nei giorni comandati ricorda un genocidio sterilizzato, che non sa e non può dire alla gente la sua verità disperata: il “secolo dei massacri” non è mai terminato.

Fuoriregistro e Agoravox, 3 marzo 2016

Read Full Post »

«Come t’è venuto in mente di rileggerlo?», ti chiedi angosciato, mentre il vecchio libro torna al suo posto nello scaffale della libreria. Il punto di domanda, però, non si ferma in coda alla frase. Cade giù a picco nel mare delle riflessioni e apre cerchi concentrici, come un sasso in uno specchio d’acqua. Non hai voglia di cercare una qualche risposta, ma il Guevara uccisodiavoletto critico che ti vive dentro da sempre incalza petulante: «Perché l’hai riletto?».
Potresti dirgli che non ricordi e non t’importa di sapere perché, ma quello insisterebbe e perciò gli rispondi, anche se in fondo parli solo a te stesso:
«Non lo so. Forse perché il vecchio Jhon Pilger va raccontando in giro che ormai “1984” passa per un libro d’altri tempi, una storia superata, inoffensiva e a modo suo persino rasserenante. Sì, forse è andata così. E’ stato Pilger».
Non fai in tempo a dirlo, ed ecco che anche Pilger diventa un sasso che cade nel lago profondo dei pensieri e apre cerchi sempre più larghi, uno nell’altro, uno più largo dell’altro. E’ una vertigine oscura che ti confonde: ieri, oggi, insiemi infiniti di punti tutti ugualmente distanti dal sasso che affonda, punto da cui parte il raggio di una circonferenza che si allarga… Piaccia o no, si riflette.
Ora che ci pensi, mentre leggevi, ti sei ricordato che Orwell l’aveva previsto il rischio che le democrazie, svuotate, si chiamassero fuori, riducendosi a forma che banalizza la sostanza. Altro che libro d’altri tempi! In fondo Orwell ci aveva messi sull’avviso: «per essere corrotti dal totalitarismo non occorre vivere in un paese totalitario».
«M’ha fatto bene rileggere, anche se c’è poco da stare allegri», mi dico, mentre il diavoletto critico mi toglie la parola:
«Una democrazia malata, tutta forma e niente sostanza è il brodo di cultura ideale per un nuovo totalitarismo. Non vedi? Più sale la febbre ai Parlamenti, più si parla ossessivamente di crisi, più numerosi sono i sedicenti democratici che insistono sulla panacea di tutti i mali: le loro maledette «riforme». Ci vogliono, dicono, tentando d’essere persuasivi, sono indispensabili, perché, se non si fanno, il capitale straniero non presta soccorso e ci va di mezzo la povera gente».
«Diavolo d’un diavoletto, hai ragione!», esclami, con un senso d’angoscia. «Questa falsa speranza non è la trovata estemporanea di gente che non sa come affrontare la crisi. E’ l’esatto contrario: una pillola di propaganda per sprovveduti, che parte da un principio rivoluzionario, lo rovescia come un guanto e ne fa una verità per fede di un integralismo controrivoluzionario».
«L’hai capito, eh!» ti fa compiaciuto il diavoletto, mentre il sasso allarga i cerchi e ti porta lontano.
«Certo che ho capito, diamine. Una volta tutto questo ce l’avevamo chiaro… Il capitale privato straniero…» cominci a dire, mentre rivive un mondo, ma il diavoletto ti anticipa e ti toglie le parole di bocca. Ora sì, ora è proprio la tua coscienza ritrovata, il tuo lontano passato: un giovane biondo, gli occhi celesti e i riflessi pronti.
«Il capitale straniero non si muove per generosità» mi dice con tono didattico. «Non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale privato straniero si mobilita per aiutare se stesso».
Rammenti il corpo senza vita d’un uomo che non morirà ed esclami emozionato: «Guevara, Ernesto Guevara, il Che. Ed è vero, verissimo! Chi l’ha liquidata a colpi di fucile come meritava, gentaglia come questa, ci ha lasciato in eredità la sua lezione. E importa poco se non tutto è andato come voleva. Chi aveva da pagare pagò e la prossima volta andrà meglio».
In realtà, non sei tranquillo come pare: «Scatenare una guerra nei confini dell’impero?», chiedi a te stesso, mentre una domanda sorge insopprimibile: «Chi dice che il momento è buono? E dopo, come se ne esce dopo?».
La risposta è immediata: «Tu lo sai bene che è il momento giusto».
Chi è che parla ora? Tu o il diavoletto che ti ha indotto a ragionare con te stesso? Chiunque sia, ancora una volta ti torna in mente il Che:
«Quando le condizioni pacifiche di lotta si esauriscono, quando i poteri ancora una volta tradiscono il popolo, non soltanto si può, ma si deve inalberare la bandiera della rivoluzione».
E’ il diavoletto, coscienza critica e angelo custode, che parla alla tua titubanza:
«Non sai come si fa a scatenare una guerra nei confini dell’impero? Davvero non lo sai? Guardati attorno. Non vedi? Ci sono armi a volontà, basta volerle. Cura di farti capire e non tentare la via individuale, perché gli ideali nobili hanno bisogno di molte braccia e liberi consensi. Gli uomini non mancano, come non mancano le ragioni politiche e morali. Si vive come servi in fazzoletti di terra espropriata e inzuppata di rabbia, ma la rabbia è benzina. Un cerino, uno solo e i pifferai la pianteranno. Sfruttamento, bambini massacrati, l’immancabile guerra umanitaria al “barbaro” di turno. Basta. Gli incendi scoppieranno facilmente. Difficile sarà domarli; quando sei alle prese col fuoco e alle spalle ti scoppia un nuovo incendio, tutto si complica e il terzo diventa devastante. Quanti macellai in armi girano il mondo per conto dell’impero? Dovranno richiamarli a tutta velocità e non basteranno. Si tratta solo di decidersi e organizzarsi…».
Ora ti pare di vederli il fumo che si leva e il fuoco che avvampa, acre e liberatorio. Nel fumo, l’antica lezione:
«Il guerrigliero è, fondamentalmente e prima di tutto, un rivoluzionario. Il guerrigliero è un riformatore sociale. Il guerrigliero impugna le armi come protesta adirata del popolo contro i suoi oppressori  e lotta per cambiare il regime sociale che tiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio della miseria».
Non basta condannare la violenza, se un potere violento esaurisce ogni condizione pacifica di lotta. E mentre parli a te stesso, uno dentro l’altro, uno più largo dell’altro, mille cerchi si vanno allargando.

Read Full Post »

Ins_costanti3Mi scrive un lettore:

Libertà di insegnamento: bellissimo concetto, a patto che a recepirlo non sia un travet scolastico, uno di quei docenti che insegnano solo per buscare lo stipendio […]. Anni orsono feci la scelta di mandare i miei figli alla scuola pubblica. […]: per me la scuola è, e deve essere, pubblica. Ora, con un flglio che, dopo una ottima carriera liceale, si è perso dentro una Università evidentemente troppo impegnata in altre cose per seguire, coinvolgere, orientare, le matricole e una figlia al quarto anno di un liceo artistico che di artistico ha poco o nulla, devo dire che mi sono pentito di quella scelta.
Mi è capitato di tutto: dalla maestra elementare anziana e ultrabigotta che si addormentava in classe e spaventava i bambini dicendo che, se non stavano buoni, gli sarebbe spuntata la coda da diavolo. Non si poteva mandarla via perché in Italia vige la libertà di insegnamento. Alla insegnante di inglese di liceo, con la bocciatura facile, i cui allievi sono costretti a prendere lezioni private. All’insegnante di matematica, sempre di liceo, la cui lezione consisteva nel dire ai suoi allievi quali pagine studiare del libro di testo. Alla docente di Storia che ha risolto il problema delle contestazioni dei genitori assicurando il sei politico. All’altro insegnante di matematica che, improvvisamente, parte per l’Africa a raggiungere la moglie lasciando le sue classi alle scarse possibilità di supplenza dell’istituto.
[…] Per insegnanti di questo tipo la libertà di insegnamento è un comodo schermo dietro il quale nascondere la sostanziale libertà di parassitare la cosa pubblica.
[…] Ho incontrato anche ottimi docenti. Ma, forse, li definisco ottimi solo perché fanno con scrupolo e dedizione il loro lavoro.
Questo per dire che la giusta critica verso i reiterati tentativi di svuotare la Scuola italiana di profondità e di reale capacità di innovazione culturale […] va accompagnata dal rifiuto di ogni difesa di casta, dalla volontà di esaminare criticamente anche la qualità e le motivazioni del personale docente, di rimettere in discussione le procedure e i criteri della loro selezione e della valutazione del loro lavoro. Altrimenti la credibilità di certe denunce raggiunge un valore prossimo a zero”
.

———-

La libertà di insegnamento non è un “bellissimo concetto” e non c’entra con la qualità dei docenti, la difesa di una inesistente “casta” e i criteri di selezione e valutazione del personale della scuola. Non c’entra nulla nemmeno col caso limite della maestra “anziana e ultrabigotta”, che spaventa i bambini con la coda da diavolo e dorme invece di fare scuola (deve avere un sonno davvero pesante per riuscire a dormire tra una trentina di pargoli abbandonati a se stessi!). La libertà d’insegnamento è il confine tra democrazia e autoritarismo. Metterla in discussione solo perché i docenti hanno i loro limiti, a volte veri, altre volte presunti, sarebbe come dire che l’acqua è troppo cara e perciò non si beve più.
Di “travet”, nella vita, ne ho incontrati tanti. Professori incapaci e presidi fascisti che ignoravano la nascita della Repubblica. Qualche medico ha preso fischi per fiaschi, un funzionario di banca giurava sulla sicurezza dei miei poveri investimenti, mi ha fatto perdere buona parte dei miei miseri risparmi ma continua a fare il suo lavoro per disgrazia della gente. Ho incontrato un giudice istruttore che mi ha rinviato a giudizio dopo aver scavato nella mia vita per tre anni, senza mai sentire il bisogno di interrogarmi e senza inviarmi un avviso di garanzia; il processo si è risolto con l’assoluzione perché il fatto non sussisteva, ma il giudice continua a giocare con la vita della gente. Ho conosciuto giornalisti che si sono inventati interviste mai fatte e direttori di giornale che gridavano allo scandalo per le “leggi-bavaglio”, ma mi hanno sbattuto la porta in faccia quando sono diventato un collaboratore scomodo. Sulla mia strada sono capitati tre criminali in divisa, che hanno concordato una frottola e l’hanno raccontata al giudice sotto giuramento senza finire in manette, come meritavano; l’hanno potuto fare, perché ci sono magistrati togati molto indulgenti con gli uomini in divisa e molto severi con la povera gente. Ho incontrato avvocati che, invece di difendermi, si sono messi d’accordo con la controparte. In quanto ai genitori, sempre disponibili a giudicare i docenti – che, detto tra noi, sono quasi sempre genitori come loro – ho perso il conto di quelli stupidi e incoscienti che hanno fatto ai figli più male di tutto il male che ti può fare una malattia molto grave. Che facciamo, mettiamo sotto processo la “casta” dei genitori? Poniamo mano all’autonomia della Magistratura, licenziamo tutti i funzionari di banca, ammanettiamo tutti i poliziotti, togliamo la parola ai giornalisti e mettiamo da parte gli avvocati? No. Ci diciamo che questa è la vita e questa la natura degli uomini: ci sono i capaci e gli incapaci, gli onesti e i disonesti. Generalizzare non serve. E’ necessario lavorare perché le cose migliorino, mettendo nel conto che la democrazia costa e gli errori, i limiti, le ingiustizie e anche le prepotenze sono parte della vita. Se poi si generalizza per utilizzare disfunzioni e problemi fisiologici, che andrebbero affrontati in sede politica, per farli diventare “patologia”, scatenare campagne di stampa e preparare il terreno a politiche economiche dissennate o, peggio ancora, a strette di freni autoritarie, che dire? Si può farlo, non c’è dubbio. Tocca al nostro senso critico capire se serve a risolvere i problemi reali di una comunità o a fare gli interessi di una minoranza e creare un nuovo, gravissimo problema: la mancanza di democrazia.

Read Full Post »

Ciro Esposito, il tifoso napoletano ferito a colpi di pistola da uno squadrista, mentre si recava allo stadio per assistere a Roma alla finale di Coppa Italia lo scorso 3 maggio, si è spento al Policlinico Gemelli nel reparto di terapia intensiva. Una crisi improvvisa, le condizioni generali d’un tratto ritornate gravi, un disperato tentativo di intervenire ancora una volta sul povero polmone perforato dal proiettile fascista e la morte ha preso infine il sopravvento.
Mentre va in scena l’insopportabile finzione dell’Italia «in lutto», ecco che inarrestabile ci piomba addosso la valanga delle domande inutili e retoriche. E’ un coro stonato che ha il sapore amaro di una ignobile farsa: com’è potuto accadere? Com’è che la polizia non ha fermato in tempo un neonazista di cui conosceva benissimo i precedenti? Com’è che dopo quasi due mesi nessuno ha ancora «saputo» chiarire le dinamiche degli «scontri» e tirare fuori i nomi dei camerati che hanno agito indisturbati col fascista De Santis? Com’è che non s’è mai aperto un dibattito onesto sugli ambigui comportamenti della Prefettura e della Questura di Roma?
La verità è che ormai non c’è più nulla da chiedersi o da capire. Abbiamo visto un oscuro tecnocrate consultato da Napolitano per un incarico da Presidente del Consiglio, mentre era legittimamente in carica un governo che godeva della fiducia delle Camere; abbiamo avuto uno dietro l’altro tre governi di molto dubbia legittimità costituzionale e dal 2008 votiamo con una legge elettorale ufficialmente illegale: un imbroglio costruito ad arte per pugnalare alla schiena il «popolo sovrano». Al momento, con un’arroganza pari solo all’ignoranza e all’inettitudine, una banda di parlamentari nominati e non eletti, abusivi, più che deputati, sta cambiando la Costituzione per la quale sono solo degli abusivi. Che c’è da capire?
Ciro Esposito è morto per mano fascista – lo sanno tutti, ma i media hanno memoria corta – nessuno però mette catenacci ai covi fascisti da cui partono puntualmente gli assassini. Renzi ricorderà bene Gianluca Casseri, la fiorentina Piazza Dalamzia e la Smith & Wesson che seminò la morte nella sua città, ma che fa? Coglie al volo l’occasione e in nome di una violenza che a quanto pare nessuno ha cercato veramente d’impedire, dà carta bianca all’ineffabile Alfano e mette così in moto una nuova serie di leggi repressive. Sembrerà un paradosso, ma non lo è: si tratta di una serie di provvedimenti che non hanno nel mirino i neofascisti e non si applicano nemmeno ai soli ultras. Il nuovo «pacchetto sicurezza», ha questo di osceno: riguarda ogni tipo di manifestante e non solo allunga il DASPO a 8 anni, ma estende il provvedimento a tutti i cosiddetti reati di ordine pubblico – No Tav, popolazioni ribelli della «terra dei fuochi», Comitati no Mous e compagnia cantante sono avvertiti – e prevede aggravamenti delle pene n caso di un non meglio definiti ruolo di “organizzatore di gruppi di facinorosi”. Non bastasse, secondo la logica ormai resuscitata della lotta al “terrorismo”, ai «ribelli daspati» si offre la «riabilitazione», in cambio del «pentimento». Ciò che interessa al Governo, evidentemente, non sono quindi la verità e la giustizia, né un provvedimento ad hoc per i neofascisti. Nei programmi delle premiata ditta Renzi&Alfano i neofascisti devono essere liberi di fare quel che vogliono, mentre leggi liberticide cancellano con la forza, se possibile anche in via preventiva, ogni forma di conflitto sociale nel nostro Paese. Come negli anni Venti, gli squadristi agiranno liberamente e questori e prefetti saranno pronti a coprirli, e decideranno chi colpire e chi ignorare.
Non è difficile immaginarlo: mentre politicanti e pennivendoli si accingono a scatenare la solita campagna sulla «sicurezza», non c’è nessuno che trovi l’animo per dirlo:: purtroppo non è morto solo un giovane indifeso e sventurato. Da anni qui da noi muore nell’indifferenza generale, la democrazia conquistata col sangue dai nostri nonni.

Read Full Post »

Older Posts »