Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Matteo Salvini’

Assessore alle politiche sociali della Regione Lombardia e amico di Matteo Salvini, Stefano Bolognini ha fatto carte false per “sistemare” al Pio Albergo Trivulzio uno dei suoi fedelissimi, col risultato atroce che Giuseppe Calicchio s’è trovato a far fronte alla pandemia, quando il coronavirus s’è scatenato in Padania e Salvini sbraitava irresponsabilmente che “Milano non chiude”.
A quanto sembra emergere dai primi risultati dell’inchiesta avviata dalla Magistratura sull’ecatombe avvenuta nello storico ricovero per anziani, Calicchio avrebbe avuto un ruolo decisivo nella strage: divieto di utilizzare mascherine, licenziamento di un primario che non ci stava, pazienti accolti senza sapere se colpiti dal virus, cartelle cliniche occultate, tac con le prove del contagio nascoste, personale zittito pena il licenziamento.
Quando, nonostante il coraggio e l’abnegazione del personale sanitario, la pandemia ha travolto in un baleno la Sanità lombarda, “fiore all’occhiello” delle politica leghista, l’orrore nascosto è venuto alla luce nella sua atroce realtà: 100 morti, una strage orribile e accuse agghiaccianti come epidemia e omicidio colposi.
Poiché il Trivulzio ha una storia e ciò che emerge è spaventoso – “Report” ci ha aggiunto del suo e non meno agghiacciante – la domanda è legittima: Giuseppe Calicchio è il nuovo Mario Chiesa? Diciamocelo chiaro. Se rubi 49 milioni, ti può ancora andar bene, ma qui si tratta di strage, di un crimine contro l’umanità. Come Chiesa, Colicchio potrebbe essere la punta di un iceberg e – d’altra parte – tra PD, Lega, Forza Italia e compagnia cantante, chi non ha peccato scagli la prima pietra.
L’origine del crimine, la causa remota della strage, che purtroppo non si ferma, va cercata nelle scelte vergognose di una classe dirigente che ha venduto ai privati la Sanità e i poveri malati di un Paese che è stato letteralmente distrutto e che è giunto inerme alla prova che attraversiamo.
Altro che “mani pulite”! Se vogliamo tornare un Paese civile, dovremo portare davanti ai giudici centinaia di sedicenti “politici”, chiamandoli a rispondere di quello che hanno fatto.

classifiche

 

Read Full Post »

YxSOLJYjtqbjhGA-400x225-noPadQuando nella primavera scorsa scoppiò il caso della prof.ssa Rosa Maria dell’Aria, si era appena  spenta l’eco della protesta per licenziamento in tronco di Lavinia Cassaro, maestra mandata a casa per un reato d’opinione; un caso in cui il disprezzo per la democrazia aveva messo assieme PD, Salvini e Cinque Stelle. Rosa Maria Dell’Aria fu sospesa per «non aver vigilato» su lavori di studenti che, com’era loro diritto ed è peraltro scientificamente giusto, avevano accostato i decreti sicurezza alle leggi fasciste. Il PD, che all’epoca recitava da guitto la parte dell’opposizione, levò flebili voci di protesta, ma non prese mai posizioni davvero decise. Temeva evidentemente che, approfondito il caso, anche i decreti del suo ministro «antifascista», Minniti, feroce protagonista degli accordi libici, incontrassero la condanna degli studenti.
Il 23 maggio 2019  Matteo Salvini, incontrata la docente, la prese in giro, dicendole che i tecnici stavano lavorando sulla sospensione del provvedimento disciplinare, ma il PD non sostenne la docente e non attaccò mai il governo, che non aveva alcuna intenzione do fare marcia indietro. Nel gioco delle parti tra forze politiche così vicine tra  loro, da poter tranquillamente scambiarsi i ruoli di maggioranza e opposizione senza che nulla cambi, tennero un profilo basso; a parte il Manifesto, nemmeno la stampa che si proclama “libera e indipendente” aprì una campagna convinta sui rischi di autoritarismo che il Paese correva, chiunque governasse. Nulla si mosse poi nemmeno quando la professoressa Dell’Aria incontrò fiduciosa a Palazzo Madama le senatrici Liliana Segre ed Elena Cattaneo.
La prova che una scuola davvero repubblicana e costituzionale non interessa a nessuna delle forze politiche che si scambiano periodicamente i banchi dell’opposizione e della maggioranza è giunta puntuale in questi giorni, dopo che al governo della Lega «fascista» si è sostituito quello dell’«antifascista» PD, conservando però – guarda caso – il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il governo del cambiamento, infatti, non ha mosso un dito per sottrarre al suo amaro destino Rosa Maria Dell’Aria, antifascista e perseguitata politica e la cosa non meraviglia. In un Paese in cui i governi che si alternano sono altamente specializzati nella distruzione della scuola come presidio insostituibile delle democrazia le cose non possono che andare così. Non a caso, i partiti che mettono quotidianamente in scena la pantomina della battaglia tra fascismo e antifascismo, hanno fatto e fanno a gara nel colpire la scuola e hanno provocato la crisi della libertà di insegnare e di imparare, come dimostra senza ombra di dubbio un libro appena pubblicato dalla Castelvecchi, intitolato Le mani sulla scuola.
Noi di Potere al Popolo, ascoltiamo con crescente sconcerto ministri della Repubblica che, con incredibile faccia tosta, mentre si dichiarano impotenti, quando si tratta di aperta violazione di diritti e di questioni gravissime di democrazia nei posti di lavoro e nella scuola, esercitano il loro potere con estrema durezza, quando occorre mettere mano alla repressione. Lo dimostrano il caso di Lavinia Cassaro, maestra licenziata in tronco per avere difeso la democrazia pericolante, quello della nostra eroica Nicoletta Dosio, incarcerata a 74 anni, rea di aver partecipato a un blocco stradale e quello di Rosa Maria Dell’Uva colpevole di aver fatto il suo dovere di docente.
Noi non siamo così ingenui da abboccare all’amo di una narrazione che ci parla di un incombente fascismo. Noi stiamo ai fatti, che non ci parlano di un fascismo imminente, ma una democrazia calpestata da un autoritarismo, che permea di sé le destre e il PD corresponsabili della tragedia in cui versa il Paese. Contro questo autoritarismo lottiamo e lotteremo, perché sappiamo bene quale prezzo ci tocca pagare ai governi dei sedicenti «antifascisti» in termini di lavoro, sanità, formazione e giustizia sociale e perciò gridiamo con forza: giù le mani dalla scuola! Riabilitate Rosa Maria dell’Aria.

 

classifiche

Read Full Post »

 

Salvini in manetteA corto di argomenti sin dal primo momento, pennivendoli e velinari  s’erano attaccati a un’immagine apparentemente convincente e indubbiamente efficace, diventata subito un mantra ripetuto ossessivamente:
“Immaginate di trovarvi per strada, in auto, davanti a una pattuglia ci carabinieri con la paletta alzata. Che fate? Procedete, investite l’auto, tentate d’ammazzare i militari?”.
Sarebbe andata bene, se non fosse giunta la decisione di Alessandra Vella. Il Gip di Siracusa, che ha liberato Carola Rackete, ha messo nero su bianco parole molto chiare: il decreto sicurezza bis non è applicabile alle azioni di salvataggio, la capitana ha dovuto adempiere al dovere inderogabile di salvare vite umane in mare ed è stata costretta a sbarcare a Lampedusa perché i porti di Libia e Tunisia non sono sicuri.
La decisione non cancella affatto l’immagine strumentale costruita ad arte da servi sciocchi e zerbini di ogni prezzo; essa è anzi lì dove hanno voluta metterla i difensori delle cause perse. Dopo le parole dei Alessandra Vella, però si è ribaltata e ora si pone così:
“Immaginate un Ministro dell’Interno che impone alle forze dell’ordine di ignorare e violare una legge internazionale accettata e sottoscritta da un governo del suo Paese?”.
Tradotta in termini grafici l’immagine ora mostra una strada, un posto di blocco e una pattuglia guidata da Salvini che tenta di ammanettare la Giustizia.
La cosa triste è che stavolta l’immagine non è inventata: rappresenta purtroppo la realtà di un Paese che affonda. Nel suo delirio quotidiano, infatti, Salvini sta tentando davvero di mettere in galera la giustizia repubblicana, sicché la libertà restituita alla capitana, non chiude il caso e non cancella il reato. Indica più semplicemente e a chiare lettere chi è il vero aggressore speronatore.

Canto libre, 3 luglio 2019; Agoravox, 4 luglio 2019.

classifiche
 

Read Full Post »

115_Tvk8jthumbSalvini non è un uomo colto. Non a caso fino al 2018 ha vissuto come cittadino di un Paese che non c’è – la Padania – e ha diretto un partito che ne chiedeva la separazione dall’Italia: la “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”.
Cresciuto nella convinzione che la Liguria, il Piemonte, la Lombardia, l’Emilia e le Venezie costituissero una comunità di valori armonici, un’unica realtà geografica, economica, storica e – ciò che più conta – etnica, si è poi convertito a un tragicomico nazionalismo italico, cambiando così cittadinanza e razza. Oggi infatti non è più figlio dell’inesistente etnia padana, con i suoi codicilli celtici, transpadani e cispadani, la sua identità economica, produttiva e linguistica.
Svanito il razzista secessionista, è nato dal nulla il difensore dell’etnia italiana, minacciata da fantomatiche orde di barbari immigrati. Ministro di polizia della Repubblica ieri rinnegata, Salvini è ossessionato dalla difesa dell’identità culturale italiana e se la prende con l’Europa alla quale, in realtà, è molto più vicino di quanto creda. Certo, per secoli l’Europa ha affermato il diritto di emigrare e Kant riconobbe quello di immigrare, facendo appello a una universale ospitalità garante di una pace perpetua. Quell’Europa, però non esiste più e oggi l’antico diritto è diventato un delitto.
Salvini non lo sa, ma non inventa nulla. Dice semplicemente, con la brutalità di un ignorante, ciò che pensano le classi dirigenti dell’Unione Europea, imbarbarita da una sempre più iniqua distribuzione della ricchezza: il diritto di emigrare non è mai stato un principio di civiltà, ma la copertura legale del colonialismo. Oggi, che i popoli colonizzati premono ai confini dei privilegi occidentali, quel diritto è ovunque negato, costi quel che costi, anche un ritorno al nazifascismo.
Il capo degli autonomisti settentrionali non è in grado di fare ragionamenti complessi, ma lo guida l’istinto; non  sa, ma sente che le ragioni profonde del suo razzismo – ieri padano, oggi italiano – non derivano dall’emigrazione, ma nascono dalla necessità feroce di difendere privilegi. E’ per questo che ripete la solfa del negro stupratore, punta il dito sulla minaccia dei Rom, cavilla sul clandestino economico, lancia quotidianamente lo slogan dello straniero pericoloso e se occorre fa esplodere il caso della docente che non ha sorvegliato gli studenti. Da perfetto ignorante, si affida all’istinto: guai se gli insegnanti riusciranno a far capire agli studenti che il razzismo è un’invenzione del capitalismo, un’esigenza del neoliberismo che difende il diritto di sfruttamento.
Se il leghista istintivamente capisce che la sinistra si è suicidata quando ha inseguito la destra sui temi della formazione e attacca chi fa scuola come si deve, a noi tocca difendere in ogni modo Rosa Maria Dell’Aria: la sola via d’uscita dalla tragedia che viviamo passa per la capacità che avremo di coltivare intelligenza critica e libero pensiero. E’ questa la prima e forse l’ultima trincea.

Agoravox e Fuoriregistro, 21 maggio 2019

classifiche

Read Full Post »

p16_beard_webDal giorno in cui è nato questo sciagurato governo, quella che si combatte nel nostro Paese non è, come ci vogliono far credere, una battaglia sull’immigrazione contro l’Unione Europea e i cosiddetti “buonisti”, ladri di futuro e sfasciacarrozze. Lo dimostra il fatto che, nel cuore di questo scontro, gli amici di Salvini, i camerati “fascisti del terzo millennio”, hanno voluto attaccare platealmente l’ex ministro Cécile Kienge e Luigi De Magistris per i quali chiedono l’esilio.
Ci sarebbe da ridere, è vero, ma i tempi sono bui ed è meglio capire, spiegare e reagire. Cominciamo a dircelo chiaro: Salvini e Casapound non stanno rovesciando la medaglia del “mal d’Africa” e di “faccetta nera”. Come al duce fascista più che l’impero “tornato sui fatali colli di Roma”, interessava un “posto al sole” tra quelli non ancora occupati, per spedirci straccioni e disperati, così a Salvini non importa nulla se la Libia oggi manda da noi la sua disperazione. L’obiettivo vero è una scommessa ambiziosa e molto pericolosa per la democrazia; in gioco c’è la conquista dell’egemonia leghista su precari, disoccupati e lavoratori stremati.
Teniamolo bene a mente:  gli immigrati non sono il fine, ma solo uno strumento. Salvini utilizza in maniera spregiudicata la disperazione, per fare della gente dimenticata dalla politica, dei lavoratori sfruttati ben oltre il limite della sopravvivenza, i carnefici di altri disperati e allo stesso tempo la larga base di consenso per il suo governo di leghisti bugiardi.
In una realtà di giovani senza futuro e lavoratori umiliati, il simbolico “esilio” della Kyenge – idealmente spedita in Africa – non è solo una scelta rozza e teatrale, ma un gioco che può andare alla grande, perché fa dell’ex ministro una sorta di “simbolo” dell’immigrato  che ci “spossessa”.
Diciamocelo chiaro, però, altrimenti non capiremo ciò che accade. L’obiettivo vero dell’attacco, quello coperto dalla cortina di fumo del caso Kyenge, si chiama Luigi De Magistris. Bianco e meridionale, in un Sud che i 5Stelle hanno venduto al miglior offerente, nell’immaginario collettivo il sindaco di Napoli è ormai il campione di una serie di scelte che con il “buonismo” e l’immigrazione non c’entrano nulla. L’attacco che gli viene portato perciò è tutto politico e molto rivelatore, perché la battaglia vera, inconfessata ma fortemente voluta da Salvini, mira a costruire un’egemonia sul mondo del lavoro annichilito da Renzi e dal PD, sulla sua precarietà e sulla sua disperazione. Non a caso Di Maio, Ministro del Lavoro, parla con gli ultimi e promette diritti.
In questa situazione, De Magistris è l’unico ostacolo serio sulla strada del governo e ha i numeri per diventare scelta alternativa. Il sindaco di Napoli, infatti, ha dimostrato che si può governare contro la bibbia neoliberista, di cui Salvini segue i comandamenti senza fiatare. Se De Magistris e il suo movimento scendono in campo a fianco dei lavoratori e delle loro lotte, possono essere decisivi per l’esito di uno scontro che non si è affatto concluso a marzo. E non chiedete il perché. La risposta è nei fatti. Sia pure tra mille difficoltà, De Magistris ha al suo attivo risultati indiscutibili. Benché da sette anni provino a tagliargli l’ossigeno, non ha ceduto: niente licenziamenti, niente privatizzazioni, acqua pubblica, debito contestato, movimenti di lotta al governo con lui. Da sette anni a Napoli il neoliberismo cozza invano contro un muro e si rompe la testa.
Napoli è ormai un esempio di governo alternativo. Salvini lo sa e ha capito: o toglie di mezzo De Magistris, o se lo troverà di fronte, leader credibile e finora vincente, alla testa di uno schieramento decisamente alternativo. Di qui l’ostracismo e allo stesso tempo la necessità di reagire.
De Magistris è umano, non “buono”. Non è infallibile, ma è il leader che non ha tradito e non si è compromesso. L’unico. Per questo oggi è una speranza. Chiedetevi quanto vale una speranza tra tanta disperazione e vedrete che la risposta è semplice: una speranza oggi non ha prezzo e fa terribilmente paura.
De Magistris la sua parte l’ha fatta e la sta facendo. Ora tocca agli altri. Tocca a tutti quelli che vedono con animo inquieto l’estrema destra dilagare. Non è più tempo di dubbi. Occorre far quadrato attorno a Napoli e all’’uomo che l’ha resa una roccaforte della lotta al neoliberismo. E’ una grande speranza di giustizia sociale.

Agoravox, 20 giugno 2018 a La Sinistra Quotidiana, 21 giugno 2018

classifiche

Read Full Post »

napoli-ripudiaLa prima volta ci venne come Cristoforo Colombo a San Salvador: convinto di metter piede nelle nuove Indie, dove il mondo civile termina bruscamente per far luogo al territorio delle tribù dei senza storia, accampate oltre l’immaginaria linea di “finis terrae”, nel sud del Mediterraneo. Come vuole la mitologia leghista, pensava di trovarci indigeni variopinti, abbagliati dalla modernizzazione lombarda ed era pronto a piantare bandiere della Padania davanti a barbari accampamenti. In mente aveva benedizioni urbi et orbi con le ampolle d’acqua miracolosa, raccolta apposta dal Po, per esorcizzare i maligni spiriti meridionali. Sognò conversioni di massa ma tornò con le pive nel sacco e la spedizione fu un disastro: i cani non scappavano, la gente non puzzava, l’aria profumava di spezie e fiori e un’atmosfera levantina sfidava la sensibilità celtica del leader della Padania. Finì che Salvini rimediò la figura dell’asino in mezzo ai classici suoni e quel giorno, delusa, la “Padania” titolò: «Salvini torna a Milano. Il Vesuvio ha tradito le attese».
Volendo rimediare, Salvini ha radunato lo stato maggiore ed è stato chiaro: «senza questo maledetto Sud», ha detto ai suoi nel segreto delle riunioni, «nessuno ci toglie di dosso la dimensione locale e non ci servirà a nulla giocare con la pelle degli immigrati. Razzismo, sessismo, guerra tra i poveri e tutti i possibili rigurgiti fascisti, non hanno superato finora il confine di “finis terrae” e non ci sono dubbi: senza il Sud, noi saremo per sempre “Lega Nord” e in mano il Paese non lo avremo mai». Di qui il parto geniale e un oltraggio più oltraggioso delle invocazioni al Vesuvio: Salvini ha scoperto d’un tratto che «a Napoli, come in tutto il Sud, c’è tanta gente perbene». Testuale.
Diavolo! Non se n’era accorto nessuno!
Il leghista non lo sa, ma il fascismo, nato più o meno nella sua Padania ai tempi di un’altra crisi, approdato al Sud per diventare realtà nazionale, dovette mutare un po’ pelle, presentarsi con il cappello in mano e accettare le condizioni di Aurelio Padovani, il napoletano fascista intransigente, che dei camerati del nord non si fidava molto. Conoscesse la storia che intende spiegare a Napoli e scrivere a Milano, saprebbe che Mussolini piegò la testa, frenò la corruttela dei ras settentrionali, pagati profumatamente da agrari e capitalisti settentrionali, per fare più o meno il mestiere che va facendo lui, si impegnò a non imbarcare il vecchio e corrotto notabilato. In poche parole, dovette indossare un abito più civile e inventarsi ragioni morali completamente estranee all’avventura fascista. Poi, certo, il “duce” fece fuori Padovani, misteriosamente ucciso dal crollo del suo balcone in via Generale Orsini, ma venne avanti così l’ala più corrotta e degenerata del movimento.
Oggi l’operazione è molto più difficile. A Napoli il capo dei leghisti viene proprio a cercare notabili, non troverà un Padovani nemmeno a pagarlo e occorre dirlo: persino Mussolini era più colto e più politico di Salvini. Mai come oggi, Napoli e il Sud sono agli antipodi del mondo rappresentato dall’ultimo erede di Bossi. Salvini e i suoi sono di gran lunga peggiori della cavalleria di Caradonna nel 1922; la Lega incarna tutto quanto di negativo la crisi ha prodotto nel corpo del Paese. Napoli, dove provocatoriamente intende sbarcare l’11 di marzo è l’esatto contrario: qui vivono e crescono le sole scelte politiche alternative e di base, le sole vie di uscita dalla crisi che parlino il linguaggio della civiltà e difendano principi di umanità.
Lasci stare le “zecche rosse”, Salvini. Qui, a Napoli, valgono mille volte più di Questori fermi ai tempi di Rocco, che mandano la polizia là dove nemmeno i repubblichini di Salò osarono entrare. Sono il sale della “città ribelle”, insegnano democrazia e smentiscono Gobetti, perché dimostrano che il fascismo non è l’autobiografia degli italiani. Se proprio vuole venirci a Napoli, Salvini, non perda l’occasione: chieda di visitare la tomba di Antonio Pianta, operaio milanese trapiantato a Napoli e suo concittadino, al quale il 28 settembre 1943 una pallottola spezzò il cuore durante le Quattro Giornate, facendone uno dei primi gloriosi settentrionali caduti in terra di Napoli e anticipando il sacrificio di quegli eroici napoletani caduti per la stessa causa nelle altre città italiane.
Lì, davanti a quella tomba, potrà ascoltare nel suo dialetto lo sdegno di un conterraneo, che si fece uccidere pur di impedire che il mondo andasse nella direzione che oggi indicano all’Italia lui e il suo sciagurato partito. Stia tranquillo. Pianta non metterà mano alle armi. Risponderà alla sua provocatoria presenza in città, facendogli prima i nomi dei Napoletani che partirono per il nord e caddero difendendo le sue terre, durante la Resistenza, poi spiegandogli quali sono le responsabilità storiche e politiche che si sta assumendo approfittando della crisi.
Vada lì Salvini, al Cimitero di Poggioreale, se provocatoriamente vuole davvero venire a Napoli. Vada a scusarsi con un milanese antifascista, che si vergogna di averlo come rappresentante della sua Milano e se potesse, l’11 marzo sarebbe certamente in piazza per contestarlo civilmente e invitarlo a riflettere su un movimento totalmente estraneo non solo a Napoli e al Mezzogiorno, ma alla storia, alle radici e alle tradizioni dell’Italia democratica e antifascista.

Giuseppe Aragno
Coordinamento demA

Read Full Post »

 Il prestigioso Istituto Italiano per gli Studi Filosofici chiede i battenti perché non ci sono soldi per aiutarlo. Non a caso, il Capo dello Stato, sempre pronto a invitare la gente alla moderazione, si batte la mano sul petto per ricordarci che  “tutti dobbiamo fare sacrifici”. Non ho dubbi. La Lega farebbe bene a star zitta: critica Roma e poi ci mangia, ma se i calcoli sono esatti, è difficile dare torto all’eurodeputato Salvini, quando sostiene che è giunta l’ora di chiudere il Quirinale: A quanto pare, Napolitano e la sua pletorica troupe di sfasciacostituzione ci costerebbero qualcosa come 624 mila € al giorno. O, se preferite 29 mila euro all’ora!

Non ci sono parole, anche perché il conto è davvero largamente incompleto. Napolitano è parlamentare dal 1953! Sessant’anni. C’è qualcuno in grado di calcolare quanto diavolo l’abbiamo pagato questo nobiluomo per vederlo giungere all’opulenta vecchiaia e non farsi scrupolo di imbavagliare – a nostre spese, s’intende – la Procura di Palermo, rea, udite, udite, di avere intercettato un imputato di falsa testimonianza, che aveva libero accesso al suo telefono?

Read Full Post »

Older Posts »