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Posts Tagged ‘Cristoforo Colombo’

napoli-ripudiaLa prima volta ci venne come Cristoforo Colombo a San Salvador: convinto di metter piede nelle nuove Indie, dove il mondo civile termina bruscamente per far luogo al territorio delle tribù dei senza storia, accampate oltre l’immaginaria linea di “finis terrae”, nel sud del Mediterraneo. Come vuole la mitologia leghista, pensava di trovarci indigeni variopinti, abbagliati dalla modernizzazione lombarda ed era pronto a piantare bandiere della Padania davanti a barbari accampamenti. In mente aveva benedizioni urbi et orbi con le ampolle d’acqua miracolosa, raccolta apposta dal Po, per esorcizzare i maligni spiriti meridionali. Sognò conversioni di massa ma tornò con le pive nel sacco e la spedizione fu un disastro: i cani non scappavano, la gente non puzzava, l’aria profumava di spezie e fiori e un’atmosfera levantina sfidava la sensibilità celtica del leader della Padania. Finì che Salvini rimediò la figura dell’asino in mezzo ai classici suoni e quel giorno, delusa, la “Padania” titolò: «Salvini torna a Milano. Il Vesuvio ha tradito le attese».
Volendo rimediare, Salvini ha radunato lo stato maggiore ed è stato chiaro: «senza questo maledetto Sud», ha detto ai suoi nel segreto delle riunioni, «nessuno ci toglie di dosso la dimensione locale e non ci servirà a nulla giocare con la pelle degli immigrati. Razzismo, sessismo, guerra tra i poveri e tutti i possibili rigurgiti fascisti, non hanno superato finora il confine di “finis terrae” e non ci sono dubbi: senza il Sud, noi saremo per sempre “Lega Nord” e in mano il Paese non lo avremo mai». Di qui il parto geniale e un oltraggio più oltraggioso delle invocazioni al Vesuvio: Salvini ha scoperto d’un tratto che «a Napoli, come in tutto il Sud, c’è tanta gente perbene». Testuale.
Diavolo! Non se n’era accorto nessuno!
Il leghista non lo sa, ma il fascismo, nato più o meno nella sua Padania ai tempi di un’altra crisi, approdato al Sud per diventare realtà nazionale, dovette mutare un po’ pelle, presentarsi con il cappello in mano e accettare le condizioni di Aurelio Padovani, il napoletano fascista intransigente, che dei camerati del nord non si fidava molto. Conoscesse la storia che intende spiegare a Napoli e scrivere a Milano, saprebbe che Mussolini piegò la testa, frenò la corruttela dei ras settentrionali, pagati profumatamente da agrari e capitalisti settentrionali, per fare più o meno il mestiere che va facendo lui, si impegnò a non imbarcare il vecchio e corrotto notabilato. In poche parole, dovette indossare un abito più civile e inventarsi ragioni morali completamente estranee all’avventura fascista. Poi, certo, il “duce” fece fuori Padovani, misteriosamente ucciso dal crollo del suo balcone in via Generale Orsini, ma venne avanti così l’ala più corrotta e degenerata del movimento.
Oggi l’operazione è molto più difficile. A Napoli il capo dei leghisti viene proprio a cercare notabili, non troverà un Padovani nemmeno a pagarlo e occorre dirlo: persino Mussolini era più colto e più politico di Salvini. Mai come oggi, Napoli e il Sud sono agli antipodi del mondo rappresentato dall’ultimo erede di Bossi. Salvini e i suoi sono di gran lunga peggiori della cavalleria di Caradonna nel 1922; la Lega incarna tutto quanto di negativo la crisi ha prodotto nel corpo del Paese. Napoli, dove provocatoriamente intende sbarcare l’11 di marzo è l’esatto contrario: qui vivono e crescono le sole scelte politiche alternative e di base, le sole vie di uscita dalla crisi che parlino il linguaggio della civiltà e difendano principi di umanità.
Lasci stare le “zecche rosse”, Salvini. Qui, a Napoli, valgono mille volte più di Questori fermi ai tempi di Rocco, che mandano la polizia là dove nemmeno i repubblichini di Salò osarono entrare. Sono il sale della “città ribelle”, insegnano democrazia e smentiscono Gobetti, perché dimostrano che il fascismo non è l’autobiografia degli italiani. Se proprio vuole venirci a Napoli, Salvini, non perda l’occasione: chieda di visitare la tomba di Antonio Pianta, operaio milanese trapiantato a Napoli e suo concittadino, al quale il 28 settembre 1943 una pallottola spezzò il cuore durante le Quattro Giornate, facendone uno dei primi gloriosi settentrionali caduti in terra di Napoli e anticipando il sacrificio di quegli eroici napoletani caduti per la stessa causa nelle altre città italiane.
Lì, davanti a quella tomba, potrà ascoltare nel suo dialetto lo sdegno di un conterraneo, che si fece uccidere pur di impedire che il mondo andasse nella direzione che oggi indicano all’Italia lui e il suo sciagurato partito. Stia tranquillo. Pianta non metterà mano alle armi. Risponderà alla sua provocatoria presenza in città, facendogli prima i nomi dei Napoletani che partirono per il nord e caddero difendendo le sue terre, durante la Resistenza, poi spiegandogli quali sono le responsabilità storiche e politiche che si sta assumendo approfittando della crisi.
Vada lì Salvini, al Cimitero di Poggioreale, se provocatoriamente vuole davvero venire a Napoli. Vada a scusarsi con un milanese antifascista, che si vergogna di averlo come rappresentante della sua Milano e se potesse, l’11 marzo sarebbe certamente in piazza per contestarlo civilmente e invitarlo a riflettere su un movimento totalmente estraneo non solo a Napoli e al Mezzogiorno, ma alla storia, alle radici e alle tradizioni dell’Italia democratica e antifascista.

Giuseppe Aragno
Coordinamento demA

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Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa: non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.
Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.
Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.
Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».
Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di «nominati» a metter mano alla Costituzione.
Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Uscito su “Liberazione.it” l’8 agosto 2013 e sul Manifesto il 10 agosto 2013 col titolo Corsi e ricorsi. Napolitano e il precedente di Craxi

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