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Posts Tagged ‘Cassandra’

Ridurre l’anomalia italiana al caso Berlusconi e – peggio ancora – illudersi di superarla monitorando le reazioni dei berlusconiani e andare avanti con questo governo significa votare al suicidio la nostra democrazia. Comunque vada, il modo in cui esce di scena un uomo che, piaccia o meno, s’intesta un’età della storia d’Italia, proietterà sul futuro le ombre di un passato con cui fare i conti. Inutile ingannare se stessi, la tempesta non ha precedenti. Si naviga a vista, l’ago della bussola è impazzito e se le stelle segnano la rotta si sa: non c’è mare che non abbia tragedie da raccontare e gli astri che guidarono Colombo oltre l’Oceano mare, fino alle sue Indie americane altre volte avevano spinto al naufragio esperti nocchieri. Questo è in fondo la storia: maestra senza allievi, Cassandra di verità negate, che trovano conferma postuma nel disastro invano previsto e mai evitato.
Ora tutto pare chiaro e persino facile: c’è una sentenza e si applichi, ipso facto decada il condannato e le Istituzioni facciano quadrato. Basterà solo questo a difendere la legalità repubblicana? Se un conformismo più dannoso della mancanza di rispetto non fosse la foglia di fico di Istituzioni sempre meno credibili, qualcuno troverebbe l’animo di riconoscerlo: la sacrosanta condanna di Berlusconi giunge quando l’uomo incarna una crisi che ormai lo trascende. Paradossalmente egli non ha tutti i torti a sentirsi tradito e in questo suo indecente «diritto» di recriminare si cela forse l’origine vera dell’ultima e più pericolosa anomalia italiana. Un’anomalia che stavolta riguarda direttamente il capo dello Stato. Tre anni fa, in occasione del decennale della morte di Craxi, condannato in ultima istanza come il leader delle destre, Napolitano gli rese omaggio e scrisse alla moglie parole che oggi pesano come macigni: «Cara Signora, ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente». Non si può tacerlo, perché ha legami diretti con quanto accade e ha fatto molto male alla salute della repubblica.
Allora come oggi, il Parlamento era figlio di una legge decisamente incostituzionale, ma Napolitano si mostrava inconsapevole della gravità della situazione. Mentre manipoli di «nominati» di ogni parte politica bivaccavano nell’aula grigia e sorda di mussoliniana memoria, egli non trovava di meglio che ricordare il pregiudicato Craxi e il suo personale rapporto «franco e leale, nel dissenso e nel consenso» col quello che giungeva a definire «protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea». Per il Capo dello Stato, l’uomo che aveva chiuso nella vergogna i cento, nobili anni di storia del partito di Turati, Nenni e Pertini aveva dato un «apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa». E’ a questi precedenti, che fanno appello gli eversori quando perorano la causa del loro pregiudicato.
Salvandolo dall’estrema ingiuria, la morte impedì a Gaetano Arfè, grande storico del socialismo, politico tra i più intellettualmente onesti dell’Italia del Novecento e irriducibile nemico di Craxi, di replicare a Napolitano. Oggi, tuttavia – ecco Cassandra e la storia maestra senza allievi – quando il disastro è compiuto, oggi il suo giudizio, espresso nel fuoco di mille battaglie, si proietta fatalmente sul caso Berlusconi e si fa per Napolitano un dito puntato che non si può piegare ricorrendo alla Corte Costituzionale. Dove il Capo dello Stato vedeva il lavoro di uno statista, Arfè coglieva la rozza sostituzione degli ideali dell’antifascismo con una sorta di strumentale «sovraideologia, brandita e utilizzata come strumento di costruzione di un nuovo potere». A Bettino Craxi anche Arfè attribuiva un progetto; si trattava però di «un disegno venato di paranoia, […] perseguito con magistrale destrezza tattica, ma con altrettanto grande miseria morale». Per questo era «affondato nel fango». Perché lo meritava. Se Napolitano indugiava su un dato marginale – «il peso della responsabilità caduto con durezza senza eguali sulla persona di Craxi» – e si spingeva fino a ricordare che per una delle sentenze subite da Craxi «la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo […] ritenne […] violato il diritto ad un processo equo». Arfè guardava lontano e, senza tirare in ballo Strasburgo e l’equità dei processo, coglieva il nodo irrisolto della vicenda: il nesso di continuità tra craxismo e berlusconismo. Per Arfè il craxismo pervadeva ormai l’intero mondo politico, offriva modelli di comportamenti ai gruppi dirigenti, pericolosi strumenti di lotta politica e nuove tecniche di propaganda e manipolazione del consenso. «Sotto questo aspetto – egli denunciò lucidamente – il craxismo è sopravvissuto a Craxi».
Questo rinnovarsi della «sovraideologia» craxiana nell’esperienza berlusconiana e il suo perncioso radicarsi nei gangli della vita pubblica italiana, Napolitano l’ha colpevolmente ignorato fino alla sua discutibile rielezione, avvenuta anche grazie al consenso di Silvio Berlusconi; è stato Napolitano a volere le «larghe intese» con Berlusconi e con i berlusconiani e sempre lui, Napolitano, ha invitato un nuovo Parlamento di «nominati» a metter mano alla Costituzione.
Si può gridare allo scandalo per le posizioni eversive assunte dal partito di Berlusconi e stupirsi per il caso «anomalo» del leader condannato, sta di fatto, però, che è difficile negare a Berlusconi ciò che Napolitano ha ritenuto si dovesse a Craxi: pregiudicato, sì, ma degno di essere lodato. In questo senso, i fatti e la loro estrema crudezza parlano chiaro: l’anomalia italiana non si identifica solo con Berlusconi e meglio sarebbe per tutti se, risolta la pratica dell’arresto e messo il condannato fuori dal Senato, il suo sponsor, ottenuta una legge elettorale, lasciasse quel Quirinale mai occupato due volte dalla stessa persona.

Uscito su “Liberazione.it” l’8 agosto 2013 e sul Manifesto il 10 agosto 2013 col titolo Corsi e ricorsi. Napolitano e il precedente di Craxi

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E’ inutile tirare a campare e fingere di non capire. Ormai c’è davvero di che preoccuparsi. Ieri a Genova, pochi giorni dopo le violente cariche contro gli studenti e alla vigilia di una manifestazione nazionale della scuola, il ministro Profumo non ha esitato ad affermare che “il Paese va allenato. Dobbiamo usare un po’ di bastone e un po’ di carota e qualche volta dobbiamo utilizzare un po’ di più il bastone e un po’ meno la carota. In altri momenti bisogna dare più carote, ma mai troppe“.
Bisogna che il ministro l’abbia chiaro: non ci fa paura. Chi ogni giorno, per passione civile, prima ancora che per dovere professionale, nelle scuole e nelle università, forma coscienze critiche, non muterà rotta per approdare a rinnovate barbarie. Ci fa da bussola un imperativo etico e abbiamo una stella polare: denunciare con fermezza i rischi sempre più evidenti che corre la democrazia. Se è passato in fabbrica, con Marchionne, l’allenamento che ha in mente Profumo deve restare fuori dalle aule, rifiutato da docenti decisi a difendere le radici profonde della storia repubblicana e dei suoi autentici valori. Bisogna tornare all’antifascismo, alla grande lezione di Don Milani e trovare il “coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani per cui l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni“.
Fa male doverlo dire, ma è così: in un Paese in cui la Costituzione è ormai cartastraccia, il triviale mussolinismo di Profumo che resuscita il manganello non solo illumina di luce sinistra il crescente squadrismo delle forze dell’ordine, ma fa il paio con la “dottrina Monti” sul governo che educa un Parlamento disegnato sul modello dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Di fronte alla sfida di nuove tecnologie e ai rischi di un soffocamento del servizio pubblico, Arfé, acuto osservatore e inascoltata Cassandra, invano propose all’europarlamento un progetto di “spazio europeo” comune e di rimodulazione del sistema di informazione pubblico-privato. Non se ne fece nulla e sulle televisioni purtroppo non c’è più da contare. In quanto alla carta stampata, se dovesse chiudere il Manifesto – ma si sta coraggiosamente tentando di impedirlo – ci toccherà rimettere mano al ciclostile.
Attenti a non banalizzare. Il “bastone e la carota” di Profumo non sono lo scivolone d’un dilettante e bisogna riconoscerlo: guardarono lontano Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, padri dell’Unione Europea uccisa nella culla, quando individuarono nel grande capitale, “che ha uomini e quadri adusati al comando“, il vero nemico dell’Europa dei popoli. A leggerlo oggi, il monito appare non solo incredibilmente lucido, ma attuale e inquietante: “nel grave momento, essi scrissero, infatti, sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti“. Sono trascorsi molti decenni, è vero, ma hanno avuto ragione. L’antifascismo, che molto lottò per un’Europa libera, è ormai uno dei tanti clandestini nella memoria storica e nella realtà quotidiana dell’Italia europea voluta dai neoliberisti.
Sarò felice se i fatti si incaricheranno di smentirmi, ma non sarebbe saggio fingere d’ignorarlo: qui da noi, le gravi crisi del capitale finanziario sono diventate sempre e anzitutto crisi di una già storicamente fragile democrazia.
Prima passerà questa terribile notte della repubblica e meglio sarà.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 ottobre 2012 e sul sul “Manifesto” l’11 ottobre 2012 col titolo Non banalizzare il bastone e la carota di Profumo.

 

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Se in Italia scuola e università sono un disastro, gli studi dell’avvocato Gelmini sono il frutto di quel disastro, sicché, a rigor di logica, una cultura disastrosa riforma un presunto disastro e invano Cassandra ci allerta: Troia perirà.

Il 14 dicembre scorso i fatti di Roma ci hanno posto davanti a uno specchio. Sarebbe bastato tener presente il monito di Lucrezio – “il lato ch’è destro del corpo sta nello specchio a sinistra” – e avremmo guardato la realtà in maniera più problematica. Di che morte moriamo? Ci acceca lo splendore del sole o è una notte profonda a toglierci la vista?

E’ difficile dirlo. Qual è la realtà e quale l’immagine sua deformata? Il Parlamento chiuso alla piazza e protetto da uomini in armi, o la piazza, in fiamme, gli studenti in rivolta, la rabbia degli eterni precari e le proteste degli artisti? Sia quel che sia, crepuscolo della ragione o eccesso di luce, la riforma è infine passata e il ministro, davanti allo specchio della storia, confonde il passato col futuro che l’assedia e delira: “è una bella giornata“, archiviata “definitivamente la cultura falsamente egualitaria del ’68“, inizia “una nuova stagione all’insegna della responsabilità e del merito“.

A quale Sessantotto si riferisce il giovane avvocato culturalmente disastrato?
A quello che, levatosi in piazza contro una società gerarchizzata, dichiara guerra alla guerra, afferma la dignità del lavoro di fronte al capitale, lotta per la libertà sessuale, rifiuta la doppia morale borghese e combatte contro un sistema formativo ridotto a strumento di trasmissione dei valori dei ceti dominanti? Se questo è il Sessantotto da archiviare, non ci sono dubbi, non si tratta più semplicemente di una riforma, ma di un articolato disegno ideologico, che oppone all’utopia egualitaria della “città nuova” e alla ricerca di un mondo migliore, la pretesa fatalità di un invivibile mondo futuro e il trionfo della distopia. Dietro la realtà rovesciata dallo specchio s’intravede chiaramente il Leviatano. In discussione non sono solo la scuola e l’università.

E’ ben altro.
E’ il potere che impone una visione reazionaria della società e racconta se stesso: il Vietnam, dice, è legittimo, la schiavitù della donna e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo sono pilastri dell’ordine costituito. Così, “simulacro che torna a noi dallo specchio”, per dirla con Lucrezio, la democrazia ci si presenta nei panni del suo “rovescio”, diventa “meritocrazia” e afferma un principio: la povertà è una colpa e merito è la ricchezza.

Riforma nel senso calvinista della parola, quella che la Gelmini firma in nome e per conto della Confindustria, disegna allo stesso tempo la “nuova scuola” e un’antica società, Realtà vista allo specchio da Giavazzi e Abravanel, la meritocrazia perde il carattere doloroso e oppressivo che le assegnò Young e scopre una pretesa nobiltà morale della ricchezza che, comunque accumulata, è la figlia gloriosa dello sviluppo del capitale umano. Non ha genitori la miseria e i sacerdoti del merito tacciono sulla dottrina della salvezza, esito drammatico della nuova fede. Reciso il filo prezioso dell’approccio critico, è difficile partire da sinistra per guardare il lato destro e collegare al merito la tragica battaglia che si combatte negli Usa contro la “nobiltà della ricchezza” per obbligare un medico a curare un povero diavolo e costringere un ospedale ad aprirgli le porte, se non c’è un’assicurazione che copra le spese.

Giavazzi, Abravanel e Gelmini si guardano bene dal ricordarlo, ma Yuong lo ha messo nel conto e il 14 dicembre l’ha annunciato. Prima o poi la cultura della meritocrazia conduce a un bivio fatale: o una élite schiavizza le masse o le masse scatenano una rivoluzione sociale.

Uscito il 27 dicembre 2010 su “Fuoriregistro” e “Report on line“.

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Quest’intervento ha ormai sette anni. A rileggerlo la soddisfazione è amara: non avevi torto, ma a che serve saperlo? Meglio sarebbe stato il contrario e poter dire: tutto sbagliato, amico mio. Tutto dall’a alla zeta. Ma sbagliato non era. Bastava guardare. Dietro l’angolo era pronta una Gelmini.

Si grida da più parti che oggi, finalmente, dopo ottant’anni, la scuola può avviare un processo di riforma.
Sarò pignolo, ma mi attacco ai numeri, faccio conti aritmetici, quelli del pallottoliere, e mi sento spaesato. Ottant’anni indietro conducono al fascismo ed io, che mi avvio alla pensione, scopro con angoscia di essere stato senza accorgermene studente e insegnante di una scuola fascista.
Senza accorgermene. Mai, nemmeno una volta. Nemmeno quando i professori fascisti erano tutti a scuola per ragioni anagrafiche e per la generosità di vincitori che sono oggi sotto processo.
Anomalie della storia.
Inquieto, mi chiedo se per caso non sia frutto della mia incipiente confusione senile anche l’idea – peregrina a quanto pare – che io abbia insegnato nelle scuole dello Stato, quelle che Berlinguer ha proditoriamente liquidato – ne pagherà mai la colpa? – per fare spazio alle alchimie paritarie in barba alla Costituzione. Mi soccorrono, per fortuna, carte inoppugnabili. La deprecata burocrazia me le ha donate in trentadue anni di servizio e mi conforto: le scuole dello Stato sono esistite ed io ci ho studiato e lavorato. Ho sperato, lo ammetto, che migliorassero, ma non avrei mai pensato di vivere così a lungo da vederle morire. Ed ecco, improvviso, mi sorge ancora un dubbio. vuoi vedere, mi chiedo, che dopo ottant’anni, siamo punto e daccapo e ci propinano di nuovo una scuola fascista?
Pignolo come sono leggo, m’informo, mi metto a comparare – la vecchia scuola questo me l’ha insegnato – e mi accorgo di sbagliare: la scuola fascista era un capolavoro rispetto a quella che è nata. Formava bene poche persone, era dichiaratamente di classe, aveva degli ideali – non a caso l’aveva pensata Gentile – e la diceva tutta e sino in fondo la verità: la democrazia è un tragico errore. Intestategli le piazza a Gentile, se vi pare, ma la pensava così e lo diceva.
Oggi è diverso.
Oggi, che il fascismo non c’è ma il governo ignora il Parlamento scippandolo delle sue competenze, oggi come la mettiamo? Questo, mi chiedo, mentre quel diabolico ragionare critico che mi ha accompagnato negli anni in cui ero studente e non mi ha più lasciato – ecco i danni irrimediabili fatti dalla scuola statale repubblicana giustamente assassinata da sinistra e da destra – il ragionare diabolico mi pone la domanda che non so soffocare: ma dov’era il Parlamento pochi anni fa, quando la scuola si poteva affondare, le guerre non erano guerre, i pacifisti erano degli inguaribili sognatori rompiscatole che intasavano la via per Assisi, i no global si potevano impunemente massacrare a Napoli col calcio del fucile e le giberne, anticipando le sparatorie di Genova, dov’era quando la Costituzione s’era fatta vecchia e bisognava cambiarla con la Bicamerale?
Mi rispondo con una promessa – ci penserò seriamente e mi darò risposte precise – e vado avanti. Oggi, dicevo, come la mettiamo? Altro che scandalose assenze alle votazioni parlamentari! Peggio, assai peggio abbiamo fatto quando c’eravamo ed era come se non ci fossimo: eravamo muti, sordi e ciechi.
Accade quello che – ahimè – qualche fastidiosa Cassandra aveva previsto. Siamo a questo: chi discute apre il “dibattito ideologico”. Ed eccolo di nuovo il diavoletto fastidioso che ho appena messo a tacere. Eccolo tornare alla carica – fanno bene a chiuderla la scuola dello Stato se non vogliono tra i piedi rompiscatole che pensano – e domandare impertinente: e chi l’ha inventato questo non senso, mi chiede a bruciapelo, chi? Quelli che oggi firmano la riforma o chi l’ha avviata partendo da presupposti non meno pericolosi? Per non rispondere avventatamente faccio nuove promesse di serie riflessioni e mi affretto a concludere.
A che serve fare appello alla vecchia coscienza di militante? Ne ho fin sopra i capelli delle mezze verità e da buon sindacalista so che l’arte del compromesso consiste nel disegnare profili compatibili con gli obiettivi per cui firmi un accordo. Dopo di che fai i conti con i tuoi principi etici e tiri le somme.
D’accordo, torno al tema, e le tiro le somme. Ora, si capisce, i nuovi riformisti si augurano che il MIUR avverta come sia decisivo per la riforma realizzare una vera autonomia. Bisognava aspettarselo. Bisognava che se lo aspettasse chi improvvido e frettoloso l’ha voluta l’autonomia che vediamo operante ogni giorno, in balia delle convulsioni, senza soldi, col federalismo che sfonda, con i Dirigenti niente scuola e solo azienda.
E chi l’ha voluta per favore? Chi e perché? domanda incorreggibile il solito ragionare critico e lo caccio via.
La riforma che fa rimpiangere Gentile ora c’è e facciamoci i conti.
Che faremo noi docenti? Fino a che punto potremo e vorremo spingerci per tentare di difendere i bisogni reali degli studenti? Chi e cosa abbiamo alle spalle? La Costituzione è ancora un baluardo attorno a cui arroccarsi?
C’è qualcuno che pensi di chiederlo con la necessaria urgenza al Presidente della Repubblica?

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 marzo del 2003

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Ci sono pensieri e opere di per sé neutri. Chi si propone di ricavar quattrini dal suo impegno non fa male a nessuno, né fa danni un concetto di formazione e conoscenza che escluda dai propri orizzonti il profitto. Per decenni questi due principi hanno saputo convivere pacificamente e, nonostante limiti, ritardi e insufficienza, scienza economica, prassi politica e dottrine della formazione accettavano l’idea fondante di un modello di crescita sociale che non un bolscevico, ma don Milani, uomo di scuola e di chiesa, aveva riassunto in una formula che aveva la forza dì un assioma: “chi si preoccupa di formazione e istruzione e trascura invece le occasioni di tirar l’acqua al proprio mulino non può far male mai“.
Acqua n’è passata sotto i ponti e, tra la caduta del muro di Berlino e la fiction delle “Torri Gemelle”, un modello di “eversione dall’alto” ha prodotto il collasso di Istituzioni democratiche partorite con segni di cianosi e a stento sopravvissute alla liquidazione della Resistenza e al riciclaggio del fascismo. Nonostante il naufragio del neoliberismo, da anni una spinta reazionaria di giacobini che hanno in odio il popolo ha rovesciato persino i valori cari alla “borghesia illuminata“, sicché conoscenza e formazione sono ormai diventate un attraente “valore di mercato” e, di fronte all’idillio Gelmini-rettori, folgorati sulla via di Damasco, settori minoritari dell’università scoprono dalla sera alla mattina la privatizzazione dell’accademia, contro la quale da tempo si sono scatenate le demagogiche piazzate mediatiche sul “fannullonismo” e le sforbiciate “meritocratiche” subite dai fondi per la ricerca. Gli storici diranno domani quale peso hanno avuto sulla Waterloo le oscure concertazioni e l’attendismo dimostrato, mentre la scuola, abbandonata a se stessa, affondava. E’ vero. Qualche Laocoonte reduce dalle piazze in subbuglio, dalle scuole e dagli atenei occupati, aveva previsto la debacle, ma l’idra multicefala degli interessi di parrocchia, una concezione aristocratica e asindacale del ruolo dei docenti universitari ne ha decretato l’immediato sacrificio e la coscienza civile non s’è svegliata nemmeno quando, in combutta con quei campioni della legalità che, dalla mattanza di Genova agli omicidi Aldovrandi e Cucchi, fanno temere una svolta autoritaria, il neofascismo s’è schierato contro gli studenti a Piazza Navona e in Parlamento.
Cassandra l’aveva previsto – ma si sa, Cassandra è pazza – che il modello aziendale non poneva alla scuola semplicemente la discutibile questione della ricerca di un “compromesso” tra le preoccupazioni dei nostri “sani imprenditori” e le finalità di “sviluppo integrale” di tutte le classi sociali, figlie delle lotte del Sessantotto. Cassandra aveva “visto” che, in realtà, la pretesa era un’altra: subordinare la conoscenza alle leggi autoreferenziali del mercato e del profitto. Cassandra però è dannata a non esser creduta e, d’altra parte, da tempo la sinistra rabbrividisce quando sente parlare di conoscenza e cultura come “ricchezza che – sosteneva il Che – appartiene al mondo, è forse, come il linguaggio, qualcosa che appartiene alla specie umana“.
Nell’assoluta indifferenza dell’accademia, da cui dovrebbe peraltro venire un qualche pensiero pedagogico, l’attacco alla scuola statale ha potuto puntare dritto al “prodotto finito“: non si vuole pensiero critico, ma militi disciplinati del capitale. L’etica dell’insegnamento scientifico ha ceduto terreno alla verità di fede del neoclericalismo, la formazione come strumento di emancipazione è stata accantonata per tornare alla trasmissione dei dogmi della cultura dominante, l’autoritarismo ha annichilito l’autorità dell’autorevolezza, alcune delle chiavi di volta della scuola moderna sono state spezzate, la didattica modulare è stata messa da parte per tornare al “maestro unico“; sparita ogni forma di continuità didattica, il respiro universale del concetto di conoscenza è stato sacrificato sull’altare del più gretto localismo leghista e un attacco selvaggio ha fatto terra bruciata dell’aggiornamento dei docenti, della formazione permanente e del rispetto dei ritmi di apprendimento. Nel silenzio complice dell’accademia, si sono riprese le crociate e s’è riaperto lo scontro tra guelfi e ghibellini.
Una mattina di pochi giorni fa pezzi di università, usciti dal sonno della ragione, hanno “scoperto” che più difficile è il contesto in cui operano, meno risorse otterranno, che il “valore della conoscenza” non è rappresentato dal bisogno che ne sente la società – lo stesso che rende preziosa l’aria – ma segue il corso d’una qualunque merce e sopravvive solo se offre opportunità di guadagno a sponsor, strutture private e nicchie di mercato. E’ apparso così chiaro che dietro l’attacco al Sessantotto, si nascondeva un principio di carattere puramente economico: un largo accesso al mondo della conoscenza – esito del diritto allo studio – equivale a un eccesso di produzione che svaluta la “merce” e mette a rischio il saggio di profitto. Come accade per il surplus di pomodori, si fa ricorso al macero. Meno facoltà statali, meno cattedre, meno ricercatori, meno fondi e, di conseguenza, meno ricerca nella formazione pubblica, tutto questo moltiplica la domanda nel privato e fa lievitare i prezzi. Due piccioni in una fava: costi alle stelle in una società classista, con una manovalanza d’ignoranti da trasformare agevolmente in clienti, crumiri e massa di manovra che, per dirla con Antonio Labriola, faccia da “bestiame votante“. Con buona pace della sia pur asfittica democrazia borghese.
Tanto “valeva” il muro di Berlino, tanto paghiamo l’incapacità dei partiti storici di ispirazione marxista di trovare un’uscita a sinistra per la crisi del “socialismo reale“.

Uscito sul “Manifesto” il 17 novembre 2009, su “Sardegna democratica” il 15 novembre, su “Fuoriregistro” il 13 novembre 2009, e su “Report on line” il 12 novembre 2009.

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