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Posts Tagged ‘colpo di Stato’

32414_4504728950453_1694780384_n (1)«La sovranità appartiene al popolo». Così recita testualmente l’articolo 1 della Costituzione, ma Renzi lo ignora. Il voto, manifestazione concreta di questa inalienabile potestà, sottolinea l’articolo 48, «è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico». Il cittadino, quindi, ha diritto di scegliere direttamente chi lo rappresenta in Parlamento e nessun governo può manomettere l’esito delle urne, inventandosi premi di maggioranza che moltiplichino il valore di un voto rispetto a un altro. Renzi ignora anche questo principio. Non serve girarci attorno: questo è un colpo di Stato.
Com’è noto, la Consulta non ha potuto fare a meno di dichiarare incostituzionale la legge elettorale da cui è nato il nostro sedicente Parlamento. Con una postilla a mio avviso inutile e non pertinente, che regala un crisma di santità alla scelte passate, presenti e future di parlamentari eletti con una legge che dichiaravano illegale, i giudici della Corte Costituzionale hanno però tirato in ballo la “continuità dello Stato”. Questo è un non senso logico. Posto che non sia un’astrazione e che si debba accettare, è evidente che tale principio non cancella l’articolo primo della Costituzione, che attribuisce al popolo la sovranità. La domanda è perciò lecita: il Parlamento degli «abusivi», che non è espressione della sovranità popolare, in nome e per conto di chi legifera?
Non c’è bisogno di essere costituzionalisti, per trarre dalla sentenza le logiche conseguenze: deputati e senatori non solo non hanno legittimità politica e morale, ma non possono legittimamente votare la fiducia a un governo, perché non sono stati eletti dal popolo e non ne sono i rappresentanti. Il governo, quindi, illegittimo moralmente e politicamente, vive di un voto di fiducia arbitrario e la sua esistenza è in contrasto con l’articolo primo della Costituzione. Persino l’elezione del Presidente della repubblica è probabilmente in contrasto con lo spirito della Costituzione. E’ vero: il popolo non elegge direttamente il Capo dello Stato, ma vero è anche che ad eleggerlo sono deputati e senatori in veste di «grandi elettori». Nel caso specifico, come si fa a ritenere «grandi elettori» parlamentari che nessuno ha mai eletto?
Le ombre di illegittimità morale, politica, ma anche giuridica, sono più lunghe di quanto si voglia far credere. Renzi e i suoi ministri sostituiscono un governo mai sfiduciato. Quando sostiene di voler cambiare la Costituzione perché glielo chiede il Paese, Renzi mente sapendo di mentire, perché, in merito, non ha ricevuto e non avrebbe potuto ricevere alcun mandato popolare: nessun cittadino ha eletto i deputati che gli hanno votato la fiducia. Illegittima quindi è la sua pretesa di imporre una legge elettorale che peggiora quella incostituzionale da cui nasce la sua maggioranza, violenta, estremamente violenta, è la sua decisione di porre mano a una riforma costituzionale.
E’ qui, sulla violenza esercitata dalla banda di «nominati» che tiene in piedi il governo, sul tradimento della Costituzione che si sta consumando, occorre essere chiari e riflettere, senza attaccarsi a inaccettabili cavilli giuridici: la sovranità popolare è stata ripetutamente e violentemente usurpata. C’è solo un modo per ripristinare la legalità repubblicana: sciogliere le Camere e votare con la legge indicata dalla Consulta. Se questo non accadrà, sarà legittimo esercitare quel «diritto alla resistenza», che è stato solennemente riconosciuto ai popoli nei momenti alti della storia umana. Lo ricorda in queste ore don Paolo Farinella: persino Tommaso d’Aquino, uno dei padri della Chiesa, riscattando la dignità di Bruto, riconosce l’amara ma incontestabile legittimità dell’atto più estremo che si possa compiere a difesa della libertà: «chi uccide il tiranno è lodato e merita un premio».
Più che tornare col sacerdote alla Dichiarazione d’indipendenza degli USA, a quella dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e alla Costituzione francese del 1793, che riconoscono il diritto-dovere dei popoli a resistere se un governo mira a sottometterli, chiediamoci che significa resistere. Quando si dice resistenza, si parla di formule astratte, per fermarsi alla rivendicazione di un principio? Non è così. E non è vero nemmeno, come pare affermare don Farinella, che tutto debba ridursi all’opposizione di «corpi inermi». La Resistenza che abbiamo appena ricordato il 25 aprile, dimostra che, per fermare un governo – anche legalmente costituito, che però l’ha sottomesso o intende farlo – un popolo non solo può, ma deve ricorrere a tutti i possibili strumenti. Quelli pacifici, se i responsabili dell’abuso, di fronte all’accusa infamante di tradimento, si fanno da parte e accettano di difendersi nelle sedi deputate. Se questo però non accade, se il governo nega la violenza e tenta di imporsi con la forza, resistere allora può anche voler dire mettere mano alle armi in nome della legalità repubblicana e riconquistare la dignità dei cittadini liberi che non tollerano in alcun modo di essere ridotti in condizioni di sudditanza.
Il messaggio di don Farinella quindi non è e non può essere quello di un pacifista che si appella ai principi. E’ la minaccia del gesto estremo che merita la lode e il premio da San Tommaso D’Aquino: o Renzi e i suoi compari sapranno fermarsi prima che sia tardi o tutti noi, costretti a subire una violenza inaudita e insopportabile, dovremo rispondere con una violenza uguale e contraria. E’ un imperativo morale e non potranno fermarci tribunali, processi, galera e truppe schierate in piazza come un esercito di occupazione, secondo un modello già sperimentato in Valtellina.
E’ bene che Renzi rifletta su ciò che il sacerdote gli annuncia: siamo decisi a riprenderci la nostra piena e totale sovranità.

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Certo, chi si aspettava i carri armati e l’assalto aereo al Quirinale, come accadde in Cile col palazzo della Moneda, penserà che è tutto normale: questa è solo una grave crisi delle Istituzioni. Io penso che al di là della forma, nella sostanza le cose stiano in modo diverse e la faccenda sia molto più grave di quello che si voglia credere. Lo dico timoroso delle mie parole, ma intimamente convinto di quello che scrivo: in un Parlamento paralizzato, incapace di eleggere il Capo dello Stato, sottomesso a un governo caduto e resuscitato senza fiducia delle Camere, il pellegrinaggio al colle del Quirinale contiene in sé tutti gli elementi che definiscono oggi un moderno colpo di Stato. Cadiamo, anche questo va detto, come meritiamo: incapaci di occupare le piazze e disporci a quadrato a difesa della libertà e dei diritti. Non un gruppo che organizzi la protesta su Facebook, non un cellulare che chiami a raccolta. Inerti di fronte al nemico. Traditori di noi stessi, noi tutti lo confermiamo: ognuno, si dice, è artefice del proprio destino. 

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Tragicommedia. Non poteva che finir così. C’è davvero l’Italia di oggi nei cori sprezzanti dei tifosi contrapposti, nei cortei che si schierano davanti ai palazzi d’un potere sempre più estraneo, come fedeli davanti agli altari, in attesa dell’immancabile “miracolo”. Nell’incredibile confusione tra “liberazione” e “rito liberatorio“, c’è la comica tragedia d’un Paese che non s’è mai veramente “liberato“. Che il fascismo sia stato, come scrisse lucido Gobetti, l’autobiografia degli italiani, ora sì, ora si vede chiaro in questo surrogato di “liberazione“, che ci fa più servi in un inevitabile crepuscolo della democrazia. E’ vero, Berlusconi cade – e questo fa certamente bene – ma a chi torna ai ritmi del poeta latino – “nunc est bibendum” – il vino va alla testa e tutto si confonde nel gioco delle parti. Cade, sì, ma per mano di lanzichenecchi della finanza e di squallidi capitani di ventura, suoi pari, come Sarkozy e la Merkel, che l’hanno detto chiari e minacciosi a Papandreu: se si rompe il giocattolo, si torna all’Europa dei conflitti. Cade e l’Italia fa festa o protesta; in piazza c’è chi l’ha combattuto per anni, impotente, inascoltato e tradito da opposizioni complici che non l’hanno mai inchiodato al conflitto d’interesse, e chi l’ha liberamente eletto, esaltato e spesso idolatrato; strati sociali così vasti e così variamente connotati, che parlare ancora di “società civile” pare non abbia più senso. Brinda, fa festa o protesta, l’Italia, ma è un’Italia avvilita che non trova rappresentanza politica e cerca invano una classe dirìgente capace di arrossire, che mostri senso del pudore e quella capacità critica che distingue gli uomini liberi dai servi sciocchi. Canti, cori, dirette televisive e l’eterno salotto buono, con Di Pietro, folgorato sulla via di Damasco, che non parla più di “macelleria sociale“, Concita De Gregorio, pronta a sostener la tesi insostenibile che è stato il governo a scatenare la crisi economica nata negli Usa, Casini berlusconiano per due e più lustri, Fini capobanda fino all’anno scorso e il solito Floris con una batteria di servizi terroristici sui bancomat in tilt e i soldi sequestrati in banca per effetto del fallimento. Un polverone sollevato ad arte per coprire la miseria morale di una “uscita” dalla crisi di governo che, da qualunque parte la si guardi, non va d’accordo coi principi della democrazia e, quand’anche fosse l’unica, amara e necessaria medicina, non meriterebbe certo una festosa accoglienza.
Morto il re, viva il re, ma operai e docenti stiano allerta. Il “nuovo che avanza” ha già detto basta alla nefasta influenza marxista e al suo “arcaico stile di rivendicazione che è un grosso ostacolo alle riforme” e “finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati“. La ricetta è il solito veleno – il “vincolo della competitività” – e quanto sia efficace s’è “visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili“.
In fabbrica, quindi, flessibilità e mano libera al signor padrone e, in quanto alla formazione, basta col valore legale del titolo di studio e via con l’incubo americano: il figlio del ricco borghese che studia a Milano vale il doppio del cocciuto figlio di poveracci che va a scuola a Canicattì. Che ci va a fare? Lo studente non conta niente, vale il “nome” dell’istituto. Ci sono lauree e pezzi di carta in un mondo in cui chi ha i quattrini per farlo si costruisce la scuola e l’università. Chi decide è il mercato…
Così, Mario Monti, sul Corriere della Sera del 2 gennaio scorso. Altro che nuovo! Monti al governo – un “governo tecnico“, s’intende, di colpo di Stato non si parla più – è una fucilata sparata a bruciapelo sulla democrazia! Lo sanno tutti, Napolitano, gli “scamiciati” del Governo di Unità Nazionale, il rosso Vendola con la formula diplomatica del “Governo di scopo“, Bersani e i suoi, stretti attorno alla bandiera tricolore di un “Governo di transizione” che ci porta difilato al patibolo della Bicciè. Lo sanno tutti, ma fingono di non sapere: dopo un lungo scontro, c’è una resa incondizionata e tutto avviene nello stesso campo: la trincea è quella del peggior capitalismo. Nulla a che vedere coi diritti e la fatica della povera gente, costretta con un colpo di mano a pagare il prezzo d’una crisi per cui Monti è responsabile più o meno quanto Berlusconi. Monti, sì, che, guarda caso, è stato International Advisor della “Goldman Sachs“, ha libero acceso al chiuso “Gruppo Bildeberg, è membro stimato della “Commissione Trilaterale” creata da Zbigniew Brzezinski e Rockefeller e ha partecipato in prima linea, come Commissario europeo per l’economia, alla creazione del mostriciattolo che ci si ostina a chiamare “Unione Europea”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 novemente 2011 e sul “Manifesto” del 15 novembre 2011 col titolo “Il nuovo avanza ma il capitalismo è sempre lo stesso”.

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