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Posts Tagged ‘Enrico Russo’

ca2fdb061915f300a650dca32a5e41dd7cc2197990efd6acddd5d5dbPer quello che è accaduto in Puglia, per quello che accade ogni giorno, parole non ne ho. Prendo perciò in prestito da me stesso quelle che scrissi il 7 agosto del 2012, oggi sono sei anni, riflettendo su un libro intitolato Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, curato per le Brigate di solidarietà attiva da Gianluca Nigro, Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto, Yvan Sagnet e stampato da Derive e Approdi.  

Non mi chiuderò nei confini d’una recensione, mi dico, mentre i quaranta gradi di Lecce calano fino ai venti del Potentino e il pullman caracolla tra curve e tornanti, puntando su Napoli. Meglio le riflessioni di un lettore “preso” da un libro che, nato nel Salento e nel Salento incontrato, non mi consente più di guardare Otranto con occhi di turista. Di un libro parli quando è seme che germoglia un’idea e così è accaduto con questo volumetto in un’estate di fuoco: le sue pagine fitte, stampate da Derive e Approdi con piacevole eleganza grafica, m’hanno scottato come sole d’Africa.

Scriverò da lettore, senza voler costruire ragionamenti che intendano spiegare. Del tema dirò poi. Prima segnalo un dato che colpisce. Come s’usa nei lavori collettivi, in copertina trovi gli autori in ordine alfabetico, ma l’elenco parte da una sigla che conoscono in pochi – Brigate di solidarietà attiva – e non fa nomi, sicché di Maria Desiderio e Nives Sacchi, che per le Brigate hanno curato l’interessante parte finale, c’è traccia solo all’interno del libro [p. 101]. La scelta rimanda a radici profonde del movimento operaio, a un’idea militante di lavoro sociale cooperativo, tradotta con coerenza in fogli di propaganda e corrispondenze anonime, sicché tutto parlava di un insieme coeso, di un “collettivo”, rappresentato al più dal nome d’una testata e dal gerente responsabile, dovuto per legge. E’ un biglietto da visita significativo, un dato costitutivo dell’agile volume e della cultura di chi l’ha curato. Non a caso, del resto, il libro, proprio nel capitolo conclusivo, è un gioco di luci e ombre, anche se punta i fari su un tema prevalente: l’esperienza di un gruppo di braccianti africani che, giunti nel Salentino nell’estate 2011 per la raccolta dei pomodori e ospitati a Masseria Boncuri, in un campo gestito dall’associazione Finis Terrae e dalle Brigate di solidarietà attiva, realizzano il primo sciopero autorganizzato di lavoratori migranti. Qualcosa di epocale, precisa l’introduzione non firmata, “un momento importante della storia del movimento operaio in Italia dal punto di vista sia delle pratiche sia dell’analisi” [p. 8].

E’ questa continuità che colpisce: il nesso tra passato e presente della lotta di classe, in una visione così ampia della vicenda che, a ben vedere, il libro narra due storie e descrive un Paese che solo a lettori ciechi può sembrare “molto diverso dai tempi del primo sciopero a Villa Literno tanti anni fa” (1).

In primo piano, con l’obiettivo che s’apre a “zumata”, trovi lavoratori migranti che a Nardò, dopo un’inutile trattativa con un caporale, trasformano la rabbia in pratiche “sindacali” autorganizzate e per due settimane ripercorrono le tappe d’una grande storia, quella del movimento operaio, di cui a quanto pare non s’è persa memoria. Come in un film retrospettivo che ha una specificità tutta attuale, dal libro affiora così l’anima profonda di un conflitto in cui braccianti sfruttati si trovano di fronte all’eterna frontiera che separa il lavoro dal capitale. Occidentali o africani, la distinzione è solo iniziale e non è il cuore del libro. Lo senti quando il caporale minaccia: “prendere o lasciare”. Non è andata così con Marchionne? Lo capisci mentre vedi risorgere pratiche d’una cultura antica che da tempo si dà per spacciata: il blocco stradale (l’antico presidio contro i crumiri), il prezioso confronto in assemblea, l’appello all’unità (siete piccini perché siete in ginocchio diceva uno slogan a fine Ottocento), l’internazionalismo (lavoratori di tutto il mondo unitevi). E’ così che ancora una volta, sul terreno della lotta per i diritti, si incontrano sfruttati d’ogni luogo e cultura e si ripete un fenomeno antico che ha leggi sue proprie: nel fuoco della lotta emergono leader – di dove sarebbero venuti sennò, Bordiga, Gramsci, e organizzatori della tempra di Enrico Russo, Buozzi e Di Vittorio? – e strumenti di lotta – come il mutuo soccorso e la resistenza – che pongono al centro il lavoro e la sua tutela, i dati materiali e il bisogno di cambiamento. Un bisogno che passa giocoforza per quello stesso conflitto negato, dopo il crollo dei regimi dell’Est, da un artificio ideologico inneggiante alla “fine della storia” e dal preteso trionfo dell’eden capitalista.
Il percorso, però, si badi bene, non segue le sirene della nostalgia: “non si tratta di riproporre schemi e teorie senza un’adeguata contestualizzazione”, scrivono le Brigate, attaccando i feticci neoliberisti. Si dice che “nell’era della globalizzazione […] le classi sociali non esistono più, che lo stereotipo degli operai e dei braccianti in sciopero appartiene a un immaginario collettivo che mal si adatta al «capitalismo»”. Invece “il lavoro coatto c’è ancora”; che, “importa se siano italiani, africani o asiatici? La globalizzazione […] ne ha prodotte di nuove, ma certo non le ha eliminate”. E’ l’affermazione di un principio di fondo che non solo dimostra “quanto trasversale sia lo sfruttamento dei lavoratori” [p. 144], ma rappresenta la tappa decisiva d’un percorso e il messaggio più attuale e se possibile “rivoluzionario” che viene da Masseria Boncuri.

Inutile negarlo, ognuno ha la sua storia e la mia lettura è certo “di parte”. A me tuttavia pare chiaro: la sofferenza che brucia sulla “pelle viva” – per dirla col felice titolo del libro – non bada al colore o ai confini. Se così fosse, se il punto fosse il dramma dei migranti e il libro non leggesse ogni voce che viene dallo sciopero, in altre parole, se non raccontasse un altro racconto, che fa da sfondo, allo sciopero e cala la lezione del passato nella realtà dello scontro di classe di questi anni di crisi, se fosse così, non avrebbe ragione d’essere. Sarò più chiaro. Se il libro non cogliesse il momento di un contatto tra pari che come tali prendono a riconoscersi, non solo persone ma sfruttati protagonisti di un’unica lotta, il libro sarebbe un’occasione mancata. Così invece non è: “Nardò – leggiamo – non rappresenta solo Nardò, si configura come paradigma e specchio di un sistema più ampio, […] rispetto allo sfruttamento e alla precarietà del lavoro nel contesto della crisi generale” [p. 103]. Qui è evidente che non si parla solo di migranti africani, ma dell’altra storia, quella che, tenuta sullo sfondo con circospezione quasi stupita, emerge quando ragazzi e ragazze fanno i conti con la realtà del campo: “si arriva e si parte cambiati”, scrivono, perché tutto attorno “fa vacillare il senso di giustizia” [p. 103], perché “vivere Nardò vuol dire sospendere la propria concezione di tempo”, [p. 103], sicché ognuno “si mette in discussione in prima persona e lo fa agendo da singolo in una collettività alla quale il suo agire appartiene […] verso la comunità con cui ci si relaziona, i braccianti, che a loro volta rispondono alle loro condizioni di appartenenza” [p. 113].

E’ una vicenda, questa, che non cerca la ribalta e lascia spazio all’impostazione più “culturale” di Mimmo Perrotta e Devi Sacchetto, ricercatori universitari di Sociologia, al carisma di Pierre Yvan Sagnet, che dal Camerun è approdato al Politecnico di Torino e nelle roventi campagne pugliesi si è scoperto sindacalista, rompendo il fronte dei migranti divisi per etnia. E’ la storia di due organizzazioni di un moderno movimento operaio, “motori” di un incontro che potrebbe avere rilievo storico non solo per il futuro dei migranti ridotti in servitù dai caporali, contro i quali lo sciopero ottiene una legge che fa del caporalato un reato penale, ma anche per i giovani occidentali che un feroce attacco ai diritti e l’imperante precarietà ricacciano indietro nel tempo, fino a condizioni da Ancien Régime, riducendoli a migranti in patria, giramondo senza speranze in dissidio insanabile con un sistema che li cancella dalla storia. Se è vero, come scrive il camerunense Segnet, che “tutte le cose belle si ottengono lottando”, non meno vero è che, nel mettere al centro del discorso la centralità del conflitto per il lavoro e la sua tutela, egli torna inconsapevolmente a un patrimonio d’esperienze sedimentate, a lotte vittoriose che produssero crescita civile e sconfitte sanguinose che ci imbarbarirono.

Il libro è prezioso per questo, perché si fa “documento” e consegna alla memoria storica un momento di lotta operaia, che colloca nell’alveo d’una tradizione fertile e d’una cultura senza le quali lo sciopero a Masseria Boncuri non avrebbe radici e futuro. Prezioso, perché la sua idea di fondo segue i fili d’una storia antica che ha ancora una bruciante attualità e, come scrive Gianluca Nigro, di Finis Terrae, guarda alla questione del “lavoro, spesso elusa dal movimento antirazzista”, [p. 77] e “costringe” Istituzioni e sindacati a “prendere atto delle proprie responsabilità di fronte ai fenomeni di degrado e sfruttamento lavorativi”: la necessità di far fronte agli esiti di leggi repressive “pensate” in funzione di interessi padronali, alla condizione disumana di un universo concentrazionario creato da politiche di classe, per produrre serbatoi di manodopera da sfruttare e all’urgenza di “recuperare […] nodi culturali e teorici dell’agire sociale e politico” [p. 79 e 93]. Questo, saldando le pratiche di lotta a una teoria antica come quella del mutualismo che non è “carità privata”, ma recupera i modi e le forme della democrazia di base e l’ethos del primo movimento operaio; un mutualismo in cui Finis Terrae vede un “contrappeso alla cultura del conflitto”, ma è poi costretta a riconoscere che “nel caso di Nardò è servito ad alimentare […] la conflittualità ” [p. 86]. Solidarietà, quindi, ma come strumento di lotta, base per la “resistenza”, pilastro teorico della cultura operaia, che assume connotati concreti con la creazione di una “cassa di resistenza” nata per ammortizzare i contraccolpi dello sciopero che “per un lavoratore migrante […] significa oggettivamente un’autoespulsione dal ciclo produttivo e la mancanza quasi immediata di risorse al suo sostentamento” [p. 87].

Questo è il libro che il lettore scoprirà. Non solo cronaca di lotta, descrizione dei processi per i quali passa e si struttura una nuova servitù, ma un’esperienza che diventa “scuola di conflitto” per tutti, migranti e volontari, offre prospettive future all’idea di riscatto e non riguarda solo lo sciopero del Salento, un gruppo di migranti, i migranti in quanto tali o i giovani volontari. Riguarda gli sfruttati e il loro scoprirsi classe al di là delle diverse condizioni di vita imposte dalla globalizzazione alle varie anime presenti nel campo. In questo senso, una divisione netta tra lavoratori africani e giovani militanti è fuorviante. Il libro, infatti, racconta il momento di un incontro tra gruppi che, su piani sfalsati, sono in balìa di logiche di profitto. I migranti, “in condizioni di estrema emarginazione sociale, sottoposti a un capillare sfruttamento sedimentato da quasi vent’anni” [p. 102] e chi giunge volontario e si percepisce come un “occidentale privilegiato” ma, catapultato in “un microcosmo, un piccolo paradigma di marginalità, […] dentro una realtà parallela – a pochi chilometri dalle più belle spiagge pugliesi gremite di turisti”, sente aprirsi “fratture interne”, acquisisce la “consapevolezza che la logica della militanza «ordinaria» è stata stravolta” [p. 103] e si trova a riflettere su un dato sconvolgente: “nessuno dei volontari delle Brigate ha una storia senza precarietà, senza il problema di fare i conti alla fine del mese”. Pur senza azzardare paragoni per ora improponibili – il futuro è tuttavia davvero buio – è così che centinaia di militanti occidentali e africani, impegnati a livelli diversi nella stessa lotta, individuano una via comune, che è tutta da esplorare e non sarà facile da percorrere, ma ha le lontane radici in una storia di lotte che ha prodotto civiltà contro una rinnovata barbarie.
Questa è la narrazione sorprendente e incredibilmente aperta al futuro che il libro ci offre: mentre un cieco sfruttamento torna a riempire di contenuti la parola solidarietà, un terribile fronte di lotte unisce giovani generazioni rapinate dei diritti nell’Europa “madre dei diritti”, in un “campo” non a caso aperto, con generazioni sfruttate da sempre. Assieme, africani e occidentali scoprono che contro di loro s’è scatenata – si sta già combattendo – “una lotta di classe che deve tornare a ripartire dal basso, dagli ultimi della scala sociale del nostro Paese”. E’ così che “tanti volontari” si sentono “mossi dalle stesse motivazioni di emancipazione dei migranti lavoratori” [p. 115] (2).

Visto da questo punto di vista, il libro è soprattutto la prova che in un mondo che va globalizzando la disperazione si può riuscire “a creare momenti di forte mobilitazione come alla Masseria”, una mobilitazione che assume il significato di quelle “azioni cardini che consentono di credere che la crisi si può combattere anche così. Forse solo così”.(3).

Un concetto ormai quasi dimenticato torna spesso nel libro e assume un significato preciso: lotta di classe. L’urto sarà violento? Migranti e volontari vorrebbero che non fosse così e il movimento non lo è stato. Le curatrici, però, sanno che troppa gente è schiacciata e lucida è amara è la loro verità: la violenza è già in campo. E quella” di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti” [p. 135].
La partita non s’è chiusa a Nardò.

Note
1) Mario Desiati, La rivolta dei migranti in difesa della legalità, Repubblica, 11 marzo 2012.
2) Annamaria Sambucci, Bsa Tuscia.
3) Idem.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012.

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f482788d079e8d4eb9f7d18d2671dc22829b4615de2a808fdf9c09f6_175x175Il 17 agosto scorso, in un articolo dal titolo accattivante – «L’italiano della Potemkin. Francesco Misiano, l’uomo che inventò la Hollywood rossa» Giancarlo Bocchi ripercorre la vita avventurosa e appassionante di Francesco Misiano, rivoluzionario calabrese che – scrive giustamente – «è indissolubilmente legata alla storia del cinema e in particolare all’”età dell’oro” del cinema russo. Capolavori come La Corazzata Potemkin non sarebbero mai arrivati ad un successo internazionale e epocale senza il suo intuito. Inventore della cosiddetta “Hollywood rossa”. Misiano fu in sostanza il più grande produttore cinematografico dell’Unione sovietica. Riuscì a realizzare quattrocento tra film e documentari». Chissà, forse per aggiungere un alone di maggior mistero alla sua bella storia, Bocchi sostiene che nel dopoguerra Misiano fu cancellato dalla memoria collettiva. Ormai, quando si tratta di tirare calci al Pci, nessuno perde l’occasione e la gratuita pesantezza degli attacchi induce a schierasi per il partito che fu di Bordiga e Gramsci anche chi nella sua giovinezza lo ha lungamente combattuto.
Non è vero che Misiano fu cancellato. Giuseppe Berti lo ricordò in occasione della morte in un efficace ritratto del 1937 e nella sua Storia del PCI Paolo Spriano lo ricorda numerosissime volte. Di lui parla a lungo, in termini critici, Michele Fatica in un saggio del 1971 intitolato Le Origini del Fascismo e del Comunismo a Napoli; solo un anno dopo, nel 1972, Franca Pieroni Bortolotti ha firmato il suo Francesco Misiano: vita di un internazionalista. Nel 1997, poi, Giovanni Spagnoletti, in collaborazione con Michaela Bohmig, ha curato il volume Francesco Misiano o l’avventura del cinema privato nel paese dei bolscevichi, un libro che anticipa buona parte delle «rivelazioni» di Bocchi, il quale – come capita sempre più spesso ai giornalisti – non mostra un gran rispetto per il lavoro altrui.
La parte meno nota della vita di Misiano è certamente quella che riguarda la sua fine. L’articolo di Bocchi, del resto, bello sì, ma troppo «sensazionalistico» per tentare la via del rigore, tace su molte pagine significative della vita di Misiano e si guarda bene dal dire che fu iscritto alla Massoneria. In realtà, Misiano fu un noto dirigente della sezione napoletana del Sindacato Ferrovieri prima della “Grande Guerra” e nel dopoguerra divenne segretario della Camera Confederale del Lavoro di Napoli. Nella storia narrata da Bocchi spariscono le relazioni che intrattenne fino all’ultimo con i compagni campani, in primo luogo con Oreste Abbate, ferroviere napoletano, anarchico e poi bolscevico, rivoluzionario, antimilitarista e disertore, come lui, che con Misiano aveva partecipato a Berlino ai moti spartachisti. Condannato a morte dai tedeschi e sfuggito all’esecuzione, anni dopo aveva raggiunto in Russia il compagno, aveva criticato aspramente il regime instaurato da Stalin e dopo la morte dell’amico si era rifugiato in Francia. In ombra resta soprattutto la figura della moglie di Misiano, Maria Conti, e non trova risposta una domanda che non è priva di significato: com’è che dopo la fine del marito e la persecuzione che si sarebbe scatenata contro di lei, la donna non solo rimase a Mosca, ma tra il 1937 nel 1938 si adoperò perché il figlio Walter, «minorato fisico», lasciasse Napoli, dove viveva con lo zio Mario Conti, e la raggiungesse a Mosca? La risposta ci aiuterebbe a capire meglio che accadde davvero a Misiano.
Il viaggio di Walter, di cui il regime fascista era perfettamente a conoscenza, fu organizzato tra la Francia e Napoli da Oreste Abbate, il vecchio compagno che aveva combattuto con Misiano mille battaglie, e dal fratello di Oreste, Armido, anarchico napoletano e perseguitato politico, che conosceva Misiano dai tempi del Sindacato ferrovieri, di cui era stato a Napoli il Segretario provinciale. Non è una domanda banale, così come non è banale ricordare che ben altri silenzi sono a poco a poco caduti sui protagonisti di questa complessa vicenda politica. Del tutto sconosciuto, infatti, è Oreste Abbate, che nel 1948 viveva ancora in Francia e probabilmente non tornò mai più in Italia; ignorato è stato Armido, di cui solo agli inizi di questo secolo una mia breve biografia ha ricordato la figura di antifascista che fu poi combattente delle Quattro Giornate, ma non figura nemmeno nell’elenco dei partigiani riconosciuti. Era stato critico feroce del Patto di Roma, l’accordo tra DC, PCI e PSI, che soffocò nella culla la CGL ricostituita da un altro grande «dimenticato»: Enrico Russo, segretario regionale della Fiom, combattente di Spagna e avversario di Togliatti, di cui contestò le scelte dopo l’armistizio. Se Misiano finì i suoi giorni in un sanatorio. Enrico Russo, letteralmente cancellato dalla storia, morì solo e dimenticato in un ospizio per i poveri. Aveva rifiutato l’incarico di Ministro del Lavoro che gli era stato offerto da Togliatti per addomesticarne l’opposizione.
Bocchi non lo sa, ma il silenzio, quello vero, che pesa e che ha un profondo significato politico, non nasce dai dissensi e dagli scontri dolorosi che caratterizzano la storia della sinistra. Il silenzio più terribile è quello di una storiografia che, pronta a salire sul carro dei nuovi padroni, ha lasciato da tempo la storia del movimento operaio e socialista in mano a giornalisti a caccia di scoop.

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fedeli-alla-classeSe, come vuole Croce, un saggio storico ha senso quando coglie un nodo storiografico, non c’è dubbio: mentre la Cgil firma accordi che Giorgio Cremaschi, vecchio leader della Fiom, definisce “patto corporativo”, la vicenda della rinascita del sindacato tra fascismo e repubblica offre preziose chiavi di lettura del presente. Del sindacato in Italia dopo l’armistizio, si occupa Francesco Giliani nel suo «Fedeli alla classe. La Cgl rossa tra occupazione alleata del Sud e ’svolta di Salerno’ 1943-45», A. C. Editoriale 2013, € 13,00. Studioso alla prova d’esordio, Giliani s’è formato in una università che prima l’ha mandato in giro per il mondo in cerca di fondi inesplorati poi, temendolo eretico, lo ha lasciato al suo destino; lui, in attesa del fioretto che avrà in dote dall’esperienza, mette mano all’accetta per ipotizzare difficili esiti rivoluzionari della guerra persa, ma firma un lavoro di grande interesse, che risponde a problemi storici reali.
Sono anni ormai che circola il profilo di un’Italia delle aziende e dei suoi capitani coraggiosi che nobilitano le leggi del profitto col coraggio di chi rischia del suo, investe sul merito al di là delle ideologie, ma «Ribelli alla classe», che parla di rivoluzionari e non fa l’elogio dei capitalisti, di fatto è auto pubblicato; «ciclostilato alla macchia», direbbe Gaetano Arfè con amara ironia. Per l’Anvur, quindi, che – piaccia o no – riduce la valutazione della ricerca a strumento di controllo del pensiero, il saggio non vale una cicca: non vanta citazioni anglo-sassoni e non ha editori noti, come capita di norma a chi canta fuori dal coro in tempi di «larghe intese» e pensiero unico, quando le collane di storia sono più che mai in mano a baroni e sponsor ne trova soprattutto chi flette la schiena. Eppure basta leggerlo, il saggio, per capire che la sua parte l’autore l’ha fatta. S’è messo al lavoro, ha scovato carte preziose e ricostruito con dovizia di documenti e perizia di analisi la storia della CGL «rossa» tra sbarchi alleati, svolta di Salerno e il Pci che va al governo col la Dc. La storia, in gran parte cancellata, di un pugno di azionisti e comunisti – Antonio Armino, Dino Gentili, i fratelli Villone, Antonio Cecchi – che, caduto il fascismo, riorganizzano il sindacato. Il leader del gruppo, Enrico Russo, cresciuto alla scuola di Buozzi, ha guidato la Fiom campana ai tempi di Bordiga s’è scontrato con gli stalinisti in Spagna, ha provato le delizie della democrazia in campi d’internamento in cui la Francia chiuse – e spesso lasciò morire – i combattenti sfuggiti a Franco. Tra galera e confino, ha maturato l’idea di un sindacato che non si apra ai «nemici della classe lavoratrice che rimangono sempre gli stessi, anche quando si siano decisi a buttare a mare il fascismo», perché non ha vinto la «guerra dalla quale si ripromettevano nuovi mercati, […] materie prime e, soprattutto, nuovo lavoro umano da sfruttare». Un sindacato conflittuale di classe, che dica la sua sulle politiche per il lavoro, rifiuti di far causa comune con la DC, che schiera giuristi a difesa dei fascisti da reclutare, e incarni un’idea moderna di organizzazione, fondata su un irrinunciabile principio: l’organizzazione non è cinghia di trasmissione dei partiti.
Lo scontro col Psi e soprattutto col Pci di Togliatti è nelle cose; Giliani riprende la polemica di Cortesi con una storiografia ferma al disegno di un Sud in perenne ritardo sulle dinamiche storiche, ricordando la forza del movimento operaio che si organizza attorno al nuovo sindacato, l’aspra lotta con chi vuole resuscitare la vecchia CGdL e le leghe bianche, la critica alla collaborazione di classe con Badoglio. Le carte reperite all’estero gli consentono di dubitare dello «spauracchio di una prospettiva greca» e di un maccartismo retrodatato al ’43. E’, di fatto, la messa in discussione della «vulgata» che fa della minacciosa resistenza degli Alleati all’estirpazione del fascismo l’origine della mancata epurazione e presenta gli occupanti come un maglio pronto a colpire. In questo senso, rivoluzione o no, fa impressione scoprire i Comandi alleati preoccupati per le jeep «americane e francesi che il Primo maggio del ’44 andavano in giro a Napoli con bandiere rosse sul radiatore». L’idea stessa di un’armata reazionaria, pronta a spegnere nel sangue gli aneliti di reale democrazia, vacilla di fronte ai soldati britannici che, ancora in servizio, nelle elezioni del ’45 votano laburista per il 60 %, mentre i Comandi annotano che degli americani impegnati in Europa, molti sono italo americani, figli di anarchici e socialisti e un milione e 250 mila, iscritti ai sindacati, sono reduci da scioperi e fabbriche occupate nel 1934-37. Soldati che, riferiscono le carte, hanno contatti con gli operai, conoscono la solidarietà e donano i proventi del contrabbando di sigarette ai lavoratori che organizzano il sindacato. Sconcerta scoprire che, con l’accordo di Roma, quando nasce la CGIL e i partiti rovesciano il tavolo e sconfessano Russo, a Luigi Antonini, Serafino Romualdi e Vanni Montana, i sindacalisti italo-americani giunti in Italia per indirizzare i lavoratori verso il modello anglosassone, non resta che prendere atto: «i comunisti evidenziano che sono anzitutto italiani e solo in seconda battuta comunisti». Fingono? Per gli Alleati conta poco: i democristiani, notava Romualdi sono «un cane da guardia e finché saranno nella Cgil non permetteranno ai comunisti di perpetrare inganni».
Per Spriano, ricorda Giliani, un sindacato con i «bianchi» era il corollario necessario della politica di unità nazionale e di democrazia progressiva di Togliatti. Non era così per la Dc e Russo l’aveva capito. Egli, tuttavia, uscì sconfitto per limiti organizzativi della sua CGL e per il grande prestigio di Stalin che si riverberava su Togliatti. Eliminati i «rivoluzionari» e foraggiata adeguatamente la Cgil, tutto andò bene finché, forte all’interno e in una mutata situazione internazionale, De Gasperi mise alla porta le sinistre e di lì a poco anche l’unità sindacale andò in frantumi. Da quel momento i comunisti passarono all’opposizione e vi rimasero. La democrazia, più che progressiva, risultò così incompiuta: né figlia d’una rivoluzione, né d’una rottura pacifica col lo Stato fascista.
Il libro di Giliani merita di essere letto se non altro, perché contribuisce a sollevare la pietra tombale posta su Enrico Russo e la sua CGL, E’ incredibile, ma vero, questo comunista, eretico quanto si vuole, ma di indiscutibile spessore, morì solo e dimenticato in un ospizio per i poveri, nel 1973. Per lui non s’era trovato posto nemmeno nel dizionario biografico del movimento operaio.

È possibile richiedere il volume scrivendo a: fedeliallaclasse@libero.it

Uscito su Fuoriregistro, Liberazione e Report on line il 7 novembre 2013

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Le solite divisioni, pensava sconcertato, lasciando il campo che presentava due cortei per un’unica lotta e  mentre si lasciava alle spalle la splendida Santa Chiara, scuoteva la testa sconsolato. Non aveva torto Pascal quando sosteneva che la vera religione non insegna solo amore e grandezza, ma anche odio e miseria. La lunga militanza gli aveva ormai insegnato a non sorridere più di questa convinzione. Non è facile rinunciare a credere per fede, mormorò a se stesso; spesso purtroppo ci rifugiamo in un’idea religiosa della militanza che conosce la grandezza, ma non rifiuta la miseria: Questo non solo dà ragione a Pascal, ma spiega molte delle nostre più cocenti sconfitte…
– Buonasera, professore, gli fece d’un tratto un ragazzo, tirandolo fuori dai suoi pensieri.
Ricambiò, si rese conto di conoscerlo bene, ma se gli avessero chiesto il nome, non avrebbe saputo che dire. Ne incontrava tanti, molti li aveva per compagni nelle ultime lotte della sua vita, ma se li ricordava solo per taluni particolari. Quello che gli stava di fronte, per esempio, lo aveva colpito soprattutto perché, nelle assemblee, i suoi occhi neri e vivi sembravano specchio d’una sua intima onestà. Parlava di corsa e si vedeva ch’era dispiaciuto:
– Lei forse non lo sa, professore, perciò voglio avvertirla. Alcuni suoi amici ci parlano male di lei quando non c’è. Ieri ho provato a difenderla da un giovane studioso venuto da Roma a presentare un suo saggio. Diceva che lei scava tra eretici e dissenzienti perché vuole attaccare la sinistra.
– Ti ringrazio, replicò il professore, nascondendo il fastidio, ma in fondo è una critica. E poi tu non devi difendermi. Prova a farti un’idea e a capire se ha ragione.
– Ma lei lo conosce?
– Credo di sì. Se è lui, dovremmo essere amici; abbiamo scritto persino più di un libro assieme.
– E allora perché fa così quando lei non c’è? Quella non era una critica, era un’accusa…
– Non lo so, tagliò corto il vecchio professore, bisognerebbe chiederlo a lui…
Era tardi e il saluto fu breve, ma nei vicoli uguali a sempre l’uomo non riuscì più a leggere com’era solito fare avviandosi alla metro. Ripose il libro nella borsa e lasciò che i pensieri corressero in suo soccorso e si perse in una sorta di monologo che aveva l’aria di un curioso dialogo con se stesso.
– Non mi pare sia il caso di prendersela, si disse, e soprattutto, per carità, non farti venire in mente parole grosse come la slealtà.
– Ma no, si rispose immediatamente, ma che credi? Non sono nato ieri e so come vanno queste cose. Il fatto è che io sono un senzadio, non ho fede. Una ce l’avevo, ma l’ho persa definitivamente tanti anni fa, nell’agosto del Sessantotto. Pare ieri: Praga insanguinata, le cannonate dei tank che giungevano cupe qui sino a noi assieme agli slogan di manifestanti inermi, coraggiosi e sventurati. Un amico che era a lì in quei giorni terribili me lo confermò: c’era stata un’esplosione di libertà e i manifesti, i disegni, gli slogan, come documenti di un archivio vivente, ci invitavano a riscrivere la storia ambigua che ci avevano insegnato.
– C’è chi l’ha vissuta diversamente, fece notare a se stesso pignolo, ma non bastò a disperdere i mille ricordi.
– Ognuno a suo modo, rispose. Anche i credenti sono parte della storia e va bene così. Per me fu una tragica e amara rappresentazione, qualcosa che, mentre mi feriva, mi incantava e sentii subito mia. Non m’importava nulla che quei giovani fossero tutti per la socialdemocrazia contro cui ci stavamo battendo nelle nostre piazze e intuivo che non era una questione di dottrine. Non c’era nulla che venisse da destra o nascesse dalla conservazione. Di questo fui subito certo. Era vero il contrario. “No pasaran!”, la sfida che la Spagna repubblicana aveva già lanciato tre decenni prima ai fascisti di Franco, in quel lontano agosto del Sessantotto diventava l’urlo di Praga contro i carri armati dei sovietici invasori e tardi, troppo tardi il Pci si decideva a condannare. Ho scoperto con gli anni le distanze mai prese, le parole mai dette, e i tanti “compagni” condannati per eresia. Non so come possa uno studioso “ordinare” le sue carte in modo da trovare una giustificazione per la terribile religione che ci educava alla miseria morale, impedendoci di riconoscere le mille gradazioni del grigio e riducendo la complessità della storia al bianco e al nero. Sarà che lui non c’era, quando la vicenda di Enrico Russo, dirigente della Fiom, combattente di Spagna, comunista nemico dello stalinismo, morto di solitudine in un ospizio per i poveri, mi insegnava ad ascoltare con rispetto i miei coetanei di Praga, a capire la profonda e tragica verità che emergeva chiara dalle loro parole: c’è stato più di un Vietnam e la colomba della pace non ha sanguinato solo perché a ferirla sono state le armi fasciste.
“Piazza Quattro Giornate”, annunziò gracchiante la solita voce metallica e preziosa, ricordandogli ch’era arrivato. Fece in tempo ad uscire, si lasciò portare su dalla scala mobile e abbandonò i suoi cupi pensieri nelle viscere della terra. Pochi minuti ancora, poi la vecchia Alice lo avrebbe accolto saltando e scodinzolando. Alice, col suo pelo fulvo e la sua inattaccabile onestà di cane.

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Alcune riflessioni su: Brigate di solidarietà attiva, Gianluca Nigro, Mimmo Perrotta, Devi Sacchetto, Yvan Sagnet, Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, Derive e Approdi, Roma, 168 pagine, 12 euro.

Non mi chiuderò nei confini d’una recensione, mi dico, mentre i quaranta gradi di Lecce calano fino ai venti del Potentino e il pullman caracolla tra curve e tornanti, puntando su Napoli. Meglio le riflessioni di un lettore “preso” da un libro che, nato nel Salento e nel Salento incontrato, non mi consente più di guardare Otranto con occhi di turista. Di un libro parli quando è seme che germoglia un’idea e così è accaduto con questo volumetto in un’estate di fuoco: le sue pagine fitte, stampate da Derive e Approdi con piacevole eleganza grafica, m’hanno scottato come sole d’Africa.

Scriverò da lettore, senza voler costruire ragionamenti che intendano spiegare. Del tema dirò poi. Prima segnalo un dato che colpisce. Come s’usa nei lavori collettivi, in copertina trovi gli autori in ordine alfabetico, ma l’elenco parte da una sigla che conoscono in pochi – Brigate di solidarietà attiva – e non fa nomi, sicché di Maria Desiderio e Nives Sacchi, che per le Brigate hanno curato l’interessante parte finale, c’è traccia solo all’interno del libro [p. 101]. La scelta rimanda a radici profonde del movimento operaio, a un’idea militante di lavoro sociale cooperativo, tradotta con coerenza in fogli di propaganda e corrispondenze anonime, sicché tutto parlava di un insieme coeso, di un “collettivo”, rappresentato al più dal nome d’una testata e dal gerente responsabile, dovuto per legge. E’ un biglietto da visita significativo, un dato costitutivo dell’agile volume e della cultura di chi l’ha curato. Non a caso, del resto, il libro, proprio nel capitolo conclusivo, è un gioco di luci e ombre, anche se punta i fari su un tema prevalente: l’esperienza di un gruppo di braccianti africani che, giunti nel Salentino nell’estate 2011 per la raccolta dei pomodori e ospitati a Masseria Boncuri, in un campo gestito dall’associazione Finis Terrae e dalle Brigate di solidarietà attiva, realizzano il primo sciopero autorganizzato di lavoratori migranti. Qualcosa di epocale, precisa l’introduzione non firmata, “un momento importante della storia del movimento operaio in Italia dal punto di vista sia delle pratiche sia dell’analisi” [p. 8].

E’ questa continuità che colpisce: il nesso tra passato e presente della lotta di classe, in una visione così ampia della vicenda che, a ben vedere, il libro narra due storie e descrive un Paese che solo a lettori ciechi può sembrare “molto diverso dai tempi del primo sciopero a Villa Literno tanti anni fa” (1).

In primo piano, con l’obiettivo che s’apre a “zumata”, trovi lavoratori migranti che a Nardò, dopo un’inutile trattativa con un caporale, trasformano la rabbia in pratiche “sindacali” autorganizzate e per due settimane ripercorrono le tappe d’una grande storia, quella del movimento operaio, di cui a quanto pare non s’è persa memoria. Come in un film retrospettivo che ha una specificità tutta attuale, dal libro affiora così l’anima profonda di un conflitto in cui braccianti sfruttati si trovano di fronte all’eterna frontiera che separa il lavoro dal capitale. Occidentali o africani, la distinzione è solo iniziale e non è il cuore del libro. Lo senti quando il caporale minaccia: “prendere o lasciare”. Non è andata così con Marchionne? Lo capisci mentre vedi risorgere pratiche d’una cultura antica che da tempo si dà per spacciata: il blocco stradale (l’antico presidio contro i crumiri), il prezioso confronto in assemblea, l’appello all’unità (siete piccini perché siete in ginocchio diceva uno slogan a fine Ottocento), l’internazionalismo (lavoratori di tutto il mondo unitevi). E’ così che ancora una volta, sul terreno della lotta per i diritti, si incontrano sfruttati d’ogni luogo e cultura e si ripete un fenomeno antico che ha leggi sue proprie: nel fuoco della lotta emergono leader – di dove sarebbero venuti sennò, Bordiga, Gramsci, e organizzatori della tempra di Enrico Russo, Buozzi e Di Vittorio? – e strumenti di lotta – come il mutuo soccorso e la resistenza – che pongono al centro il lavoro e la sua tutela, i dati materiali e il bisogno di cambiamento. Un bisogno che passa giocoforza per quello stesso conflitto negato, dopo il crollo dei regimi dell’Est, da un artificio ideologico inneggiante alla “fine della storia” e dal preteso trionfo dell’eden capitalista.
Il percorso, però, si badi bene, non segue le sirene della nostalgia: “non si tratta di riproporre schemi e teorie senza un’adeguata contestualizzazione”, scrivono le Brigate, attaccando i feticci neoliberisti. Si dice che “nell’era della globalizzazione […] le classi sociali non esistono più, che lo stereotipo degli operai e dei braccianti in sciopero appartiene a un immaginario collettivo che mal si adatta al «capitalismo»”. Invece “il lavoro coatto c’è ancora”; che, “importa se siano italiani, africani o asiatici? La globalizzazione […] ne ha prodotte di nuove, ma certo non le ha eliminate”. E’ l’affermazione di un principio di fondo che non solo dimostra “quanto trasversale sia lo sfruttamento dei lavoratori” [p. 144], ma rappresenta la tappa decisiva d’un percorso e il messaggio più attuale e se possibile “rivoluzionario” che viene da Masseria Boncuri.

Inutile negarlo, ognuno ha la sua storia e la mia lettura è certo “di parte”. A me tuttavia pare chiaro: la sofferenza che brucia sulla “pelle viva” – per dirla col felice titolo del libro – non bada al colore o ai confini. Se così fosse, se il punto fosse il dramma dei migranti e il libro non leggesse ogni voce che viene dallo sciopero, in altre parole, se non raccontasse un altro racconto, che fa da sfondo, allo sciopero e cala la lezione del passato nella realtà dello scontro di classe di questi anni di crisi, se fosse così, non avrebbe ragione d’essere. Sarò più chiaro. Se il libro non cogliesse il momento di un contatto tra pari che come tali prendono a riconoscersi, non solo persone ma sfruttati protagonisti di un’unica lotta, il libro sarebbe un’occasione mancata. Così invece non è: “Nardò – leggiamo – non rappresenta solo Nardò, si configura come paradigma e specchio di un sistema più ampio, […] rispetto allo sfruttamento e alla precarietà del lavoro nel contesto della crisi generale” [p. 103]. Qui è evidente che non si parla solo di migranti africani, ma dell’altra storia, quella che, tenuta sullo sfondo con circospezione quasi stupita, emerge quando ragazzi e ragazze fanno i conti con la realtà del campo: “si arriva e si parte cambiati”, scrivono, perché tutto attorno “fa vacillare il senso di giustizia” [p. 103], perché “vivere Nardò vuol dire sospendere la propria concezione di tempo”, [p. 103], sicché ognuno “si mette in discussione in prima persona e lo fa agendo da singolo in una collettività alla quale il suo agire appartiene […] verso la comunità con cui ci si relaziona, i braccianti, che a loro volta rispondono alle loro condizioni di appartenenza” [p. 113].

E’ una vicenda, questa, che non cerca la ribalta e lascia spazio all’impostazione più “culturale” di Mimmo Perrotta e Devi Sacchetto, ricercatori universitari di Sociologia, al carisma di Pierre Yvan Sagnet, che dal Camerun è approdato al Politecnico di Torino e nelle roventi campagne pugliesi si è scoperto sindacalista, rompendo il fronte dei migranti divisi per etnia. E’ la storia di due organizzazioni di un moderno movimento operaio, “motori” di un incontro che potrebbe avere rilievo storico non solo per il futuro dei migranti ridotti in servitù dai caporali, contro i quali lo sciopero ottiene una legge che fa del caporalato un reato penale, ma anche per i giovani occidentali che un feroce attacco ai diritti e l’imperante precarietà ricacciano indietro nel tempo, fino a condizioni da Ancien Régime, riducendoli a migranti in patria, giramondo senza speranze in dissidio insanabile con un sistema che li cancella dalla storia. Se è vero, come scrive il camerunense Segnet, che “tutte le cose belle si ottengono lottando”, non meno vero è che, nel mettere al centro del discorso la centralità del conflitto per il lavoro e la sua tutela, egli torna inconsapevolmente a un patrimonio d’esperienze sedimentate, a lotte vittoriose che produssero crescita civile e sconfitte sanguinose che ci imbarbarirono.

Il libro è prezioso per questo, perché si fa “documento” e consegna alla memoria storica un momento di lotta operaia, che colloca nell’alveo d’una tradizione fertile e d’una cultura senza le quali lo sciopero a Masseria Boncuri non avrebbe radici e futuro. Prezioso, perché la sua idea di fondo segue i fili d’una storia antica che ha ancora una bruciante attualità e, come scrive Gianluca Nigro, di Finis Terrae, guarda alla questione del “lavoro, spesso elusa dal movimento antirazzista”, [p. 77] e «costringe» Istituzioni e sindacati a “prendere atto delle proprie responsabilità di fronte ai fenomeni di degrado e sfruttamento lavorativi”: la necessità di far fronte agli esiti di leggi repressive “pensate” in funzione di interessi padronali, alla condizione disumana di un universo concentrazionario creato da politiche di classe, per produrre serbatoi di manodopera da sfruttare e all’urgenza di “recuperare […] nodi culturali e teorici dell’agire sociale e politico” [p. 79 e 93]. Questo, saldando le pratiche di lotta a una teoria antica come quella del mutualismo che non è “carità privata”, ma recupera i modi e le forme della democrazia di base e l’ethos del primo movimento operaio; un mutualismo in cui Finis Terrae vede un “contrappeso alla cultura del conflitto”, ma è poi costretta a riconoscere che “nel caso di Nardò è servito ad alimentare […] la conflittualità ” [p. 86]. Solidarietà, quindi, ma come strumento di lotta, base per la “resistenza”, pilastro teorico del cultura operaia, che assume connotati concreti con la creazione di una “cassa di resistenza” nata per ammortizzare i contraccolpi dello sciopero che “per un lavoratore migrante […] significa oggettivamente un’autoespulsione dal ciclo produttivo e la mancanza quasi immediata di risorse al suo sostentamento” [p. 87].

Questo è il libro che il lettore scoprirà. Non solo cronaca di lotta, descrizione dei processi per i quali passa e si struttura una nuova servitù, ma un’esperienza che diventa “scuola di conflitto” per tutti, migranti e volontari, offre prospettive future all’idea di riscatto e non riguarda solo lo sciopero del Salento, un gruppo di migranti, i migranti in quanto tali o i giovani volontari. Riguarda gli sfruttati e il loro scoprirsi classe al di là delle diverse condizioni di vita imposte dalla globalizzazione alle varie anime presenti nel campo. In questo senso, una divisione netta tra lavoratori africani e giovani militanti è fuorviante. Il libro, infatti, racconta il momento di un incontro tra gruppi che, su piani sfalsati, sono in balìa di logiche di profitto. I migranti, “in condizioni di estrema emarginazione sociale, sottoposti a un capillare sfruttamento sedimentato da quasi vent’anni” [p. 102] e chi giunge volontario e si percepisce come un “occidentale privilegiato” ma, catapultato in “un microcosmo, un piccolo paradigma di marginalità, […] dentro una realtà parallela – a pochi chilometri dalle più belle spiagge pugliesi gremite di turisti”, sente aprirsi “fratture interne”, acquisisce la “consapevolezza che la logica della militanza «ordinaria» è stata stravolta” [p. 103] e si trova a riflettere su un dato sconvolgente: “nessuno dei volontari delle Brigate ha una storia senza precarietà, senza il problema di fare i conti alla fine del mese”. Pur senza azzardare paragoni per ora improponibili – il futuro è tuttavia davvero buio – è così che centinaia di militanti occidentali e africani, impegnati a livelli diversi nella stessa lotta, individuano una via comune, che è tutta da esplorare e non sarà facile da percorrere, ma ha le lontane radici in una storia di lotte che ha prodotto civiltà contro una rinnovata barbarie.
Questa è la narrazione sorprendente e incredibilmente aperta al futuro che il libro ci offre: mentre un cieco sfruttamento torna a riempire di contenuti la parola solidarietà, un terribile fronte di lotte unisce giovani generazioni rapinate dei diritti nell’Europa “madre dei diritti”, in un “campo” non a caso aperto, con generazioni sfruttate da sempre. Assieme, africani e occidentali scoprono che contro di loro s’è scatenata – si sta già combattendo – “una lotta di classe che deve tornare a ripartire dal basso, dagli ultimi della scala sociale del nostro Paese”. E’ così che “tanti volontari” si sentono “mossi dalle stesse motivazioni di emancipazione dei migranti lavoratori” [p. 115] (2).

Visto da questo punto di vista, il libro è soprattutto la prova che in un mondo che va globalizzando la disperazione si può riuscire ” a creare momenti di forte mobilitazione come alla Masseria”, una mobilitazione che assume il significato di quelle “azioni cardini che consentono di credere che la crisi si può combattere anche così. Forse solo così”.(3).

Un concetto ormai quasi dimenticato torna spesso nel libro e assume un significato preciso: lotta di classe. L’urto sarà violento? Migranti e volontari vorrebbero che non fosse così e il movimento non lo è stato. Le curatrici, però, sanno che troppa gente è schiacciata e lucida è amara è la loro verità: la violenza è già in campo. E quella” di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti” [p. 135].
La partita non s’è chiusa a Nardò.

Note
1) Mario Desiati, La rivolta dei migranti in difesa della legalità, Repubblica, 11 marzo 2012.
2) Annamaria Sambucci, Bsa Tuscia.
3) Idem.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012.

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La ricerca storica ti fa giramondo. Non tanto perché, dietro le tracce di uomini e cose, ti metti talora materialmente in viaggio – e il percorso ti è ignoto: lo dettano i fatti e le passioni che ricostruisci – quanto perché, dal tuo osservatorio locale, segui l’itinerario ammaliante delle idee. E lo vedi non: hanno confini.
Un viaggio un po’ amaro, m’è capitato di farlo pochi giorni fa in archivio. Seguivo Federico Zvab, un istriano, incontrato alla testa di insorti nelle Quattro Giornate, e mi è parso assurdo che di un uomo della sua tempra si sappia poco o nulla e che nessuno abbia pensato di intitolargli una strada. Non sappiamo di noi, mi sono detto, e non c’è scampo: un popolo che non ha memoria storica, s’imbarbarisce. Poi mi sono perso nel viaggio.

A Casigliano di Sesano, dove Zvab è nato nel 1908, l’aria è irrespirabile. I fascisti la fanno da padroni e la gente di sinistra morde il freno: a Federico hanno ucciso un fratello e, per poter parlare e pensare da uomo libero, nel 1930 se ne va clandestino. Lo rincorro, assieme a telegrammi e note di polizia, e giro l’Europa di paese in paese: Jugoslavia, Francia, Belgio – dove si lega a Enrico Russo, napoletano, comunista ed esule come lui – e poi Germania, Svizzera, Austria – a Vienna, nel febbraio del 1934 è ferito sulle barricate degli operai in lotta col fascista Dollfuss – e infine Spagna, dove a settembre del 1936 è tra i repubblicani. Comandante di batteria nell’artiglieria miliziana, attaccato da aerei italiani è ferito gravemente in Catalogna. Nel 1939, mentre i franchisti entrano vittoriosi a Barcellona, passa in Francia ed è internato a Vernet. Mussolini però occupa la Francia sconfitta dai tedeschi e, nel settembre del 1940, Zvab finisce per due anni a Ventotene, dove incontra Sandro Pertini ed Ernesto Rossi, si ammala di peritonite tubercolare e si fa il calvario dei ricoveri nel reparto confinati dell’Ospedale Incurabili di Napoli. A giugno del 1942 è così sofferente, che il direttore della colonia di Ventotene, Marcello Guida – futuro questore di Milano al tempo della strage di Piazza Fontana! – “propone che alla scadenza del periodo di confino venga restituito alla famiglia”. Ma il fascismo non fa sconti e Zvab torna libero solo nell’agosto del 1943, quando, caduto il regime, si stabilisce a Napoli.
Seguendo la sua via, faccio così ritorno a casa e ritrovo Zvab che combatte nelle Quattro Giornate.
E’ il volto politico dell’insurrezione, quello che non piace agli americani, che ai moti di popolo preferiscono foto di scugnizzi, e probabilmente non piace a Togliatti ed al “nuovo” PCI, che fa i conti con lo spettro di Bordiga, che, a Napoli, ha storia e radici tra i lavoratori; non piace perché con la rivolta il PCI c’entra poco e, in molti casi, i combattenti sono stati mossi e guidati da “irregolari” come Zvab, Tarsia, Gabrieli ed altri militanti, il cui passato politico mal si concilia coi programmi degli uomini di Togliatti.
Sulle Quattro Giornate cade così la pietra tombale del presunto spontaneismo. Ma Zvab, comandante di battaglione partigiano, che a Napoli ritrova Enrico Russo, non si fa mettere da parte facilmente. Con Russo, Villone, Iorio e Vincenzo Gallo, egli organizza infatti quella CGL che vuole essere un sindacato democratico, libero da vincoli di organizzazioni politiche, con un largo controllo della base sul vertice. Avrà vita breve, diverrà CGIL e sarà soffocata dalla burocrazia che nasce all’ombra dei partiti. Il danno si vedrà nel dopoguerra.


Avrei concluso il mio viaggio con Zvab, se la sera stessa, tornando dall’archivio, non avessi trovato su Metrovie notizia d’una iniziativa del “Comitato Claudio Miccoli” : una strada intitolata al giovane ucciso da neofascisti, ed una a Giorgio Perlasca, fascista pentito, che salvò numerosi ebrei dallo sterminio. Il viaggio si è fatto a questo punto amaro.
Non è questione di toponomastica, e nemmeno del fatto che Perlasca fu volontario in Spagna dalla parte opposta a quella in cui si schierò Zvab, benché sia inevitabile pensare che, in Spagna, i Perlasca avrebbero potuto ammazzarli i miei Zvab. E allora, mi domando, chi avrebbe fatto poi le Quattro Giornate. Ma non è questo il punto. E’ che Perlasca, non più fascista e non antifascista, tiene per sé, se mai la sente, la ripulsa morale per le leggi razziali e, scoppiata la guerra, è incaricato d’affari nei paesi dell’Est con lo status di diplomatico: rappresenta il regime. Vive così, in una condizione ambigua la tragedia dell’Olocausto sino alla soluzione finale, e in extremis, risolve con un moto di pietà un sopraggiunto confitto interiore; non scioglie però il nodo cruciale della responsabilità personale nei confronti del fascismo, contro il quale non si schiera mai apertamente.
E’ per questa sua condizione di ambiguità che, quando i tempi sono parsi maturi, Perlasca è diventato strumento di una sottile e pericolosa operazione di “maquillage” politico, di recupero di immagine del fascismo, attraverso quella “dottrina della pacificazione”, per la quale, di fatto, il revisionismo vince la partita.
Siamo di fronte ad una scelta di filosofia della politica, all’adozione di un metodo di indagine e, soprattutto, di un metro valutazione dei fatti della storia che, lo capisco, lo sento sulla mia pelle, pone gli studiosi di sinistra in una condizione di oggettiva difficoltà: nel clima in cui viviamo, con la gente sconcertata e impaurita da una quotidiana violenza politica, non è facile prendere le distanze da un “giusto dei popoli” e riuscire a motivare una posizione che – lo so – si presta all’accusa di estremismo.
Lo capisco. Penso però che occorra farlo, che si debba conservare la lucidità necessaria per parare il colpo e domandare, senza alcun intento polemico, a se stessi, prima che ad altri, se per queste vie non passi il revisionismo; chiederselo, come lo chiedo a me, provando a capire se la scelta di intitolare una strada a Miccoli ed una a Perlasca, non celi l’ennesima operazione bipartisan, per usare una parola alla moda, dietro la quale fa capolino la rimozione. Così, in tempi non meno difficili, fu rimossa la CGL di Enrico Russo, che, rifiutato un posto di ministro, morì “dimenticato” in un ospizio per i poveri; così probabilmente si cancellò, grande o piccola che fosse, l’anima politica delle Quattro Giornate, così si ignorano vent’anni di antifascismo, come se la nascita del regime non coincidesse anche a Napoli con l’inizio della resistenza.
Allora come oggi tutto sembra muoversi in nome di interessi immediati, di una pacificazione invocata da un realismo più realista del re, da sedicenti riformisti, architetti della politica degli schieramenti, di fronte ai quali le scelte ideali rischiano di scadere al rango di opzioni e la storia diventa, ahimè, un ostacolo da aggirare. Rimozione – e qui bisognerebbe discutere con grande onestà intellettuale – consentita da una sinistra che, invece di far conti chiari con la propria storia, emendadola da antichi errori e rivendicandone con orgoglio lotte, valori e ideali, lascia che passi il veleno mortale che ci cancella.
Per questo mi domando e domando: perché Perlasca e non Russo o Zvab?

Uscito su “Metrovie”, settimanale campano del “Manifesto” il 9 ottobre 2004 e su “Fuoriregistro, il 15 ottobre 2004.

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