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Olandese Maria foto segnaletica 1940 a

Maria Olandese, foto segnaletica, Aprile 1940

Di Maria Olandese ho imparato a riconoscere calligrafia e stile epistolare e non posso sbagliare: la lettera è inedita e scritta di pugno dell’antifascista. Mentre la leggo, in questa serata che va verso l’esito di una battaglia elettorale che pare lontanissima da quegli anni e non lo è, mi viene anzitutto in mente il rapporto di una spia stalinista, che Vincenzo Delehaye mi regalò, tirandolo fuori dall’«Archivio di Stato russo di storia sociale e politica».
Per Edo Padovan – spia, prima ancora che combattente di Spagna – Maria Olandese, che ha lottato coraggiosamente contro nazifascisti e franchisti, è solo «una vecchia cantatrice  di teatro che nella sua vita artistica ha viaggiato in molti paesi compreso la Russia». Se è in Spagna, a Barcellona, assieme al marito, l’avvocato Carmine Cesare Grossi, insinua la spia, è perché «da parecchi mesi cerca di sbarcare il lunario»; entrambi infatti «tengono ancora a un tenore di vita che corrisponde ai loro titoli professionali».  E non basta. I due, prosegue Padovan, non sono antifascisti, non si sono rifugiati in Argentina perché perseguitati dal fascismo e non si sono mai occupati di politica. Il fatto è, però, che mentre la spia interpreta a suo modo la realtà, la polizia fascista conferma punto per punto il loro racconto, ripetuto dalla stampa argentina, che conosce bene la storia di Maria e della sua famiglia.
Padovan non nega che in Spagna i Grossi difendano la Repubblica e che Aurelio e Renato, i figli, combattano nell’esercito repubblicano; sostiene però che in guerra i due ragazzi ci sono andati solo perché lui e i suoi compagni li hanno «sottratti all’influenza del padre». La spia non immagina che la polizia fascista ha cercato di fermarli in tutti i modi, perché sa che sono partiti da Buenos Aires con uno scopo preciso: combattere per la repubblica spagnola. Di Aurelio, che ha perso un occhio in battaglia a Teruel, dice che «non fu accettato» dai repubblicani e di Renato, che «si portò non male», preferisce ignorare il fatto che è finito in manicomio, dove i nazionalisti francesi hanno iniziato il lavoro terminato poi dai fascisti, che di fatto gli bruceranno il cervello con gli elettroshock.
Maria Olandese si occupa dei combattenti feriti e lavora per il Partito Socialista Unificato della Catalogna? Padovan l’ha già detto: è un modo per sbarcare il lunario. Carmine Cesare Grossi lavora per il Ministero della Propaganda del Governo Repubblicano e con la figlia Ada ha dato vita a Radio Libertà, che da Barcellona è giunta in migliaia di case italiane, infiammando i cuori degli antifascisti avviliti e rassegnati? Per Edo Padovan tutto è nato dal suo «meschino odio anticomunista». Sulla radio, poi, che per la spia è solo un dettaglio trascurabile, meglio sorvolare: i russi sanno bene che l’hanno messa a tacere lui e i suoi compagni.
Perché tanto odio? Perché nel campo d’internamento di Gurs, in Francia, dove sono finiti l’avvocato con i figli Renato e Aurelio, gli stalinisti si sono garantiti tutti gli incarichi e, come riferisce l’Avanti, «centocinquanta internati italiani, portoghesi e tedeschi, di diverse tendenze politiche, stanchi delle vessazioni degli stalinisti», hanno presentato «domanda al comandante del campo per essere separati da questi ultimi». E’ nata così la «nona compagnia», che la spia, che non esita a definire «famigerata».
La lettera inedita che ho ritrovato è la prova che l’odio non s’è mai spento. Maria Olandese l’ha scritta subito dopo la sconfitta dei fascisti, per chiedere alle autorità il sussidio che le spetta come ex confinata politica. Di se stessa scrive poche parole:

«fu rimpatriata dalla Francia nell’aprile 1941, rinchiusa nelle carceri di Ventotene e poi in quelle di Poggioreale di Napoli, per essere interrogata e dalla Commissione Provinciale assegnata al confino politico per cinque anni con deliberazione del 14 maggio 1941, ed inviata a Melfi (Potenza).
Durante gli anni del confino politico, nonostante il rigido inverno ed il clima di Melfi, è vissuta a circa 700 metri sul livello del mare senza indumenti idonei e senza conforto, con la sola miserabile diaria di otto lire.
Dopo il confino politico, nessuna parola, nessun atto di solidarietà, nessun conforto, pur avendo la sottoscritta lottato contro il regime fascista sin dal suo sorgere, sacrificando quanto aveva in Italia e all’estero in una lotta leale e tenace, senza secondi fini di speculazione, ambizione e arrivismo personale, e mai si è smentita, pur nelle maggiori ristrettezze a avversità.
Con la dovuta osservanza,
Napoli, 16 ottobre 1945
Maria Olandese».

Maria morì pochi anni dopo, nel silenzio feroce dei partiti di sinistra. Se ne andarono poi Carmine Cesare e Renato e non ci fu nessuno che li ricordasse. Prima che li seguissero Ada e Aurelio, le carte di archivio mi hanno condotto a loro e ne ho raccontato l’esemplare vicenda. Tutto è documentato, secondo le regole del mestiere di storico. Nel 2009, con la passione di un comunista e l’affetto profondo che provavo per Aurelio e l’indimenticabile Ada, ho cancellato la pena del silenzio cui erano stati condannati. Sono orgoglioso di averlo fatto e non m’importa nulla se per, quello che scrissi, la «Rinascita Comunista»,  il giornale di Diliberto ormai prossimo alla fine, trovò modo di dire che avevo scritto un bel libro, ma era davvero un peccato che fossi il… solito  anticomunista.
Lo sapevo da tempo ormai, ma quelle parole furono una conferma: perché cominci una nuova storia della sinistra, occorre che sia definitivamente conclusa quella vecchia. Con le sue luci splendenti, ma con le antiche ombre che si sono purtroppo allungate oltre ogni limite tollerabile. Quando non so, ma accadrà ed è per questo che da un po’ scrivo a futura memoria.

https://www.agoravox.it/Maria-Olandese-la-lettera-inedita.html

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Cesare e Aurelio Grossi

Cara Ida,

purtroppo o per fortuna, non so, questa nostra vita ha un termine. Io non sto bene e probabilmente con grande dispiacere non potrò salutarlo. Le forze non mi reggono. Non vedremo più Aurelio, il nostro amico grande, il combattente per la libertà a Teruel, il rivoluzionario. Lui e i suoi, però, vivranno per sempre nel ricordo di tutti gli antifascisti e di quella umanità che non tollera padroni, non accetta una legalità senza giustizia sociale e non riconosce confini. In questo senso Aurelio è immortale.

Domani alle 12, le sue ceneri saranno deposte nella tomba di famiglia a Poggioreale. Sarebbe bello se giovani e vecchi compagni, bandiere, canti partigiani e rappresentanti della “città ribelle” lo accompagnassero per l’ultima volta.
Io però non ci conto.

Un abbraccio forte.

Questo voleva essere il mio saluto. Mi hanno detto che occorreva spiegare e va bene.

Ada, la sorella, se n’è andata un paio di anni prima di lui e l’hanno ricordata il “Mundo” e il “Paìs”; come tutti e cinque i membri della famiglia Grossi, fu una figura di primo piano dell’antifascismo, la voce di «Radio Libertà», che da Barcellona, durante la guerra ai franchisti, portò nell’Italia fascista la voce della Spagna libera e aggredita. In Italia, invece, non se ne accorse quasi nessuno e l’accompagnò il silenzio indifferente di un Paese che ha commemorato persino il repubblichino e razzista Almirante, ma sembra ormai vergognarsi del suo passato migliore.

Aurelio, che è finito l’altra notte, aveva compiuto pochi mesi fa 98 anni e il Sindaco di Napoli, per l’occasione, gli aveva portato il saluto della sua città e una medaglia. Di una giornata dedicata a lui e alla sua famiglia, però, come quella organizzata da Barcellona antifascista, si è parlato mille volte ma non se n’è mai fatto nulla. Salvini ha offerto un’occasione d’oro, ma non serve parlarne.

Aurelio, ebbe un’infanzia segnata da eventi tragici e più grandi di lui. La violenza squadrista, l’ascesa del fascismo, il delitto Matteotti, un regime contro il quale il padre, Carmine Cesare Grossi, noto avvocato socialista, amico di Roberto Bracco ed Enrico De Nicola, si schierò sin dall’inizio senza esitazioni. Ne ricavò minacce, la casa devastata e la carriera spezzata.

Aveva sette anni, Aurelio, quando, nel 1926, lasciò Napoli con la famiglia e partì per l’Argentina. Un mese di mare e i cinque sbarcarono a Buenos Aires. Abbandonati gli agi, gli amici e un futuro sicuro, si trattò di rifarsi una vita: la madre, Maria Olandese, soprano che a Pietroburgo aveva cantato per lo Zar, il padre, il fratello Renato e Ada, la sorella, ricominciarono da zero. Buenos Aires, però, più civile e più umana dell’Unione Europea, non respinse gli immigrati perseguitati. I bambini continuarono gli studi, Maria si dedicò alla famiglia e al povero bilancio da tenere in piedi e il padre si procurò da vivere come commesso viaggiatore d’una azienda di vini. Una vita di stenti dignitosi, che non allontanò l’avvocato dall’antifascismo e rese la sua famiglia un riferimento sicuro per tutti i perseguitati politici. Né lui né la moglie evitarono rischi e gestirono assieme una sorta di “Soccorso Rosso”. Aurelio venne su in un ambiente in cui la solidarietà tra esuli e l’amore per la libertà formavano le coscienze. Dieci anni dopo, nel 1936, a 17 anni, scoppiata la guerra civile, Aurelio attraversò di nuovo l’oceano con la famiglia, giunse in Spagna e si arruolò con il fratello nell’esercito repubblicano.

Non uno dei cinque napoletani mancò all’appello. Renato e Aurelio, radiotelegrafisti, combatterono in prima linea per tutta la guerra e si distinsero a Teruel, dove Aurelio fu ferito a un occhio. A Barcellona, Maria Olandese tenne spettacoli per i feriti, Ada, «speaker» della sezione italiana di «Radio Libertà», creata dal padre su mandato del governo repubblicano, violò il silenzio che la censura fascista tentava di imporre e la sua voce spiegò agli italiani cosa fosse davvero il fascismo. Mussolini non poté impedire che Rosselli lanciasse la sua profetica minaccia – «Non vinceremo in un giorno, ma vinceremo» – e Ada rilanciò la sfida, denunciando la furia criminale degli aggressori nazifascisti. Da lì, da quella radio fu ricordato Gramsci appena sparito.

La guerra andò come sappiamo e i Grossi finirono internati nell’inferno dei campi francesi. Quando Mussolini aggredì la Francia, Renato, per rappresaglia nazionalista, finì in un manicomio, dove l’insulina prima, la corrente elettrica poi, con cui i fascisti gli attraversarono lungamente il corpo nel Manicomio provinciale di Napoli, cancellarono dalla povera testa la memoria di se stesso. Mentre Ada seguiva a Madrid l’anarchico spagnolo Enrique Guzman De Soto, e con lui partecipava fino in fondo alla lotta contro i franchisti, con i tedeschi a Parigi, Cesare, Maria e Aurelio si consegnarono agli italiani e finirono confinati. Aurelio e Maria a Matera, Cesare a Ventotene. La caduta del fascismo li ricondusse a Napoli nel 1943 alla vigilia delle Quattro Giornate.

Non si sono mai arresi, non hanno mai chiesto nulla e hanno dato tutto. Anni fa, raccontando a un pugno di studenti la sua storia, Ada affidò ai giovani di un tempo diverso dal suo un indimenticabile esempio di quella «dimensione etica» dell´agire politico, ormai cancellata dalla crisi di valori di una società priva di memoria storica. I giovani ne trassero un libro stupendo. L’ultima volta che ho incontrato Aurelio, c’erano con me Alfredo Giraldi, attore di enorme qualità, e Ida Mauro, preziosa rappresentante della spagnola “Altra Italia” che portò in dono ad Aurelio la bandiera della Spagna repubblicana per cui aveva sacrificato la sua giovinezza. Aurelio la strinse tra le mani, poi la baciò lungamente.

Addio grandissimo cuore e autentico libertario. Non finirò mai di ringraziarti per quello che mi hai insegnato. Ma io so che tu lo sapevi: gli uomini come te non muoiono mai.

 “Fuoriregistro“, 7 aprile 2017; Contropiano, 9-4-2017.

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Aurelio Grossi (in piedi, terzo da sinistra)

Aurelio Grossi (in piedi, terzo da sinistra)

Domani per gli antifascisti napoletani è una giornata importante e sarebbe bello incontrare a “Villa Merliani” – in via Merliani 19, al Vomero – qualcuno dei tanti giovani abituati a ripetere uno slogan che tante volte ho ascoltato: “Siamo tutti antifascisti”.
Domattina 21 dicembre 2016, alle 10, Luigi De Magistris, sindaco di Napoli, consegnerà la medaglia della città ad Aurelio Grossi, combattente volontario repubblicano della guerra di Spagna. A 97 anni, Aurelio è l’ultimo di quei combattenti ancora in vita. Ha lasciato Napoli per l’Argentina, a 7 anni, nel 1926, assieme alla famiglia antifascista, per sfuggire alla persecuzione fascista. Da Buenos Aires è partito per la Spagna a diciassette anni, nel 1936, con il padre, avv. Cesare Grossi, la madre, Maria Olandese, Ada, la sorella e Renato, il fratello maggiore, tutti e cinque coinvolti fino in fondo nella lunga guerra contro i franchisti. Non ripeterò qui la storia di una famiglia che ho raccontato mille volte. Dirò solo che parlare di eroismo non è retorica e aggiungerò che la lezione di Aurelio e della sua famiglia conduce a un’idea così alta della Politica, da avere rarissimi riscontri nell’attuale realtà del Paese. Mi limiterò a ricordare i momenti salienti di una vicenda che fa onore alla città di Napoli.
Aurelio, radiotelegrafista nell’esercito repubblicano come il fratello Renato, ha perso un occhio a Teruel, ferito gravemente in una delle più dure e sanguinose battaglie di quel conflitto che per molti versi aprì la lunga stagione di lotta armata dell’antifascismo contro i nazifascisti. In quel primo, durissimo scontro, prevalgono i nazifascisti e Aurelio, come tutta la famiglia, conosce il calvario dei campi d’internamento francesi. In quello di Gurs, dopo la sconfitta della Francia nel secondo conflitto mondiale, è stato consegnato ai fascisti, imprigionato in Liguria e poi nella casa di pena di Poggioreale, a Napoli. Da ultimo, è finito a Melfi confinato con la madre Maria Olandese, mentre il padre, Cesare Grossi è confinato a Ventotene, dove resta con Sandro Pertini, Umberto Terracini e tante altre grandi figure della nostra storia fino alla caduta del fascismo, nel 1943. Liberati e tornati a Napoli proprio mentre la città insorge e caccia i tedeschi, dopo la guerra, i cinque antifascisti si sono fatti da parte, senza nulla chiedere, dopo aver tutto dato. L’Italia che hanno sognato e per la quale Aurelio e tutti gli altri hanno combattuto non è mai stata come l’hanno immaginata, quando lottavano contro i regimi totalitari e questo rende Aurelio testimone prezioso di un mondo nobile – anche qui la parola non è retorica – che la nostra classe dirigente ha preferito ignorare.
Ada Grossi, sorella di Aurelio, ricevette dalle mani di Rosa Russo Iervolino il riconoscimento che oggi tocca ad Aurelio. A Luigi De Magistris, che ha conosciuto Ada e ora consegna questa medaglia ad Aurelio, va riconosciuto il merito di riaprire un discorso che rompe con lo storico e colpevole silenzio delle Istituzioni. Il merito di farlo in un momento particolarmente difficile per la storia del Paese e delle sue Istituzioni democratiche. Chi scrive gli ha personalmente chiesto più volte di non fermarsi qui. Sarebbe pienamente coerente con il suo stile e la sua visione della politica, un ulteriore un passo, un passo necessario e significativo, che finora non è stato compiuto: riconoscere l’enorme valore democratico della partecipazione volontaria dei nostri combattenti alla guerra di Spagna e promuovere una iniziativa culturale, un convegno ufficiale, in cui una Istituzione della Repubblica riconosca, infine, nella lunga militanza antifascista e nella lotta armata per la libertà della Repubblica di Spagna, il primo passo verso la Resistenza e la guerra di Liberazione, da cui è nata la nostra Repubblica. De Magistris mi ha più volte promesso di farlo. Io non lo forzo. Mi limito a credergli. Aggiungo solo che sarebbe un gesto di grande valore politico, come tutti quelli che riconoscono nel passato le più vitali radici del presente che viviamo e del futuro che proviamo a costruire.

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La memoria ritrovata di una rivolta morale
Rossana Rossanda
Il Manifesto 24.07.2009

STORIA – Giuseppe Aragno , «Antifascismo popolare», Manifestolibri

Quanto grande fu in Italia il consenso al fascismo? Renzo de Felice afferma che era grandissimo, anzi maggioritario. Giuseppe Aragno, ricercatore all’Università Federico II di Napoli, ha pubblicato presso la manifestolibri una ricerca che dubita di questa tesi, nella quale vede anche un’origine della rivalutazione o, almeno, della minimizzazione delle antifascismo-popolarecolpe del fascismo. Aragno ha certamente ragione, non fosse che per la impossibilità di valutare consenso e dissenso in un sistema totalitario, dove il consenso è obbligato e il dissenso sanzionato da pene severe. Egli però non si limita a questo ragionamento, ma ha compiuto una ricerca negli archivi di Napoli per accertare come la stessa polizia e il Ministero degli Interni fascisti si formulassero la domanda, e ha raccolto una messe insospettata di schedature e pratiche su dissenzienti, singoli o famiglie, individuati e perseguiti, con itinerari di vita disperanti fra sorveglianza, carcere e confino. E lasciati fuori dalla storia dei più noti. Antifascismo popolare ha titolato il suo lavoro, che se fosse esteso ad altre città, come sarebbe dovere del paese, fonderebbe molti dubbi sull’opinione di de Felice.
Quel che Aragno ha trovato, anche su suggerimento di Gaetano Arfè che gli è stato maestro, dimostra quanto il regime si preoccupasse dell’ampiezza del rifiuto e quanto aspramente lo reprimesse. Qualsiasi idea, libro o foglietto che venisse rintracciato, qualsiasi espressione di disaccordo, anche se non seguita da azioni specifiche, venivano perseguiti da una polizia occhiuta che, una volta afferrato un sospetto «sovversivo», non lo mollava. Istituiva un «fascicolo» a suo nome e lo spediva a tribunali che condannavano al carcere o al confino. Dal 1924 in poi i «fascicoli» hanno riempito armadi su armadi, e sono stati duri a morire se per molti non è stato agevole farsi restituire onore e libertà neanche a guerra finita.

Dolorose testimonianze 
La documentazione raccolta (l’apparato di note non è meno interessante, non fosse che per il linguaggio e l’argomentazione dei commissari e prefetti) disegna figure sociali diverse, da popolani a professionisti, uomini e donne di differente formazione e appartenenza politica, spesso senza un’appartenenza politica vera e propria, individui o interi gruppi familiari che sono perseguiti per quel che pensano, per qualche contatto che mantengono, o fin per una battuta che nell’esasperazione gli è scappato di dire. Al minimo gli capitava una «ammonizione», che significava essere sorvegliato per la vita e impedito di accedere a una carriera. Chi poteva cercò di emigrare ed ebbe sorti diverse: in Francia non ebbe vita facile, in Argentina un poco di più, chi partì in Spagna sarebbe stato coinvolto nella guerra civile e sarebbe dovuto alla fine fuggire incalzato dalle truppe di Franco, e appena passata la frontiera francese veniva internato.
Un filo immaginario costituisce l’architettura formale del volume: l’autore figura di trovarsi, in un giorno del 1937 alla stazione di Napoli e scorgervi un gruppo di persone in catene, i «politici» destinati al confino o al carcere dopo lunghissime tradotte. Da quella stazione e in quel tempo le persone che Aragno nomina passarono realmente, ed egli le ha scelte fra molti altri incontrati nel corso del suo lavoro perché si ritroveranno tutti, salvo un vecchio anarchico perito nel 1931 in solitudine – («apparente solitudine» perché fu un anno di numerose persecuzioni) – nelle Quattro giornate di Napoli contro i tedeschi del 1943.
Sono profili rapidi, ma ognuno è una storia – potrebbe essere un romanzo. Prendiamo quello dal quale Aragno comincia: la famiglia Grossi. La giovane annunciatrice italiana di Radio Libertà di Barcellona, Ada, è figlia di un avvocato di idee socialiste che nel 1926 è vessato al punto da dover chiuder lo studio, parte con i suoi in Argentina dove scrive contro il regime; poi vanno in Spagna, padre e figlia lavorano nell’emittente repubblicana, un fratello è ferito a Teruel, dovranno fuggire separatamente in Francia dove saranno separatamente internati, un altro fratello impazzisce, dopo l’armistizio cercano di rientrare in Italia, vengono arrestati e condotti in manette a Napoli e condannati al confino. Dopo l’armistizio, insisto. Non basta: padre e figlia hanno fatto in tempo a vedersi cacciare da Radio Libertà non da Franco ma dai comunisti – i bolscevichi, come li chiama Aragno. La famiglia Grossi è un cristallo sul quale si è sfaccettata la tragedia dell’Europa. E ancora gli è andata bene, scrive Aragno, perché molti di coloro che avevano incrociato sono finiti uccisi.
E questa era una famiglia sia pur vagamente socialista. Ma Ezio Murolo, giornalista e partigiano alle Quattro giornate, è un inquieto, un ribelle, uno che ha perfino partecipato all’impresa fiumana di d’Annunzio, ma dubita di Mussolini. Al confino è preso dai dubbi, poi non dubita più e si ributta nella lotta. E Luigi Maresca, commesso delle Poste, che viene licenziato dalle medesime nel gennaio 1928 per avere scritto una lettera di ammirazione a Nitti, dovrà fuggire con la moglie in Francia e poi in Belgio a vivere di stenti, sarà tentato di arruolarsi nella guerra d’Etiopia per uscirne, ma si ferma prima di compiere il passo e sarà sulle barricate napoletane nel 1943. E coloro che ha incontrato?
Dai moltissimi rimasti fuori dal volume, Aragno si sente rimproverato negli ultimi capitoli, per averli trascurati. Sono pagine emozionate, nelle quali non nasconde più la polemica, fino ad allora tenuta sotto tono, verso le forze più grosse della resistenza che nel dopoguerra hanno confiscato la storia ufficiale. Sono soprattutto i comunisti, che oscurano non soltanto gli avversari interni, i bordighiani (un gruppo dei quali resterà a Napoli a lungo, avversato da quell’Eugenio Reale che sarà poi espulso dal partito per ragioni opposte), ma i socialisti e gli anarchici, intransigenti, irriducibili al comunismo «stalinista».

Una guerra di popolo
Non è stata la sofferenza minore, in questo antifascismo, la diffidenza e fin l’odio fra gente che stava dalla stessa parte. A Togliatti Aragno rimprovera, come si può immaginare, la svolta di Salerno. Le figure che ha rintracciato sono, sì, anche di militanti comunisti, ma perlopiù gente che segue altri ideali, spesso persone mosse da una diffusa «rivolta morale» che, appena se ne presentano le condizioni con lo sbarco e l’avanzata degli alleati, si battono con coraggio – popolo autentico, scontri durissimi, con molte perdite inflitte e ricevute, un popolo che una vera strategia di classe non avrebbe consegnato «all’ex fascista e criminale di guerra» Badoglio per compiacere gli alleati. L’opinione cui Luigi Cortesi non ha mai rinunciato in tutta la sua opera (si veda specificamente Mezzogiorno 1943. La scelta, la lotta, la speranza, Edizioni Scientifiche Italiane, a cura di Gloria Chianese) è anche quella di Aragno: una linea insurrezionale, più simile a quella di Tito che ai tempi lunghi di Togliatti, non solo sarebbe stata più giusta, ma era possibile: lo testimoniano quei nomi, quelle storie. Il Pci è accompagnato dall’ombra della repressione del Poum spagnolo, dei trotzkisti, di tutto ciò che è alla sua sinistra e gli appare estremista in Italia e in quel momento; anche quando Aragno ricostruisce le figure dei comunisti con lo scrupolo di sempre, non nasconde che a suo parere le loro priorità sono non quelle del popolo ma del partito e dei suoi legami con l’Unione Sovietica.
Delle molte colpe di cui si accusano oggi i comunisti italiani e che, a mio parere, non reggono a un’analisi ce n’è una assolutamente vera, e della quale il Pci, finché è esistito e i suoi propri seppellitori poi, non hanno mai fatto l’autocritica: la diffidenza e sovente l’attacco alle forze minori che combatterono il fascismo e la resistenza. E non tanto, per ovvi motivi, i socialisti o i pochi trotzkisti italiani, presto valorosi nella resistenza, quanto Giustizia e Libertà. I recenti lavori di Giovanni de Luna, specie il carteggio fra Dante Livio Bianco e Aldo Agosti e i molti studi di Mimmo Franzinelli testimoniano d’una grande realtà e di un grande occultamento. Ma non è questo il nocciolo del lungo lavoro di Aragno: è il bisogno morale di restituire alla memoria i troppi dimenticati di una rivolta, anch’essa anzitutto morale, degli italiani della prima metà del Novecento, e lo sdegno per l’odierna disinvoltura dello stato attuale e delle sue istituzioni su quanto concerne il fascismo. Disinvoltura che non sarà la prima né l’unica ragione del degrado politico di oggi, ma non ne è sicuramente l’ultima.

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N14_ARAGNO

Il Novecento è stato un secolo di molti, troppi coni d’ombra, dove la ricerca storica ha faticato a portare la luce. E, all’interno del “secolo breve” italiano, uno dei momenti che contiene più coni d’ombra è quel ventennio fascista che Valerio Romitelli consigliava, qualche anno fa, di «fare a pezzi»1. Per quanto si sia scritto molto negli ultimi cinquant’anni, molto è ancora il lavoro da fare e Giuseppe Aragno ce ne dà prova in questo agile volume dedicato alla vita di uomini, ma anche di donne, sconosciuti ai più. Un libro dedicato agli sconfitti e agli esclusi della prima metà di quel secolo che ha visto la nascita delle grandi ideologie e, soprattutto, la follia e la distruzione di due guerre mondiali2.  Quella di Aragno potrebbe definirsi una contro-storia, oppure una microstoria: il contraltare alle biografie dei “grandi uomini”, dei condottieri e dei leader. Una serie di medaglioni, di tanti Domenico Scandella, la cui vita nel Friuli del Cinquecento fu raccontata con maestria anni or sono da Carlo Ginzburg3

Il racconto, lo studio e l’interpretazione di queste vite è proprio il nodo gordiano di tutto il libro: chi sono le persone di cui Aragno cerca di ricostruire la vita, spulciando nelle carte dell’Archivio Centrale dello Stato, nei periodici dell’epoca e in una vasta bibliografia secondaria? Per le autorità – sia dell’Italia liberale che dell’Italia fascista e finanche, in alcuni casi, dell’Italia repubblicana – questi uomini e queste donne non sono altro che dei pericolosi sovversivi, dei reietti o dei pazzi. Uomini e donne da schedare, controllare, incarcerare e punire. Per lo storico, invece, la vita di queste persone semplici acquista la sua enorme drammaticità e la storia si trasforma in storie di vita vissuta. Storie individuali e collettive, avventure esistenziali e politiche, memoria popolare di un antifascismo vissuto come lotta quotidiana per la dignità e come incapacità di convivere con l’ingiustizia. Sono le biografie di quelli che, come ricorda lo stesso Aragno, citando Gaetano Arfè, «forse non trionfano mai, ma certamente non sono mai vinti»4
Giuseppe Aragno non è nuovo a questo tipo di ricerche. Studioso del movimento operaio e dell’antifascismo nella realtà di Napoli5, nel 2008, insieme ad A. Höbel e A. Kersevan, ha pubblicato Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani e nel 2009 il saggio Antifascismo popolare. I volti e le storie, che si può considerare l’antecedente diretto del libro che stiamo recensendo in questa sede6. La violenza come metodo di repressione e la lotta popolare contro il fascismo sono da tempo al centro delle sue indagini storiografiche e delle sue riflessioni.
In Antifascismo e potere, Aragno ricostruisce le vite di cinque uomini, di due donne e di un’intera famiglia. Il libro si apre proprio con una delle due donne, l’anarchica Clotilde Peani (Torino, 1873 – Napoli, 1942?)7, rinchiusa nell’ospedale psichiatrico provinciale di Napoli perché considerata una sovversiva pericolosa e pazza. L’altra donna è la ribelle, instancabile ed appassionata Emilia Buonacosa (Napoli, 1895 – 1976)8. Attivissima a Milano assieme gli anarchici durante il biennio rosso, Emilia Buonacosa, come molti antifascisti, fuggì in Francia con l’instaurazione della dittatura.
Nel 1937 la ritroviamo a Barcellona a difendere la Repubblica spagnola. Ritornata in Francia, nell’ottobre del 1940 fu consegnata dai nazisti agli italiani e confinata a Ventotene. Liberata solo nell’agosto del 1943, Emilia Buonacosa continuò la sua attività militante anche dopo il 1945, ma la sua lotta non venne mai riconosciuta dallo Stato, che continuò a considerarla una pericolosa sovversiva.
Simili e allo stesso tempo diverse sono le storie dei cinque uomini presenti in questo libro: Nicola Patriarca, Umberto Vanguardia, Giovanni Bergamasco, Pasquale Ilaria e Luigi Maresca. Colpisce la storia di Nicola Patriarca (Mosca, 1893 – ? )9, lavoratore italiano nato in Russia, che nel 1938 sfuggì alle purghe staliniane e si rifugiò in Italia, dove fu accolto a braccia aperte dal regime fascista. Come in molti altri casi, Mussolini approfittò della presenza di un ex comunista per rinvigorire la propaganda antisovietica diretta alle classi lavoratrici, che crebbe notevolmente dopo l’adesione dell’Italia al Patto anti-Comintern e la costituzione dell’asse Roma-Berlino nel novembre del 1936.
Rispetto a molti altri transfughi dell’Italia interbellica, fulminati sulla via di Damasco dal fascismo mussoliniano e convertitisi ad un anticomunismo viscerale, come Nicola Bombacci o Angelo Scucchia10, Kolia Patriarca aveva condiviso fino in fondo i valori della rivoluzione bolscevica e continuava a condividerli. Dopo solo alcuni mesi dall’arrivo in Italia, difatti, per via di qualche frase critica espressa nei confronti del regime fascista e riguardo alle vere condizioni dei lavoratori italiani, Patriarca fu mandato al confino a San Costantino Calabro, dove si perdono le sue tracce.
La vita di Umberto Vanguardia (Napoli, 1879 – 1931)11 è sinonimo di militanza e di abnegazione. Giovanissimo, fu attivo nelle prime organizzazioni che diedero vita al Partito Socialista Italiano a Napoli nel biennio 1893-1894. Arrestato in più d’una occasione dalle forze dell’ordine, come nel 1898, in seguito ai moti popolari che sconvolsero la città partenopea, Vanguardia abbandonò il PSI nel 1902 e si avvicinò agli anarchici, collaborando alla redazione e alla direzione di diversi periodici del mondo libertario italiano, come «La Voce dei Ribelli» di Napoli, «La Protesta Umana» di Milano e «Sorgete» di Napoli. Nell’aprile 1912 venne nominato segretario della Lega dei Lavoratori dell’Arte bianca. Dopo la guerra lo ritroviamo di nuovo a Napoli, dove si dimostrò attivissimo nelle lotte del biennio rosso. Gli arresti paiono essere stati un Leitmotiv nella sua vita. Nel 1926, dopo l’instaurazione della dittatura fascista e le leggi fascistissime, all’arresto seguì l’immediato invio al confino. In gravissime condizioni di salute, Vanguardia venne scarcerato nell’autunno del 1931, ma solo pochi mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, morì a Napoli.
Figlio di un benestante che perse tutto con la rivoluzione bolscevica, Giovanni Bergamasco nacque in Russia negli anni Sessanta dell’Ottocento, ma già nel 1884 si trasferì in Italia. Considerato anarchico pericolosissimo, tanto da essere arrestato in più d’una occasione, nel congresso del Partito Socialista che si tenne a Genova nell’agosto del 1892 seguì la linea di Gori e Malatesta. Successivamente, Bergamasco collaborò attivamente alla nascita del socialismo napoletano e nel novembre del 1901 venne eletto consigliere comunale per i socialisti nella città partenopea. Vicino a Bordiga prima e durante la Grande Guerra, Bergamasco aderì all’USI nell’agosto del 1918. Dopo il biennio rosso, rimase fedele ai suoi ideali, ma politicamente fu quasi inattivo. Nel 1927, in gravissime condizioni economiche, chiese un sussidio a Mussolini, ma, quando gli venne concesso, lo rifiutò. A tal proposito è molto interessante la riflessione di Aragno, che nota: «Né eroe, né martire, Bergamasco fa i conti con la vita, cerca un compromesso, medita la resa, ma si rivolta contro se stesso d’istinto e non cede, benché gli costi caro e la vita diventi un inferno, perché la dimensione in cui si sente vivo è quella della dignità»12. Considerato una specie di pazzo grafomane, tra la fine degli anni Venti e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Bergamasco entrò ed uscì innumerevoli volte dalle carceri fasciste e dai manicomi per la distribuzione di manifestini antifascisti nei rioni popolari di Napoli, per aver scritto le parole “W la libertà” sulla saracinesca di un negozio sfitto o per dei semplici fermi periodici della polizia fascista. Il 14 luglio del 1940, a un mese dall’entrata in guerra dell’Italia, Bergamasco venne arrestato a Roma per aver sputato contro un manifesto di Mussolini e venne mandato al confino con una pena di cinque anni. Prima alle Tremiti, dove era stato già confinato nel 1896, e poi nel marzo del 1942, a settantanove anni compiuti, finì i suoi giorni a Lauro, in Irpinia, dove il 29 giugno dell’anno successivo morì nell’ospedale di Avellino.
Diverso il caso di Pasquale Ilaria, uomo d’ordine, capitano dell’Esercito Italiano, volontario in Libia, invalido ed eroe di guerra decorato al valor militare, ma antifascista convinto, tanto da essere inserito nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare se necessario; cosa che accadde nel giugno del 1939, quando Ilaria venne arrestato e condannato al confino per cinque anni alle isole Tremiti13. Particolare è anche il caso di Luigi Maresca, liberale ed europeista, malgrado fosse un convinto nittiano, finì per sposare immediatamente una posizione antifascista. Un antifascismo, scrive Aragno, che era «figlio naturale del fascismo e della sua pretesa di imporsi non solo come regime reazionario e classista, ma anche, e soprattutto, come riferimento per le coscienze»14. Licenziato dal posto di lavoro e schedato come sovversivo nel gennaio del 1928, Maresca riuscì a scappare in Francia nel maggio dello stesso anno e poi in Belgio, a Charleroi, dove lo raggiunse la famiglia. In modo analogo a un altro antifascista napoletano esiliato in Belgio, quell’Arturo Labriola che fu teorico del sindacalismo rivoluzionario a inizio secolo e poi Ministro del Lavoro durante l’occupazione delle fabbriche del settembre del 1920, nell’ultimo gabinetto guidato da Giolitti, l’antifascismo di Maresca sembra vacillare nel 1935, con la guerra d’Etiopia, quando «il groviglio di amor patrio e nazionalismo […] sembrano avere la meglio sui sentimenti democratici»15. Maresca, però, al contrario di Labriola, rimarrà in esilio in Belgio, rifiutando l’offerta del regime fascista. In Italia rientrerà nell’estate del 1940, dopo molti tentennamenti e in mezzo all’Europa devastata dalla guerra. Ristabilitosi a Napoli, Maresca fu comunque considerato un sovversivo e vigilato costantemente dalla polizia fascista. I conti con il fascismo li chiuse alla fine di settembre del 1943, partecipando alle Quattro Giornate di Napoli, uno dei primi episodi della Resistenza al nazifascismo in Italia.
Infine, il caso di un’intera famiglia, i Grossi, composta dal padre Carmine Cesare, dalla madre Maria Olandese e dai tre figli: Ada, Aurelio e Renato16. Dall’Italia, nel 1926 la famiglia Grossi era emigrata per ragioni politiche in Argentina, dove il padre, ma anche i giovani figli, avevano svolto, a cavallo tra anni Venti e Trenta, una rilevante attività nel mondo dell’antifascismo italiano. L’11 agosto del 1936, a meno di un mese dallo scoppio della Guerra Civile in Spagna, la famiglia Grossi decise di ritornare in Europa per difendere la Repubblica spagnola. Si stabilì a Barcellona, dove una nutrita comunità di italiani, tra cui Carlo Rosselli e Camillo Berneri, era giunta per prendere le armi contro il fascismo. La famiglia Grossi partecipò a molte delle attività organizzate dagli anarchici della CNT per resistere all’avanzata delle truppe franchiste, appoggiate dai tedeschi e, soprattutto, dagli italiani, che dal gennaio del 1937 iniziarono durissimi bombardamenti sulla città di Barcellona che continuarono fino al gennaio del 193917. Il padre e la figlia Ada diedero vita a Radio Libertà, sulle cui onde si raccontava il dramma della guerra agli italiani, mentre Aurelio e Renato si arruolarono nell’esercito repubblicano, combattendo prima a Malaga, poi a Teruel, infine sull’Ebro. La “guerra nella guerra”, con la repressione stalinista dei trotskisti del POUM nel maggio del 1937, toccò da vicino anche la famiglia Grossi, che ne visse le conseguenze, come la chiusura di “Radio Libertà”18. Nel gennaio del 1939, a ridosso della caduta di Barcellona e di tutta la Catalogna, i Grossi scapparono in Francia insieme a mezzo milione di rifugiati spagnoli. E, come questi, furono internati nei campi francesi: la madre e la figlia Ada nel campo di concentramento di Argéles sur Mer, mentre il padre e i due figli maschi in quello di Saint Cyprien. Dentro al dramma della guerra e dell’internamento vissuto dalla famiglia Grossi, il dramma maggiore lo visse il figlio Renato. Spostato alla fine del 1939 nell’ospedale psichiatrico di Lannemezan negli Alti Pirenei francesi per «deperimento organico ed alterazioni nervose»19, venne trattato come una cavia, tanto da finire in coma per tre giorni nel giugno del 1940. Nell’agosto del 1941 fu rimpatriato in Italia, dove, considerato «affetto da demenza [e] da mania religiosa»20, oltre che un pericoloso sovversivo per la sua partecipazione alla guerra di Spagna con il bando repubblicano, fu internato nell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Napoli fino ad «essere menomato fisicamente e psichicamente» con «atroci terapie da shock elettrico»21. Non fu diversa, purtroppo, la sorte degli altri membri della famiglia Grossi. Tranne la figlia Ada, che nel campo di Argéles sur Mer sposò nell’ottobre del 1940 il repubblicano spagnolo Enrique Guzmán de Soto e andò a vivere con lui a Madrid, dove parteciparono alla resistenza contro il regime di Franco, tutti gli altri membri della famiglia, al loro rientro in Italia nella primavera e nell’estate del 1941, furono confinati a Ventotene e Melfi. Gli innumerevoli tentativi della madre di far uscire il figlio dall’ospedale psichiatrico e di far riunire la famiglia si scontrarono con le risposte negative degli zelanti prefetti fascisti e dello stesso Mussolini. Solo nel settembre del 1943 Renato Grossi venne liberato ed affidato alla madre, la quale aveva riacquistato la libertà poco prima dell’armistizio. Ma Renato non si riprese mai più da quei tre durissimi anni di trattamenti psichiatrici immotivati e crudeli e visse fino alla morte, avvenuta nell’agosto del 2001, tra le cure della famiglia e i periodi di ricovero nelle cliniche.
Antifascismo e potere è un libro di grande interesse non solo per la «storia di storie» che contiene – storie, vale la pena sottolinearlo, che fino ad ora non erano mai state raccontate22 –, ma per più ragioni. Innanzitutto, per la centralità data alla biografia, cosa non frequente nella storiografia italiana, rispetto ad altre scuole storiografiche come quella anglosassone. Aragno dimostra quello che, una ventina d’anni fa, evidenziava Serge Noiret nell’introdurre la biografia di Nicola Bombacci: l’individuo non può e non deve considerarsi come un semplice «oggetto sociologico senza nome», ma come un canale per percepire e decifrare la cultura di un’epoca. L’individuo, sarebbe a dire, deve pensarsi e concepirsi come l’unico luogo storico nel quale si danno incontro, al di là di ogni schematismo storiografico, tutte le forze economiche e morali che contribuiscono a fare la storia23.
In secondo luogo, per il ruolo assegnato alle donne in questa serie di biografie. La vita di Clotilde Peani, di Emilia Buonacosa, di Ada Grossi e di Maria Olandese dimostrano il ruolo non secondario delle donne nella lotta antifascista e, più in generale, nella politica novecentesca. Come notano Claudia Locchi e Iara Meloni in una breve biografia dell’antifascista bolognese Nerina Zotti, da parte degli ufficiali di Pubblica Sicurezza «alle donne è riconosciuta una scarsa capacità di autodeterminazione, e le motivazioni profonde per cui un’attivista fa politica sono spesso ricercate nella diretta influenza del marito, del padre, del fratello» portando all’assurdo presupposto «dell’inconciliabilità delle donne con la politica»24. Una considerazione che, purtroppo, non ha riguardato solo gli ufficiali della pubblica sicurezza, ma anche parte della storiografia degli ultimi sessant’anni.
In terzo luogo, Antifascismo e potere propone una riflessione sul fenomeno della psichiatria come strumento di repressione politica. La drammatica storia di Renato Grossi, ma anche quelle di Clotilde Peani e Giovanni Bergamasco, ne sono una prova. E rimandano al capolavoro di Gianni Nebbiosi, psichiatra e cantautore che nel 1972, con la collaborazione di Giovanna Marini, compose ed incise E ti chiamaron matta, un album che volle essere un j’accuse ai manicomi e che aprì, in un certo qual senso, le porte alla legge Basaglia.
Infine, queste biografie dimostrano la centralità di una categoria chiave per la comprensione del Novecento: la passione per la politica. Una passione che è stata così forte da travolgere intere vite. Una passione che fu qualcosa di distinto dagli interessi e, spesso, ben lontana dal potere25. Una passione, che a noi, uomini del XXI secolo, sommersi in un’apatia da cui pare essere così difficile uscire, ci sembra una cosa lontana, d’altri tempi e d’altri luoghi. Una passione che però fu tangibile, presente e reale, come la vita di questi «umili eroi della storia di cui troppo raramente ci ricordiamo» ci ha dimostrato26

Note

1 ROMITELLI, Valerio, DEGLI ESPOSTI, Mirco, Quando si è fatto politica in Italia? Storia di situazioni pubbliche, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001, p. 217.
2 Al riguardo, vedasi quattro volumi che analizzano queste questioni e questo nodo storico da punti di vista diversi come BRACHER, Karl Dietrich, Il Novecento secolo delle ideologie, Roma, Laterza, 1984; HOBSBAWM, Eric J., Il Secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995; MAZOWER, Mark, Le ombre dell’Europa, Milano, Garzanti, 2000; TRAVERSO, Enzo, A ferro e fuoco. La guerra civile europea, 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007.
3 GINZBURG, Carlo, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Torino, Einaudi, 1976.
4 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere. Storia di storie, Foggia, Bastogi, 2012, p. 106.
5 Tra gli altri, ricordiamo, ARAGNO, Giuseppe, Socialismo e sindacalismo rivoluzionario a Napoli in età giolittiana, Roma, Bulzoni, 1980; ID., Siete piccini perché siete in ginocchio. Il Fascio dei lavoratori, prima sezione napoletana del PSI, 1892-1894, Roma, Bulzoni, 1989; ARFÈ, Gaetano, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, Napoli, La Città del Sole, 2005.
6 ARAGNO, Giuseppe et alii, Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, Napoli, La Città del Sole, 2008; ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Roma, Manifestolibri, 2009.
7 ID., Antifascismo e potere, cit., pp. 9-13.
8 Ibidem, pp. 53-72.
9 Ibidem, pp. 14-22. a cura di Steven FORTI.
10 Sui transfughi dell’Italia interbellica ed in particolare sulla figura di Nicola Bombacci e di Angelo Scucchia, vedasi FORTI, Steven, El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras, Tesi di dottorato in storia contemporanea,Università Autonoma di Barcellona, Barcellona, 2011, cap. I. Vedasi anche ID., «Partito, rivoluzione e guerra. Il linguaggio politico di un transfuga: Nicola Bombacci (1879-1945)», in Memoria e Ricerca, 31, 2/2009, pp. 155-175.
11 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., pp. 23-40. Antifascismo e potere. Storia di storie.
12 Ibidem, pp. 81-106. La citazione si trova a p. 102.
13 Ibidem, pp. 73-80.
14 Ibidem, pp. 41-52. La citazione si trova a p. 44. a cura di Steven FORTI.
15 Ibidem, p. 46. Su Labriola, vedasi, tra gli altri, MARUCCO, Dora, Arturo Labriola e il sindacalismo rivoluzionario in Italia, Torino, Einaudi, 1970 e DI CAPUA, Giovanni, Un libertario nelle istituzioni. Arturo Labriola dall’antifascismo alla Repubblica, Napoli, Edizioni Simone, 1999.
16 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., pp. 107-145.
17  Vedasi, tra gli altri, il catalogo della mostra Quan plovien bombes/Quando piovevano bombe (Barcellona, Generalitat de Catalunya-Museu d’Història de Catalunya-Memorial Democratic, 2007) curata da Laura Zenobi e Xavier Domènech e presentata nella primavera del 2007 a Barcellona e, durante il 2008, in varie città italiane. Riguardo ai durissimi bombardamenti che colpirono il capoluogo catalano durante la Guerra Civile e di cui fu responsabile l’Aviazione Legionaria fascista, nell’ultimo lustro sono stati pubblicati alcuni libri e diversi saggi. Nel maggio del 2011 l’Associazione Altraitalia presentò una denuncia contro lo Stato italiano per crimini contro l’umanità causati da questi bombardamenti. Dopo quasi due anni e il diniego del Tribunale di Madrid, nel gennaio del 2013 il Tribunale di Barcellona ha accettato il ricorso presentato dall’Associazione Altraitalia e ha aperto una causa contro 21 piloti dell’Aviazione Legionaria fascista. Il fatto è di grande importanza, tenuto conto che è la prima volta che in Spagna si apre una causa riguardo a fatti accaduti durante la Guerra Civile. Vedasi, GARCÍA, Jesús, «Reabierto el frente judicial por los crímenes de la Guerra Civil» in El País, 23 gennaio 2013, URL: http://ccaa.elpais.com/ccaa/2013/01/23/catalunya/1358933175_968312.html [consultato il 7 febbraio 2013].
18 Vedasi, GALLEGO, Ferran, Barcelona, mayo de 1937. La crisis del antifascismo en Cataluña, Barcelona, Debate, 2007.
19 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., p. 130.
20 Ibidem, p. 134.
21 Ibidem, pp. 112, 135. a cura di Steven FORTI.
22 Tranne nel caso di Umberto Vanguardia su cui recentemente si è pubblicata la biografia di GIULIETTI, Fabrizio, Umberto Vanguardia. Azione e propaganda di un anarchico napoletano (1879-1931), Napoli, Galzerano, 2009.
23 NOIRET, Serge, Massimalismo e crisi dello stato liberale. Nicola Bombacci (1879-1924), Milano, Franco Angeli, 1992, p. 21.
24 LOCCHI, Claudia, MELONI, Iara, Nerina Zotti tra le righe. La vita di una sovversiva nelle carte della Questura di Bologna, in BETTI, Eloisa, TAROZZI, Fiorenza (a cura di), Le Italiane a Bologna, Bologna, Editrice Socialmente, 2013, p. 134. Antifascismo e potere. Storia di storie.
25 Riguardo a questa interessante questione, vedasi HIRSCHMANN, Albert O., Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Milano, Feltrinelli, 1979 e, soprattutto, le riflessioni contenute in ROMITELLI, Valerio, L’odio per i partigiani. Come e perché contrastarlo, Napoli, Cronopio, 2007.
26 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., p. 140.

* Steven FORTI è Dottore di ricerca per l’Universidad Autónoma de Barcelona con una tesi centrata sulla questione del transito di dirigenti politici di sinistra al fascismo nell’Europa interbellica, le ricerche di Steven Forti (Trento, 1981) si focalizzano sulla storia politica e del pensiero politico nel XX secolo, con particolare attenzione allo studio biografico ed all’analisi del linguaggio politico. Collaboratore di varie riviste di storia contemporanea in Italia e Spagna (Memoria e Ricerca, Spagna Contemporanea, Storicamente, Nous Horitzons, Atlántica XXII), è stato uno dei fondatori di PRAXIS (Asociación de Jóvenes Investigadores en Historia y Ciencias Sociales) ed attualmente è membro del CEFID (Centre d’Estudis sobre les Epoques Franquista i Democràtica) e dell’Asociación de Historia Contemporánea spagnola. Nei prossimi mesi si pubblicheranno i suoi primi due libri: El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras e Historia de las Comisiones Obreras de la construcción de Cataluña (1964-1992).
http://www.studistorici.com/progett/autori/#Forti

FORTI, Steven*, «Recensione: Giuseppe ARAGNO, Antifascismo e potere. Storia di storie, Foggia, Bastogi, 2012, 151 pp.», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: Processo penale, politica, opinione pubblica(secoli XVIII-XX), 29/08/2013, http://www.studistorici.com/2012/08/29/forti_numero_14

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