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Posts Tagged ‘Umberto Vanguardia’

Commentando un mio articolo dedicato ai falsi eroi di Pansa, ripreso dal sito “la storia le storie”, un responsabile della Fondazione Fedel carica a  testa bassa:

Ritengo dovreste informarvi prima di dare spazio sul vostro sito ad articoli dai toni diffamatori (l’espressione usata è talmente sopra le righe e fuori luogo, da dire tutto sulla moralità del suo autore) e dal contenuto falso. La Fondazione Comandante Libero non è quello che dite. Né lo è Riccardo Fedel. Basta poco per verificarlo… Sorprende, in effetti, che in un sito che dichiara essere fatto da storici, si verifichino così poco le fonti…”.

Non so con quale coraggio, discutendo di Pansa e dei suoi eroi, i documenti si chiedano a me, ma devo dire che non ci vuole molto a trovarli e sono inequivocabili: accusano un delatore e riscattano la memoria di valorosi partigiani come Ilario Tabarri. Il giornalista può nasconderli ai suoi lettori, non farli sparire.

1) Imputato Umberto Vanguardia al Giudice Istruttore del Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato:  Memoriale.

2) Il Tribunale Speciale assolve i numerosi confinati accusati da Riccardo Fedel di complotto e di costituzione di un “fronte unico” dei partiti antifascisti”.  I giudici fascisti, come si può vedere, ritennero inaffidabile il delatore Riccardo Fedel. Tra gli imputati, tutti confinati a Ustica, nomi di fronte ai quali ci si può solo inchinare: Amadeo Bordiga, primo leader del Partito Comunista d’ Italia, il perugino Mario Angeloni, che nel 1936, dopo aver fondato con Carlo Rosselli la prima Colonna di volontari Italiani, inserita nelle milizie anarchiche della Catalogna, morì combattendo a Monte Pelato; Giuseppe Massarenti, socialista e figura di primo piano nell’esperienza delle cooperative contadine di Molinella, e Giuseppe Romita, che sarà poi ministro degli interni e il 2 giugno 1946 proclamerà la repubblica.
Sentenza del Tribunale Speciale.

3) Copia della Gazzetta Ufficiale con l’elenco delle spie dell’OVRA e il nome di Fedel, poi cancellato perché già deceduto: Gazzetta Ufficiale Spie dell’OVRA.

Quelli che seguono non sono documenti, ma risultano ugualmente significativi e rivelatori.

1) Anzitutto un articolo di Mimmo Franzinelli, studioso noto e di indiscusso valore, uscito sul “Sole 24 Ore“. Pur concludendo in maniera un po’ discutibile, lo storico conferma il ruolo del Mimmo Franzinelli e FedelFedel e spiega perché fu cancellato dall’elenco delle spie dell’Ovra: “La normativa vietava l’inserimento dei defunti nella lista e il ricorso della madre venne pertanto accolto nella formula liberatoria rituale, erroneamente interpretata dal Pansa come prove d’innocenza e fallimento del piano comunista di squalificare l’ex comandante partigiano“. In realtà non c’era nessun piano, prosegue Franzinelli, “l’inserzione era dipesa dall’ignoranza del decesso e la cancellazione dalla sua tardiva notifica alla commissione“.

2) Testimonianze di Bruna Tabarri, figlia di Ilario Tabarri, combattente di Spagna e capo partigiano – il “comandante Pietro Mauri – la cui memoria Pansa ha ingiustamente oltraggiato per dare maggior lustro al suo eroe:
Il Comandante Pietro Mauri e l’8 Brigata Garibaldi in Romagna.
Lettera di Bruna Tabarri.

Infine due foto di Ilario Tabarri, scattate durante la guerra di Spagna. In una Tabarri è il secondo in piedi da sinistra. Nell’altra è il quarto da sinistra in ginocchio con un fucile.

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N14_ARAGNO

Il Novecento è stato un secolo di molti, troppi coni d’ombra, dove la ricerca storica ha faticato a portare la luce. E, all’interno del “secolo breve” italiano, uno dei momenti che contiene più coni d’ombra è quel ventennio fascista che Valerio Romitelli consigliava, qualche anno fa, di «fare a pezzi»1. Per quanto si sia scritto molto negli ultimi cinquant’anni, molto è ancora il lavoro da fare e Giuseppe Aragno ce ne dà prova in questo agile volume dedicato alla vita di uomini, ma anche di donne, sconosciuti ai più. Un libro dedicato agli sconfitti e agli esclusi della prima metà di quel secolo che ha visto la nascita delle grandi ideologie e, soprattutto, la follia e la distruzione di due guerre mondiali2.  Quella di Aragno potrebbe definirsi una contro-storia, oppure una microstoria: il contraltare alle biografie dei “grandi uomini”, dei condottieri e dei leader. Una serie di medaglioni, di tanti Domenico Scandella, la cui vita nel Friuli del Cinquecento fu raccontata con maestria anni or sono da Carlo Ginzburg3

Il racconto, lo studio e l’interpretazione di queste vite è proprio il nodo gordiano di tutto il libro: chi sono le persone di cui Aragno cerca di ricostruire la vita, spulciando nelle carte dell’Archivio Centrale dello Stato, nei periodici dell’epoca e in una vasta bibliografia secondaria? Per le autorità – sia dell’Italia liberale che dell’Italia fascista e finanche, in alcuni casi, dell’Italia repubblicana – questi uomini e queste donne non sono altro che dei pericolosi sovversivi, dei reietti o dei pazzi. Uomini e donne da schedare, controllare, incarcerare e punire. Per lo storico, invece, la vita di queste persone semplici acquista la sua enorme drammaticità e la storia si trasforma in storie di vita vissuta. Storie individuali e collettive, avventure esistenziali e politiche, memoria popolare di un antifascismo vissuto come lotta quotidiana per la dignità e come incapacità di convivere con l’ingiustizia. Sono le biografie di quelli che, come ricorda lo stesso Aragno, citando Gaetano Arfè, «forse non trionfano mai, ma certamente non sono mai vinti»4
Giuseppe Aragno non è nuovo a questo tipo di ricerche. Studioso del movimento operaio e dell’antifascismo nella realtà di Napoli5, nel 2008, insieme ad A. Höbel e A. Kersevan, ha pubblicato Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani e nel 2009 il saggio Antifascismo popolare. I volti e le storie, che si può considerare l’antecedente diretto del libro che stiamo recensendo in questa sede6. La violenza come metodo di repressione e la lotta popolare contro il fascismo sono da tempo al centro delle sue indagini storiografiche e delle sue riflessioni.
In Antifascismo e potere, Aragno ricostruisce le vite di cinque uomini, di due donne e di un’intera famiglia. Il libro si apre proprio con una delle due donne, l’anarchica Clotilde Peani (Torino, 1873 – Napoli, 1942?)7, rinchiusa nell’ospedale psichiatrico provinciale di Napoli perché considerata una sovversiva pericolosa e pazza. L’altra donna è la ribelle, instancabile ed appassionata Emilia Buonacosa (Napoli, 1895 – 1976)8. Attivissima a Milano assieme gli anarchici durante il biennio rosso, Emilia Buonacosa, come molti antifascisti, fuggì in Francia con l’instaurazione della dittatura.
Nel 1937 la ritroviamo a Barcellona a difendere la Repubblica spagnola. Ritornata in Francia, nell’ottobre del 1940 fu consegnata dai nazisti agli italiani e confinata a Ventotene. Liberata solo nell’agosto del 1943, Emilia Buonacosa continuò la sua attività militante anche dopo il 1945, ma la sua lotta non venne mai riconosciuta dallo Stato, che continuò a considerarla una pericolosa sovversiva.
Simili e allo stesso tempo diverse sono le storie dei cinque uomini presenti in questo libro: Nicola Patriarca, Umberto Vanguardia, Giovanni Bergamasco, Pasquale Ilaria e Luigi Maresca. Colpisce la storia di Nicola Patriarca (Mosca, 1893 – ? )9, lavoratore italiano nato in Russia, che nel 1938 sfuggì alle purghe staliniane e si rifugiò in Italia, dove fu accolto a braccia aperte dal regime fascista. Come in molti altri casi, Mussolini approfittò della presenza di un ex comunista per rinvigorire la propaganda antisovietica diretta alle classi lavoratrici, che crebbe notevolmente dopo l’adesione dell’Italia al Patto anti-Comintern e la costituzione dell’asse Roma-Berlino nel novembre del 1936.
Rispetto a molti altri transfughi dell’Italia interbellica, fulminati sulla via di Damasco dal fascismo mussoliniano e convertitisi ad un anticomunismo viscerale, come Nicola Bombacci o Angelo Scucchia10, Kolia Patriarca aveva condiviso fino in fondo i valori della rivoluzione bolscevica e continuava a condividerli. Dopo solo alcuni mesi dall’arrivo in Italia, difatti, per via di qualche frase critica espressa nei confronti del regime fascista e riguardo alle vere condizioni dei lavoratori italiani, Patriarca fu mandato al confino a San Costantino Calabro, dove si perdono le sue tracce.
La vita di Umberto Vanguardia (Napoli, 1879 – 1931)11 è sinonimo di militanza e di abnegazione. Giovanissimo, fu attivo nelle prime organizzazioni che diedero vita al Partito Socialista Italiano a Napoli nel biennio 1893-1894. Arrestato in più d’una occasione dalle forze dell’ordine, come nel 1898, in seguito ai moti popolari che sconvolsero la città partenopea, Vanguardia abbandonò il PSI nel 1902 e si avvicinò agli anarchici, collaborando alla redazione e alla direzione di diversi periodici del mondo libertario italiano, come «La Voce dei Ribelli» di Napoli, «La Protesta Umana» di Milano e «Sorgete» di Napoli. Nell’aprile 1912 venne nominato segretario della Lega dei Lavoratori dell’Arte bianca. Dopo la guerra lo ritroviamo di nuovo a Napoli, dove si dimostrò attivissimo nelle lotte del biennio rosso. Gli arresti paiono essere stati un Leitmotiv nella sua vita. Nel 1926, dopo l’instaurazione della dittatura fascista e le leggi fascistissime, all’arresto seguì l’immediato invio al confino. In gravissime condizioni di salute, Vanguardia venne scarcerato nell’autunno del 1931, ma solo pochi mesi dopo, nel dicembre dello stesso anno, morì a Napoli.
Figlio di un benestante che perse tutto con la rivoluzione bolscevica, Giovanni Bergamasco nacque in Russia negli anni Sessanta dell’Ottocento, ma già nel 1884 si trasferì in Italia. Considerato anarchico pericolosissimo, tanto da essere arrestato in più d’una occasione, nel congresso del Partito Socialista che si tenne a Genova nell’agosto del 1892 seguì la linea di Gori e Malatesta. Successivamente, Bergamasco collaborò attivamente alla nascita del socialismo napoletano e nel novembre del 1901 venne eletto consigliere comunale per i socialisti nella città partenopea. Vicino a Bordiga prima e durante la Grande Guerra, Bergamasco aderì all’USI nell’agosto del 1918. Dopo il biennio rosso, rimase fedele ai suoi ideali, ma politicamente fu quasi inattivo. Nel 1927, in gravissime condizioni economiche, chiese un sussidio a Mussolini, ma, quando gli venne concesso, lo rifiutò. A tal proposito è molto interessante la riflessione di Aragno, che nota: «Né eroe, né martire, Bergamasco fa i conti con la vita, cerca un compromesso, medita la resa, ma si rivolta contro se stesso d’istinto e non cede, benché gli costi caro e la vita diventi un inferno, perché la dimensione in cui si sente vivo è quella della dignità»12. Considerato una specie di pazzo grafomane, tra la fine degli anni Venti e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Bergamasco entrò ed uscì innumerevoli volte dalle carceri fasciste e dai manicomi per la distribuzione di manifestini antifascisti nei rioni popolari di Napoli, per aver scritto le parole “W la libertà” sulla saracinesca di un negozio sfitto o per dei semplici fermi periodici della polizia fascista. Il 14 luglio del 1940, a un mese dall’entrata in guerra dell’Italia, Bergamasco venne arrestato a Roma per aver sputato contro un manifesto di Mussolini e venne mandato al confino con una pena di cinque anni. Prima alle Tremiti, dove era stato già confinato nel 1896, e poi nel marzo del 1942, a settantanove anni compiuti, finì i suoi giorni a Lauro, in Irpinia, dove il 29 giugno dell’anno successivo morì nell’ospedale di Avellino.
Diverso il caso di Pasquale Ilaria, uomo d’ordine, capitano dell’Esercito Italiano, volontario in Libia, invalido ed eroe di guerra decorato al valor militare, ma antifascista convinto, tanto da essere inserito nell’elenco dei sovversivi pericolosi da arrestare se necessario; cosa che accadde nel giugno del 1939, quando Ilaria venne arrestato e condannato al confino per cinque anni alle isole Tremiti13. Particolare è anche il caso di Luigi Maresca, liberale ed europeista, malgrado fosse un convinto nittiano, finì per sposare immediatamente una posizione antifascista. Un antifascismo, scrive Aragno, che era «figlio naturale del fascismo e della sua pretesa di imporsi non solo come regime reazionario e classista, ma anche, e soprattutto, come riferimento per le coscienze»14. Licenziato dal posto di lavoro e schedato come sovversivo nel gennaio del 1928, Maresca riuscì a scappare in Francia nel maggio dello stesso anno e poi in Belgio, a Charleroi, dove lo raggiunse la famiglia. In modo analogo a un altro antifascista napoletano esiliato in Belgio, quell’Arturo Labriola che fu teorico del sindacalismo rivoluzionario a inizio secolo e poi Ministro del Lavoro durante l’occupazione delle fabbriche del settembre del 1920, nell’ultimo gabinetto guidato da Giolitti, l’antifascismo di Maresca sembra vacillare nel 1935, con la guerra d’Etiopia, quando «il groviglio di amor patrio e nazionalismo […] sembrano avere la meglio sui sentimenti democratici»15. Maresca, però, al contrario di Labriola, rimarrà in esilio in Belgio, rifiutando l’offerta del regime fascista. In Italia rientrerà nell’estate del 1940, dopo molti tentennamenti e in mezzo all’Europa devastata dalla guerra. Ristabilitosi a Napoli, Maresca fu comunque considerato un sovversivo e vigilato costantemente dalla polizia fascista. I conti con il fascismo li chiuse alla fine di settembre del 1943, partecipando alle Quattro Giornate di Napoli, uno dei primi episodi della Resistenza al nazifascismo in Italia.
Infine, il caso di un’intera famiglia, i Grossi, composta dal padre Carmine Cesare, dalla madre Maria Olandese e dai tre figli: Ada, Aurelio e Renato16. Dall’Italia, nel 1926 la famiglia Grossi era emigrata per ragioni politiche in Argentina, dove il padre, ma anche i giovani figli, avevano svolto, a cavallo tra anni Venti e Trenta, una rilevante attività nel mondo dell’antifascismo italiano. L’11 agosto del 1936, a meno di un mese dallo scoppio della Guerra Civile in Spagna, la famiglia Grossi decise di ritornare in Europa per difendere la Repubblica spagnola. Si stabilì a Barcellona, dove una nutrita comunità di italiani, tra cui Carlo Rosselli e Camillo Berneri, era giunta per prendere le armi contro il fascismo. La famiglia Grossi partecipò a molte delle attività organizzate dagli anarchici della CNT per resistere all’avanzata delle truppe franchiste, appoggiate dai tedeschi e, soprattutto, dagli italiani, che dal gennaio del 1937 iniziarono durissimi bombardamenti sulla città di Barcellona che continuarono fino al gennaio del 193917. Il padre e la figlia Ada diedero vita a Radio Libertà, sulle cui onde si raccontava il dramma della guerra agli italiani, mentre Aurelio e Renato si arruolarono nell’esercito repubblicano, combattendo prima a Malaga, poi a Teruel, infine sull’Ebro. La “guerra nella guerra”, con la repressione stalinista dei trotskisti del POUM nel maggio del 1937, toccò da vicino anche la famiglia Grossi, che ne visse le conseguenze, come la chiusura di “Radio Libertà”18. Nel gennaio del 1939, a ridosso della caduta di Barcellona e di tutta la Catalogna, i Grossi scapparono in Francia insieme a mezzo milione di rifugiati spagnoli. E, come questi, furono internati nei campi francesi: la madre e la figlia Ada nel campo di concentramento di Argéles sur Mer, mentre il padre e i due figli maschi in quello di Saint Cyprien. Dentro al dramma della guerra e dell’internamento vissuto dalla famiglia Grossi, il dramma maggiore lo visse il figlio Renato. Spostato alla fine del 1939 nell’ospedale psichiatrico di Lannemezan negli Alti Pirenei francesi per «deperimento organico ed alterazioni nervose»19, venne trattato come una cavia, tanto da finire in coma per tre giorni nel giugno del 1940. Nell’agosto del 1941 fu rimpatriato in Italia, dove, considerato «affetto da demenza [e] da mania religiosa»20, oltre che un pericoloso sovversivo per la sua partecipazione alla guerra di Spagna con il bando repubblicano, fu internato nell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Napoli fino ad «essere menomato fisicamente e psichicamente» con «atroci terapie da shock elettrico»21. Non fu diversa, purtroppo, la sorte degli altri membri della famiglia Grossi. Tranne la figlia Ada, che nel campo di Argéles sur Mer sposò nell’ottobre del 1940 il repubblicano spagnolo Enrique Guzmán de Soto e andò a vivere con lui a Madrid, dove parteciparono alla resistenza contro il regime di Franco, tutti gli altri membri della famiglia, al loro rientro in Italia nella primavera e nell’estate del 1941, furono confinati a Ventotene e Melfi. Gli innumerevoli tentativi della madre di far uscire il figlio dall’ospedale psichiatrico e di far riunire la famiglia si scontrarono con le risposte negative degli zelanti prefetti fascisti e dello stesso Mussolini. Solo nel settembre del 1943 Renato Grossi venne liberato ed affidato alla madre, la quale aveva riacquistato la libertà poco prima dell’armistizio. Ma Renato non si riprese mai più da quei tre durissimi anni di trattamenti psichiatrici immotivati e crudeli e visse fino alla morte, avvenuta nell’agosto del 2001, tra le cure della famiglia e i periodi di ricovero nelle cliniche.
Antifascismo e potere è un libro di grande interesse non solo per la «storia di storie» che contiene – storie, vale la pena sottolinearlo, che fino ad ora non erano mai state raccontate22 –, ma per più ragioni. Innanzitutto, per la centralità data alla biografia, cosa non frequente nella storiografia italiana, rispetto ad altre scuole storiografiche come quella anglosassone. Aragno dimostra quello che, una ventina d’anni fa, evidenziava Serge Noiret nell’introdurre la biografia di Nicola Bombacci: l’individuo non può e non deve considerarsi come un semplice «oggetto sociologico senza nome», ma come un canale per percepire e decifrare la cultura di un’epoca. L’individuo, sarebbe a dire, deve pensarsi e concepirsi come l’unico luogo storico nel quale si danno incontro, al di là di ogni schematismo storiografico, tutte le forze economiche e morali che contribuiscono a fare la storia23.
In secondo luogo, per il ruolo assegnato alle donne in questa serie di biografie. La vita di Clotilde Peani, di Emilia Buonacosa, di Ada Grossi e di Maria Olandese dimostrano il ruolo non secondario delle donne nella lotta antifascista e, più in generale, nella politica novecentesca. Come notano Claudia Locchi e Iara Meloni in una breve biografia dell’antifascista bolognese Nerina Zotti, da parte degli ufficiali di Pubblica Sicurezza «alle donne è riconosciuta una scarsa capacità di autodeterminazione, e le motivazioni profonde per cui un’attivista fa politica sono spesso ricercate nella diretta influenza del marito, del padre, del fratello» portando all’assurdo presupposto «dell’inconciliabilità delle donne con la politica»24. Una considerazione che, purtroppo, non ha riguardato solo gli ufficiali della pubblica sicurezza, ma anche parte della storiografia degli ultimi sessant’anni.
In terzo luogo, Antifascismo e potere propone una riflessione sul fenomeno della psichiatria come strumento di repressione politica. La drammatica storia di Renato Grossi, ma anche quelle di Clotilde Peani e Giovanni Bergamasco, ne sono una prova. E rimandano al capolavoro di Gianni Nebbiosi, psichiatra e cantautore che nel 1972, con la collaborazione di Giovanna Marini, compose ed incise E ti chiamaron matta, un album che volle essere un j’accuse ai manicomi e che aprì, in un certo qual senso, le porte alla legge Basaglia.
Infine, queste biografie dimostrano la centralità di una categoria chiave per la comprensione del Novecento: la passione per la politica. Una passione che è stata così forte da travolgere intere vite. Una passione che fu qualcosa di distinto dagli interessi e, spesso, ben lontana dal potere25. Una passione, che a noi, uomini del XXI secolo, sommersi in un’apatia da cui pare essere così difficile uscire, ci sembra una cosa lontana, d’altri tempi e d’altri luoghi. Una passione che però fu tangibile, presente e reale, come la vita di questi «umili eroi della storia di cui troppo raramente ci ricordiamo» ci ha dimostrato26

Note

1 ROMITELLI, Valerio, DEGLI ESPOSTI, Mirco, Quando si è fatto politica in Italia? Storia di situazioni pubbliche, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001, p. 217.
2 Al riguardo, vedasi quattro volumi che analizzano queste questioni e questo nodo storico da punti di vista diversi come BRACHER, Karl Dietrich, Il Novecento secolo delle ideologie, Roma, Laterza, 1984; HOBSBAWM, Eric J., Il Secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995; MAZOWER, Mark, Le ombre dell’Europa, Milano, Garzanti, 2000; TRAVERSO, Enzo, A ferro e fuoco. La guerra civile europea, 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007.
3 GINZBURG, Carlo, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ’500, Torino, Einaudi, 1976.
4 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere. Storia di storie, Foggia, Bastogi, 2012, p. 106.
5 Tra gli altri, ricordiamo, ARAGNO, Giuseppe, Socialismo e sindacalismo rivoluzionario a Napoli in età giolittiana, Roma, Bulzoni, 1980; ID., Siete piccini perché siete in ginocchio. Il Fascio dei lavoratori, prima sezione napoletana del PSI, 1892-1894, Roma, Bulzoni, 1989; ARFÈ, Gaetano, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, Napoli, La Città del Sole, 2005.
6 ARAGNO, Giuseppe et alii, Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani, Napoli, La Città del Sole, 2008; ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo popolare. I volti e le storie, Roma, Manifestolibri, 2009.
7 ID., Antifascismo e potere, cit., pp. 9-13.
8 Ibidem, pp. 53-72.
9 Ibidem, pp. 14-22. a cura di Steven FORTI.
10 Sui transfughi dell’Italia interbellica ed in particolare sulla figura di Nicola Bombacci e di Angelo Scucchia, vedasi FORTI, Steven, El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras, Tesi di dottorato in storia contemporanea,Università Autonoma di Barcellona, Barcellona, 2011, cap. I. Vedasi anche ID., «Partito, rivoluzione e guerra. Il linguaggio politico di un transfuga: Nicola Bombacci (1879-1945)», in Memoria e Ricerca, 31, 2/2009, pp. 155-175.
11 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., pp. 23-40. Antifascismo e potere. Storia di storie.
12 Ibidem, pp. 81-106. La citazione si trova a p. 102.
13 Ibidem, pp. 73-80.
14 Ibidem, pp. 41-52. La citazione si trova a p. 44. a cura di Steven FORTI.
15 Ibidem, p. 46. Su Labriola, vedasi, tra gli altri, MARUCCO, Dora, Arturo Labriola e il sindacalismo rivoluzionario in Italia, Torino, Einaudi, 1970 e DI CAPUA, Giovanni, Un libertario nelle istituzioni. Arturo Labriola dall’antifascismo alla Repubblica, Napoli, Edizioni Simone, 1999.
16 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., pp. 107-145.
17  Vedasi, tra gli altri, il catalogo della mostra Quan plovien bombes/Quando piovevano bombe (Barcellona, Generalitat de Catalunya-Museu d’Història de Catalunya-Memorial Democratic, 2007) curata da Laura Zenobi e Xavier Domènech e presentata nella primavera del 2007 a Barcellona e, durante il 2008, in varie città italiane. Riguardo ai durissimi bombardamenti che colpirono il capoluogo catalano durante la Guerra Civile e di cui fu responsabile l’Aviazione Legionaria fascista, nell’ultimo lustro sono stati pubblicati alcuni libri e diversi saggi. Nel maggio del 2011 l’Associazione Altraitalia presentò una denuncia contro lo Stato italiano per crimini contro l’umanità causati da questi bombardamenti. Dopo quasi due anni e il diniego del Tribunale di Madrid, nel gennaio del 2013 il Tribunale di Barcellona ha accettato il ricorso presentato dall’Associazione Altraitalia e ha aperto una causa contro 21 piloti dell’Aviazione Legionaria fascista. Il fatto è di grande importanza, tenuto conto che è la prima volta che in Spagna si apre una causa riguardo a fatti accaduti durante la Guerra Civile. Vedasi, GARCÍA, Jesús, «Reabierto el frente judicial por los crímenes de la Guerra Civil» in El País, 23 gennaio 2013, URL: http://ccaa.elpais.com/ccaa/2013/01/23/catalunya/1358933175_968312.html [consultato il 7 febbraio 2013].
18 Vedasi, GALLEGO, Ferran, Barcelona, mayo de 1937. La crisis del antifascismo en Cataluña, Barcelona, Debate, 2007.
19 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., p. 130.
20 Ibidem, p. 134.
21 Ibidem, pp. 112, 135. a cura di Steven FORTI.
22 Tranne nel caso di Umberto Vanguardia su cui recentemente si è pubblicata la biografia di GIULIETTI, Fabrizio, Umberto Vanguardia. Azione e propaganda di un anarchico napoletano (1879-1931), Napoli, Galzerano, 2009.
23 NOIRET, Serge, Massimalismo e crisi dello stato liberale. Nicola Bombacci (1879-1924), Milano, Franco Angeli, 1992, p. 21.
24 LOCCHI, Claudia, MELONI, Iara, Nerina Zotti tra le righe. La vita di una sovversiva nelle carte della Questura di Bologna, in BETTI, Eloisa, TAROZZI, Fiorenza (a cura di), Le Italiane a Bologna, Bologna, Editrice Socialmente, 2013, p. 134. Antifascismo e potere. Storia di storie.
25 Riguardo a questa interessante questione, vedasi HIRSCHMANN, Albert O., Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Milano, Feltrinelli, 1979 e, soprattutto, le riflessioni contenute in ROMITELLI, Valerio, L’odio per i partigiani. Come e perché contrastarlo, Napoli, Cronopio, 2007.
26 ARAGNO, Giuseppe, Antifascismo e potere, cit., p. 140.

* Steven FORTI è Dottore di ricerca per l’Universidad Autónoma de Barcelona con una tesi centrata sulla questione del transito di dirigenti politici di sinistra al fascismo nell’Europa interbellica, le ricerche di Steven Forti (Trento, 1981) si focalizzano sulla storia politica e del pensiero politico nel XX secolo, con particolare attenzione allo studio biografico ed all’analisi del linguaggio politico. Collaboratore di varie riviste di storia contemporanea in Italia e Spagna (Memoria e Ricerca, Spagna Contemporanea, Storicamente, Nous Horitzons, Atlántica XXII), è stato uno dei fondatori di PRAXIS (Asociación de Jóvenes Investigadores en Historia y Ciencias Sociales) ed attualmente è membro del CEFID (Centre d’Estudis sobre les Epoques Franquista i Democràtica) e dell’Asociación de Historia Contemporánea spagnola. Nei prossimi mesi si pubblicheranno i suoi primi due libri: El peso de la nación. Nicola Bombacci, Paul Marion y Óscar Pérez Solís en la Europa de entreguerras e Historia de las Comisiones Obreras de la construcción de Cataluña (1964-1992).
http://www.studistorici.com/progett/autori/#Forti

FORTI, Steven*, «Recensione: Giuseppe ARAGNO, Antifascismo e potere. Storia di storie, Foggia, Bastogi, 2012, 151 pp.», Diacronie. Studi di Storia Contemporanea: Processo penale, politica, opinione pubblica(secoli XVIII-XX), 29/08/2013, http://www.studistorici.com/2012/08/29/forti_numero_14

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Bottega Scriptamanent
Mensile di dibattito culturale e recensioni

Direttore responsabile: Fulvio Mazza
Direttore editoriale: Graziana Pecora
Anno VII, n. 65, gennaio 2013

Repressione fascista e resistenza al Duce. I danni della scienza usata a scopi politici . “Pazzia indotta” vs “ragion di stato”: da Bastogi editore, otto storie di vite annientate dalla psichiatria di regime
Federica Lento

Quando la Storia assume quasi i caratteri del romanzo, pur non essendo purtroppo invenzione; quando il sacrificio di vite umane diviene racconto, messo nero su bianco e reso disponibile ai lettori, non si può fare a meno di riflettere su una pagina triste del nostro passato.
Durante la Repressione fascista molti uomini, donne, ragazzini decisero di non abbassare la testa, di continuare a lottare per la propria libertà e per le proprie convinzioni, nonostante l’incombente minaccia di privazioni e addirittura di morte. Non si trattava solo di privazioni materiali e di mancanza di libertà ma di perdita della vita, brutale o graduale, giorno dopo giorno, quando spesso accadeva di essere rinchiusi nei manicomi perché le proprie idee non erano affini a quelle del regime.
Giuseppe Aragno, storico napoletano scrittore di numerosi testi sulla lotta antifascista rivoluzionaria e sul movimento operaio, ha recentemente pubblicato il saggio Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editore, pp. 154, € 15,00), in cui la cornice della Storia durante il periodo fascista non può escludere gli otto racconti privati dei singoli che della Repressione sono stati vittime lucidamente e coraggiosamente consapevoli.

La psichiatria: strumento di repressione politica
Le vicende raccontate sono storie di reclusione presso manicomi di persone non malate ma considerate pericolose agli occhi del regime, per le proprie idee antifasciste; dei “folli” che non possono camminare liberi per strada ma devono essere segregati, censurati, stretti da una camicia di forza che non blocca solo i movimenti ma anche i pensieri. Un utilizzo dunque politico della psichiatria. Tra le varie storie c’è quella di una donna, Clotilde Peani figlia della “Italia liberale” di Depretis e Crispi. Torinese e ben lontana dal cliché di sartina pallida e buona madre e moglie, frequenta già da adolescente i circoli socialisti, tacciata subito dalle autorità di essere una donna “audace e pericolosa”. La sua vita di militante e attivista è condannata dal sistema repressivo fascista. Clotilde sarà epurata come “schizofrenica”, così come tanti altri suoi compagni, improvvisamente ritenuti “mentalmente instabili”, quindi rinchiusa a vita in manicomio; morirà nel 1942 nell’Ospedale psichiatrico di Napoli.
C’è poi la storia di Nicola Patriarca, beffato da ben due “ragioni di stato”, quella russa prima, quella italiana poi. Nato infatti a Voronež, non distante dal confine ucraino, Kolia (così come sua moglie Varia ama soprannominarlo) è fedele al Partito comunista sovietico, ma viene “eliminato” dal governo staliniano nel 1937 semplicemente per la sua “nazionalità inaffidabile”. Rifugiatosi a Napoli, ben presto i suoi ideali gli causano l’internamento da parte delle camicie nere al confino di San Costantino Calabro. Straziante la sua corrispondenza epistolare con la moglie e con il figlio, che trasmette tutta l’umanità e la sofferenza di un uomo incompreso e punito due volte per il proprio credo. Arrestato nel 1939, si perdono le sue notizie nel 1941, proprio a pochi mesi dalla fine della sua pena, arrivata grazie all’insperata amnistia sovietica.
Ancora, c’è la vicenda di un giovane, Umberto Vanguardia, che da adolescente forse inconsapevole, forte dei propri ideali contro il regime da urlare giustizia già tra i banchi di scuola del ginnasio, viene internato ancora una volta per la sua “utopia”. E poi le storie di Luigi Maresca, Emilia Buonacasa, Pasquale Ilaria, Giovanni Bergamasco e l’intera famiglia Grossi, tutte accomunate dallo stesso triste finale, quello dell’internamento.
Nel raccontarle, Aragno non si accontenta di mettere sotto accusa l’apparato repressivo totalitario della dittatura mussoliniana, ma insiste sui meccanismi di un’Italia liberale prefascista, che aveva concepito e costruito i rudimenti del sistema di controllo e repressione, usati prontamente poi in epoca fascista. Protagonisti delle biografie presentate sono attivisti delle forze minori, ma che appaiono al contrario rappresentativi di una vicenda di dimensione nazionale e internazionale, delle classi subalterne, che rompono gli schemi consolidati.

Lo scontro tra “ragion di stato” e utopia antiregime
Quello che emerge dalle vicende raccontate da Aragno è una riflessione sulla dicotomia tra la “ragion di stato” – quella che Benedetto Croce descriveva come la «legge motrice» di un paese e che assume nella realtà l’ideologia di un regime come rinuncia al singolo in nome degli interessi dei gruppi dominanti – e l’utopia antifascista, uno scontro tra «l’eccesso di realismo», come lo definisce l’autore, e l’eccesso di speranza. Non a caso l’utopia rasenta il limite sottilissimo della pazzia che, in questo saggio, è pazzia indotta, pazzia inventata, giustificazione o alibi a dei moti e ideali da reprimere e controllare. L’isolamento, la paura, la scelta di opporsi comunque e resistere in un libro che tiene assieme il rigore della ricerca scientifica e i ritmi e le parole della narrazione, un “romanzo storico” che, partendo dalla varietà di situazioni, aspirazioni, relazioni e intenti, si focalizza sui volti, le voci, le vicende umane e politiche di una militanza sofferta.

(www.bottegascriptamanent.it, anno VII, n. 65, gennaio 2013)

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Il Manifesto, 16 gennaio 2013

Memoria- «Antifascismo e potere. Storia di storie» di Giuseppe Aragno
Frammenti ribelli all’ordine costituito
Piero Bevilacqua

Gli studi di storia del movimento operaio, che in Italia hanno conosciuto una fase di effervescenza nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, sono da gran tempo trascurati dagli studiosi dell’età contemporanea. Il lavoro e la lotta di classe non sono alla moda, appaiono estranei e stridenti con lo spirito del tempo, e gli studiosi italiani, per lunga tradizione, si guardano bene dall’urtare il perbenismo dominante nella nostra accademia. Solo da alcuni anni sono ripresi gli studi di storia del sindacato, che segnalano una rinnovata attenzione a quello che è senza dubbio un carattere saliente della storia politica italiana nel XX secolo.
La presenza di un grande sindacato di classe come la Cgil, e talora un ruolo incisivo delle formazioni minori, accompagna originalmente la vita e l’evoluzione dei ceti popolari nel corso del secolo. Ma la storia del sindacato non è la storia del lavoro e dei lavoratori, anche se la riguarda molto da vicino e la coinvolge. La classe operaia, come corpo sociale e i movimenti popolari non hanno conosciuto l’ampiezza degli studi riservati dagli storici italiani ai contadini e alle loro lotte. E oggi men che mai tornano ad attrarre l’attenzione degli storici. Perciò appare come uscito da un età remota il recente saggio di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi Editrice Italiana, pp. 145, euro 15). Per la verità Aragno aveva già pubblicato per Manifesto-Libri Antifascismo popolare. I volti e le storie (2009). Ora continua in quel filone di studi che riprende la tradizionale storia del movimento operaio, esaminata non quale fenomeno collettivo – sempre presente come sfondo storico – ma sotto forma di vicende biografiche, storie individuali, avventure politiche ed esistenziali dei singoli. E, per quest’ultimo aspetto, va anche rilevato che i personaggi ricostruiti nel loro percorso non sono i grandi leader, non portano nomi illustri, ma sono protagonisti oscuri o semiuscuri che hanno dedicato la loro vita alla lotta politica, pagando un caro prezzo personale. Sfilano in questo testo, preceduti da una nota di inquadramento storico, le vicende di uomini e donne irregolari, trasgressivi, che lo Stato liberale e quello fascista spesso bollano come pazzi, reietti, violenti eversori dell’ordine costituito. Referti che Aragno registra con particolare soddisfazione, perché il suo impegno di storico è tutto mirato a portare alla luce personaggi che sin nella loro esperienza esistenziale appaiono come antisistema, fuori e contro ogni ordine costituito.
Esemplare sotto questo profilo è la storia di Emilia Buonacosa d’ignoti, trovatella di Pagani, nel salernitano, che diventa organizzatrice sindacale a Nocera Inferiore nei primi decenni del Novecento e poi entra nel giro europeo degli esuli antifascisti. Ma nel testo troviamo anche le vicende di personaggi meno oscuri, come quella di Luigi Maresca, partigiano durante le Quattro giornate di Napoli, che ha un profilo intellettuale e politico più evidente e maturo. Le storie iniziano con la vicenda di una donna, Clotilde Peani, anarchica, nata a Torino, che finisce i suoi giorni a Napoli dopo anni di persecuzione fascista, e proseguono con la vicenda di altri sette personaggi.
Di queste storie non si può dar conto se non in maniera frammentaria, per suggerire un’idea del materiale che il lettore trova nel libro. Certamente val la pena ricordare la vicenda di Kolia (Nicola) Patriarca, un italo-russo che, come ricorda l’autore «vede la sua vita, i suoi affetti e la sua famiglia colpiti dalla furia ideologica di due dittature». Patriarca, infatti, comunista, è costretto ad espatriare dall’Urss, dove infuria la repressione staliniana, e a rifugiarsi in Italia. Qui è accolto di buon grado dalle autorità del regime, che possono utilizzare la sua posizione in funzione antisovietica. Ma Patriarca ha alle spalle una storia di condivisione della rivoluzione sovietica e non lo nasconde. Viene perciò denunciato dalla polizia, nel 1938, «come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici» dell ‘Italia. Finisce al confino a San Costantino Calabro.
Le storie ricostruite da Aragno hanno il sapore di una giustizia postuma resa a personaggi travolti dalla storia e poi e dall’oblio, talora politicamente intenzionale, di chi è venuto dopo. Vi si osserva evidente una determinata volontà di risarcimento della memoria. È una operazione moralmente e storiograficamente degna, che merita plauso. Credo, tuttavia, che la qualità storiografica dell’operazione sia alterata dal linguaggio che l’autore ha scelto per narrare queste storie. Appare evidente un eccesso di partecipazione ideologica di Aragno alla vicenda dei suoi eroi. Sicché le parole dei protagonisti, i loro punti di vista, le loro recriminazioni, il loro intero mondo vissuto di persecuzione e di lotta, diventano il materiale diretto della narrazione storica, con poco filtro emotivo e la misura che sarebbe stata necessaria.

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La recensione di Salvatore Prinzi uscita poi sulla “Rivista calabrese di Storia del ‘900” (n. 2 del 2012) e su “Storia e Futuro”, n. 31, marzo 2013, non è qui per fare pubblicità all’autore. Chiede solo un po’ di spazio per replicare alle incredibili ragioni con cui il giornaledistoria.net l’ha censurata. Un caso “esemplare”, che mostra fin dove siano giunti il controllo autoritario sulla ricerca e la spudorata rivalutazione del Fascismo. Ecco il breve testo della rivista:

Di seguito le considerazioni su alcuni brani estratti dalla recensione. Quando si parla di “esclusione dei cittadini dalla vita politica e culturale” aggiungendo che  “in quest’ottica il consenso mussoliniano si rivela basato sull’estorsione e la minaccia” e che “dunque non è altro che una parvenza, una conseguenza dell’oppressione” (pp.1/2) si fa un’affermazione ormai da molti anni superata (già da De Felice fino ad Emilio Gentile ed altri): le cose sembrano in realtà, soprattutto sulla base anche di una più attenta valutazione dei documenti disponibili, molto diverse. Il fascismo è stato soprattutto un regime inclusivo e questo non deve essere confuso con la forza di un presunto e da molti invocato ed enfatizzato “totalitarismo” o con l’azione della miriade di enti e simili (ONMI, OND, GIL e via dicendo). Appare poi sinceramente fuori luogo il fatto di insistere su un fantomatico “revisionismo imperante” (tra l’altro non è chiaro a cosa l’A. si riferisca). Certamente negli ultimi anni si sono dette cose nuove, ad esempio sulla cultura e sul rapporto con gli intellettuali, sulle “modernità fasciste” e si è riflettuto molto sulle evidenti aporie del regime fascista. Ma questo non ha nulla a che vedere con un “revisionismo” inteso nell’accezione negativa del termine che l’A. usa. Quanto alla “resistenza insorgente dai tanti militanti oscuri” anche in questo caso sono stati fatti passi avanti studiando le diverse componenti (cattolica e comunista in primis) ma rimane anche il fatto incontestabile (alla luce anche e soprattutto di documenti recenti) di una non trascurabile zona di “consenso” nei confronti e del regime e di Mussolini”.

La nota, rigorosamente anonima, è, nel suo genere, un vero capolavoro. Cosa significhi dittatura “inclusiva” è un mistero glorioso.  Sul piano linguistico, prima ancora che storiografico, la parola “consenso”, riferita a una dittatura, è un nonsenso. A sostegno della censura l’anonimo referee cita Renzo De Felice ed Emilio Gentile. Un maestro, il suo allievo e una “scuola”. La logica, quindi, è quella del pensiero unico, della verità per fede – ipse dixit – e fa venire in mente il celebre dialogo tra filosofi, quando l’anatomista dimostra il ruolo centrale del cervello rispetto al cuore nel sistema nervoso e il tomista risponde impassibile: ti crederei, se Aristotele non avesse detto il contrario. Per il censore, c’è una verità acquisita in eterno, che cancella storici del valore di Arfè e Cortesi e ignora il recente lavoro sul “consenso imperfetto” pubblicato due anni fa da Ferdinando Cordova, recentemente scomparso. Eppure, persino De Felice, maldestramente tirato in ballo, sentì il bisogno di chiudere in limiti temporali l’idea di “consenso”: 1929-1936. Storico vero, cedette al fascino dalla personalità del “duce”, ma fu mai così supeficiale da descrivere un ventennio di “dittatura inclusiva”. Da allievo indocile e ripudiato, sono testimone diretto: aveva una prosa noiosa, ma conosceva perfettamente il valore e il significato delle parole che usava. Ora, ecco la bella recensione di Prinzi, che non è priva di acuti spunti critici, per i quali posso solo ringraziarlo.

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Il realismo dell’impossibile di Salvatore Prinzi

Una nota sul libro “Antifascismo e potere. Storia di storie” di Giuseppe Aragno. Piccoli ritratti di sovversivi e dissidenti che combatterono il fascismo.

Antifascismo e potereI. A osservarla con attenzione, molto da vicino, senza farsi impressionare dai grandi nomi o dalle date memorabili, la Storia pullula di figure singolari. Figure che non sono per nulla ricordate, pur avendo fatto qualcosa di importante; esistenze non comuni, senza essere celebri; persone di un certo spessore umano e morale, e tuttavia esposte come tutte allo sbaglio, allo scoramento, alla stanchezza. Uomini e donne, per dirla con Gaetano Arfè, che non trionfano mai ma che non sono mai vinti. Se la vittoria non vede in prima fila a raccogliere onorificenze, la sconfitta, che pure li avvolge, non li abbatte, e quando pure li afferra non li tiene.
Sono proprio queste figure, eroiche solo in un senso molto sobrio, ad essere al centro dell’ultimo libro di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi, Foggia 2012). Un libro che tira fuori dall’oblio le vicende di otto antifascisti e le fa rivivere sotto i nostri occhi, mostrandone l’attualità, la clandestina vicinanza al nostro tempo. Un libro in cui la storia stessa si fa presente, è un altro presente. Un libro che, proprio per questo, vale la pena di prendere sul serio.

II. Aragno è uno noto studioso del movimento operaio, autore di numerose pubblicazioni che cercano di ricostruire la complessa storia del lavoro a Napoli e in Campania, e le vicende delle correnti anarchiche, socialiste, comuniste nei primi cento anni della storia d’Italia. Qualche anno fa suscitò parecchio interesse un suo libro, Antifascismo popolare (Manifestolibri, Roma 2009), che raccontava il mondo variegato e per nulla “ortodosso” dell’opposizione al regime di Mussolini. Ora di quel libro esce una sorta di sequel: Antifascismo e potere è infatti una raccolta di piccoli ritratti di sovversivi e dissidenti, principalmente napoletani o in qualche modo legati a Napoli, che combatterono, ciascuno a suo modo, il fascismo. Ma quest’ultimo libro, pur confermando l’impostazione storiografica del lavoro precedente, va oltre, perché intende mettere in questione non solo il potere fascista e le modalità feroci del suo esercizio, ma il potere tout court. Vediamo meglio.
La ricerca di Aragno muove, sin dalle sue prime pubblicazioni, dal lavoro di De Felice, assumendo come problematica quella questione del consenso che è il perno di ogni discorso revisionista. In effetti, dire che Mussolini seppe costruire consenso intorno a sé vuol dire in fondo – siccome lo scopo del politico è proprio quello di creare uno spazio e un sostegno alla sua azione – riconoscerlo come “grande statista”. Cioè come un pacificatore delle tensioni nazionali, come il costruttore e persino il modernizzatore di un’Italia uscita povera e dilaniata dalla Grande Guerra. Il problema di Aragno è appunto quello di mostrare su quale rimozione si sia fondato questo consenso e la sua narrazione: ovvero sull’asportazione, prima materiale e poi anche storiografica, della questione sociale, della vita concreta di milioni di contadini e di operai, così come sull’esclusione dei cittadini dalla vita politica e culturale. In quest’ottica il consenso mussoliniano si rivela basato sull’estorsione e la minaccia, e dunque non è altro che una parvenza, una conseguenza dell’oppressione.
Su questa via, l’impostazione di Aragno finisce però per contrapporsi anche a quell’antifascismo istituzionale che, rimuovendo anch’esso la ragione sociale del regime, sembra incolparlo unicamente della violazione dei “diritti umani” o della negazione dei “principi democratici”. Quasi come se il fascismo fosse una parentesi illiberale in una lunga storia italiana fatta di “regole chiare”, di uguaglianza e di condivisione dello stesso destino, quest’antifascismo di rito – e forse proprio per questo sempre meno sentito – presenta la Resistenza come il compimento del percorso Risorgimentale, come la riscossa nazionale di una libertà senza bandiere né colori contro una dittatura cattiva, ormai sconfitta una volta per tutte…
Sulla scia di storici come Arfè e Luigi Cortesi, Aragno contesta dunque il revisionismo imperante in questi anni ma non cade nella retorica di una Resistenza combattuta solo in nome della patria, di una Resistenza avulsa dal conflitto di classe, diretta dall’alto da integerrimi dirigenti di partito e disinteressatamente sostenuta dagli Alleati. Al contrario: Aragno mostra come ci sia una fortissima continuità fra l’antifascismo – che sorge nel momento stesso in cui nasce il movimento fascista, dato che questo è la sintesi più rigorosa e conseguente dell’attacco che le classi dominanti portavano da decenni contro il proletariato – e la Resistenza, che è sì un moto di liberazione ma anche di sovversione. Un moto che quindi non inizia il 25 luglio o l’8 settembre del 1943, ma attraversa, pur se a fatica e a caro prezzo, tutto il Ventennio. Con il suo approccio “dal basso” Aragno riesce così a mostrare le svariate forme e i diversi intenti che contraddistinguono l’opposizione al regime, mettendo in luce come la Resistenza vittoriosa abbia tratto la sua forza da questa Resistenza insorgente, da questi sacrifici quotidiani, dai tanti militanti oscuri, dai tanti “no” detti a mezza voce, dai rifiuti e dai sospiri di migliaia di reclusi, confinati, bastonati.

III. Proprio per questo, il modo migliore di leggere il libro di Aragno è partire dal suo sottotitolo, Storia di storie. Perché nel sottotitolo c’è già un’impostazione teorica, un certo sguardo. Appare subito, infatti, il motivo che sostiene tutto il testo: l’idea che la Storia sia fatta da una pluralità di voci, di vicende singolari, di percorsi individuali. E che sia il loro incontro, la loro circolazione, tutto questo vorticoso aggregarsi e scomporsi di vite, a mettere capo alla Storia, a quella totalità che sembra sempre investirci e travolgerci, e che si lascia pensare solo sulla taglia del Grande Evento. Il vestito storico, sembra dirci Aragno, è tessuto di fili sottilissimi, ma ogni filo ha il suo spessore, la sua lunghezza, il suo colore, e vale la pena di seguirlo fino in fondo. Ripercorrendo quella vita non tanto e non solo come caso eclatante o come testimonianza privilegiata, e nemmeno come scarto che andrebbe recuperato quasi per pietà, per un senso di giustizia verso chi è stato travolto, ma, più profondamente, come una vita attiva, partecipe e persino protagonista del proprio tempo. In altri termini, per capire davvero la Storia, per dirsela tutta, lo storico si deve mettere al microscopio. D’altra parte il passo fra biografia e biologia è breve: è quello che c’è fra lo scrivere, il disegnare, l’incidere i tratti di una vita, e il comprenderli, il discorrerne, il cercarne i principi.
È questa specifica scienza storica, questa comprensione del particolare per meglio arrivare alla totalità, che ci sembra essere il metodo del libro di Aragno, e anche il suo principale merito. Il lavoro rigoroso sugli archivi, la meticolosa ricerca di fonti, l’osservazione di tutte le tracce che una vita lascia, e la narrazione che mette tutto in sequenza, ci restituiscono il pensiero e l’azione di questi otto personaggi altrimenti destinati a restare ignoti. Perché chi può dire di conoscere le peripezie affascinanti e dolorose degli anarchici e socialisti Clotilde Peani, Umberto Vanguardia, Emilia Buonacosa, Giovanni Bergamasco, perseguitati prima dalla polizia “liberale” e poi da quella fascista per le loro idee di uguaglianza e per il loro impegno sindacale, per la loro voglia di sollevare i lavoratori al livello della decisione politica? Chi può dire di aver già sentito le storie di Kolia Patriarca o di Luigi Maresca, non due militanti senza macchia, ma due persone “normali”, tranquille, con l’unico torto di aver avuto delle idee e di averle manifestate, condannandosi a vagare da un paese all’altro, irrimediabilmente lontani dalle loro famiglie? E ancora, chi può immaginare che al fascismo si potesse opporre, e proprio negli anni del supposto consenso, anche un uomo di destra come Pasquale Ilaria, patriota pluridecorato della Prima Guerra Mondiale, e che il “potente” regime potesse temere anche ragazzi evidentemente spauriti, soli e traumatizzati come Renato Grossi?
Aragno è pienamente cosciente di stare compiendo un’operazione in un certo senso salvifica, di stare cioè resuscitando i morti, i sommersi, come direbbe Primo Levi. Basta prendere questa sua frase: «di ciò che siamo davvero, tutto si perde nel silenzio dei secoli e il tempo nostro “personale” raramente coincide col “tempo collettivo” di cui rimane traccia. Tutto si perde, a meno che storici o artisti non lo ricordino a chi, dopo di noi, farà la sua parte sul palcoscenico che ci vide all’opera» (p. 98). In questo senso Aragno sembra rispondere alle scomode domande di quel famoso lettore operaio di Brecht, che, imbattendosi nella Storia, si chiedeva chi la facesse per davvero: chi ci fosse dietro a Tebe, a Babilonia, a Roma, chi avesse materialmente costruito quei grandiosi monumenti, chi avesse realmente combattuto le guerre, chi fosse, insomma, il regista nascosto dai nomi, sempre troppo altisonanti, degli attori… Invece la storiografia ufficiale – affascinata dai grandi destini, dalle manovre diplomatiche, dagli intrighi di Palazzo – tende “naturalmente” a dimenticare il lavoro, la sofferenza, l’oppressione patite dagli uomini. E a maggior ragione dalle donne.

IV. E qui è di un’estrema importanza che il libro di Aragno riservi tanto spazio alla figura femminile, mettendo in apertura l’anarchica Peani e continuando subito con Varia, la coraggiosa moglie di Patriarca, per descriverci poi l’attività politica instancabile e itinerante dell’operaia Buonacosa, per chiudersi infine con le straordinarie Maria e Ada Grossi. Donne che, per quanto capaci di affrontare le peggiori avversità, non vengono mai riconosciute dai questurini capaci di una volontà indipendente, di una posizione politica. La rappresentazione della donna che emerge infatti dagli archivi delle forze dell’ordine oscilla fra quella dell’eterna tentatrice che «suscita eccitamento tra la folla e con la sua audacia può trascinare i compagni» (p. 11), come riferisce un poliziotto romano a proposito della Peani, e quella “classica” della «donna di facili costumi» (p. 57), come scrive un comandante dei Carabinieri di Salerno a proposito della Buonacosa. Convergono qui il senso comune maschilista, che vuole perduta ogni donna che non sia santa, e quella particolare cattiveria che il servo dello stato esercita contro il militante rivoluzionario. Così sorprende solo fino a un certo punto vedere come questi burocrati si ergano anche a maestri di rettitudine e non disdegnino nelle loro note informative di ragionare sulla «cattiva condotta morale» o sulla «vita irregolare» (p. 10) delle loro vittime. E quando pure gli riconoscono un’opinione politica, questa non è mai il prodotto di un pensiero autonomo, di un percorso individuale che muove dalle ingiustizie subite per arrivare infine alla chiarezza di azione: è sempre su istigazione dell’uomo, per imitazione, per amore, che la donna si impegna – senza che questo paternalismo produca peraltro condanne più miti… Insomma: anche quando si muove, la donna è mossa. Non fatichiamo a credere che sia ancora questo il pensiero di tanti questurini d’oggi.

V. Ed è forse proprio a partire da questo riferimento al presente, da questa continuità di certe logiche coercitive, che possiamo capire fino in fondo il senso del titolo del libro, non meno eloquente del sottotitolo, Antifascismo e potere. Qui appare il collante che tiene insieme queste biografie così diverse fra loro: è la cieca ferocia della “ragion di Stato”, l’assurda razionalità dell’ordine costituito, che impone dall’alto le sue decisioni e sempre si autoassolve.
In effetti, è proprio l’opposizione al potere – di cui il fascismo è solo l’espressione più becera, più violenta, più infame – a essere all’incrocio di traiettorie politiche e umane così diverse. Innanzitutto perché alcune delle figure che Aragno ci presenta conoscono l’allontanamento, il carcere, la persecuzione giudiziaria ben prima del fascismo, sotto il governo di Giolitti, facendoci toccare con mano la continuità delle politiche repressive fra l’Italia “liberale” e quella mussoliniana (ma, si potrebbe dire, anche fra questa e quella repubblicana, vedendo come falliranno subito i processi di defascistizzazione, quale sarà l’esito dell’amnistia, quali i nomi dei giornalisti, dei giudici, dei prefetti e dei questori che saranno riciclati nelle istituzioni “democratiche” appena finita la guerra…). In questo modo Aragno mostra che il fascismo non è solo un determinato regime, sconfitto una volta per tutte, ma una logica di governo del conflitto sociale di lungo periodo, imperniata intorno alla tutela a ogni costo delle classi dominanti e dei loro profitti, al restringimento degli spazi del dissenso, e infine alla guerra (tratti che, ancora una volta, Italia liberale, fascista e repubblicana hanno in comune: basti pensare a come si chiude il cerchio della FIAT, da Giovanni Agnelli a Marchionne passando per Valletta, o all’intervento tricolore in Libia, oggi come un secolo fa).
Su questa linea, altre biografie testimoniano di un’ostilità al potere ovunque esso si manifesti, dalla Francia in cui tanti oppositori al regime si erano rifugiati, alla Spagna verso cui molti esuli, come la famiglia Grossi, si sposteranno per dare il proprio contributo alla lotta contro il fascismo. Un’ostilità al potere che Aragno sembra condividere con i suoi personaggi, anche quando – ed è il caso di Patriarca – si tratta di criticare la stessa Rivoluzione Sovietica, la cui orizzontalità, inclusività, apertura, cambiano definitivamente di segno nell’epoca staliniana, finendo per erigere un altro potere, gerarchico, paranoico, persecutorio.
Da questo punto di vista – ed è un altro motivo di interesse del libro – l’utilizzo di qualsiasi strumento, anche della scienza, per liquidare l’opposizione politica, è il migliore indicatore di come i poteri si assomiglino tutti, di come, per Aragno come per De André, non ci siano poteri buoni. Dall’epoca di Lombroso fino a oggi, sociologia, criminologia, psicologia e infine psichiatria convergono infatti nel produrre un sapere disciplinante, un sapere che autorizzi il controllo della popolazione, la reclusione dei corpi, la loro forzosa separazione dal contesto umano con la pretesa di rieducarli e la volontà di punirli. Senza scomodare Foucault, Aragno ci mostra come ad esempio la psichiatria venisse usata là dove la detenzione comune non poteva arrivare: in mancanza di evidenze per condannare subito un oppositore al carcere, una gigantesca macchina burocratico-amministrativa lo teneva sospeso sulla soglia della colpevolezza per anni, fino a farlo impazzire, o meglio, fino a poter constatare in lui quei segni sufficienti a giudicarlo pazzo, e sbarazzarsene in qualche manicomio. In questo modo non ci si liberava solo di un avversario politico, ma si screditava tutta l’opposizione, la si riduceva all’impossibilità di parlare, esibendola da subito come irrazionale solo perché in contrasto con la razionalità dominante. In effetti un detenuto politico ha delle ragioni, lo si può odiare, biasimare, non condividere, ma ha i suoi motivi, i suoi scopi, che si possono capire. Un fanatico o un pazzo no: sono brutture da cancellare, residui arcaici, devianti che ignorano gli assunti di base del vivere sociale… Qui l’accusa di utopia vale immediatamente come certificato di follia, anche se a distaccarsi un attimo dalla quotidianità appaia evidente come la sola utopia e la sola follia siano quelle che pretendono che nulla cambi mai. Ma allora, se così stanno le cose, non si tratta tanto di capire chi, fra il medico (l’apparato repressivo e disciplinare) e il malato (il rivoluzionario che ha osato sfidarlo e che non ritratta), sia il vero folle: si tratta piuttosto di capire dove passi la linea di demarcazione fra follie condotte in maniera estremamente saggia e cose sagge condotte in maniera estremamente folle, come diceva Montesquieu. Cioè fra il contenuto assurdo dell’ordine dominante, con la sua logica spietata e il suo vestito presentabile, e la ragionevolezza di chi domanda un ordine nuovo, e lo fa sfidando le convenzioni, a rischio del carcere e della morte… A ben vedere i rivoluzionari, giudicati e condannati per la loro condotta nel presente, vengono assolti dalla storia per il buon senso delle loro idee.

VI. In ogni caso, è su questo punto dell’opposizione al potere – di cosa sia il potere e di cosa voglia dire opporvisi – che il libro di Aragno apre davvero la discussione, lasciandoci anche liberi di obiettare o completarne il pensiero. Innanzitutto da un punto di vista storico. Se infatti è certamente decisivo che alle tante esperienze di opposizione al fascismo venga dato finalmente rilievo, se è importante tenere a mente ogni torto subito, è altrettanto fondamentale ricordare che la capacità degli antifascisti, e in particolare di quelli comunisti, è stata la capacità di costruire, nel contesto difficile di una dittatura, reti di contatto e di coordinamento che sono riuscite a sopravvivere alle infiltrazioni e alle retate del regime, che hanno permesso che non si spezzasse, almeno nelle fabbriche e nei quartieri popolari, il filo rosso dell’opposizione. Insomma, dietro e attorno alle vite che Aragno ci presenta, che in ultima istanza sembrano così sole, ci sono invece sindacati, partiti, culture politiche, famiglie, reti amicali, insomma, tutta una vicenda collettiva che bisogna stare attenti a non mettere troppo sullo sfondo. E questo ci porta al problema centrale del testo.
Se infatti uno dei suoi scopi è di far sì che dal passato si traggano degli insegnamenti, c’è indubbiamente un insegnamento che subito balza agli occhi: che è impossibile combattere il potere da soli, che l’attività principale della repressione è proprio quella di dividere, di isolare e semmai marchiare il soggetto, davanti al pubblico e davanti a se stesso, come folle. Molti degli esiti tragici di queste storie fanno cioè pensare che – se il “no” che si pronuncia è sempre una questione privata, è un atto di responsabilità personale, un’invenzione assolutamente singolare – l’unico modo per far durare questo “no” è quello di posizionarlo e stringerlo in una rete collettiva, che lo sostenga nei momenti di difficoltà, che lo renda più forte, in modo da non poter essere facilmente attaccato e distrutto. Ma fare questo non vuol dire appunto creare organizzazione? E l’organizzazione non è anche una forma, per quanto embrionale e relativa, di potere? E d’altronde, che cos’è il potere? È una forza che sta solo dal lato del dominio, pura coercizione, o non è anche e innanzitutto un poter fare, da cui ognuno di noi è investito? E se così è, se cioè il potere trova anche in noi il suo momento iniziale o terminale, mettersi insieme e produrre effetti non vuol dire già contrastare il potere, praticando forme di contropotere? Forme che sappiano ostacolare quella temporalità lunga del potere costituito, quel suo perenne poter aspettare, con una temporalità rivoluzionaria, quella che riesca a mantenere il “no” pronunciato un giorno, a sedimentare le esperienze, a far durare l’insorgenza… D’altra parte, se il libro di Aragno vuole appunto fare presente un’altra storia, oggi non facciamo proprio esperienza dell’assenza radicale di questa organizzazione e di quest’altro potere? Dai singoli militanti alle piazze “indignate”, non circola ossessivamente la domanda – dopo trent’anni di smantellamento di contenitori collettivi, di istituzioni che potessero tenere insieme e dar conto delle diverse volontà – di programmi e strumenti che possano imporre, alle logiche di potere della borghesia, l’altra logica del potere popolare? Da questo punto di vista, denunciare il «pragmatismo politico» come «tecnica di dominio» tout court (p. 7), come a volte sembra fare Aragno, non rischia piuttosto di condannarci all’impotenza? La “ragion di Stato” ha il suo più tremendo avversario nell’autenticità e nelle moralità individuali, o nel contropotere effettivo che pone già nell’ordine esistente un’altra moralità, collettiva e niente affatto individuale? Insomma, fra il realismo senza scrupoli del potere e un’utopia incantata quanto inefficace, non c’è forse lo spazio, risicato ma certificato storicamente, di un altro realismo, che ha di mira qualcosa che ancora non si vede, ma può essere qui? C’è forse da scegliere fra purezza dei mezzi e pragmatico perseguimento dei fini o il movimento è lo stesso? Fra eroismo e rinuncia, fra il non venire mai a patti e l’esserci già venuti, non si apre forse una strada, quella che è stata percorsa – e ancora oggi, se abbiamo il coraggio di allargare lo sguardo oltre la provinciale Europa, viene percorsa – dai movimenti rivoluzionari, quella che Che Guevara indicava con il celebre motto: siamo realisti, vogliamo l’impossibile?
Certo, non sono domande a cui questo libro può rispondere. Ma di sicuro, ponendole, facendoci riflettere a partire dalla concretezza storica, Aragno dà un contributo importante a questo realismo dell’impossibile oggi ancora tutto da pensare e da praticare. A patto che il lettore voglia davvero ricominciare le sforzo di questi antifascisti, e magari portarlo fino in fondo, verso un esito – anche solo un poco – più felice.

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Se il silenzio può essere prigione, tutto ciò che lo rompe – parole, discorsi, libri – può servire a chiudere una cella meglio d’un catenaccio e, non di rado, più che del silenzio, siamo prigionieri del rumore suscitato ad arte da un uso strumentale della parola. D’altro canto, parole occorrono per mentire e parole servono a raccontare la verità: la guerra è una barbarie, certo, ma c’è chi la vuole santa e chi umanitaria. Se è stata partigiana, fu guerra comunista ed oggi, che regna il capitale, si dice terrorista. Sull’antifascismo non c’è chi non dica la sua: Galli Della Loggia piange la “morte della patria”, Violante saluta con rispetto la Decima Mas e, stando a Pansa, gli antifascisti furono solo banditi comunisti. Se chiedi nomi, è un coro: Longo, Nenni, Pertini, Togliatti. Gli assassini di Mussolini e i fondatori della partitocrazia. Eppure la resistenza al fascismo durò oltre vent’anni e visse nel silenzio: un silenzio che ebbe un’etica e rese carcerati i carcerieri.

Umberto Vanguardia

Nell’elenco degli iscritti alla sezione napoletana del Partito Socialista, sequestrato dalla polizia nel novembre del 1893, Umberto Vanguardia è inserito nella sparuta pattuglia degli “impiegati” [1]. In realtà è solo un ragazzo che frequenta il ginnasio. L’età è quella dei sogni e delle passioni egualitarie e Napoli, “con le sue grandi miserie materiali, brulicante di pitocchi, di scugnizzi, di camorristi e di prostitute, e con le sue grandi miserie morali, […] sorridente di sole e purulenta di piaghe” è “un invito permanente a rivoltarsi, ad insorgere, a levarsi contro tutti” [2].
Ripudiato Mazzini per lo scudo sabaudo, ridotta l’esperienza garibaldina a Bixio e ai contadini fucilati a Bronte [3], l’Italia che conta è con Crispi e non sogna, sicché è quasi fatale: il 9 agosto del 1894, Vanguardia, a meno di sedici anni, finisce in manette [4]. La storia della democrazia passa solitamente per tribunali e celle.
Nel maggio del 1898, coinvolto nei tumulti generati dal prezzo insostenibile del paneil giovane, che continua a sognare un mondo migliore, è incluso in un elenco di “sovversivi” responsabili dei moti, sicché, a soli diciannove anni, benché non esista uno straccio di prova che lo accusi, sperimenta il domicilio coatto. Evaso, si consegna a novembre, quando lo stato d’assedio è finito, e torna libero dopo una breve reclusione [5]. Fa le prime prove tra i socialisti, riunendo in lega di resistenza i camerieri di caffé e ristoranti , ma ai primi del Novecento, negli anni dell’idillio tra Giolitti e Turati, passa agli anarchici [6]. Attivo propagandista e redattore di numerosi fogli “sovversivi” [7], nell’estate del 1907 entra a far parte della redazione della “Protesta Umana” e va a vivere a Milano, da dove parte spesso per giri di propaganda contro il domicilio coatto e il militarismo. Ce n’è quanto basta perché il 22 febbraio 1908 la questura di Milano lo rispedisca “in patria” con foglio di via e con l’etichetta di “anarchico pericoloso” [8].
Tornato a Napoli, dà vita al “Sorgete”, un gruppo che si attesta sulle posizioni del “comunismo libero, sintesi sicura di quanto si chiede dall’umanità all’alba della storia: la libertà economica e la libertà politica” e attacca gli “autoritari”, che chiamano “organizzazione” ciò che, in realtà, è solo una “gerarchia che legifera e funziona in vece di tutti gli altri, oppure fa seguire, in nome della massa, una rappresentanza” [9]. E’ un rifiuto netto del “partito politico”, che, tuttavia, non esclude la partecipazione all’attività sindacale, intesa come “quell’accordo, che si forma, in base d’interessi, tra gli individui unitisi per terminare un’opera comune” [10]. Sono i temi di fondo della cultura libertaria, che animano il dibattito tra militanti ed in cui si inserisce a pieno titolo la polemica del Vanguardia contro il “Teatro di Montecitorio” che, “unico nel suo genere di produzione, desta negli animi […] un senso di nausea e di disprezzo” e limita “sfacciatamente ogni libertà, dalla riunione […] al pubblico comizio”, sicché, di sopruso in sopruso, si è giunti al “sequestro preventivo dei giornali, alla loro soppressione, all’arresto dei cittadini per delitto di pensiero, alle fucilate date alle plebi affamate che hanno avuto il torto di chiedere […] a viva voce un loro diritto” [11].
Cresciuto nel fuoco della lotta, il Vanguardia non si limita però alla “battaglia delle idee” e il 13 ottobre del 1909, mentre in città i comizi di protesta per la condanna a morte di Francisco Ferrer fanno i conti con la violenza delle cariche di polizia, rischia il linciaggio, facendo esplodere a scopo dimostrativo un petardo “nella chiesa parrocchiale di Montesanto […] e dandosi poi alla fuga rincorso dai presenti e da Guardie di Città”. Non vi sono feriti – annota il prefetto – ma la “bomba”, che “ha prodotto un po’ di sgomento e nient’altro”, costa al Vanguardia quasi un anno di carcere [12]. Una condanna che non gli impedisce di passare al gruppo dell'”Aurora Libertaria”, e di tornare all’attività sindacale [13]. L’occasione viene dall’aspra vertenza dei tessili della “Wenner” di Scafati dalla quale, però, dopo violenti scontri con la polizia, l’anarchico esce con una denuncia per lesioni e mancato omicidio ai danni d’un delegato di PS [14]. Anima dei “comitati di quartiere” sorti tra gli operai in lotta per il caro-casa, Vanguardia guadagna la fiducia dei compagni e nell’aprile del 1912 diventa segretario della “Lega dei lavoratori dell’Arte bianca”, guidandoli abilmente in una dura vertenza [15]. La guerra, che nel 1914 sconvolge l’Europa, lo vede impegnato nella propaganda antimilitarista, fino a quando la “cartolina precetto” non lo spedisce in prima linea, nel carnaio delle trincee e nell’orrore dei campi di battaglia, tra i fanti del 125° Reggimento [16]. Finita la guerra, riprende il suo posto alla Camera del Lavoro, torna alla testa della “Lega dei panettieri”, che conduce alla vittoria in una difficile vertenza, e dà vita ad un “Circolo popolare” e ad una “Lega Inquilini” che, col “pretesto di combattere le pretese esorbitanti dei proprietari di case”, tenta di “trarre profitto dal pubblico malcontento” per opporre alla marea fascista il lavoro di propaganda e l’attività sindacale [17]. Il primo maggio del 1924, quando la partita appare irrimediabilmente persa, si reca con alcuni compagni in una bettola, sale su un tavolo e canta l’Internazionale [18]. Puntuali scattano ancora una volta le manette e non fa meraviglia se il 22 novembre del 1926, solo pochi giorni dopo l’approvazione delle leggi “fascistissime”, giungano la condanna a quattro anni di confino, l’arresto e la tortura di un viaggio inumano, che lo conduce a Pantelleria, sfinito, incatenato e ammanettato ad altri confinati [19]. L’impatto con la colonia è durissimo. Separato fisicamente da qualsivoglia contatto con la realtà del Paese, sottoposto all’arbitrio delle guardie e ad un’azione di controllo che, prima ancora degli atteggiamenti concreti, tende a colpire un’astrazione – la pericolosità sociale e politica – della quale, agli occhi dei suoi aguzzini, egli rappresenta il modello, Vanguardia, pur di sottrarsi all’inferno in cui sente di precipitare, lascia che la sorella inoltri al duce una domanda di grazia che, di fatto, non ha alcuna speranza di essere accolta. Al regime e al suo “duce”, “che il mondo giustamente onora” e che gli italiani sono “orgogliosi di chiamare Salvatore”, la donna “unica e sola al mondo e derelitta, che vive solo del fratello disgraziato”, non ha nulla da offrire. Io, scrive a Mussolini, “ho solo la speranza che mio fratello alla luce del miracolo che V. E. ha operato per la salute d’Italia, si costruisca una nuova coscienza” [20]. La speranza, però, non rientra nella logica disumana della repressione; Castelli, Alto Commissario per la Provincia di Napoli “non ritiene che il Vanguardia […] abbia fatto ammenda del suo passato” ed esprime “pertanto parere contrario a che l’istanza della Vanguardia Concetta venga per ora presa in considerazione”.
Di fatto, la lettera della sorella non è ancora giunta a destinazione, e già il confinato, tornato in manette e catene, ha ripreso il mare per raggiungere la nuova sede di confino: Ustica, dove il regime prova a seppellire alcuni dei suoi più temuti avversari e dove più spietato è il regime di polizia [21].
L’isola, in cui un delinquente comune giungerà ad assassinare un “politico”, gode di una fama sinistra: vi impazza, rammenterà anni dopo Aldo Garosci, “un famoso aguzzino, brutale e neuropatico, il tenente Guasco, del quale si ricordano parecchi episodi selvaggi. Prigionieri politici e […] comuni (sfruttatori di donne, mafiosi, strozzini) convivono con le guardie in quei quattro palmi di terra […] e tutte queste circostanze, quando anche non vi fosse stata la volontà malvagia di incrudelire, delle guardie, sarebbero già bastate a rendere il soggiorno nell’isola difficile da sopportarsi per dei nervi meno che solidi” [22]. Come non bastasse, Cesare Mori, il “prefetto di ferro” inviato a Palermo da Mussolini con pieni poteri per risolvere il problema dei rapporti tra regime e mafia [23], ritiene che la colonia, in cui “sono tenuti insieme in media 360 confinati politici (tra i più pericolosi sovversivi del Regno) e 160 confinati comuni”, si possa trasformare nel “centro propulsore di un pericoloso movimento” che, avendo “rapporti clandestini col sovversivismo clandestino italiano e straniero”, riesca “di grave nocumento al Regime”. Per “accertare riservatamente” l’eventuale attività politica dei confinati “e poterla tempestivamente stroncare”, il Mori si è affidato a Vincenzo Picone, graduato della milizia, che è “andato a Ustica quale volontario di confidenze alle autorità”, ed è confinato come “politico”. Al servizio di Mori e all’insaputa del Picone, fa da provocatore un comunista confinato, Riccardo Fidel, “capace di commettere atti inconsulti e di palesare fatti o addirittura di inventarli” [24].
Pur agendo separatamente – Picone non si fida affatto di Fidel – i due convincono Alberto Memmi, centurione della Milizia, a muoversi con la massima rapidità perché, a loro dire, i confinati politici di Ustica non solo hanno tra loro oscuri contatti, ma vanno perfezionando pericolose intese con i “sovversivi” che operano in Italia e all’estero e tutto lascia credere che intendano giungere ad una rivolta che agevoli un tentativo di fuga [25]. Dopo indagini inizialmente caute, le autorità di polizia raggiungono la convinzione che i confinati ricevono “regolarmente somme per il Soccorso Rosso”, che nell’isola si appresta “un movimento insurrezionale, allo scopo di permettere ai confinati dei evadere, servendosi di una nave che fu vista accostarsi […] e che poi si allontanò per una direzione insolita, tenendo una falsa rotta” [26]. La notte del 30 settembre 1927, Mori mette a soqquadro l’isola con una serie di perquisizioni negli alloggi dei confinati e dei residenti ritenuti loro complici [27]. Di lì a pochi giorni, questore e prefetto, che intendono soprattutto fiaccare il morale dei confinati, danno corpo alle ombre e formulano i capi di accusa: tra i confinati, sostiene Mori, si sono “costruite clandestinamente, organizzazioni di partito ed una di fronte unico in rapporto con i sovversivi del Regno e dell’estero, aventi lo scopo di evasione e di ribellione contro i poteri dello Stato” [28]. Quanto basta perché, oltre al Picone, invischiato nella vicenda dal Fidel, siano arrestati e denunciati al Tribunale Speciale 56 confinati, tra cui Umberto Vanguardia e antifascisti della statura di Amadeo Bordiga e Giuseppe Berti, degli ex deputati socialisti Giuseppe Romita e Luigi Fabbri, di Giuseppe Massarenti, leader di quello che fu il più forte movimento cooperativistico dei braccianti agricoli, dei libertari Guglielmo Boldrini e Fioravante Meniconi, che ha tradotto e diffuso in Italia Emile Armand, e di Mario Angeloni, che sarà poi segretario del partito repubblicano in esilio, comanderà in Spagna la colonna Rosselli e sarà mortalmente ferito combattendo a Monte Pelato [29].
Arrestato a Ustica il 10 ottobre 1927, Vanguardia è tradotto in catene “alle carceri di Palermo a disposizione del Tribunale Speciale di Roma, siccome imputato ai sensi della legge sulla difesa dello Stato” [30]. Carcere duro per mesi, un’istruttoria che sembra interminabile, la brutalità degli interrogatori, poi di nuovo catene, in viaggio per un ritorno a Napoli che, a giugno del 1928, lo conduce in cella al carcere di Poggioreale. Ancora atti istruttori, ancora l’estenuante pena degli interrogatori, ancora la necessità di difendersi e di non prestare ascolto alla tentazione dei “vantaggi” offerti in cambio di una qualche “collaborazione”. Vanguardia “però tiene”, resiste alla tentazione fortissima di chinare la testa, per riaquistare una libertà ormai indispensabile ad una condizione di salute sempre più precaria, e va avanti con immensa fatica e dignità. Negli anni delle prime battaglie, quando lo soccorreva l’entusiasmo giovanile, aveva orgogliosamente affermato: “Non varranno prepotenze e violenze contro di noi […]; non abbiamo paura e respingeremo senza esitazione qualsiasi mezzo voi adotterete” [31]. E’ stanco e malato allorché, assolto per insufficienza di prove dal Tribunale Speciale, dopo quasi di un anno di carcere è trasferito a Ponza, dove la salute peggiora di giorno in giorno e ne piega progressivamente la resistenza fisica [32].
Quando torna libero, Vanguardia è molto malato e non ha nulla da rimproverare a se stesso, nemmeno l’istanza di grazia firmata per poter morire a casa [33]. Come ogni tiranno, Mussolini, ha un’inconfessabile paura delle sue vittime e non è disposto a fare dell’anarchico un eroe; stavolta, perciò, non ha dubbi: l’ora della liberazione non può, non deve coincidere con quella della morte. La pratica va chiusa. L’uomo che il primo febbraio 1930 lascia i compagni a Ponza, diretto a Napoli, è stanco e sofferente; ha lottato sin quando ha potuto, si è piegato ai suoi limiti, alle sue debolezze, a una fatica che non riesce più a sostenere, ma non ha tradito i suoi ideali. Il 28 dicembre 1931 muore nella sua abitazione al n. 45 di via Bernini, là dove non una lapide ricorda ai giovani la sua passione politica e il suo impegno civile [34].

NOTE

1 – Archivio di Stato di Napoli (d’ora in avanti ASN), Gabinetto di Questura (da questo momento GQ), seconda serie, 1888-1901 (da qui in poi IIS), busta (da questo momento b.) 86 bis, fascicolo (da qui in poi f.) “Fascio dei Lavoratori”, elenco degli iscritti.

2 – Arturo Labriola, Spiegazioni a me stesso, Centro studi sociali problemi del dopoguerra, Napoli, 1945, p. 18.

3 – Sui fatti di Bronte, Benedetto Radice, Nino Bixio a Bronte, con introduzione di Leonardo Sciascia, S. Sciascia, Caltanissetta 1963; Emanuele Bettini, Rapporto sui fatti di Bronte del 1860, Sellerio, Palermo, 1985; Maria Sofia Messana Virga, Bronte 1860: il contesto interno e internazionale della repressione, S. Sciascia, Caltanissetta, 1989; Pasquale Iaccio (a cura di), Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato. Un film di Florestano Vancini, Liguori, Napoli, 2002.

4 – Nel corso di una perquisizione, fu rinvenuta una lettera indirizzata alla madre in cui il giovane asseriva di voler diventare un “santissimo Caserio”. Interrogato sul significato di quelle parole, rispose che, dopo aver seguito sulla la stampa il processo politico al socialista Giuseppe De Felice e ai suoi compagni, “aveva concepito in mente l’idea di uccidere S. E. Crispi, causa della rovina della famiglia De Felice e delle sofferenze di migliaia di uomini. Soggiunse che tale sua idea delittuosa non sarebbe passata dallo stato intenzionale a quello di esecuzione”. Archivio Centrale dello Stato di Roma, (da questo momento ACS), Ministero dell’Interno (di qui in poi MI), Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Casellario Politico Centrale (d’ora in avanti CPC), b. 5312, f. “Vanguardia Umberto”, cenno biografico al 12-11-1895. Sante Caserio, panettiere anarchico e antimilitarista, uccise il Presidente della repubblica francese Sadi Carnot. Intendeva così vendicare il compagno di fede Auguste Vaillant, al quale Carnot aveva rifiutato la grazia, benché la marmitta esplosiva da lui lanciata in Parlamento non avesse avuto conseguenze mortali. Al processo il Vaillant dichiarò di aver scelto di “ferire un gran numero di deputati piuttosto che uccidere qualcuno. Se avessi voluto uccidere – spiegò – avrei caricato la bomba con dei pallettoni. Ho messo dei chiodi; ho voluto quindi solo ferire”. Turati, che aveva conosciuto Caserio e non fu mai indulgente coi terroristi, scrisse di lui che fu “mite, pensoso, taciturno, notoriamente affettuoso e laboriosissimo”. Filippo Turati, Il loro duello. L’assassinio di Carnot, “Don Chisciotte”, 26 giugno 1894. Su Caserio c’è oggi la voce curata da Maurizio Antonioli per il Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani, diretto da Maurizio Antonioli, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, vol. I, pp. 333-335, che contiene anche un’ottima bibliografia, e il recente Rino Gualtieri, Per quel sogno di un mondo nuovo: i brevi anni di un anarchico lombardo, Euzelia, Milano, 2005.

5 – Cronaca da Napoli, “Avanti!”, 9-7-1898. ASN, GQ, IIS, b. 86 ter, f. “Federazione Socialista Napoletana”, e b. 128, f. “Socialisti”, elenco dei socialisti più pericolosi del Circondario alla data del 12-5-1898. Sul Vanguardia si veda la voce curata da Giuseppe Aragno per il , cit., vol. II, pp. 648-49.

6 – Il comizio d’oggi, “Il Pungolo Parlamentare”, 5/6-12-1901; I camerieri d’alberghi, restaurants e caffé, “La Propaganda”, 5-12-1901; ASN, GQ, IIS, b. 110, f. “Camerieri di Caffé e Ristoranti”, dispacci telefonici del 4 e del 5-12-1901; e ACS, CPC, b. 5321, f. Vanguardia…”, cit., nota 20622 del 31-7-1901 e 4205 del 22-5-1903 da MI a Prefetto di Napoli (di qui in poi Pna).

7 – Nel 1899 fu redattore de “La Giovane Italia, giornale politico democratico che uscì per qualche tempo a Napoli. Ivi, b. 198, f. “La Giovane Italia”, nota 4758 del 2-6-1899. Il 25 marzo 1906 pubblicò a Napoli “La Voce dei Ribelli”, cui seguirono il 15 e il 25 agosto “Ribelli” e il 20 settembre “I Picconieri”. Il 3 agosto del 1906 uscì “Sorgete” che, diventato poi “Sorgiamo!”, pubblicò l’ultimo numero il 12 giugno del 1910. Fu redattore dei fogli milanesi “Agitiamoci”, “Diritto alla Vita” e “La Protesta Umana”. Nel 1915, infine, fondò e diresse a Napoli il periodico “La Battaglia”. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., nota 7694 del 22-8-1906 dal Pna a MI; 3179 del 6-11-1907 dal Console italiano in Canton Ticino a MI; note n. 8405 del 22-2-1909 e n. 6347 del 16-6-1915 da Pna a MI; Leonardo Bettini, Bibliografia dell’anarchismo, vol I, tomo 1, Periodici e numeri unici anarchici in lingua italiana pubblicati in Italia (1872-1971), Crescita Politica, Firenze, 1972, pp. 196 e 223-24.

8 – A giugno del 1907 è a Roma, al Congresso nazionale degli anarchici; il 3 novembre parla al comizio di Milano per le vittime politiche ed è poi segnalato a Pavia, Vigevano, Biella, Santhià e Lugano, dove frequenta la “Cooperativa Umanista” diretta da Dante Marchesi. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., note 5229 del 18-6-1907, da Pna a MI, 4932 del 13-11-1907 da Prefetto di Milano (da qui in poi Pmi) a MI, 7618 del 6-12-1907, 1039 del 18 febbraio 1908, 2125 del 22 febbraio 1908, da Pmi a MI; 1328 del 27-2-1908 da Pna a MI, e lettere 3179 del 6-11-1907 e 9936 del 7-11-1908 da Consolato Generale nel Canton Ticino a MI.

9 Il Propagandista, “Sorgiamo!”, 7-10-1909. Il giornale intitolato inizialmente “Sorgete” era espressione del gruppo costituito dal Vanguardia. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., Telegramma espresso di Stato 4937 del 28-81909 da Pna a MI.

10 – Silvia Sortys, Organizzazione e autorità, “Sorgete”, 3-8-1909.

11- Umberto Umberti (pseudonimo di Umberto Vanguardia), Comedianti, “La Voce del Ribelle”, 25-5-1906.

12 – Col Vanguardia furono arrestati anche gli anarchici Michele Balsamo, Carlo Melchionna e Gennaro Mariano Pietraroia. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., fonogramma 8782 del 13-10-1909 da Pna a MI, telegramma 1749 del 14-10-1909 dal Comando Carabinieri, Divisione Napoli Interna a MI, telegrammi 5872 e 5873 del 13-10-1909, nota n. 9445 del 16-10-1909, note 14396 del 5-11-1910 e 1671 del 16-12-1910 e telegramma 5089 del 18-8-1912 tutti da Pna a MI.

13 – Libro dei verbali della Sezione napoletana del Psi, Riunione del 10-9-1910. L’esistenza dei verbali, raccolti in due quaderni, mi fu segnalata anni fa da Gaeatano Arfè, che li aveva ricevuti dal padre Raffaele, segretario della sezione. Arfè ricavò il saggio Per la storia del socialismo napoletano, Atti della sezione del Psi dal 1908 al 1911, in “Movimento Operaio”, 1953, n. 2, pp. 291-293 poi diede i preziosi documenti a Luigi Mascilli Migliorini, il quale cortesemente mi consentì di fotocopiarli. Ne trassi poi, a mia volta, Il saggio I socialisti napoletani a inizio secolo tra intransigenza e blocco popolare, ne “Il Corriere Calabrese”, anno III, n. 3 e 4, luglio dicembre 1993, pp. 29-53.

14 – ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit.., note 12586 del 5-10-1910, 13126 del 12-10-1909 e telegramma n. 3939 del 29-10-1910, tutti da Pna a MI.

15 – Ivi, nota 3735 dell’8-4-1912, telegramma 5089 del 18-81912 da Pna a Mi, e “Roma”, 7-1 e 21-5-1914.

16 – Prima di partire per il fronte il Vanguardia, che era iscritto al gruppo anarchico “Amilcare Cipriani” e fu fermato per propaganda antimilitarista. Ibidem, note 1157 del 2-2-1915, 3776 del 13-4-1915, 6347 del 15-6-1915, 2066 del 25-2-1917 e 2868 del 24-3-1917 da Pna Menzinger a MI; ASN, Qustura, Polizia Amministrativa e Giudiziaria, b. 428, f. “Minieri Giovanni” nota 9705 del 3-9-195 da PS Vomero a Questore.

17 – Ivi, GQ, IIS, b. 672, F. “Panettieri. Lavorati”, Memoriale inviato dal Vanguardia al Questore con le rivendicazioni su orario, salario e funzionamento del Collocamento e fonogramma urgente del 5-12-1919. I lavoranti panettieri proclamano lo sciopero, “Il Mattino”, 6/7-11-1919; Lo sciopero dei panettieri continua, ivi, 7/8-12.1919; I lavoranti panettieri e l’organizzazione, “Il Mezzogiorno”, 28-11-1919; Gli scioperi del giorno. I panettieri, ivi, 9/10-12-1919; L’agitazione dei lavoranti panettieri, “Roma” 5-12-1919 e Una lettera dei negozianti panettieri. Minaccia di serrata, ivi, 15-12-1919. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit, note 3752 dell’8-5 e del 7-11-1924, da Pna a MI.

18 – Ivi, nota n. 3752 dell’8-5-1924, da Pna a MI.

19 – Ibidem, nota 6388 dell’1-12-1926 da Alto Commissariato per la Provincia di Napoli a MI. I condannati al confino non erano mai preventivamente avvisati. L’arresto era effettuato nel pieno della notte e la traduzione in carcere era immediata e brutale. Il detenuto, costretto a vivere poi in una cella malsana, di piccole dimensioni, non aveva alcuna possibilità di parlare con i familiari o con un avvocato. Non poteva leggere – erano vietati tutti i libri – spesso era picchiato e sottoposto ad angherie e torture. Per sgombrare il campo da rinnovate sciocchezze e dichiarazioni in “stile Longanesi” sul “regime temperato” e sul confino inteso come “villeggiatura”, cui si lasciano andare neofascisti travestiti da liberarli, val la pena di riportare alcune testimonianze dirette ed inequivocabili sulla realtà della repressione fascista. Si prenda, ad esempio, l’ingenua denuncia dall’ormai settantatreenne anarchico Giovanni Bergamasco, naturalista, insegnante nelle scuole statali, giornalista e dirigente politico: “Voglio solo richiamare l’attenzione della stampa e delle autorità – scrive il Bergamasco – sui locali immondi, indecenti, sudici, dove vengono trattenuti gli arrestati politici. Mi limiterò, per esser breve, alla Camera di sicurezza del Commissariato di Celio, dove sono stato rinchiuso or ora, in occasione dell’anniversario della nascita di Roma. Il locale è capace di 27 metri cubi e quasi tutto il suo spazio è occupato da un tavolaccio. Vi mancano luce ed aria e fa freddo ed umido. In un angolo è posto un puzzolente recipiente di legno per i bisogni naturali. Non si esce all’aria. Per cibo si ha un poco di pane con companatico. Ma ciò che è peggio, è che il tavolaccio e le coperte son pieni zeppi di schifosi parassiti, che come si sa sono propagatori d’una quantità di malattie contagiose. […] E’ questo forse il modo civile di trattare i politici?”. Ibidem, b. 515, cit., Lettera aperta, mai pubblicata, inviata al “Messaggero”, alla “Tribuna” e al “Giornale d’Italia”, il 28 aprile 1936. In quanto al confino, a ristabilire un minimo di verità, penso basti riportare quanto scrive prima al re e poi a Mussolini Pasquale Ilaria, condannato a cinque anni di confino, per aver spinto la popolazione di Caposele ad inscenare una dimostrazione ostile al regime. Volontario in Libia, capitano nel primo conflitto mondiale, l’Ilaria, che è mutilato, invalido e decorato al valor militare, è così duramente colpito dalle penose condizioni di vita cui è costretto a Tremiti, che chiede a Vittorio Emanuele “di convertire l’arbitraria tortura del suo confino con la pena più umana e più vantaggiosa per l’erario della fucilazione. […] Che Iddio – aggiunge poi – salvi Vostra Maestà, la vostra grande Stirpe e l’Italia”. Ibidem, Confino Politico, b. 531, f. “Ilaria Pasquale”. Il re ovviamente non si degna di rispondergli; anni dopo, contando sulla sua disperazione, Mussolini gli offre la grazia in cambio di un ravvedimento. Una proposta che Ilaria rifiuta perché, scrive, la coscienza, “sua tiranna e sua consigliera implacabile non gli ha mai permesso che il desiderio di liberazione dal tormentoso confino prevalesse sul dovere e sulla dignità di modesto patriota legalitario, cristiano, ch’egli con grandi sacrifici ha cercato di essere”. Ivi, Confino Politico, b. 541, f. “Ilaria Pasquale”, lettere a Vittorio Emanuele III in data 27-10-1937 ed a Benito Mussolini del 15-10-1941, entrambe da Tremiti. Sulle condizioni di vita dei detenuti si vedano AA. VV., Lettere di antifascisti dal carcere e dal confino, Editori Riuniti, Roma, 1962 e Ferdinando Cordova e Pantaleone Sergi, , Regione di confino. La Calabria (1927-1943), Bulzoni, Roma, 2005.

20 – ACS, CPC, b. b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit, domanda di grazia inviata il 9-4-1927 da Concetta Vanguardia a Sua Eccellenza il primo Ministro Benito Mussolini; nota 6529 del 6 luglio 1927 dall’Alto Commissario per Napoli Castelil a MI e nota 22697 da Mi a Castelli.

21 – Ivi, nota 4187 del 5-4-1927 dal Pna a MI. Nell’isola furono confinati, tra gli altri, Filippo Turati, Ferruccio Parri, Carlo e Nello Rosselli, Randolfo Pacciardi, Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, arrivato sull’isola tra i primi, il 7 dicembre 1926. Interessanti notizie e una bella foto di gruppo di numerosi confinati sono nel sito internet del Centro studi e documentazione Isola di Ustica, per il quale si veda http://www.centrostudiustica.it.

22 – Aldo Garosci, Vita di Carlo Rosselli, Vallecchi, Firenze, 1973, I, p. 102.

23 – Sul Mori si possono vedere Salvatore Lupo, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri, Donzelli, Roma, 2000 (I ediz. 1994) e Christopher Duggan, La mafia durante il Fascismo, prefazione di Dennis Mack Smith , Rubettino, Soveria Mannelli (CZ).

24 – Centro studi e documentazione Isola di Ustica; Ministero della Difesa. Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico, Tribunale Speciale per la difesa dello Stato. Decisioni emesse nel 1928, Tomo II, Roma, 1981, Sentenza n. 223, pp. 1073-1077; ACS, CPC, b. 1983, f. “Fedel Riccardo Giovan Battista” e b. 3953, f. “Picone Vincenzo”.

25 – Ministero della Difesa. Stato Maggiore dell’Esercito. Ufficio Storico, Tribunale Speciale…, cit. pp. 1075-77.

26 – In istruttoria si fece di tutto per dare un nome alla fantomatica imbarcazione e si giunse ad interessare anche il console italiano a Marsiglia. Pur non potendo escludere che una nave si fosse avvicinata all’isola, i giudici raccolsero “prove serie”, che escludevano “che essa potesse servire per l’invasione dei confinati”. Ivi.

27 – Alfredo Misuri, ex liberale, poi deputato fascista, che denunciò i crimini dello squadrismo e finì anch’egli a Ustica nel 1927, ha lasciato una descrizione vivace di quella notte, ricordando: “il paese posto in stato d’assedio, le mitragliatrici sui tetti” e poi “pattuglioni, […] arresti nelle case e nei cameroni; scene indescrivibili […], mariti strappati dalle braccia delle mogli; mogli minacciate con le pistole; bambini, come quelli del Bordiga, interdetti dall’ultimo abbraccio paterno”. Si seppe poi, egli ha scritto, “che la penosa traversata durò dieci ore e che, all’arrivo a Palermo, i sessanta arrestati furono rinchiusi nel carcere dell’Ucciardone, ove cominciò per loro un’odissea di molti mesi, pel processone che s’istruì, e che si sgonfiò, dopo la loro dispersione in vari carceri, sino alla definitiva liberazione”. Alfredo Misuri, Ad bestias. memorie d’un perseguitato, Edizione delle catacombe, Roma, 1944, passim.

28 – ACS, CPC, f. “Vanguardia…”, cit. nota 4187 del 17-10-1927 da prefetto di Palermo (d’ora in avanti Ppa a MI, e Tribunale Speciale…, cit. pp. 1073-1074.

29 – Sotto processo finirono 24 comunisti, 13 socialisti, 11 anarchici, tra i quali il Vanguardia, 1 repubblicano e 6 confinati di cui non ho potuto accertare il “colore politico”, Tribunale Speciale…, cit., e ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., nota 4187 del 17-10-1927, cit. (che però fa riferimento solo a 39 denunce). Oltre a Giorgio Angeloni, davanti al Tribunale Speciale furono condotti anche altri tre futuri combattenti di Spagna: gli anarchici Lanciotto Corsi e Italo del Proposto e il socialista Luigi Romanelli. Ivi, b. 137, f. “Angeloni Mario”, b. 1486, f. “Corsi Panciotti”, b. 1703, f. “Del Preposto Italo” e b. 4382, f. “Romanelli Luigi”; Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna, La Spagna nel nostro cuore: 1936-1939. Tre anni di storia da non dimenticare, Tipografia Botti, Milano, 1996, ad nomen, e Dizionario Biografico degli anarchici…, cit., voci curate da Fausto Bucci e Gianfranco Piermaria, per il Corsi (I, pp. 448-49) e Ilaria Del Biondo per il De Proposto (I, pp. 514-15). Su Guglielmo Boldrini, che sostenne con Malatesta la libertà dei lavoratori di iscriversi ai sindacati, e Fioravante Meniconi, Ivi, I, pp. 207-210, e II, pp. 158-159, voci curate rispettivamente da Mattia Granata e Giorgio Sacchetti, e ACS, CPC, b. 697, f. “Boldrini Guglielmo” e 3230, f. “Meniconi Fioravante”. Sulla figura di Mario Angeloni si possono vedere Leo Valiani, Antifascisti italiani nella guerra di Spagna: ricordo di Mario Angeloni, Centro stampa del Comune, Cesena, 1979; Velio Lorenzini, Mario Angeloni, la lotta contro il fascismo e la guerra di Spagna, sl, sn, 1986 e Giuseppe Galzerano, Vincenzo Perrone, Vita e morte, Galzerano, Casalvelino (Salerno) 1999, passim. Sul Massarenti si vedano Luigi Arbizzani (a cura di), Giuseppe Massarenti capolega di Molinella, con un’intervista di Palmiro Togliatti all’organizzatore socialista, Arte Stampe, Bologna, 1967; Sante Violante, Massarenti Giuseppe, in Alberto Mortara (a cura di), I protagonisti dell’intervento pubblico in Italia, Franco Angeli, Milano, 1984; Giovanni Ferro, Massarenti il riformista, Opere nuove, Roma, 1990: Gianna Mazzoni, Un uomo, un paese: Giuseppe Massarenti e Molinella, Bologna, Istituto Gramsci Emilia-Romagna, stampa 1990.

30 – ACS, CPC, b. 5312, fascicolo “Vanguardia…”, cit., nota 4187 del 19-10-1927 dal Ppa a MI.

31 – Umberto Vanguardia, Ai detentori del potere, “La Voce del Ribelle”, 25-5-11906.

32 – Al termine del processo il Tribunale Speciale non poté fare a meno di rilevare la “scarsissima credibilità dei testi di accusa” e ritenere “di molto dubbia consistenza probatoria e di scarsissima efficienza giuridica” l’impianto accusatorio, messo su con lo scopo evidente di infliggere colpi alla resistenza degli antifascisti. La formula assolutoria, tuttavia, non risparmiò agli imputati il peso delle “incapacità giuridiche perpetue” che, per i sopravvissuti, sarebbero state abolite solo molti anni dopo, con la caduta del regime. ACS, CPC, b. 5312, f. “Vanguardia…”, cit., nota 19870 del 24-8-1928 da Alto Commissario per la Provincia di Napoli a MI e Tribunale Speciale…, cit. 1077.

33 – Ivi, Promemoria del 3-2-1930.

34 – Ibidem, nota 8431 del 29-12-1931 da Alto Commissario per la Provincia di Napoli a MI.

 
Uscito su “Fuoriregistro” il 16 dicembre 2006

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