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Posts Tagged ‘questione morale’

 Maschera del potere, il pragmatismo politico è “tecnica” del dominio e, in quanto tale, premia “la lealtà priva di coscienza dei servitori dello Stato”[1] e condanna l’utopia, canto alla libertà contro i cilici del pregiudizio, solo perché crede possibile ciò che la “saggezza” del palazzo vuole insensato, Si chiama realismo, ma è rinuncia all’amore e, in nome degli interessi dei gruppi dominanti, coltiva la “paura superstiziosa degli uomini davanti a dio, alla provvidenza e al destino”, ne ignora le naturali aspirazioni e si fa strumento di temibili, talora fatali pulsioni individuali, quali l’ambizione, la boria e il tradimento[2]. In realtà, il potere teme l’utopia, perché essa non solo coglie “un bisogno sociale, più o meno confusamente sentito, ma anche l’imminenza” di un “mutamento politico destinato a soddisfarlo” [3], le esigenze di autenticità e le istanze etiche che spingono l’uomo a smascherare l’ipocrisia e la superstizione e a rifiutare la miseria morale della “ragion di Stato”. Il pragmatismo, tuttavia, ha un vantaggio; poiché l’utopia ingaggia spesso battaglie perse in partenza e combatte un eccesso di realismo con un’eccessiva speranza, è facile sostenere che supera i limiti naturali imposti all’uomo, quelli sui quali poggia l’ordine costituito. E’ così che, non di rado, si dice utopia e s’intende pazzia.

E’ vero, una storia dell’uomo in relazione alla categoria del pregiudizio non esiste, ma il problema è presente nel pensiero filosofico. A proposito di follia saggezza e pregiudizio, Voltaire scrive, tagliente, che, discutendo con un folle, i medici “si crederanno saggi e non saranno meno pazzi di lui”. Tuttavia, prosegue, “quando il folle domanderà: di grazia, voi che sapete tanto, ditemi, perché sono pazzo?” non c’è dubbio: “Se ai dottori rimane ancora un po’ di buon senso, gli risponderanno: Non ne so nulla”. Indugiando, poi, sul caso esemplare di quel monaco il quale “scrive che Clodoveo, trovandosi in grave pericolo durante la battaglia di Tolbiac, fece voto di farsi cristiano se l’avesse scampata”, il pensatore si interroga acutamente: “ma è normale che ci si rivolga a un dio straniero in una simile circostanza? Non è proprio allora che la religione in cui si è nati agisce più potentemente?”. La risposta è illuminante: è il pregiudizio che induce a prestar “fede a tutte le storielle di questo genere”. Certo quelli che conoscono la natura umana sanno bene che gli usurpatori come Clodoveo “si fecero cristiani per governare con maggiore sicurezza i cristiani”, ma i più pensarono che quella fosse fede, perché “in tutta la terra si ispirano nei bambini tutte le opinioni che si vuole, prima che essi possano giudicare” [4]. Voltaire smaschera così i processi di manipolazione usati dal potere.

Si dirà che cose del genere oggi non possono accadere, ma non è vero. Il confine tra giudizio e pregiudizio è incerto e confuso e, in quanto al rapporto tra realismo, utopia e pazzia, è difficile negarlo: se esiste “una infinità di cose sagge […] condotte in maniera estremamente folle, vi sono anche delle follie che sono condotte in maniera estremamente saggia” [5]. Sembrerà solo un paradosso, ma è la lucida riflessione d’un pensatore che ha lasciato segno di sé nella storia della società. Dal punto di vista del potere, del resto, la democrazia borghese non bada alla ragionevolezza d’un pensiero che crea consenso, ma teme e colpisce un’autonomia critica così radicale da indurre al dissenso. Sano diventa pertanto il pregiudizio – “opinione senza giudizio”, direbbe Voltaire [6] – “insania” dannosa e “sovversiva” risulta, invece, la coerenza critica perché l’ordine costituito è soprattutto ragion di Stato e “verità di fede”, il contrario di quella fede laica contro la quale il potere scatena i sacerdoti della morale dominante, la forza manipolabile dei numeri e della statistica, i magistrati e la filosofia repressiva della “pubblica sicurezza” . D’altro canto, il potere non ha scelta, perché i valori fondanti dell’edificio borghese – la libertà, l’eguaglianza e la fraternità – sono in insanabile contrasto con un modello economico che, per non crollare su stesso, obbedisce a una necessità inderogabile prodotta dalla legge del profitto: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’utopia pone al potere una domanda che svela l’inganno: “che pensare di una libertà che coesiste con una necessità […] se non che questa libertà è tragica per essenza?”[7]. Nel silenzio che risponde a questa domanda ci sono la chiave di lettura di una ricostruzione della storia dal punto di vista delle classi subalterne e la ragione per cui la follia integralista del potere non si contenta di incarcerare o uccidere il dissenso. Ha bisogno di sancirne l’anomalia e disconoscerne l’etica. E’ significativo perciò che oggi, in un tempo buio come quello che viviamo, nel vivere quotidiano di una società civile assediata dall’ingiustizia sociale, dalla corruzione e dalla violenza, una ‘questione morale’ torni a proporsi a coscienze avvertite, riannodando il filo tra passato e presente e ricordando, infine, che spesso un esempio vale più di cento vibranti discorsi.
Diamolo quest’esempio: ribelliamoci!

1) Ekkehart Krippendorff, Shakespeare politico. Drammi storici, drammi romani, tragedie, Fori, Roma, 2005, p. 138.
2) Ivi.
3) Auguste Comte, Ouvres, Atropos, Paris, 1968-1972, V, pp. 241-242, in Idem, Dizionario delle idee. Scienza, politica, morale, a cura di Stefania Mariani, Editori Riuniti, Roma 1999, p. 105.
4) Voltaire, Dizionario filosofico, introduzione di Angelo G. Sabatini, traduzione di Maurizio Grasso, Newton Compton, Roma, 2010, pp. 145 e 247.
5) Charles Louis de Montesquieu, L’esprit des lois, in Ouvres complete de Montesquieu, Nagel, Paris, libro XXVIII, cap. 25, riportato da Idem, Dizionario delle idée. Le radici liberali della politica e del diritto, a cura di Marco Armandi, Editori Riuniti, Roma, 1998, p. 52.
6) Voltaire, Dizionario filosofico, cit. p. 247. 
7) Maximilien Rubel, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale, Prolegomeni per una sociologia etica, Colibrì, Milano, 2001, p. 405.

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