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Posts Tagged ‘don Milani’

Sea-Watch-a-Lampedusa-arrestata-la-capitana-Carola-Rackete-e1561793655305.jpgNon a  caso alla facoltà di storia Salvini diede forfait. L’analfabetismo di valori non gli consentì di cogliere il valore della ribellione morale, così come oggi  non coglie la forza di una fede autentica. Dovrebbe saperlo, ma certamente lo ignora: il suo Mussolini tremò quando colse il valore profetico di un’opposizione che lo sfidava senza temere le conseguenze della sfida.
“Non vinceremo in un giorno ma vinceremo”, dichiarò Rosselli e gli costò la vita. Le idee però non si uccidono e il 25 aprile del 1945 non c’era forse nulla di più vivo dell’esempio che aveva dato. Anche oggi, del resto, più vive e contagiose che mai sono le parole di Don Milani: l’obbedienza non è più una virtù.
Troppo rozzi per temere il valore di un insegnamento diventato esempio immortale, Salvini e i barbari che lo circondano sono fermi a un delirio di onnipotenza del potere  morto coi gerarchi nazisti: non si ubbidisce a un ordine criminale. Lo spiegava  ai giudici che lo accusavano di sovvertire gli ordinamenti dello Stato un maestro immortale, per il quale ricercare la verità e il bene significa rendere la vita degna di essere vissuta. Certo, occorre rispettare le leggi, insegnava Socrate, ma è fondamentale che le leggi siano in armonia con la giustizia.
Cinque secoli prima di Cristo, un Salvini ateniese si illuse di imprigionare il senso di giustizia. Così facendo, condannò Socrate a morte ma non impedì che poi eternamente egli parlasse ai giovani di ogni età della storia.
Venticinque secoli dopo la morte di Socrate, un nuovo distributore di cicuta ammanetta Carola Rackete e non si accorge che, così facendo, prova a imbavagliare Rosselli, a zittire Don Milani e a mettere a tacere per sempre l’antico maestro greco. Questo cervello non deve pensare, ordinò prima di lui il suo duce e Gramsci, morto di galera fascista, insegna libertà.
Salvini è fuori dalla storia della civiltà umana. Farà qualche danno, poi morirà e starà zitto per sempre. Carola Rackete non morirà. Immortali sono e saranno gli uomini, le donne e i valori contro i quali Salvini si scaglia.

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barbiana-di-don-milani-408683.660x368Quando qualcuno mi chiede di credere per fede, mi ricordo la domanda di un ineguagliabile maestro e inevitabilmente mi dispongo al rifiuto: «sei tu realmente convinto che il perfetto cristiano non critica?». Sentirselo dire da un prete fa pensare.
Prima di firmare a scatola chiusa un programma di buone intenzioni, non posso fare a meno di ricordare la più bella critica a una dichiarazione d’intenti che mi è mai capitato di leggere: «Nel suo programma d’italiano ci stava meglio il contratto dei metalmeccanici. Lei signora l’ha letto? Non si vergogna? E’ la vita di mezzo milione di famiglie».
L’importanza del dubbio l’ho appresa soprattutto da un altro immenso maestro. Ero poco più che un ragazzo, ma quell’insegnamento non l’ho dimenticato e ancora oggi che sono vecchio mi fa da bussola nelle tempeste della vita:
«Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola…».
Mi fermo qui, ma vale la pena di leggere fino in fondo, per giungere alla conclusione rigorosa e tagliente:
«Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!».

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Silvestro_Lega_-_Mazzini_morente,_1873A commento di un mio articolo su Mimmo Lucano  un lettore mi invia un link che rimanda a un reportage:
http://www.recnews.it.
Non ci vuole molto a capirlo: Mimmo Lucano per lui è un volgare delinquente.
Do uno sguardo, mi faccio un’idea della cosa e gli rispondo:
«Di mestiere faccio lo storico e quando racconto fatti cito le fonti. Qui non ci sono; di conseguenza sono chiacchiere».

LD – così si firma il lettore – replica dopo poche ore, non so se ironico o irritato:
«Se lei è uno storico dovrebbe notare che c’è della documentazione debitamente citata».

Mi sorge il dubbio di non aver prestato la necessaria attenzione, torno sul link, ma ne ricavo solo una conclusione: la discussione è inutile. Due posizioni inconciliabili. Per non essere scortese, provo tuttavia a spiegarmi:

«Quali sono le fonti? Tutto rimanda alle accuse mosse dai giudici, che però, almeno per ora, non hanno praticamente valore».

LD se ne sta zitto per cinque giorni. Quando non me ne ricordo più, lo ritrovo però sul mio blog. Ha deciso di riprendere la discussione:
«Sta dicendo che il lavoro della Procura della Repubblica non ha valore? La vicenda è stata comunque trattata grazie a una copertura documentale che va dal 2010 a oggi. Non c’è solo l’ordinanza. Questo ha molto più valore delle chiacchiere fatte senza nessuna base».

Può darsi che sbagli, ma a me pare ormai un dialogo tra sordi e non mi va di perdere altro tempo. Decido di chiudere e glielo dico:
«Sì, finché non si giunge a una sentenza definitiva, non ha valore.
Anni fa, secondo una Procura della Repubblica, io ero una sorta di pericolo pubblico, colpevole persino di istigazione alla rivolta. Si trattava solo di chiacchiere, firmate da un magistrato incapace o in malafede. Fui assolto perché il fatto non sussisteva.
Il lavoro di una Procura va preso con le molle. Negli archivi di Stato esistono prove inoppugnabili che riguardano processi truccati da funzionari di polizia che mentono sapendo di mentire. Ho trovato una lettera di Crispi che chiede ai magistrati una sentenza rapida ed esemplare – giusta o ingiusta non gli interessa, quello che conta è che gli consenta di sciogliere il PSI. L’ottiene, ma il processo è una tragica farsa. Ho trovato persino la lettera di un Questore che raccomanda ad alcuni commissari di Pubblica Sicurezza di concordare una versione comune da fornire alla stampa e al magistrato. I commissari obbediscono e gli assassini in divisa, che hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco un giovanissimo operaio, evitano il processo.
In quanto a Lucano, che dire? La disobbedienza civile prevede reati che i Tribunali condannano. E’ la storia poi che processa i tribunali e assolve gli imputati. Ci sono migliaia e migliaia di antifascisti spediti in galera e al confino per reati previsti dalle leggi fasciste. Violarono la legge? Certamente. Oggi però meritano quel rispetto che non hanno meritato i giudici che li condannarono. Nell’Italia liberale, Mazzini morì esule in patria sotto falso nome. Negli anni del fascismo Pertini finì in galera, in quelli della Repubblica fu considerato un uomo integerrimo. L’antimilitarista Don Milani morì da imputato nella Repubblica che ripudia la guerra, ma oggi è ritenuto un maestro.
Questo è. Si rassegni e non speri di convincermi. Spreca il suo tempo. Si tenga la sua legittima opinione e aspetti. Mi creda, però, e ci rifletta: la storia, non i cronisti e i tribunali, dirà se Mimmo Lucano è un criminale, come lei crede o, come invece penso io, un esempio di virtù civile.
Qui si chiude. Non pretendo di aver ragione e rispetto la sua opinione, ma non abbiamo altro da dirci».

Perché riporto la discussione? Perché non so trovare un modo migliore per spiegare una sensazione di straniamento che mi accompagna da qualche tempo: è come se fossi sceso da un treno per errore in un paese che non è il mio. Io non capisco gli altri e gli altri non capiscono me.

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Al Sindaco di Napoli Luigi De Magistris,
che difende apertamente e coraggiosamente la Scuola della Costituzione

I test INVALSI non sono uno strumento didattico o un argomento puramente “tecnico”. Si tratta di un potente dispositivo di controllo e selezione sociale su base economica e di classe che viola l’art. 33 della Costituzione, perché nega la libertà di insegnamento, che è libertà di programmare e di valutare in ragione delle differenze contestuali, individuali e territoriali, e calpesta l’art. 3, perché prescrive l’abbandono, da parte dello Stato, proprio di quelle scuole che maggiormente avrebbero bisogno di investimenti e di attenzione istituzionale per colmare il gap socio-economico.

Quest’anno, per cavillosi e interessati ostacoli frapposti speciosamente dalla Commissione di garanzia, non è stato possibile indire lo sciopero che consente ogni anno ai docenti di sottrarsi alla somministrazione e alla tabulazione dei test. La lettera che abbiamo redatto chiama in causa la deontologia e la coscienza della nostra categoria e dei dirigenti, ma, soprattutto, considera i devastanti effetti dell’obbedienza a una legge che è in contrasto col dettame costituzionale e con i valori e le funzioni della Scuola pubblica. E’ in gioco il futuro di intere generazioni, di cui stiamo offendendo l’intelligenza e sopprimendo la libertà di pensiero e parola.

Tu stai alacremente ed egregiamente lavorando per offrire ai giovani meno fortunati opportunità concrete di promozione sociale e di cambiamento. Ti vediamo ogni giorno per le strade, nelle piazze affollate di cittadini napoletani di ogni etnia, colore e dolore, ad ascoltare, a imparare con umiltà, a confrontarti, a esporti senza calcoli prudenziali, a perseverare in un esperimento di governo e autogoverno straordinario, audace e scomodo, che ti è già costato amarezze e attacchi proditori e indegni.

Non potevamo, perciò, non coinvolgerti in questa nostra iniziativa, certi che appoggerai, anche solo con una parola di solidarietà, la disobbedienza civile nostra e degli studenti in lotta contro un sistema di potere arrogante e autoreferenziale che, per evellere la Costituzione, ha capito di doverne anzitutto schiacciare l’organo più importante: la Scuola pubblica laica, inclusiva, di massa, libera e plurale.

Nel ringraziarti per il tuo indefettibile impegno, ti porgiamo il nostro più grato e affettuoso saluto.

Coordinamento Precari Scuola Napoli, Docenti in lotta contro la 107 e Cobas Scuola Napoli

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Alla Dirigente del Liceo Classico “G.B. Vico” di Napoli, Prof. Maria Clotilde Paisio, al Collegio Docenti,

e, per conoscenza, ai Dirigenti e Collegi di tutti gli Istituti di Napoli e Provincia

Sono passati due anni da quel 5 Maggio di speranza e di giusta ribellione in cui 650.000 docenti, presidi e lavoratori della Scuola pubblica scesero in piazza, paralizzando il paese, per difendere la propria dignità e il proprio ruolo educativo, dicendo “NO” ad una riforma che, per stroncare la mobilità sociale e trasformare un diritto inalienabile in una merce, ha stravolto la facies e la funzione della Scuola modellata sulle prescrizioni di quella Costituzione che pure da poco è scampata, grazie a un sussulto di coscienza popolare, al pericolo di essere cancellata.

Dopo quel moto non spontaneo, ma suscitato da chi ha continuato a postulare l’esigenza di respingere dalle fondamenta l’impianto classista e puramente economicistico della riforma sfociata nel varo della L. 107, senza edulcorarne i principi inaccettabili, la sacrosanta protesta, con la complicità dei sindacati concertativi, acquiescenti e compiacenti, è rientrata, e i docenti subiscono, oggi, gli effetti mortificanti di una riconversione disciplinare, didattica ed etica che non può essere accettata, ancorché “legalizzata”, perché manomette la coscienza, calpesta principi deontologici inderogabili, e, soprattutto, preordina i destini degli studenti e delle studentesse.

Le prove INVALSI costituiscono l’alfa e l’omega del processo di mercificazione del diritto all’istruzione e di asservimento della Scuola a interessi esterni ed estranei ai processi educativi: i test, infatti, da un lato stravolgono a monte le pratiche didattiche e la programmazione dei docenti, sopprimendo la libertà di insegnamento garantita dall’art. 33 della Costituzione; dall’altro, creano “a valle” un’antimetodica classifica – sulla base di indici tutt’altro che imparziali o “oggettivi” – degli studenti, dei docenti e delle Scuole, senza alcun riguardo per le specificità territoriali, contestuali, individuali.

Abbiamo letto, sul sito della Vs. Scuola, la comunicazione indirizzata alle famiglie a agli studenti delle classi interessate dai quiz (Prot. n. 3334/B1 del 29-09-2017), in cui si rende noto che queste asfittiche prove vengono considerate dalla Dirigenza come una prassi che ormai è diventata consuetudinaria: ci permettiamo di far presente che la consuetudine non può sostituire né surrogare il giudizio assiologico che la classe docente ha il dovere di esprimere sulle scelte pedagogiche che orientano la società; aggiungiamo, poi, che la reiterazione di un comportamento o di una pratica non ne configura la liceità né la bontà.

Ci rifiutiamo di pensare che la Scuola si lasci imporre uno strumento discutibile e che non ha contribuito a statuire; ci rifiutiamo di accettare la logica ricattatoria di istituzioni che pretendono di condizionare l’erogazione dei fondi per l’istruzione pubblica, che dovrebbero essere attinti alla fiscalità generale, alla totale rinuncia alla libertà di insegnamento e di apprendimento.

Abbiamo letto, anche, che il collegio docenti del Liceo “Vico”, il giorno 11 aprile, ha deliberato di comminare sanzioni agli studenti e alle studentesse che intendessero sottrarsi all’avvilente valutazione econometrica legata ai quiz INVALSI. La cosa ci intristisce non poco.

Come insegnanti (i presidi sono ex insegnanti), sappiamo che ci sono margini ineliminabili di soggettività in ogni valutazione, e sappiamo che la valutazione è un processo relazionale e ricorsivo, non sincronico e puramente meccanico. Come insegnanti, dovremmo pretendere il rispetto delle nostre competenze e prerogative di professionisti dell’educazione e formazione; come insegnanti, dovremmo credere che la nostra missione è quella di rendere indipendenti nel giudizio e critici nel pensiero i nostri studenti.

Come è possibile, dunque, che abdichiamo in modo così clamoroso al nostro precipuo dovere? Come possiamo cadere nel paradosso di punire gli studenti perché si rifiutano di essere conformisti, di essere schedati (è ormai palese e risaputo che i quiz INVALSI non sono affatto anonimi!) e selezionati su base economica? Come possiamo trovare giusto e normativo che vengano coartati nella libera interpretazione dei fatti e degli atti culturalmente connotati? Come possiamo biasimarli per aver compreso che i saperi non si trasmettono e non si misurano mettendo crocette a risposte preconfezionate?

E’ coerente che si abusi, in ogni verbale, dichiarazione o documento, dell’espressione “pensiero critico” e si ricorra poi alle minacce quando gli studenti non obbediscono perinde ac cadaver a un diktat che offende la Scuola e perverte l’insegnamento?

Ci chiediamo e vi chiediamo che stima possano avere di noi questi ragazzi, della cui indisciplina ci lamentiamo spesso, vedendo che non sappiamo reagire neppure alla violenza di chi ci trasforma in addestratori, mandandoci in classe un valutatore esterno e concorrenziale, abilitato ad applicare parametri slegati dalla didattica praticata e vissuta in aula.

Ci chiediamo e vi chiediamo che rispetto possano avere di noi questi ragazzi, una volta che abbiano constatato e capito che la loro carriera scolastica e universitaria sarà determinata dai risultati INVALSI e non dalle prove di verifica da noi pensate per loro.

Ci chiediamo con che grado di verosimiglianza, coerenza e maturità professionale si possa interdirli da attività che costituiscono non momenti ludici e accessori, ma parte integrante dell’azione didattica.

Ci chiediamo quali possano essere le forme alternative di protesta suggerite agli studenti che rifiutano i quiz, se non forme addomesticate e perfettamente integrate nella logica di un sistema che giustamente essi vogliono evellere, avendone compreso e sperimentato l’iniquità.

Ci chiediamo e vi chiediamo, infine, che idea i nostri ragazzi e le nostre ragazze si possano fare di noi come cittadini e come intellettuali, vedendoci rinunciare con tanta facilità e pavidità alla libertà, alla dignità, all’essenza del nostro lavoro, alla nostra passione per l’insegnamento libero e creativo e alla collegialità democratica, che ne è il presupposto e il riflesso.

Vi sollecitiamo a ritirare i provvedimenti deliberati contro i ragazzi renitenti ai test; vi chiediamo di considerare gli effetti sperequatori e discriminanti delle prove INVALSI, ormai noti, e le conseguenze di un atteggiamento di pronità a questo vero e proprio sistema di controllo sociale e ideologico, conseguenze che, ben vagliate da istituti di grandissimo prestigio come il Liceo Mamiani di Roma, hanno portato a deliberare il rifiuto permanente del “teaching to the test” e della “somministrazione” dei quiz.

Chi vuole distruggere la Scuola sostiene che essa debba “prendere atto” di cambiamenti che vengono presentati come inevitabili, quasi metafisici, e che invece sono il frutto di esiziali e regressive scelte economico-politiche.

Noi sosteniamo che la Scuola non debba prendere atto, ma debba prendere posizione su quanto la coinvolge e rischia di travolgerla, anche e, anzi, soprattutto se il cambiamento assume le vesti e la cogenza di un provvedimento legislativo.

A tal proposito, ci è grato condividere con Voi questo calzante e illuminato pensiero di Don Milani: “Bisognerà dunque accordarci su ciò che è scuola buona. […] La scuola […] siede tra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità […], dall’altro la volontà di leggi migliori, cioè il senso politico […]. Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dire loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché vengano cambiate”.

Ill.ma Preside, cari Colleghi: abbiamo un’enorme responsabilità, in questa triste congiuntura politica, che usa la crisi come un alibi per azzerare diritti faticosamente conquistati: quella di resistere a chi vuole renderci ridicoli ed esautorarci di fronte alla generazione che sta crescendo. Eludere la responsabilità significherebbe deludere un’intera generazione. Nessuna paura, per chi insegna, dovrebbe essere più forte.

Coordinamento Precari della Scuola di Napoli
Docenti in lotta contro la 107
Cobas Scuola Napoli
Firmatario aderente: Prof. Giuseppe Aragno, storico dell’antifascismo

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df921002b0359ed337122e81e9bc81cd-kzKE--640x360@LaStampa.itRetrocessione o «Coppa dei Campioni», nessun tecnico parla di sistema di gioco, campagna acquisti, vivaio e obiettivi finali, se la sua squadra gioca su un campo di patate. Prima di tutto chiede un buon manto erboso, maglie tute, palloni, palestre, spogliatoi, attrezzi e quanto comanda il dio del calcio per mettere in campo anche dilettanti. Solo se avrà tutto questo, si vedranno ragazzi in mutande correre dietro a un pallone: i più adatti a un’idea di calcio e al modulo che l’allenatore pensa di applicare.
Persino chi organizza un gioco ha un irrinunciabile punto di partenza: le strutture. Più in alto punta, migliori dovranno essere e lo sanno tutti: non s’è mai visto un centravanti che affina la mira senza avere un bersaglio o un portiere che rinuncia al riferimento dei pali. Risolto il problema strutturale, una società che vuol vincere mette mano alla tasca, si affida a un «mister» sperimentato che restituisca in qualità quanto gli dai per stima, sceglie il modo di giocare e gli uomini adatti a eseguirlo. E’ lui, il «mister», un maestro di calcio a decidere se occupare la metà campo avversaria o attendere l’offesa, indurre l’avversario all’errore e lanciare il contropiede. Nessuno parla di scudetto senza schierare «top player» e nessuno trova campioni al costo di una mezza tacca. Quando tutto questo c’è, vali o no, decidono i risultati, ma non è scienza esatta.
Se come si vuole la scuola dev’essere un’azienda come una squadra di calcio, bene, l’Italia è l’unico Paese al mondo che sogna di fare questo impossibile miracolo: avere una scuola che faccia da traino per lo sviluppo, che sia azienda leader, ma si arrangi con i decrepiti capannoni dell’età liberale e fascista, stia sul mercato senza piani industriali e senza una politica retributiva che tenga il passo della concorrenza. Sono quindici anni ormai che i nostri governi pretendono centravanti da «Champions League» retribuiti a cottimo e portieri che valgano Zoff col minimo salariale e la canea che gli sputa addosso perché si gioca male e si perde. E se dici piano industriale, pensi all’attività che intendi fare. Da quando Abravanel e soci pontificano su un’azienda che non c’è, l’Italia non ha più una scuola, ma una riserva di caccia per bande criminali e chiama «riforma» ciò che un tempo si definiva correttamente rapina a mano armata.
Da anni nessuno parla più di metodo e di rapporto tra scuola e «specifico locale»; nessuno s’interroga su una scuola che non condiziona la realtà in cui opera ma ne è condizionata, sicché i teorici del neoliberismo insistono impunemente su test buoni per valutare allo stesso tempo un istituto che opera in terra di camorra e uno che lavora in un quartiere della buona borghesia. Da anni si «tagliano» risorse con effetti ovunque disastrosi, ma diversamente distribuiti sul territorio e da anni i servi sciocchi del mercato presentano i test Invalsi e pletore di «ispettori seri» come la medicina per il male che hanno causato, leggendo in chiave economica ciò che andrebbe analizzato in termini di pedagogia e didattica. Da anni si nega che esista un problema di fondi e si finge di ignorare che, senza contare gli investimenti negati, la «continuità didattica» pugnalata alla schiena, ha privato la scuola di una delle sue migliori risorse. Da anni si sostiene un assurdo, affermando che la qualità non costa e non occorrono soldi, perché, anche dopo i «tagli», nella nostra scuola il rapporto insegnanti-studenti è buono. Buono, si dice, benché sia cresciuto ai livelli di un’Europa che ha ben altre strutture; così buono, che non c’è più tempo per interventi individualizzati, i docenti sono stremati e in ampie zone del Paese l’analfabetismo di valori e la sottocultura veicolata dalla criminalità organizzata e dalla corruzione politica rendono praticamente impossibile «fare scuola». Questo dicono i dati Ocse a chi li legge con onestà intellettuale e li incrocia con gli altri dati che riguardano la scuola. Da anni nessuno si chiede cosa voglia dire insegnare, nonostante i «tagli», le «riforme» e la precarizzazione. Da anni non si riflette sul concetto d’insegnamento e sui processi di apprendimento e tuttavia, ignorando la micidiale «pressione di conformità» che famiglia e società esercitano sulla scuola, si tirano in ballo criteri di valutazione che aprono le porte ai pregiudizi tipici delle diverse collocazioni sociali e alle interferenze del mondo delle imprese. Un mondo legato a filo doppio a interessi di classe che, per sua natura, tende a condizionare idee e strategie di formazione con logiche del profitto che tutto possono volere, tranne un sistema formativo che miri alla crescita della coscienza critica.
La scuola di Renzi, che promette ai precari il paradiso terrestre, non assumerà. Lo vietano i patti scellerati con l’Europa. Capovolgerà, questo sì, i termini reali in cui si pone la questione della selezione d’ingresso del personale docente, diminuendo ancora le risorse economiche con la cancellazione degli scatti di anzianità. Non bastasse, si affiderà ai capi d’Istituto per neutralizzare le migliori energie presenti nella scuola con la guerra di sterminio condotta contro chiunque dissenta dalle decisioni imposte dall’alto. Se Renzi volesse fare davvero qualcosa per la precarietà, non scriverebbe inutili manifesti virtuali. Per assumere docenti, basta spendere meno in cacciabombardieri. Si potrebbero così stabilizzare insegnanti già esperti e assumere giovani laureati che ne hanno diritto, affiancandoli a colleghi che lavorano da tempo con profitto e avviando una formazione «fatta in classe», fondata sullo scambio tra passato e presente, esperienza e motivazioni, valori acquisiti e rinnovamento.
Chi parla di merito e valutazione annuale dei docenti, finge d’ignorare che questo tipo di «merito» l’abbiamo già sperimentato negli anni del fascismo, quando il miglior docente era quello che dimostrava all’Ispettore a quale livello di fanatismo aveva condotto i suoi alunni. Checché ne pensino Renzi, Abravanel e soci, la scuola vera si valuta secondo tempi che decide la storia, perché, ben diversamente da un’azienda, essa gioca su un campo di calcio che non ha porte e palloni e non si prepara alla partita breve che si gioca sul mercato. Quella dei suoi giocatori è una partita che gli ispettori non potranno vedere. La scuola produce ipotesi che solo il lungo trascorrere degli anni può davvero verificare. Non cerca e non può cercare successi immediati, perché prepara alla partita della vita, quella che si vince o si perde col variare dei tempi, nel lungo corso degli anni, di fronte ai capricci della sorte, alle scelte decisive e alle difficoltà dei comportamenti sociali. La scuola non spera di creare disciplinati soldatini del capitalismo, pronti a credere, obbedire e combattere nei luoghi del moderno sfruttamento di classe, o a porgere la guancia dopo un ceffone per sprofondare nella rassegnazione. La scuola spera di produrre cittadini, persone capaci di ragionare con la propria testa e – per per dirla con Don Milani – mira a tirar «su figli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere, […] felice soltanto che il suo figliolo sia vivo e ribelle».
Quel «figliolo» che i test dell’Invalsi bocciano senza pietà.

Uscito su Fuoriregistro il 4 settembre 2014 e su Agoravox il 5 settembre 2014.

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18430_13215_20130507-yy2_Image[1]«Al mio popolo gli ho tolto la pace» – scrisse Don Milani – «ho affrontato le situazioni con la durezza che si addice al maestro, ma mi sono attirato contro l’odio dei potenti». Il governo Letta, invece, che pure si dice nato per pacificare, l’odio l’ha scatenato sui ceti subalterni e in cambio del consenso dei più forti ha seminato subito la guerra: da Milano a Napoli un’inquietante sequela di violenze: cariche, manganellate, ferimenti e fermi. Sintomi di una impotenza che si spiega anche senza Marx. «Finché esisterà proprietà privata», spiegò Thomas More, «non ci sarà nessuna speranza di trovare cure appropriate. Cercando di curare una parte del corpo politico, inevitabilmente scateni malanni nell’altra, perché ciò che funziona da medicina per una persona, può essere veleno per un’altra; non si può in alcuno modo dare qualcosa a qualcuno senza sottrarla a un altro».
Questo governo di pace, mette mano alla violenza perché soffre di una insanabile contraddizione; si proclama democratico ma è costretto a cercare l’impossibile equilibrio fascista: quello corporativo. «E’ una pia illusione, non vi riuscirà» direbbe Don Milani, che Letta ama citare, «e se vi riuscisse, sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe». La verità è che l’utopia pericolosa non è quella di Campanella o More. L’utopia perniciosa va cercata nel sedicente «realismo politico», che in nome nella ragion di Stato sogna di cancellare il conflitto tra le classi sociali, mettendo d’accordo gli interessi dei ceti dirigenti. Il fascismo, in realtà, l’ha dimostrato: chi impedisce il contrasto aperto tra bisogni collettivi, fa degli avversari nemici inconciliabili e più che «incontri» genera ferocissimi scontri.
I fatti di Milano e Napoli sono stati, in questo senso, campanello d’allarme e prova del nove. Napoli soprattutto aveva ieri in sé tutti gli elementi che trasformano una notizia in monito e disegnano il quadro d’un governo nato male, di un’avventura che s’annuncia tragedia: un ministro «invisibile» che, giunto in città, si blinda in Prefettura, un fascio-camorrista indagato e condannato più volte che scatena impunemente squadristi contro operai disoccupati e studenti, la polizia che prima lo ignora e poi lo spalleggia, caricando con estrema violenza  un corteo pacifico, fermo e del tutto inoffensivo. Laura Boldrini, così attenta alla rivalutazione del fascismo e alla condizione femminile, provi a procurarsi i filmati: scoprirà un clima da “anni Venti” e vedrà quante botte si sono rivolte non a caso a donne adolescenti, che tenevano stretto come la speranza un innocuo striscione. Vedrà un giornalista malmenato perché filmava imprese cilene e un vicequestore esagitato che s’è già distinto il Primo Maggio, in un quartiere stretto d’assedio con un disprezzo inaccettabile e provocatorio. Chi tutto questo l’ha visto non può fare a meno di domandarsi come si fa ad affidare l’ordine pubblico a un funzionario che sta in piazza come fosse alla guerra.
Torni in città quando vuole, la ministra Carrozza, senza scorta e senza comunicati stampa; ci venga come fosse una cronista, interroghi i commercianti e chi abita nelle strade sconvolte dalle cariche. Scoprirà che, mentre era a San Pietro a Maiella, orgoglio d’una città che il malgoverno non riesce a piegare, cariche brutali, premeditate e ingiustificate sconvolgevano l’abituale tranquillità di vie laboriose e civili. I testimoni le diranno, indignati e concordi, che il «capo degli agenti», l’uomo che gestiva i poliziotti, «gli  ha comandato di legarsi i caschi perché immediatamente avrebbero caricato i ragazzi anche se non avessero fatto gesti violenti». Si rivolga alle autorità di Pubblica Sicurezza e scoprirà che la giornata difficile che ha vissuto a Napoli non è figlia del caso o di una inesistente violenza dei giovani manifestanti; se ancora non l’ha capito, vedrà così che il suo vero problema non sono stati gli studenti contestatori, ma i colleghi di governo. Venga e non ci metterà molto a scoprirlo: Maurizio Fiorillo, vice questore e protagonista degli incidenti, è un reduce di Genova 2001, di una delle pagine più buie della storia della polizia e della repubblica. In quel tragico luglio del 2001 era a Piazza Alimondi e vide morire Giuliani. Ai Magistrati si limitò poi a raccontare che la morte del giovane l’aveva vista «da lontano». Più chiari e rivelatori  i ricordi di ciò che accadde subito dopo la morte. Giuliani «indossava un passamontagna nero che copriva il volto. E’ stato tolto da noi quando sono venuti i medici rianimatori». dichiarò agli inquirenti il Fiorillo, «Abbiamo notato immediatamente che aveva un buco in fronte o qualcosa del genere; al momento sulla fronte non c’era molto sangue e, quindi, poteva sembrare opera anche di una pietra. Infatti, ricordo che a terra c’erano delle pietre […] ma non ricordo se una di esse fosse insanguinata».
La «cosa del genere» era il foro d’un proiettile sparato da un carabiniere e i sassi non c’entravano nulla. Ma questo conta poco. Mette i brividi scoprire che molti anni dopo la tragedia di Piazza Alimondi, nel cuore di una crisi economica che tende a sfociare sempre più chiaramente in crisi sociale e istituzionale, gli uomini di Genova tornino alla ribalta e con loro, al centro della scena, schierata in piazza contro i nostri ragazzi che lottano per rivendicare diritti negati, riappare una polizia cilena, il vero collante che unisce e rende inaccettabile maggioranza forze politiche ormai prive di credibilità: la crescente e patologica insofferenza per le regole della democrazia,

Uscito su Liberazione.it il 9 maggio 2013

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Voi sapete, lo predicava Don Milani, un prete che avete sempre odiato, che “è una pia illusione l’interclassismo. Non vi riuscirà e vi riuscisse, sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe“. Voi sapete, eppure  ci ammonite ogni giorno col tono di chi sa: va bene tutto, la violenza no. Avete mai provato a  immaginare quale violenza atroce si sente nel vostro monito?

Come fa a parlare di pace chi ogni giorno ci dice che non ci sono più soldi per le pensioni dei nostri vecchi e intanto coi nostri soldi paga il soldo ai soldati che manda in giro per il mondo a sparare? Quanto ci costano le vostre pacifiche sparatorie? Quanti sono i malati che potremmo curare, quanti morti in meno noi piangeremmo, se la vostra pace non fosse così maledettamente ingiusta e violenta?

Voi sapete. “I governi borghesi hanno speso i soldi presi ai poveri con le tasse per costruire armi per mandare i poveri a far guerra ad altri poveri“, ma ci ripetete di continuo, che certo, si capisce, va bene protestare, purché non si giunga alla violenza e fate finta di non sapere quale atroce violenza ci avete fatto in questi giorni, tradendo il risultato delle urne, votando la fiducia a un governo che avevate solennemente giurato di non fare.

Nessuna violenza, ci dite, e sarebbe persino giusto, se il padre di figli disperato non finisse col togliersi la vita, mentre voi coi soldi di tutti noi aiutate i banchieri che lo hanno spinto al suicidio e continuate a raccontarci che soldi proprio non ce ne sono…

Nessuna violenza, ci dite. Ma non vedete quanta violenza c’è nella vostra legalità che ci condanna all’ingiustizia sociale? Non sentite quanta ipocrisia c’è in questa vostra nonviolenza che violenta le coscienze, riempie le galere di dissidenti e di povera gente e premia i criminali di Genova? Non sentite quanta violenza c’è in questo vostro riempirvi la bocche del futuro di quei giovani ai quali avete rubato il futuro, quei giovani che costringete ad accettare che un novantenne torni a guidare il Paese che – voi stessi lo dite – è stato parte integrante di quella classe dirigente che ha occupato il potere politico per oltre sessant’anni e li ha condotti alla tragedia che viviamo?

Sparite, se avete a cuore la pace: con le vostre storie, coi vostri miserabili interessi e le vostre stesse persone, voi incarnate la violenza che pretendete di condannare. Sparite e con voi sparirà finalmente la violenza che ci opprime.

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