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Posts Tagged ‘Sessantottino’

Si faceva la guerra così: mancavano gli elmetti e in prima linea contadini e operai, dietro sacchi di sabbia e filo spinato, portavano berretti di feltro a sghimbescio. Per i mortai degli Asburgo era gran festa e i cecchini andavano a nozze nell’aria appestata di sangue rappreso su marci brandelli di cuoio capelluto e materia celebrale schizzata via coi proiettili e le schegge. Dietro – riparata ma pronta al tiro – la polizia militare tirava addosso a chi, preso dal panico, tentava di darsela a gambe. Di 600mila morti sventurati, 100mila si contarono tra i prigionieri che il governo non volle mai aiutare: un prigioniero è sempre un disertore, urlavano i nazionalisti imboscati e gli eroi da operetta. Vigliacchi i soldati, eroi gli strateghi, quelli morivano al fronte come mosche e questi si preparavano a casa per la guerra futura. E l’intento era buono: chi faceva cannoni s’arricchiva e si poteva sperare di far soldi poi anche con gli elmetti. Prima o poi il generale ministro avrebbe capito che occorreva produrli…

Per lo più delle scuole non c’è ancora la guerra – di qua e di là da Adro ci sono scaramucce – ma ovunque senti ormai l’aria di scontro. Il ministro generale, che se ne sta al riparo e gioca a far la guerra coi fucili di latta e i soldatini di piombo, ti dice sprezzante “sessantottino!” – è proprio il massimo della vergogna – e licenzia docenti quanti più ne può, così risparmia i soldi per reggimenti amici: le scuole cattoliche, apostoliche e romane. In quanto al suo collega preferito – “aver compagno al duol scema la pena” – una figura di mezzo tra il furiere e l’usciere, lui se n’è fatto un vanto di battere la fiacca, ché tanto se ne sbatte, e se la prende poi coi “fannulloni“. Son tutte storie. Il campione dei campioni è lui, il genio che comanda, e n’è convinto: “una scossa all’ambiente, ti sollevo il morale e tu ti batti meglio, sei un leone. Monumento all’imboscato, ché di rischiar la testa sua col feltro non ci pensa nemmeno, si limita a una guerra un poco sporca, ma il sangue non si vede – è guerra psicologica – e, se ci scappa il morto, c’è poco da fare, un successo gli pare: è un posto di lavoro per precari.

Si faceva la guerra così: con ottomilioni di baionette, morte di fame e freddo in grigioverde – “m’era compagno, / m’era compagno il pugnale, / il mio pugnale sol…” – contro i Katiuscia, le immacolate divise nemiche, i soldati invisibili e le armi automatiche dell’armata rossa. I soliti cecchini pronti per i fuggiaschi, bersagli sulla neve per rossi e per neri, le mitragliatrici Fiat Revelli puntualmente inceppate – la rottamazione del ’15-’18, ma la Fiat di Marchionne non ha conti in sospeso con l’Italia – e il duce dei fascisti ce l’aveva con gli italiani troppo borghesi, i generali se la prendevano coi soldati e gli antenati di Limina s’affannavano: “Taci! Il nemico ti ascolta…

A scuola ormai ci manca l’essenziale; non è la guerra, no, non sono i mitra, non le cartucce e manco i carri armati; manca la carta igienica, il gesso non si trova e le lavagne ormai son merce rara. Non c’è il “nemico“, o almeno non si vede, ma abbiamo i discendenti di Limina col bavaglio, le nuove, nuovissime disposizioni sulla razza, la continuità didattica che s’è suicidata, il sostegno che non si regge, il tempo scuola disastrato e il tempo pieno che s’è dileguato. Il furiere mezzo usciere delira di fannulloni e il suo collega Ministro generale, che non fa la guerra ma in pace non sta, ha trovato la panacea di tutti i mali, mentre i proconsoli colonnelli, stesi a zerbino, assentono per la carriera: “nella scuola c’è voglia di valutazione“. In queste condizioni, valutazione?!?… “Va lu ta zio ne!“, scandiscono assieme – salvo le debite e intollerabili eccezioni – i capi dell’armata fannullona. Non più presidi, ormai, ma dirigenti d’un grave fallimento. “Sono anni che aspettiamo provvedimenti di questo tipo“, fanno sapere. Manca solo chi canti: “Giovinezza, giovinezza…“. E’ un inno alla bellezza.

Guerra o pace, i grandi assenti sono gli insegnanti. Da valutare ormai non c’è più niente, tranne forse il Ministro generale, ma lì non serve certo un grande studio: “Onore al merito! E’ il ministro generale di Caporetto!“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 ottobre 2010 e su “il Manifesto“, 20-10-2010 ( Flc-Cgil)

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Premiare il merito: è la ricetta per la scuola nuova. Dev’essere vero: ci giurano in tanti che pare la sappiano lunga. Premiamo il merito e faremo cultura. Il diavoletto critico e sessantottino che mi porto dentro è pronto ad obiettare: “in che consiste il merito? Se rispondo col filosofo del Rinascimento – “conoscere tutto di una cosa sola e qualche cosa di tutto” – dico una verità pericolosa. Il massimo del merito, rispetto al massimo della specializzazione, potrebbe dare, al più, quei moderni specialisti che sanno tutto di qualcosa e nulla di tutto il resto. Se premio il merito, in questo caso, faccio spazio a una dottrina che, più cresce e si perfeziona, più si allontana dalla cultura. Un merito arido, che si chiude nell’ambito ristretto di una professionalità che non ha necessariamente contatti con gli uomini e la loro umanità.
In questo caso – dirò con Salvemini – lo specialista uccide l’uomo. Eppure ha meritato. Né, d’altro canto – insiste il diavoletto pernicioso della vecchia contestazione – maggiori garanzie potrebbe darci la teoria di un merito che premi chi alla suprema specializzazione, al “tutto di una scienza“, aggiunga la conoscenza di un “qualcosa di tutto“: trovatemi un uomo che, nella concretezza della vita, possa davvero vantare questo merito. “Qualcosa di tutto” non sta nelle forza di un uomo, così come “tutto di qualcosa” è un evidente inganno. Premiamo il merito, quindi, ma in relazione a quali obiettivi e secondo quali parametri?
Per carità, nessuna affermazione nichilista. Il professore sessantottino che mi porto dentro non ha mai sostenuto che la cultura sia una irrealizzabile utopia o che la stragrande maggioranza degli uomini che si dicono colti siano un’accozzaglia di vendifumo e imbonitori. Più modestamente, più realisticamente, crede con Salvemini che “gli analfabeti almeno non pretendono di saperla lunga” e s’immagina un mondo che riconosca la propria ignoranza – “io questo solo so, di non sapere nulla” – e percorra socraticamente la via della maieutica, ripetendo con Brecht: “sia lode al dubbio“.
Io non conosco tutta la storia e so di non saperla: E’ gia qualcosa, direbbe Salvemini, mancato sessantottino, perché dalla consapevolezza dei miei limiti nasce il bisogno di conoscere e capire. Questo merito promuoverà una scuola che voglia produrre cittadini e cultura. Merito che sente e riconosce il bisogno di sapere, merito che, secondo le capacità, affronta la fatica tormentosa di conoscere per capire e di capire per criticare. Merito che non dimentica – è un antico paradosso – che la cultura vera è ciò che resta nella nostra testa quando non ricordiamo più quello che abbiamo imparato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 ottobre 2007 col titolo “Il diavoletto sessantottino“.

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