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Posts Tagged ‘pregiudizio’

Negli anni della nostra antica barbarie, quando Santa Romana Chiesa era croce di Cristo e suprema autorità secolare, il potere, a suo modo, tenne in tal conto la cultura, che scuole e università erano regno più o meno esclusivo d’ecclesiastici. Vi s’insegnavano “verità di fede” che si volevano scienza in un gergo da setta, incomprensibile ai più, che si definiva “lingua universale” ed era, in realtà, a un tempo, strumento d’esclusione del popolo dalla conoscenza, arma di repressione, e fondamento d’una gestione autoritaria della cosa pubblica. Furono tempi in cui la cultura era spesso pregiudizio o, se si vuole, opinione senza giudizio. “Dio esiste” – s’insegnava ai figli della povera gente da bambini – “e il conflitto è diabolico“. Per tutta la vita ci s’inchinava e, al prepotente, s’offriva l’altra guancia.
L’accademia, così come più tardi la scuola di Stato, nacque per bisogno d’emancipazione, in nome d’un principio nuovo che disprezzava le sciocchezze delle scuole clericali, anche se non giunse “a sollevarsi contro di loro“, come scrive lucidamente Voltaire, “perché ci sono sciocchezze che si rispettano, dal momento che hanno a che fare con cose rispettabili“. La riforma Gelmini – absit iniuria verbis, per dirlo nell’antico gergo – è un cumulo di sciocchezze scritte da persone fino a prova contraria rispettabili, che scambiano il giudizio per pregiudizio e definiscono scienza una “verità per fede“. Qual è la fede? Il liberismo, di cui riconoscono i principi e ignorano i disastri.
Ai neoplatonici che, bisturi alla mano, dimostravano con l’autopsia che la “centralina” del sistema nervoso non è il cuore ma il cervello, gli aristotelici opponevano che avrebbero creduto ai proprio occhi se il “Maestro” non avesse sostenuto il contrario. E chiudevano gli occhi. Ad occhi chiusi, i tolemaici guardarono il cielo che Galilei mostrava loro e gli minacciarono la vita; a Bruno, che vide Dio nelle cose, toccò morire sul rogo: il pregiudizio non consente opposizione e la ragion di Stato, che è cieco realismo, accusa di cecità l’utopia che pure vede il limite dell’esistente e prevede il cambiamento che verrà. A un simile, pernicioso “realismo necessario“, si rifanno i sostenitori e gli autori del disastro Gelmini e, in loro nome, Giavazzi, quando, ragionando di scuola, università e formazione, chiama dal “Corsera” alla difesa della riforma facendo appello alla “necessità“. In nome del bilancio – si dice – si tagliano i fondi e si aumentano le tasse d’accesso ma, come si sa bene una è trina è la natura divina e, per opera e virtù del Santo Spirito, ne nascerà un sostegno all’eccellenza. Certo, ci troveremo a far fronte fatalmente a una selezione che esclude il merito dei ceti subalterni, ma è noto a tutti, così funziona la meritocrazia: è il rovescio preciso della democrazia. Lo ha insegnato Young a chi ha voluto capirlo. In ragione del merito, si cancella il turnover ma ci soccorre la fede: quel che facevano bene cento giovani scienziati, meglio faranno dieci “miracolati. Da domani, l’ingresso ai ruoli universitari vedrà bussare alla porta dottori di ricerca senza borsa di studio, nemmeno l’assegno triennale di meno di mille euro al mese per gente tra i 25 e i 30 anni. Busserà chi ha beni di famiglia: l’accesso sarà per censo. Da domani, chi non soldi non potrà nemmeno conseguire una laurea. E se il dubbio è che un progetto politico, dietro questo disegno, intenda cancellare l’accademia per tornare all’università ecclesiastica della “verità per fede“, si tratta solo di un rigurgito di anticlericalismo.
Del valore dei laureati unico giudice è il cliente” scrive convinto il “cervello” dell’ignara Gelmini, sul “Corsera“, citando Einaudi, riducendo la scienza della valutazione al gradimento dell’acquirente e affidando a interessi privati le linee guida della ricerca. Torniamo a Tolomeo, che ben più mercato trovò di Galilei, e del grande pisano condividerà il destino domani un “galileiano” che veda nell’energia alternativa la tutela della salute, di fronte agli interessi del petrolio: non troverà un centesimo per andare avanti nelle sue ricerche.
Testimone diretto, e per molti versi protagonista, di questa sorta di psicodramma dei pensatori del capitalismo, Giavazzi, fermo agli anni Cinquanta del secolo scorso e inginocchiato davanti al suo altare, misura la qualità della vita sui parametri del Pil, vede la felicità del genere umano nell’andamento dell’indice Mibtel ed è fermamente convinto che la somma aspirazione di un uomo sia quella di subordinare le ragioni della vita alle necessità del mercato e alla logica del profitto. Ha visto e conosce l’esito tragico delle ricette liberiste, ma continua a credere che la sua medicina, dopo aver causato la malattia, possa e debba curarla. Certo, ha attorno un mondo che si dichiara in buona fede e c’è stato chi, come Fukuyama, gli ha prestato l’aiuto di Clio, profetizzando la “fine della Storia“. Benché il mondo sia terrorizzato dal male che il preteso realismo di Decleva, Giavazzi e compagni causa all’uomo del nostro tempo, come buoni sacerdoti arroccati attorno al tabernacolo ove si custodisce l’eucarestia, i teorici del capitalismo continuano a predicare la fatalità delle infrangibili leggi del mercato, cui subordinano fatalmente la scienza politica, in un’anacronistica guerra tra Papato e Impero.
Le pagine più tragiche della storia dell’uomo sono state scritte in nome di ragionevoli sciocchezze, ma giunge il tempo in cui la buona fede riconosce l’errore e volta pagina. Ieri, il mito del mercato che autoregolamenta tutto, persino le ragioni fondanti del patto sociale, e l’ideologia che cancella il futuro, in nome di un presunto “realismo“, sono stati difesi da Maroni coi blindati, i manganelli e i lacrimogeni. Un Parlamento di “nominati“, autoreferenziale e assediato, ha approvato una riforma che riduce la grande questione del sapere a miopi problemi di governance. Il fatto è che un’intera generazione di giovani ha mostrato ai sacerdoti della globalizzazione che le ragioni del Pil, del Mibtel, del mercato e del profitto sono in rotta di collisione con le ragioni della vita e che nella questione dell’università c’è la radice d’un pericolosissimo scontro sociale. Come neoplatonici, i giovani hanno mostrano a Giavazzi il cervello e, bisturi alla mano, gli hanno urlato: “i nervi sono qui, qui ci sono l’uomo e la libertà!“: Giavazzi ha chiuso gli occhi e ha chiamato a testimone i maestri: “è il sole che gira attorno alla terra“, ha risposto. “Questa è la scienza“. E continua a immaginare scuole e università che producano “eccellenza” senza avere in bilancio un quattrino. Con fede degna di miglior causa, dovendo scegliere tra concorsi truccati e corruttori che truccano, Giavazzi e la riforma che egli difende, aboliscono i concorsi e lasciano a piede libero, nei posti di comando, i trucchi e i corruttori. La formazione diventa, di fatto, proprietà privata. Chi ha soldi e potere ha diritto allo studio e gli altri si rassegnino: questo è il mondo, questa è la legge della vita.
Non è la fine della storia. E’ solo l’inizio di una nuova tragedia.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 dicembre 2010

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 Maschera del potere, il pragmatismo politico è “tecnica” del dominio e, in quanto tale, premia “la lealtà priva di coscienza dei servitori dello Stato”[1] e condanna l’utopia, canto alla libertà contro i cilici del pregiudizio, solo perché crede possibile ciò che la “saggezza” del palazzo vuole insensato, Si chiama realismo, ma è rinuncia all’amore e, in nome degli interessi dei gruppi dominanti, coltiva la “paura superstiziosa degli uomini davanti a dio, alla provvidenza e al destino”, ne ignora le naturali aspirazioni e si fa strumento di temibili, talora fatali pulsioni individuali, quali l’ambizione, la boria e il tradimento[2]. In realtà, il potere teme l’utopia, perché essa non solo coglie “un bisogno sociale, più o meno confusamente sentito, ma anche l’imminenza” di un “mutamento politico destinato a soddisfarlo” [3], le esigenze di autenticità e le istanze etiche che spingono l’uomo a smascherare l’ipocrisia e la superstizione e a rifiutare la miseria morale della “ragion di Stato”. Il pragmatismo, tuttavia, ha un vantaggio; poiché l’utopia ingaggia spesso battaglie perse in partenza e combatte un eccesso di realismo con un’eccessiva speranza, è facile sostenere che supera i limiti naturali imposti all’uomo, quelli sui quali poggia l’ordine costituito. E’ così che, non di rado, si dice utopia e s’intende pazzia.

E’ vero, una storia dell’uomo in relazione alla categoria del pregiudizio non esiste, ma il problema è presente nel pensiero filosofico. A proposito di follia saggezza e pregiudizio, Voltaire scrive, tagliente, che, discutendo con un folle, i medici “si crederanno saggi e non saranno meno pazzi di lui”. Tuttavia, prosegue, “quando il folle domanderà: di grazia, voi che sapete tanto, ditemi, perché sono pazzo?” non c’è dubbio: “Se ai dottori rimane ancora un po’ di buon senso, gli risponderanno: Non ne so nulla”. Indugiando, poi, sul caso esemplare di quel monaco il quale “scrive che Clodoveo, trovandosi in grave pericolo durante la battaglia di Tolbiac, fece voto di farsi cristiano se l’avesse scampata”, il pensatore si interroga acutamente: “ma è normale che ci si rivolga a un dio straniero in una simile circostanza? Non è proprio allora che la religione in cui si è nati agisce più potentemente?”. La risposta è illuminante: è il pregiudizio che induce a prestar “fede a tutte le storielle di questo genere”. Certo quelli che conoscono la natura umana sanno bene che gli usurpatori come Clodoveo “si fecero cristiani per governare con maggiore sicurezza i cristiani”, ma i più pensarono che quella fosse fede, perché “in tutta la terra si ispirano nei bambini tutte le opinioni che si vuole, prima che essi possano giudicare” [4]. Voltaire smaschera così i processi di manipolazione usati dal potere.

Si dirà che cose del genere oggi non possono accadere, ma non è vero. Il confine tra giudizio e pregiudizio è incerto e confuso e, in quanto al rapporto tra realismo, utopia e pazzia, è difficile negarlo: se esiste “una infinità di cose sagge […] condotte in maniera estremamente folle, vi sono anche delle follie che sono condotte in maniera estremamente saggia” [5]. Sembrerà solo un paradosso, ma è la lucida riflessione d’un pensatore che ha lasciato segno di sé nella storia della società. Dal punto di vista del potere, del resto, la democrazia borghese non bada alla ragionevolezza d’un pensiero che crea consenso, ma teme e colpisce un’autonomia critica così radicale da indurre al dissenso. Sano diventa pertanto il pregiudizio – “opinione senza giudizio”, direbbe Voltaire [6] – “insania” dannosa e “sovversiva” risulta, invece, la coerenza critica perché l’ordine costituito è soprattutto ragion di Stato e “verità di fede”, il contrario di quella fede laica contro la quale il potere scatena i sacerdoti della morale dominante, la forza manipolabile dei numeri e della statistica, i magistrati e la filosofia repressiva della “pubblica sicurezza” . D’altro canto, il potere non ha scelta, perché i valori fondanti dell’edificio borghese – la libertà, l’eguaglianza e la fraternità – sono in insanabile contrasto con un modello economico che, per non crollare su stesso, obbedisce a una necessità inderogabile prodotta dalla legge del profitto: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’utopia pone al potere una domanda che svela l’inganno: “che pensare di una libertà che coesiste con una necessità […] se non che questa libertà è tragica per essenza?”[7]. Nel silenzio che risponde a questa domanda ci sono la chiave di lettura di una ricostruzione della storia dal punto di vista delle classi subalterne e la ragione per cui la follia integralista del potere non si contenta di incarcerare o uccidere il dissenso. Ha bisogno di sancirne l’anomalia e disconoscerne l’etica. E’ significativo perciò che oggi, in un tempo buio come quello che viviamo, nel vivere quotidiano di una società civile assediata dall’ingiustizia sociale, dalla corruzione e dalla violenza, una ‘questione morale’ torni a proporsi a coscienze avvertite, riannodando il filo tra passato e presente e ricordando, infine, che spesso un esempio vale più di cento vibranti discorsi.
Diamolo quest’esempio: ribelliamoci!

1) Ekkehart Krippendorff, Shakespeare politico. Drammi storici, drammi romani, tragedie, Fori, Roma, 2005, p. 138.
2) Ivi.
3) Auguste Comte, Ouvres, Atropos, Paris, 1968-1972, V, pp. 241-242, in Idem, Dizionario delle idee. Scienza, politica, morale, a cura di Stefania Mariani, Editori Riuniti, Roma 1999, p. 105.
4) Voltaire, Dizionario filosofico, introduzione di Angelo G. Sabatini, traduzione di Maurizio Grasso, Newton Compton, Roma, 2010, pp. 145 e 247.
5) Charles Louis de Montesquieu, L’esprit des lois, in Ouvres complete de Montesquieu, Nagel, Paris, libro XXVIII, cap. 25, riportato da Idem, Dizionario delle idée. Le radici liberali della politica e del diritto, a cura di Marco Armandi, Editori Riuniti, Roma, 1998, p. 52.
6) Voltaire, Dizionario filosofico, cit. p. 247. 
7) Maximilien Rubel, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale, Prolegomeni per una sociologia etica, Colibrì, Milano, 2001, p. 405.

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