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Posts Tagged ‘tradimento’

Un uomo può vivere a lungo in un suo modo particolare, può svegliarsi ogni giorno alla stessa ora, fare le stesse cose per anni e continuare a credere di essere in grado, volendolo, di cambiare tutto, mettersi a fare il contrario e vivere al rovescio. Un uomo può non tentare mai la sorte e non arrischiare mai nulla, così, senza un motivo, semplicemente per paura di farlo, eppure continuare a credere che prima o poi la sua grande carta verrà, che l’asso comparirà nella manica e che sarà capace di giocarlo bene. Un uomo può persino non essere mai nato e tuttavia contare cinquant’anni e sperare di poterne contare ancora chissà quanti.
Finché in lui queste illusioni sono la realtà, per un uomo così fatto non esistono squilibri, non sono possibili incrinature: nel grafico dei bilanci della sua esistenza non c’è posto per le sfasature.


Per Gionata Rimani era stato sempre così. La sua era una vita dai grafici perfetti, il sogno di un navigato capitano d’industria: simmetrici, con sbalzi fisiologici e, ciò che più conta, senza nessun segnale d’un possibile crac.
L’illusione di Gionata era semplice: marito e padre perfetto.
Sì, l’illusione della sua vita era quella e, a dire il vero, il grafico dei suoi giorni si faceva veramente costante dacché s’era sposato. Prima no, prima qualche squilibrio c’era stato, per via di certi palpiti politici, di certi amori acerbi per la violenza delle squadracce – violenza ed amori prudenti, s’intende, che si manifestavano solo quando i neri erano in molti a forti addosso a pochi rossi.
Il balzo più forte l’andamento tranquillo dei suoi grafici l’aveva registrato al tempo delle sirene, degli allarmi e degli improvvisi richiami alle armi, quando portammo la civiltà in lande sperdute dell’Africa Orientale, decidemmo di spezzare le reni alla Grecia e domare la protervia bolscevica. Ma s’era trovato il modo, tra lui e il padre, d’evitare quell’impiccio grave della guerra: era una violenza imprudente la guerra e senza amore. No, non gli andava a genio.
La madre non l’aveva conosciuta e per il padre che moriva – c’era la guerra, morivano tutti – non c’era stato grande affanno. Certo, la guerra era stata terribile, per lui, con tutti quei giovani infilati entro le divise di mezzo mondo, ai quali occorreva spiegare che sì, sembrava forte e sano, ma era solo apparenza: Gionata era malato.


Finita la guerra – e messa sotto naftalina l’ingombrante camicia nera – ogni cosa aveva preso a girare per il verso giusto e s’era anche sposato. Ricordava ancora bene Gionata il giorno del suo matrimonio che l’aveva fatto d’improvviso marito; e ricordava ancora il viso della moglie in quella prima notte. Quanti impicci, che moine sciocche e che fatica far intendere subito a quel corpo bello e desiderabile sotto il peso del suo, che l’amore era quello.
Certo, poi talvolta gli era parso che ci fosse anche dell’altro, era venuto anche un sentimento strano, ma complicato, forse l’amore che gli diceva la moglie in quella prima notte, ma se n’era tenuto lontano e se n’era andato con quello ogni altro sentimento. L’amore era diventato un’abitudine necessaria.
I figli li aveva voluti, erano suoi, li amava. Di loro amava tutto, per loro lasciava correre cose che avrebbe dovuto impedire e prendeva però la sua parte. Per loro sognava e si faceva in quattro. I figli li amava a tal punto ch’era giunto a chiedersi a volte, quand’erano ancora bambini, perché si chiamasse Gionata ed aveva avuto paura che potessero vergognarsi di quel nome e di quel loro padre, di quel Gionata Rimani: per il nome, pensava, solo per il nome e null’altro. E solo per quello s’era molto turbato.
La sua illusione era d’essere marito e padre felice. Se n’era convinto via via che il tempo trascorreva senza dare scosse alla sua vita, se n’era convinto guardando i suoi figli crescere mentre invecchiava. Non che tra loro ci fossero gran confidenza e rapporti profondi. No. Anzi non capiva il loro volere per forza evadere e – non era portato per certe cose – non si spiegava da dove volessero evadere. Pensava che la nuova società s’era creata i suoi miti: qualunquismo, ad esempio. I suoi figli disprezzavano profondamente i qualunquisti e qualche volta se lo chiedeva se per caso egli fosse un qualunquista. Ma poi si tranquillizzava: non c’entrava nulla lui coi miti dei suoi figli. Lui era il padre – si diceva – ravviandosi i radi capelli sulla fronte stempiata e socchiudendo gli occhi bovini, raddrizzandosi gli occhiali ormai spessi sul naso lucido e tirandosi su i pantaloni che si assestavano fatalmente sotto la pancia gonfia: era un qualunquista borghese d’aspetto classico, apparentemente alieno da nevrosi.
Coi figli in realtà non si capiva, ma era un padre felice perché non s’avvedeva della cosa.
Non s’avvedeva nemmeno, in verità – ma in fondo perché avrebbe dovuto? – che la moglie sembrava ringiovanire più che invecchiare, mentre lui stava invecchiando velocemente; non s’accorgeva nemmeno che il lavoro lo prendeva, lo assorbiva del tutto – non era quello un alienarsi, un subire, un divenire senza volerlo nevrotico? – e che tra lui e la moglie l’amore non lo si faceva più e, a farlo, era amaro e senza fremiti. Lei non si rifiutava, è vero, ma non partecipava. Era distratta, a volta fredda.
Oltre quell’amore non ce n’era altro tra lui e la moglie, ma Gionata pensava, con un po’ di gioia maligna, che anche la moglie era ormai vecchia e che sembrava giovane di fuori molto più di quanto poi lo fosse dentro. Concludeva così che poteva essere davvero felice.


Può sembrare strano eppure era proprio così. Senza aver capito i figli e senza esser da loro capito, senza amare la moglie e senza esserne amato, per Gionata la realtà era nell’illusione di essere un padre e un marito felice. Capita più spesso di quanto si creda e per questa illusione il grafico della sua esistenza mostrava un mirabile equilibrio.
Un’esistenza come quella di Gionata, insomma, così comune, così tranquilla, era di quelle destinate a seguire la norma e finire in un silenzio assoluto, senza rimpianti e senza fretta, come una candela, magari con un ultimo guizzo, con un gesto e una comica finali.

Come accade spesso, tuttavia, più importante è il suo compito, più danni una trave produce cadendo. Quando aveva avuto la certezza del tradimento della moglie, a Gionata era sembrato d’essere colpito da una grave malattia. Gli era capitato l’incidente sbagliato, quello più grave di tutti: a Gionata poteva andar bene il fallimento economico, la servitù allo straniero, l’infarto al miocardio, tutto poteva andar bene tranne quello: persino i figli sapevano. Da tempo, da prima che se accorgesse.
Una civiltà crolla con i suoi miti, un uomo con le sue illusioni. Per uno come Gionata, non c’è tristezza peggiore che esser costretto a girarsi ed a guardarsi indietro. Il vuoto è spaventoso ed è il vero dolore dell’uomo sconfitto dalla vita ch’egli stesso si è creato. Gionata ora si sentiva solo. Non aveva di che ricordare, non aveva a che attaccarsi: non un’idea politica, non un’iniziativa da prendere da solo e per se stesso. Nulla.
Motivi seri, argomenti capaci di convincere un uomo come lui a sentirsi in pace con se stesso – per gli altri, si sa, c’è sempre una maschera pulita e seria da mostrare e lo sapeva – ad aver voglia di mettersi davanti alla propria coscienza – anche lui ne aveva una, ed ora la sentiva – per ricominciare la farsa del padre e del marito felice, quei motivi seri che ci spingono normalmente a mentire persino a noi stessi, Gionata sentì di non averli. Nulla, nessun gesto eroico, nessun bambino da salvaguardare. No, solo due traditori complici della madre.
In questi casi la gente incivile spara ed uccide, quella “civile” ricorre alla legge.


Gionata non poteva fare entrambe le cose e non sapeva sceglierne una.
Era davvero solo, Gionata, e certe cose sono insopportabili quando non si è più giovani e non c’è più voglia d’inventarsi una menzogna per la quale vivere.
Il grafico di Gionata Rimani aveva così d’un tratto segnato una inarrestabile flessione: l’incrinatura era giunta alla profondità in cui la realtà, privata dell’illusione, trasforma un uomo in un pupazzo a cu la sorte si è divertita a tagliare i fili.
Gionata lo seppe subito. Gli rimaneva un solo modo per sopravvivere: impazzire.

23 maggio 1968
Uscito su “Fuoriregistro” il 4 ottobre 2003

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catilin3Costituzione della Repubblica
Articolo 87:

Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge d’iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica”.

Che significa? Anzitutto questo: il Presidente della Repubblica non c’entra con l’attività del governo, con la polemica politica tra maggioranza e opposizione parlamentare e meno che mai con le lotte interne ai partiti tra gruppi di minoranza e forze che sostengono un segretario, nemmeno se quest’ultimo è anche Presidente del Consiglio. Il Capo dello Stato, per usare le parole di Meuccio Ruini, Presidente della “Commissione dei 75”, incaricata di redigere il testo costituzionale, “rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze”. Egli, quindi, non può assolutamente entrare nel merito della battaglia politica che si svolge in Parlamento e meno che mia intervenire a favore delle posizioni sostenute dal governo e contrastate dalla opposizioni. Egli è e deve restare “arbitro” imparziale e custode della Costituzione, al di sopra delle contese politiche. L’Assemblea Costituente chiarì senza ombra di dubbi che nei suoi “messaggi alle Camere” egli non può indicare gli argomenti più importanti che interessano il Paese, come accade negli Stati Uniti. Non può perché l’Italia è una repubblica parlamentare. Egli ha diritto di rivolgere alle Camere parole pacificatrici e rasserenatrici senza prendere però posizione per questa o quella parte. Quando, in questi giorni, ha osato chiedere senza alcuna prudenza istituzionale “politiche nuove e coraggiose per la crescita e l’occupazione”, quando si è brutalmente inserito nel dibattito politico sull’articolo 18, affermando che “dobbiamo rinnovare decisamente istituzioni, strutture sociali, comportamenti collettivi”, perché, secondo lui, “non possiamo più restare prigionieri di conservatorismi, corporativismi e ingiustizie”,  Giorgio Napolitano ha superato il segno. Egli ha smesso di essere arbitro imparziale e ha assunto un ruolo di sostegno sia alla maggioranza di governo contro l’opposizione, che a quella interna al PD in lotta con la minoranza sul tema della riforma del mercato del lavoro.
A questo punto è inutile che intervengano i soliti avvocati delle cause perse: quest’uomo non è più il garante della Costituzione repubblicana, ma un pericolo grave per la vita della repubblica e della democrazia. O si dimette immediatamente o dovrà rassegnarsi al motivato e giusto disprezzo di chi, a cominciare da me, scriverà che è un traditore senza temere l’accusa di vilipendio, perché vilipesa è la Costituzione che Napolitano avrebbe il dovere di tutelare e invece calpesta.

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Ho parlato allo specchio con me stesso.
M’ha risposto l’immagine riflessa.
Chi dei due fosse il vecchio
tra noi, non m’interessa:
so che il tempo è un inganno.
Sei come loro tu,
come i tuoi vecchi,
ragazzo, che ora pensi d’esser nuovo,
fatto di belle chiome, barba incolta,
occhi lucenti rapidi,
parlare senza incanti, senza miti.
Com’erano i tuoi vecchi al tempo loro
degli occhi rapidi e le belle chiome.

Sei com’è sempre un vecchio,
m’ha risposto lo specchio
e ora chiami saggezza
quella che un tempo fu rassegnazione.
Qui è caduto il silenzio
Non l’ho detto, l’ho voluto tacere,
ma lo specchio lo sa:
E’ il succo amaro dei sogni al tramonto.
Vivere non si può
facilmente senza le mille cose
che rinneghi e farai.
E pare tradimento.
Un soffio, per saluto:
tu sei com’ero ed io come sarai,
ho solo sussurrato.
Guardati da te stesso.
E ricorda che spesso
il nemico ce lo portiamo dentro,
prigionieri e prigione di noi stessi,
così liberi, noi,
nei nostri grandi sogni.

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 Maschera del potere, il pragmatismo politico è “tecnica” del dominio e, in quanto tale, premia “la lealtà priva di coscienza dei servitori dello Stato”[1] e condanna l’utopia, canto alla libertà contro i cilici del pregiudizio, solo perché crede possibile ciò che la “saggezza” del palazzo vuole insensato, Si chiama realismo, ma è rinuncia all’amore e, in nome degli interessi dei gruppi dominanti, coltiva la “paura superstiziosa degli uomini davanti a dio, alla provvidenza e al destino”, ne ignora le naturali aspirazioni e si fa strumento di temibili, talora fatali pulsioni individuali, quali l’ambizione, la boria e il tradimento[2]. In realtà, il potere teme l’utopia, perché essa non solo coglie “un bisogno sociale, più o meno confusamente sentito, ma anche l’imminenza” di un “mutamento politico destinato a soddisfarlo” [3], le esigenze di autenticità e le istanze etiche che spingono l’uomo a smascherare l’ipocrisia e la superstizione e a rifiutare la miseria morale della “ragion di Stato”. Il pragmatismo, tuttavia, ha un vantaggio; poiché l’utopia ingaggia spesso battaglie perse in partenza e combatte un eccesso di realismo con un’eccessiva speranza, è facile sostenere che supera i limiti naturali imposti all’uomo, quelli sui quali poggia l’ordine costituito. E’ così che, non di rado, si dice utopia e s’intende pazzia.

E’ vero, una storia dell’uomo in relazione alla categoria del pregiudizio non esiste, ma il problema è presente nel pensiero filosofico. A proposito di follia saggezza e pregiudizio, Voltaire scrive, tagliente, che, discutendo con un folle, i medici “si crederanno saggi e non saranno meno pazzi di lui”. Tuttavia, prosegue, “quando il folle domanderà: di grazia, voi che sapete tanto, ditemi, perché sono pazzo?” non c’è dubbio: “Se ai dottori rimane ancora un po’ di buon senso, gli risponderanno: Non ne so nulla”. Indugiando, poi, sul caso esemplare di quel monaco il quale “scrive che Clodoveo, trovandosi in grave pericolo durante la battaglia di Tolbiac, fece voto di farsi cristiano se l’avesse scampata”, il pensatore si interroga acutamente: “ma è normale che ci si rivolga a un dio straniero in una simile circostanza? Non è proprio allora che la religione in cui si è nati agisce più potentemente?”. La risposta è illuminante: è il pregiudizio che induce a prestar “fede a tutte le storielle di questo genere”. Certo quelli che conoscono la natura umana sanno bene che gli usurpatori come Clodoveo “si fecero cristiani per governare con maggiore sicurezza i cristiani”, ma i più pensarono che quella fosse fede, perché “in tutta la terra si ispirano nei bambini tutte le opinioni che si vuole, prima che essi possano giudicare” [4]. Voltaire smaschera così i processi di manipolazione usati dal potere.

Si dirà che cose del genere oggi non possono accadere, ma non è vero. Il confine tra giudizio e pregiudizio è incerto e confuso e, in quanto al rapporto tra realismo, utopia e pazzia, è difficile negarlo: se esiste “una infinità di cose sagge […] condotte in maniera estremamente folle, vi sono anche delle follie che sono condotte in maniera estremamente saggia” [5]. Sembrerà solo un paradosso, ma è la lucida riflessione d’un pensatore che ha lasciato segno di sé nella storia della società. Dal punto di vista del potere, del resto, la democrazia borghese non bada alla ragionevolezza d’un pensiero che crea consenso, ma teme e colpisce un’autonomia critica così radicale da indurre al dissenso. Sano diventa pertanto il pregiudizio – “opinione senza giudizio”, direbbe Voltaire [6] – “insania” dannosa e “sovversiva” risulta, invece, la coerenza critica perché l’ordine costituito è soprattutto ragion di Stato e “verità di fede”, il contrario di quella fede laica contro la quale il potere scatena i sacerdoti della morale dominante, la forza manipolabile dei numeri e della statistica, i magistrati e la filosofia repressiva della “pubblica sicurezza” . D’altro canto, il potere non ha scelta, perché i valori fondanti dell’edificio borghese – la libertà, l’eguaglianza e la fraternità – sono in insanabile contrasto con un modello economico che, per non crollare su stesso, obbedisce a una necessità inderogabile prodotta dalla legge del profitto: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. L’utopia pone al potere una domanda che svela l’inganno: “che pensare di una libertà che coesiste con una necessità […] se non che questa libertà è tragica per essenza?”[7]. Nel silenzio che risponde a questa domanda ci sono la chiave di lettura di una ricostruzione della storia dal punto di vista delle classi subalterne e la ragione per cui la follia integralista del potere non si contenta di incarcerare o uccidere il dissenso. Ha bisogno di sancirne l’anomalia e disconoscerne l’etica. E’ significativo perciò che oggi, in un tempo buio come quello che viviamo, nel vivere quotidiano di una società civile assediata dall’ingiustizia sociale, dalla corruzione e dalla violenza, una ‘questione morale’ torni a proporsi a coscienze avvertite, riannodando il filo tra passato e presente e ricordando, infine, che spesso un esempio vale più di cento vibranti discorsi.
Diamolo quest’esempio: ribelliamoci!

1) Ekkehart Krippendorff, Shakespeare politico. Drammi storici, drammi romani, tragedie, Fori, Roma, 2005, p. 138.
2) Ivi.
3) Auguste Comte, Ouvres, Atropos, Paris, 1968-1972, V, pp. 241-242, in Idem, Dizionario delle idee. Scienza, politica, morale, a cura di Stefania Mariani, Editori Riuniti, Roma 1999, p. 105.
4) Voltaire, Dizionario filosofico, introduzione di Angelo G. Sabatini, traduzione di Maurizio Grasso, Newton Compton, Roma, 2010, pp. 145 e 247.
5) Charles Louis de Montesquieu, L’esprit des lois, in Ouvres complete de Montesquieu, Nagel, Paris, libro XXVIII, cap. 25, riportato da Idem, Dizionario delle idée. Le radici liberali della politica e del diritto, a cura di Marco Armandi, Editori Riuniti, Roma, 1998, p. 52.
6) Voltaire, Dizionario filosofico, cit. p. 247. 
7) Maximilien Rubel, Karl Marx. Saggio di biografia intellettuale, Prolegomeni per una sociologia etica, Colibrì, Milano, 2001, p. 405.

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