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Posts Tagged ‘Caporetto’

SiberiaMettere a posto carte e archiviare così la propria vita significa anche fare incontri strani e tornare indietro di trent’anni. Non ricordavo più questa pazzia, ma mi ha messo allegria tornare alla “Siberia”, un quartiere di Napoli, uno dei più difficili. Ci ho lavorato dal 1981 al 1996 e sono stati anni indimenticabili, come i tanti studenti che mi porto nel cuore. Tra documenti politici, volantini, relazioni e testi teatrali scritti a scuola con quei ragazzi, che poi li recitavano, su un foglio ingiallito c’era questa inclassificabile serie di parole dedicate a ragazze, ragazzi e colleghi. Chi leggerà probabilmente non capirà molto. Per me questo è un mondo di sentimenti, di affetti e di ricordi che non ho voluto seppellire nella cantinola.

Doppe tre anni di combattimenti,
scaramucce cruente e ferimenti,
venuta è l’ora e ‘a pace s’è firmata.
Onore e gloria, gloria e onore spetta
a chisti prufessure ‘int’a sconfitta.
E’ stata, è overo, comme sarrà scritto,
quasi ‘na ritirata ‘e Caporetto,
ma certamente passerà alla storia
nun tanto chi ha ottenuto la vittoria,
quanto degli sconfitti ‘a resistenza
fiera e tenace annanz’a presidenza:
Là cadde con onore l’Italiano
di fronte al dilagare musulmano
e ‘a grammatica primma fui piegata
da o’ tiro di linguaggi neostrogoti:
Chiù e mille foglie dell’antologia
perirono così nella moria.
Cull’Algebra, ca Scienza e Astronomia
fui fatta fora pure a Giometria,
fucilata ca Storia e ‘a Giografia
quann’in dribbling stretto Maradona
facette gol pure a Napulione.
‘A Tecnica, ca Musica e ‘o Disegno
po’ so’ rimaste sotto a ‘na lavagna:
Cu mbruoglie, scartiloffie e co’ curagge,
l’Inglese sulamente ‘int’a la stragge
a stiento ‘a pelle infine s’è salvata
e ‘a casa chianu chianu è arriturnata:
Sta ‘nterra stiso Aragno oltre il cancello
cumm’a ‘n’alpino ‘ncopp’all’Adamello;
Tutto stracciato l’è caduto accanto
ammapusciato il Piccolo Garzanti.
Dama cadde più in là, Maria Teresa,
dei numeri reali alla difesa,
‘nziem’Amatruda ‘int’a ‘na croma chiusi
cu Della Sala, cu Staiano e Vuosi:
Del cappellano, l’ottimo Lopresti,
pare che il corpo senza scalpo resti;
Santangelo e po’ Pepe strenuamente
caddero alla Palestra eroicamente.
Di tutti insomma non s’hanno notizie
se non che di martìri e di sevizie.
Ma mò c’avite vinto oi mammalucchi,
stateve zitte, basta cull’allucchi!
Scrivete – e pe’ favore, senza errori –
‘ncop’a nu marmo appiso ‘nfacci’o muro:
«Mandati da Falcucci allo sbaraglio
– chissà si po’ fui solo pe’ nu sbaglio –
caddero valorosi quanto inermi
al loro posto i professori fermi».

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esame-universitarioNon sono più un ragazzo, ma c’è chi ancora mi invita a iniziative pubbliche di tipo “culturale”: convegni, conferenze, presentazioni di libri e incontri più o meno informali. Ogni volta che mi accade, faccio i conti con una richiesta, mi oppongo, spiego e talora finisce che respingo l’invito: “Grazie, ma non ci sarò”.
A molti sembra normale che locandine, manifesti e messaggi promozionali esibiscano titoli, meglio di tutti l’università in cui lavori e il ruolo che vi svolgi. Di solito l’invitato sbandiera la sua condizione di ordinario, associato, ricercatore o docente a contratto in questo o quell’ateneo e tutto finisce lì. Io no. Il “titolo” che a molti pare biglietto da visita prestigioso, per me è ormai un’autentica vergogna. Non a caso ho troncato ogni rapporto con l’università dopo la nascita dell’ANVUR, l’Agenzia di valutazione della ricerca, che costituisce ai miei occhi la quintessenza di tutte le miserie di questo sventurato Paese.

Se vi dicono che affondiamo, voi pensate subito alla politica, alla burocrazia e alla corruttela. Io penso invece alla classe docente. Soprattutto a quella universitaria. E non è stravaganza o demenza senile. E’ che nessuno più dei docenti ha contribuito alla distruzione delle Istituzioni formative nel nostro Paese. Sono stati per lo più docenti universitari a inventarsi le regole più distruttive e – a parte rare eccezioni – chi non ha agito, ha subito.
Mi costa molto dirlo, ma è andata così e i più integralisti e fanatici fautori delle ideologie che hanno distrutto l’università, provengono per lo più dalla sinistra. Chi pensa ancora che il PD sia “di sinistra”, lo sappia: il Gotha dell’ideologia che sta sfasciando il Paese è ai vertici di quel partito.

Nessun Paese al mondo ha pagato così tanto i suoi sedicenti intellettuali e ne è stato poi ripagato con un tradimento altrettanto grave. Nessuna rinuncia al ruolo di intellettuale libero e critico è stata così completa, totale e perniciosa come quella registrata nelle nostre università. In nessuna realtà del Paese la rinuncia alla dimensione critica e libera è stata così immediata e opportunistica. Non c’è stata battaglia, non perché non si sia capita l’importanza della posta in palio. Non ci si è battuti per calcolo, perché è stato subito chiaro che le risorse sottratte ai pochi “dissidenti”, sarebbero state spartite tra i collaborazionisti, i rinunciatari e i più ligi alle disposizioni.
E’ andata così anche con la funzione vitale di analisi e discussione culturale, scientifica e politica. Più attuali e vicini sono stati i problemi, più si è scelto di ignorarli o allinearsi. Ne è derivata così una sorta di condanna a morte dell’intelligenza critica, che non è stata giustiziata, cadendo libera davanti a plotoni d’esecuzione e fucilazioni di massa. E’ stata uccisa dal silenzio complice e dall’acquiescenza dei docenti. E’ andata come ai tempi delle leggi razziali, allorché, eccezion fatta per dodici persone perbene, acconsentirono tutti, in vista della spartizione delle cattedre degli ebrei.

Basta guardarsi attorno, per valutare la portata del disastro prodotto da un rigoroso controllo della cultura in un Paese non a caso attestato su posizioni da sottosviluppo persino sul terreno delicatissimo quale quello della libertà di stampa: la dimensione qualitativa della ricerca è del tutto ignorata; la partita si gioca sul terreno quantitativo ed è legata al potere dei grandi editori, alle scelte di un pugno di docenti, che fa il bello e il cattivo tempo nel controllo delle collane, negli inviti ai convegni, nel meccanismo di scambio di citazioni tra autori di testi privi di ogni qualità scientifica.

Ho rinunciato ai titoli. Ho rifiutato ogni ruolo in un sistema formativo in cui tutto conta, la teoria del metodo, le tecniche di valutazione totalmente decontestualizzata, la capacità di formulare in astratto unità didattiche, piani di lavoro e compagnia cantante, l’assoluto disinteresse per quello che effettivamente si sa di ciò che si insegna. La conoscenza dell’italiano e della matematica, quella della storia, della geografia, delle scienze e chi più ne ha più ne metta, non contano praticamente più nulla.
A chi mi chiede titoli, rispondo “storico” e mi rifiuto di essere associato a un mondo da cui sono andato via perché non ha più spazio per il dubbio, pretende che il risultato della mia ricerca rientri nella gamma dei “prodotti” e serva ad arricchire un mostro comunemente  chiamato “offerta formativa”. Non ce l’ho con i giovani. E’ stata la mia generazione la responsabile principale di una Caporetto che ha lasciato loro un deserto da attraversare.
Buona fortuna.

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30 ottobre 2010 Napoli manifestazione nazionale precari scuola 62Sono fatto a mio modo. Penso con la mia testa, dico ciò che penso, remo controcorrente e non cerco la popolarità a tutti i costi. Lo so, il mondo della scuola mostra i segni del lutto, ma ingannerei me stesso se mi accodassi al coro di “Bella ciao”, puntando ipocritamente il dito solo sul governo e su Confindustria. In questi mesi di tardivo risveglio della protesta, ho vissuto la micidiale sconfitta della scuola con un dolore lontano, anestetizzato da una duplice consapevolezza. Nel cuore e nella mente sopravvive anzitutto una certezza: ci sono momenti della storia in cui bisogna toccare il fondo, per pensare a una risalita; noi il fondo l’abbiamo toccato da tempo e l’abbiamo colpevolmente ignorato, aspettando che il Senato firmasse il certificato di morte della scuola statale. Ieri, solo ieri, ci siamo accorti della tragedia, ma il lutto giunge tardi e la rabbia esplode fuori tempo. I funerali della scuola pubblica si sono celebrati in forma strettamente privata, senza “bella ciao”, senza moti dell’animo e crisi d’isteria, più di quattro anni fa, nel dicembre del 2010, dopo la sconfitta degli studenti, in una Roma blindata, tra ambulanze e pantere lanciate a sirene spiegate, cariche violente, fumo d’incendi e lacrimogeni e il Senato difeso a mano armata come una trincea sul Piave dopo Caporetto.
Me lo ricordo come fosse oggi: da Napoli era partita una folta rappresentanza di studenti, decisi a forzare blocchi e a penetrare nell’aula del Senato abusivamente occupata da “nominati”, che si scambiavano voti e milioni per manipolare la fiducia e tenere in vita l’ennesimo governo Berlusconi. Lo striscione che aprirono nella prima linea di quella battaglia, assieme a migliaia e migliaia di loro compagni giunti da tutta Italia, recava una scritta forte e significativa: “La gioventù vi assedia”. Era mia quella dichiarazione di guerra. Mia, che giovane non ero, però c’ero. M’era venuta in mente all’ultima assemblea, prima della partenza, nell’aula di mille discussioni e iniziative. Non c’era un docente, non c’era un genitore e non c’erano sindacati. Per mesi, ragazze e ragazzi avevano riempito le piazze dello loro rabbia e per mesi, soli, in mille occupazioni, cortei e manifestazioni, avevano preso botte e denunce senza mollare. Non era Genova, non era il Sessantotto, ma da decenni non si vedevano in campo tante intelligenze che agivano assieme, tanta passione, consapevolezza e voglia di lottare. Non dimenticherò più gli incontri col mondo dello spettacolo in agitazione, i tentativi di saldare le lotte, la proposta di portare nelle fabbriche aggredite da Marchionne i temi delle lezioni che si facevano in piazza, la rabbia per il futuro rubato, gli slogan e i San Precario. Non dimenticherò la speranza e la dignità che si leggevano negli occhi di quella generazione in lotta per la vita e la risposta arrogante di un sindacalista: con gli operai i rapporti li teniamo noi.
dentro_e_fuori_111Era inevitabile. Dopo la lotta dura e il traguardo sfiorato, la sconfitta portò un riflusso micidiale. Quante ragazze e quanti ragazzi abbiamo perso per sempre in quel dicembre di speranze tradite? Quanti “adulti”, tra i tardivi manifestanti di oggi, se ne stavano a casa in quei giorni decisivi e si apprestavano a votare la pseudo sinistra “liberatrice” contro la sedicente destra berlusconiana?
Non se ne accorse praticamente nessuno, ma in quel dicembre senza fortuna morì la scuola della repubblica, nonostante la strenua battaglia di una generazione lasciata sola e abbandonata al suo destino. Tra noi, tanti non videro o non vollero vedere e molti misero a tacere la coscienza sprecando parole sulla violenza da rifiutare, sui “cattivi maestri” e sulle buone pratiche della politica.
Da allora per anni si è fatta una guerra già persa usando per armi fiori e lumini. Per anni chi ha accennato alla necessità di costruire percorsi di lotta adeguati alla sfida, si è trovato di fronte alla risposta “legalitaria”: il referendum.  Con una sfida alla logica che non lascia speranze, da mesi, mentre si canta con rabbia appassionata la canzone dei partigiani, si aprono al vento le bandiere del referendum come un’arma risolutiva. Non sai più se piangere o ridere e non puoi fare a meno di pensare che è come riunire sui monti le Brigate Garibaldi per raccogliere firme e consegnarle ai fascisti. Quando capiremo che contro un governo illegittimo, che ha fatto e farà carta straccia delle regole e dei diritti, più che cantare i canti dei partigiani, è necessario lottare come fecero loro?
Non facciamoci illusioni e smettiamola di sognare miracoli referendari. O settembre ci troverà asserragliati nelle scuole occupate assieme agli studenti, pronti ad affrontare i giudici del nuovo regime, o lacrime, lumini e inermi cortei variopinti diventeranno solo la triste prova dell’antica saggezza: ogni popolo ha il governo che si è meritato.

Agoravox, 26 giugno 2015

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downloadNotte insonne e pessimo umore. Uno sguardo alla posta e da facebook le solite, mille richieste di voto a sinistra: “L’importanza del voto ligure!”… “Siamo l’alternativa a sinistra, ora puoi scegliere”… “ci interessa un voto che dimostri l’esistenza di questo spazio alternativo all’austerità”…
Finora, me ne sono stato zitto e ho sopportato per istintiva ritrosia e per il rispetto che devo a chi la pensa diversamente da me. Ora però sono stanco. Ogni giorno appelli al voto, ogni giorno un sottile ricatto psicologico: mentre tutto crolla, ti tiri indietro?
Per me tutto è già crollato e siamo all’anno zero.
Mi rifiuto di avere da spartire qualcosa col PD in tutte le sue versioni, anche quella della sedicente opposizione di sinistra che si oppone, si oppone, ma sta bene incollata alle poltrone o se ne va, per “rifondare la sinistra“. Mi rifiuto di avere a che fare con i suoi alleati passati, presenti e probabilmente futuri. Mi rifiuto di avere a che fare con chi qui è contro il PD e lì si presenta come suo alleato. Rispetto le opinioni di chi si sente rappresentato da Fassina, ma chiedo rispetto per la mia opinione. Provo un fastidio profondo per tutti coloro che hanno avuto ruoli dirigenti in ciò che resta della sinistra e pretendono di continuare ad averne dopo la Caporetto annunciata a cui ci hanno condotto.
Per anni sono stato attaccato e irriso, per anni mi si è fatto passare per l’immancabile profeta di sventure, per un deficiente che non capiva nulla o – peggio ancora – per un opportunista che stava facendo una finta battaglia per ricavarne vantaggi personali. Per mettere a tacere i sedicenti “compagni” e per questioni di dignità, ho mollato tutto e non era pochissimo, ho rifiutato la facile via dell’ufficio studi del sindacato, una sistemazione ricca di onori e prebende all’università; sono uscito sbattendo la porta dalla Società degli storici contemporanei e da ultimo, quando è passata la Gelmini, ho rifiutato persino il mio piccolo contratto all’università. Per un attimo mi sono illuso che in Campania, “Maggio” potesse aprire una breccia. Sbagliavo. I soliti “sinistri” l’hanno impedito.
Per favore, non chiedetemi di votare questa gente e non ricominciate con il giochino del “vuoto a sinistra”, delle destre pericolose, del test importante e roba del genere. Fatta salva la buona fede dei militanti, tra le destre più autentiche ci sono per me oggi le attuali sinistre. Tutte. Nessuna esclusa. E’ un’opinione come un’altra e va rispettata, perciò non fate campagna elettorale con me, perché vi cancello dai miei amici. Lo so, non ve ne importa nulla, ma il lo faccio ugualmente.

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Giorgio Israel, storico della matematica, membro della Académie Internationale d’Histoire des Sciences, discute spesso di scuola e ne parla con notevole competenza. Al paragone, Gelmini, Profumo e Carrozza fanno la figura degli analfabeti. In ciò che dice c’è quasi sempre un notevole equilibrio; ogni osservazione corretta, tuttavia, contiene spesso un’incredibile sciocchezza. L’ultimo esempio di questo singolare modo di ragionare l’ha dato ieri, lanciandosi senza esitazioni in un’appassionata difesa del liceo classico.
israelImmaginando l’inevitabile domanda del lettore – “Perché il liceo classico?” – la risposta dello studioso è subito nel titolo del suo articolo: “Perché se muore il liceo classico muore il paese”. Letto il titolo, però, a me è venuta spontanea un’altra domanda: perché perdere tempo a leggere l’articolo? Se rimanesse in piedi solo il liceo classico, infatti, il Paese morirebbe più presto e di una più terribile morte. Come ha scritto oggi un’attenta osservatrice, “ogni scuola nei suoi indirizzi e nelle sue specialità va valorizzata per ciò che è senza graduatorie di merito”. Il perché mi pare chiaro. La scuola, senza distinzione di indirizzi, infatti, ha la funzione specifica di dare ai giovani l’ampia formazione che Israel intende difendere. La scuola nel suo insieme – Israel non se n’è accorto, ma è già moribonda – la scuola come istituzione deve  formare giovani capaci di quelle scelte “scelte autonome” di cui scrive Israel. Nessun indirizzo scolastico si deve e si può proporre di creare “polli di batteria formati per una sola funzione”. Nessun indirizzo scolastico, nessun docente, nessun ministro, nessun accademico può pensare di assegnare al liceo classico il compito di salvare il Paese. Il Paese muore se muore la sua scuola, come purtroppo sta accadendo; muore, non si salva, non sopravvive, non va da nessuna parte se conserva il liceo classico e manda alla malora ogni altro indirizzo.
Israel coglie senza dubbio un grave problema reale di carattere generale ma, per risolverlo, sceglie una soluzione evidentemente parziale. Il liceo. Quindi, solo una élite. Così non si salva il paese, si torna a una scuola profondamente classista. No, non sarà questa difesa nostalgica di Gentile a tirarci fuori dal disastro incombente.

Uscito su Fuoriregistro il 27 agosto 2013

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Statemi a sentire e datemi una risposta se vi riesce. Vediamo che idea vi siete fatti della valutazione e, per favore, non fate quella faccia. Sono discorsi all’ordine del giorno. Partiamo dalla cronaca e stiamo ai fatti. Com’è andato lo sciopero dei Cobas per boicottare il primo giorno dei test Invalsi? Non lo sapete? Ma allora non leggete l’Huffington Post! Se l’aveste letto, il 10 maggio, lo sapreste: “Invalsi, boicottaggio fallito a scuola“. E’ così, credeteci, basta coi dubbi e non tirate fuori la storiella dei punti di vista e del sistema di valori di riferimento. Il valore di riferimento lo decide il valutatore e se v’hanno insegnato a leggere i fatti in un contesto, se avete imparato che esistono obiettivi minimi e massimi, che si può avere i numeri contro e vincere moralmente, se state appresso alla favola di Silvio Pellico che con le “sue prigioni” costò all’Austria quanto Waterloo a Napoleone, beh, snebbiatevi il cervello e prendete atto: Pellico era un “perdente“, un contestatore da tre soldi che non seppe evitare la galera. E anche con Gramsci, piantatela per favore. Gramsci era un “sovversivo” ed ebbe quello che si meritava. Il sistema di valori di riferimento era all’epoca quello fascista e conta quel conta. La verità la dicono i vincitori e c’è una gerarchia. Se i vostri insegnati non l’hanno capito, cercate di ricordare: al test che vi chiede se Gramsci finì in galera perché era un delinquente, perché lottava per la giustizia sociale o, che ne so, perché era un illuso sognatore, scartate l’illuso perché romantico non si porta, non optate per la giustizia sociale, perché di questi tempi come valore di riferimento è un disastro e andate sul sicuro: un volgare malfattore. Non potrete sbagliare.
Torniamo al dunque. Stabilito il punto – il disastro dei Cobas – la domanda che logicamente si pone è il perché della Caporetto. Badate, però, che a usarle bene le parole, nel “modo” si può leggere la causa e, quindi, la risposta che vi si domanda è un giudizio di valore. Se vi chiedo com’è fallito e decido che la risposta esatta è “in modo naturale” – così sostiene l’indiscutibile Huffington Post – non c’è dubbio: non si tratta del modo, ma della causa. Era naturale che fallisse, lo era perché negava il “valore” di riferimento. Voi potete pensarla molto diversamente, ma nel sistema di valori del valutatore “i test Invalsi fanno parte della natura della scuola” e “i docenti lo sanno, gli studenti lo sanno, i genitori lo sanno“. Sarà falso, sarà sconvolgente – la scuola ha cambiato natura! – ma voi dovete sapere che per superare il test, questo va detto. Lo dovete sapere voi e lo dovranno imparare gli insegnanti che vi preparano ad affrontare i test. Nell’idea reiterata e mai dimostrata di “naturale” c’è il concetto chiave dell’Huffington Post: esistono un corso delle cose, una concatenazione logica degli eventi, una filosofia della storia che non vi riguardano; appartengono al valutatore. Chi risponde ai test è libero di scegliere tra risposte date, non ha la libertà di immaginare soluzioni che guardino a dimensioni diverse. Dalla maieutica di Socrate che vi chiedeva di cercare liberamente la vostra verità, siamo passati alla libertà condizionata di scegliere tra verità date. La “naturalità” dell’Invalsi si fa divinità: la critica è bestemmia o, peggio, negazione. Al test fondamentale, quello che chiede cosa vuole chi critica l’Invalsi, si possono dare molte risposte, e in tanti l’hanno data, non ultimi e non da ultimi, Vertecchi e Israel, ma l’unica risposta buona per il valutatore – è l’Invalsi che valuta l’Invalsi – è la più ideologica di tutte: chi critica l’Invalsi “rifiuta di valutare i livelli di apprendimento degli studenti“, sostiene l’Huffington Post.
Le cose non stanno così. Prima di valutare coi test, occorre condividere i presupposti, intendersi sul concetto. Una scuola è un luogo di lavoro? Un no sarebbe ideologico e un sì deformante. “Anche”, si potrebbe rispondere. Però poi occorrerebbe definire il mondo con cui riempire quell’anche, riconoscere che esistono una “scuola” in senso concettuale e migliaia di scuole diverse tra loro. Perché l’Invalsi? E’ naturale, risponde il giornale di Lucia Annunziata. Naturale. E’ un mantra. A cosa e a chi servono i test? “Servono per monitorare il Sistema nazionale d’Istruzione e confrontarlo con le altre realtà comunitarie ed europee“. Ma che paragone sarà mai quello che confronta realtà così diverse tra loro? Un sistema che va per tagli lineari e disinveste, con uno sul quale s’è scommesso a suon di milioni?
La prima volta che ho incontrato l’Invalsi, eravamo a metà degli anni Settanta. Allora si chiamava ispettore, ma rispondeva come oggi a logiche di potere. Scienziato della borghesia, giunse in classe e non si annunciò. Era in terra di camorra, ma non lo sapeva. Chiese ai ragazzini irrequieti l’inno d’Italia e non ebbe risposta, trovò che quasi tutti scrivevano pensierini acuti ma erano “scadenti” nel dettato. Era lui che correva, pieno di sé, ma non riuscii a fermarlo. S’era fissato col suo impeccabile abbigliamento e insisteva: – Di che colore sono i pois della mia cravatta? Lo chiese a bruciapelo a un soldo d’uomo, e quello strinse i grandi occhi neri e li fece inespressivi. Era un segno di difesa minacciosa, ma nemmeno questo sapeva. Insistette con due di quelli più lindi e pinti e fu silenzio di tomba. Prima che aprisse ancora bocca, lo bruciai sul tempo – State a sentire. L’ispettore vò sapè ‘o culore de’ palle ca tene ncopp’a cravatta. Fu un coro immediato: – Rosse e gialle! Rosse e gialle!
– Sono figli di povera gente, sibilai. Il francese non lo conoscono e i pois li chiamano palle!
Un lieve tic all’occhio, un saluto indispettito e se ne andarono via, lui, la cravatta e i pois. Uscendo, leggeva dal registro a voce alta una mia relazione: “Qui è legione straniera. Un avamposto nel deserto. La scuola c’è per segnare un possesso: territorio della repubblica. Ci manca tutto, comanda la camorra. La mia cultura non serve: sto imparando il mestiere sulla pelle degli alunni.
Quando il Direttore mi chiamò, aveva un’ombra negli occhi e le labbra, curve in basso, disegnavano una piega amara. Si agitò un attimo, nel grigio doppiopetto trasandato e poi sbottò: – Ma che mi hai combinato? Se n’è andato come un pazzo! Gliela do io la legione straniera! Gliela do io! Un pazzo pareva. Raccontava senza nascondere un’ilarità compiaciuta e complice che gli sollevava la piega della bocca fino a disegnarvi un sorriso.
– Dice che il biennio non lo passi – proseguì provando a farsi serio. Avresti dovuto vederlo: se n’è andato furioso, ma non farà il cretino. Non ha gli elementi e lo sa.
Gli dissi delle palle sulla cravatta. Rise fino a congestionarsi, tossì e riprese fiato accendendo una sigaretta che lo rimise miracolosamente in sesto.
Sono passati decenni. C’è un’Italia che vive ancora così e forse peggio. L’Europa dell’Invalsi non c’è. E nemmeno lo Stato. E’ una lotta al coltello con la malavita organizzata. Naturale? Tutto quello che c’era di “naturale” è andato distrutto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 maggio 2013 e sul “Manifesto” il 12 maggio 2013

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«Ras»di Ferrara fu Italo Balbo, un vero modello dell’«uomo nuovo fascista». S’era fatto d’un fiato il cursus honorum del gerarca sanguinolento: scampoli di gloria feroce tra i volontari della carneficina nella «grande guerra», capo riconosciuto delle «squadracce» al soldo degli agrari quando bastonature e omicidi d’inermi avversari politici mostravano il «senso dello Stato» del primo fascismo, comandante generale della Milizia nel 1923. Implicato nell’assassinio di Don Minzoni, passò poi dalla Milizia al Parlamento e presto giunse al governo.

A Ferrara il 26 sono ritornati gli squadristi. Balbo mancava, è vero, ma s’è trovato un sostituto degno. Rivendicavano il diritto d’ammazzare impunemente e non a caso il colpo vibrato in piazza era assassino: mirato al cuore d’un madre – l’immensa Patrizia Aldovrandi – per fermarne il palpito di dignità, la passione e l’indomito coraggio. Chi ha voluto vederla, l’ha vista bene l’Italia di questi tempi bui: un Paese nel quale l’umanità spesso è donna, ma molto più spesso si perde in una divisa che mostra i distintivi della guerra. La guerra, sì, che la Costituzione ripudia ma offre la leva per la polizia della repubblica antifascista: Medio Oriente, Balcani e Afghanistan. Un’Italia in cui la Caporetto dei valori della Resistenza – di questo ormai si tratta, non di altro – non si spiega semplicemente col berlusconismo, ma chiama alla mente – ed è un morire di dolore – Piero Gobetti e la sua terribile sentenza: il fascismo malattia congenita della nostra storia, la natura elitaria del Risorgimento, un potere mai saldo in mano al «popolo sovrano» e sempre molto lontano dai cittadini. Chiama alla mente lontani maestri, appena tornati in armi dai monti partigiani e subito impegnati a scrivere una Carta Costituzionale tesa a colmare lo storico deficit di partecipazione. Quella Costituzione che ormai non conta più..

A Ferrara s’è potuto vedere con plastica evidenza: la crisi economica procede di pari passo con lo smantellamento della democrazia. Si sono visti chiari i segnali d’asfissia d’una politica priva di respiro ideale e s’è misurato l’abisso che ci attende, se non sapremo restituire al dibattito sullo stato dell’economia, il contributo decisivo di storici e filosofi. In un Paese che dopo la Liberazione non mandò a casa sciarpe littorie, sansepolcristi, scienziati della razza, questori, prefetti e magistrati mussoliniani e chiamò a presiedere la Corte Costituzionale quell’Azzariti già capo del «tribunale della razza», sono vent’anni ormai che, a parlare d’antifascismo, si disturba il manovratore. Vent’anni che si batte la grancassa su una inesistente ferocia partigiana e si trova la sinistra consenziente. Mentre Veltroni e i suoi cancellavano dalle rare sedi del «partito liquido» persino il ricordo dei partigiani – si fa un gran parlare di donne, ma a Napoli il PD ha eliminato dalla sua sede la partigiana Maddalena Cerasuolo – l’accademia s’è adeguata e c’è chi è giunto all’anatema: i partigiani padri della patria, tutti per vie diverse compromessi col gulag, non hanno la statura morale per parlare ai nostri giovani.

In questo clima, dopo le acrobazie dei lacrimogeni sui tetti del Ministero di Grazia e Giustizia, le violenze di Napoli e Genova e gli indiscriminati attestati di stima agli immancabili servitori dello Stato, più che la resurrezione di Balbo a Ferrara, stupisce lo stupore sbigottito di chi solo oggi intuisce l’esito fatale di un vergognoso revisionismo. Perché meravigliarsi della polizia, dopo che s’è voluto ridurre l’antifascismo a una questione privata tra veterocomunisti e neosquadristi, dopo l’armadio della vergogna e l’inascoltato allarme di Mimmo Franzinelli, che ci ha ammonito sul significato profondo d’una amnistia che fu colpo si spugna e sancì la continuità con lo Stato fascista? Rinnegata la propria storia, attestata a difesa di un’Europa che Spinelli ripudierebbe, collocato in soffitta Marx per far le fusa al liberismo targato Monti, era fatale che la polizia tornasse alla tradizione dell’Italia liberalfascista e si facessero nuovamente i conti con Frezzi massacrato di botte, Acciarito torturato e Bresci suicidato.

Qui non si tratta di solidarietà di corpo e nemmeno di forme estreme di «nonnismo» da caserma. Emilio Gentile l’ha spiegato chiaramente: la mistica fascista del cameratismo fu il fulcro di una identità nuova che, nel cuore d’una crisi, fuse in anima collettiva l’individualismo solitario dell’eroe, sicché i «rigenerati della guerra» pretesero di essere «rigeneratori della politica». Quand’è che il Parlamento pretenderà che si accenda la luce sui meccanismi di reclutamento delle forze dell’ordine e sulla loro formazione culturale e politica?

Uscito sul “Manifesto” il 29 marzo 2013

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