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Posts Tagged ‘bestiame votante’

Questa è Lisbona. All’italico “bestiame votante” la nutrita schiera di conduttori, mezzibusti, pennivendoli e velinari, non ne parla e non la fa vedere. Noi la sera ci addormentiamo cullati dalla solita ninna nanna: l’Italia è un’altra cosa: il secondo paese manifatturiero, un forte risparmio delle famiglie, una grande ricchezza privata e dulcis in fundo, versione nobile di “sole, pizza e spaghetti”, l’immancabile “fantasia innovativa” che, manco a dirlo, il mondo intero ci invidia…
Chiacchiere per deficienti. Qui di “grande” abbiamo la disoccupazione, la corruzione, la malavita, la compravendita di voti e l’ignoranza della popolazione. Cosa pensate che accadrebbe se a partire da domani Roma assumesse questo aspetto? Posso azzardare una risposta? La ministra Cancellieri sentirebbe l’impellente bisogno di procurasi una seria scorta di superpampers… Monti? Beh, sparirebbe, come un incubo alle prime luci dell’alba, quando il sole mette in fuga i vampiri, le civette ammutoliscono e i rapaci notturni tornano alle tane buie dalla quali li ha cacciati la fame.
Questa è Lisbona…

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Il questionario in rete fino al 24 aprile. Tempo scaduto, quindi, e imbroglio probabilmente riuscito. Lanciamo l’allarme e se si può pariamo il colpo. Sull’abolizione del valore legale del titolo di studio un Paese gravemente ferito dalla parità di bilancio diventata vincolo costituzionale si gioca quanto resta del futuro. Prima di por mano alla tastiera, perciò, meglio esaminare i criteri che lo ispirano e i fini che si propone: la neutralità dello strumento e la banalità dei temi coprono l’ambiguità delle domande e le risposte preconfezionate. Il profilo è basso: in ombra gli aspetti tecnici e ciò che raccomanda l’esperienza, si cercano opinioni generiche per sorprendere la buona fede, indurre a giudizi negativi e giungere a un “no” generalizzato, figlio naturale dell’impostazione dei quesiti.
Come giudicate la necessità di possedere uno specifico titolo di studio per poter esercitare una determinata professione?”. E’ il primo quesito. Nulla di più asettico, se rispondendo non si dovesse associare la risposta a una spiegazione che è tutta del Ministero. Chi giudica positivamente il valore legale del titolo di studio, infatti, non ha scelta. Lo fa “perché il possesso di un titolo specifico garantisce la qualità della prestazione resa dal professionista, che il cliente potrebbe non essere in grado di verificare da solo“. Tranne il ministro e i suoi collaboratori, nessuno sa perché un malato che si rivolge al servizio sanitario si trasformi fatalmente in un “cliente” e non sia, come pareva un tempo, un paziente, un cittadino bisognoso di aiuto che nella quasi totalità dei casi non ha strumenti utili a valutare il medico. Come dubitarne? In un mondo in cui chi non ha titoli legalmente riconiscuti esercita la professione medica, il cliente rischia di finire in mano a ciarlatani. Ciò, senza badare a questioni di reddito e all’evidente probabilità che  in preda a sciamani e stregoni pericolosi ma poco costosi finirebbero i più sventurati; la scienza vera sarebbe sempre più riservata ai grandi patrimoni. Certo, il Ministero offre la risposta alternativa: “Dipende dal tipo di professione“. Una opzione, però, che impedisce il giudizio pienamente positivo e a bene vedere finisce col rafforzare quantitativamente e qualitativamente la risposta negativa. Per dire di no, infatti, ci sono due vie, mentre una sola e molto ambigua è quella riservata ai sì. Non bastasse, è impossibile negare il valore legale del titolo con un giudizio secco; è d’obbligo, infatti, sposare la tesi “suggerita” dal Ministero: “la necessità di possedere uno specifico titolo di studio impedisce che soggetti con competenze acquisite attraverso l’esperienza pratica e/o attraverso studi personali possano esercitare una determinata professione“. Una tesi falsa e tendenziosa che presuppone strumentali e inesistenti conflitti tra chi possiede una laurea e chi non è laureato. Non è vero, infatti, che, per fare un esempio, commercialisti e ingegneri rubino il lavoro a ragionieri e geometri. E’ vero il contrario: definiti i campi d’azione, chi pensa di possedere le competenze, non ha che da laurearsi. Lo farà in men che non si dica e metterà a frutto il riconoscimento. Non fosse così, avremmo in giro più venditori di fumo del solito e correremmo tutti moltiplicati e gravissimi rischi.
Il tentativo di creare confusione caratterizza il secondo quesito, per il quale la necessità del titolo di studio riconosciuto per l’ammissione all’esame di abilitazione è “garanzia di preparazione adeguata e consente di selezionare, fin da subito, gli ammessi all’esame di abilitazione” oppure è un dato negativo, “perché il superamento dell’esame di abilitazione è sufficiente a dimostrare il possesso di adeguate competenze“. In modo persino malaccorto, domanda e risposte sembrano affermare che chi possiede il titolo di studio supera automaticamente l’esame di abilitazione e confonde parole che hanno significato ben diversi tra loro: ammissione e superamento. Anche qui lo scopo è chiaro: sfruttare la confusione e ottenere un no che porti acqua all’abolizione voluta dal Ministero. Su questa via indirizzano spudoratamente i quesiti 3 e 4 che mirano a stabilire se esistono “professioni non regolamentate, per le quali dovrebbe essere richiesto uno specifico titolo di studio, oggi non necessario” e altre, per cui “il titolo di studio richiesto sia eccessivo rispetto al tipo di prestazione che si è chiamati a svolgere“. In realtà i quesiti fanno una gran confusione tra dignità e qualità del lavoro, che dipendono da tutto, meno che dalla loro regolamentazione. Il lavoro di un buon operaio, infatti, appare a tutti più rispettabile di quello di un pessimo chirurgo e nessuno distingue tra lavoratori in ragione della regolamentazione del loro lavoro. I lavori hanno pari dignità – tutti sono, infatti, indispensabili al buon andamento della vita sociale – e ciò che fa la differenza è un codice di comportamento: l’ethos della responsabilità. Certo, la qualità d’un docente e l’esito del suo lavoro emergono in tempi lunghi, mentre esistono mestieri e professioni che consentono giudizi immediati. Indiscutibile rimane, però, il “principio di “garanzia“, vale a dire l’onesta e neutrale certificazione della preparazione, affidata però a un giudice unico, neutrale e uguale per tutti, che non valuta l’operato a valle, ma verifica l’attitudine a monte. Di questo, però, nel questionario del prof. Profumo non si trova traccia, forse perché non se ne trova nel mondo da cui provengono il ministro e buona parte del governo tecnico e “meritocratico“: l’università in cui la parrocchia consacra santi e beati e li regala all’adorazione dei credenti, dopo aver scoperto il gene che rende ereditarie qualità e tendenze, come fosse questione di sangue. Non a caso i “baroni” sono scienziati da generazioni.
Siamo alla postdemocrazia. Lo si sente dire sempre più spesso con accademica improntitudine e nessuno si scandalizza se per il pubblico impiego si fa eccezione alla regola e c’è un quesito a parte: “ritenete necessario il possesso di uno specifico titolo di studio per l’accesso al pubblico impiego?”. Se lo Stato del terzo millennio dovrà essere un feudo della finanza, la domanda ha un senso. In una repubblica parlamentare, la risposta sarebbe certamente una: “sì, perché il possesso di uno specifico titolo di studio garantisce professionalità e competenza da parte di impiegati, funzionari e dirigenti pubblici ed evita un’eccessiva discrezionalità nella loro assunzione“. Le cose però non stanno così. Mentre l’abolizione dell’articolo 18 spiana la via ai licenziamenti nel pubblico impiego, Profumo, che ai proclami dei venditori di tappeti, preferisce il piffero di chi incanta serpenti, suggerisce la sua risposta: “no, perché il titolo di studio può essere poco significativo in rapporto alle funzioni da svolgere e il possesso di adeguate competenze dovrebbe essere accertato esclusivamente in sede di svolgimento delle prove concorsuali“. Occorrono servi da sfruttare e manovalanza da ricattare. Basta con studi seri e i cittadini veri. Per la postdemocrazia un po’ di finto nuovo e tutto il vecchio del mondo: porte aperte al “bestiame votante“.

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Si potrebbe titolare “La polemica sull’Invalsi continua”, mentre l’università si accende di speculari timori per i connotati dell’Anvur, e non sono in pochi a chiedersi sconcertati se non sia tornata la Gelmini. I devoti di Monti e dell’Italia “nuova” si scandalizzeranno, ma le cose stanno così e, a ragionare laicamente, c’è poco da far festa: va, se possibile, anche peggio e mentre i ripetuti segnali di continuità fanno suonare campanelli d’allarme, il dato più inquietante è che stavolta alla barra del timone c’è uno dei grandi “tecnici” per cui si meditano processioni di ringraziamento e s’è avviato, con i doverosi caratteri dell’urgenza, il processo di santificazione del già beato Napolitano.
Che l’articolo 51 del “decreto semplificazioni” firmato dai tecnici sia, in realtà, il solito “decreto falsificazioni” di marca politica, è facile capire. Si pensava, però, che, se non altro, si fosse riconosciuto un confine che nessuno mai più, tecnico o politico, avrebbe osato varcare: il confine della decenza, che il governo “salva Italia”, in linea con l’armata Brancaleone passata da Berlusconi a Monti ha invece violato. E’ indecente, infatti, che, dopo le battaglie politiche sulla teoria e la pratica della valutazione, il governo “tecnico” abbia sistemato all’Istruzione la sottosegretaria Ugolini, giunta al Ministero dai vertici di quell’Invalsi, imposto poi come attività “ordinaria” alle Istituzioni scolastiche. Mai come oggi è stato così chiaro: a ispirare Profumo, che sa di scuola molto meno di un qualunque cittadino di media cultura, c’è con tutta evidenza la filosofia della vituperata ma trionfante Gelmini. A nulla è servito che appena un anno fa la Magistratura abbia intimato alla politica di non imporre quiz ai docenti. A nulla purtroppo serve ormai appellarsi alla Costituzione, che invano sancisce la libertà di insegnamento e l’autonomia delle Istituzioni scolastiche. Nel clima di una negata ma operante “sospensione della democrazia”, il governo “tecnico” agisce ormai come se l’Italia fosse davvero la “repubblica dei Presidenti”.
C’è una logica stringente in ciò che accade sotto i nostri occhi. Il governo Monti, nato com’è nato e vissuto con amara soddisfazione – è il prezzo da pagare al dopo Berlusconi, pensano in molti – e il timor panico per una crisi devastante, non è frutto di un caso. Monti, Berlusconi e ciò che attorno a loro si unisce in termini di cultura padronale, fastidio per i diritti, le tutele socialdemocratiche e i vincoli keynesiani, vengono da lontano, nascono nel 1992, con la vittoria del capitalismo liberista su quello di Stato del socialismo reale, con le barriere cadute a est e il pianeta a portata di mano di avventurieri il cui solo ostacolo, per un apparente paradosso, diventa quella “democrazia borghese” che del Capitalismo è stato a un tempo maschera e arma vincente.
Occorre l’animo di dirlo: abbiamo di fronte i due volti di una sola realtà, dominata dalle criminali aspirazioni di sparute, ma agguerrite pattuglie di guastatori agli ordini di una concezione reazionaria della società e della filosofia della storia, di un potere che non ha patria e non chiede legittimità ai popoli. La conoscenza, la coscienza critica, la filosofia della “formazione di massa”, il pensiero che attribuisce un ethos politico alle classi subalterne, armi efficaci e naturale presidio della democrazia, sono perciò l’obiettivo privilegiato di una guerra senza quartiere: il conflitto per la supremazia tra i mercanti, celati dietro l’astrazione che definiamo mercato. Una guerra in cui annientare le tutele democratiche e la cultura dei diritti non è meno vitale di un conflitto scatenato per conquistare la via del petrolio. Sembrerà un’esagerazione, ma è nella logica di questo conflitto: scuola e università sono da tempo nel mirino di governi apparentemente diversi tra loro. Il controllo del potere passa anche e soprattutto per il controllo della scuola e non c’è nulla che lo spieghi meglio del filo rosso che attraversa e unisce le politiche per la formazione lungo l’asse Berlinguer, Moratti, Gelmini e Profumo; politiche che, non a caso, privilegiano il privato d’élite a danno del pubblico. Chiunque provi a leggere tra le righe nei progetti sulla scuola elaborati tra la metà degli anni Novanta e i primi anni del nuovo millennio troverà nei concetti economici di produttività, impresa ed efficienza la chiave di lettura politica delle cortine fumogene su merito e “competenze”. Dietro, è facile vederli, ci sono la svendita della funzione docente, l’asservimento economico di insegnanti ormai dequalificati, la cancellazione dell’autonomia della ricerca e della libertà d’insegnamento. Dietro, si coglie soprattutto la reale portata di un progetto politico che, attirando l’attenzione su un’imprecisata volontà di “cambiare” il sistema formativo, copre abilmente l’obiettivo ambizioso e pericoloso: utilizzare la formazione per trasformare il Paese. Di intenti “pedagogici” del governo ha talora parlato il prof. Monti.
A ben vedere, la crisi, chiedendo scelte radicali, riconduce al conflitto tra sfruttati che producono ricchezza e sfruttatori che la fanno propria e chiama i governi borghesi alla necessità, storicamente ricorrente, di imporre ai ceti subalterni di pagare con la salute, la miseria, il sacrificio del futuro dei figli e la rinunzia al sogno di un mondo migliore l’esito devastante delle contraddizioni del sistema.
In questo senso se, com’è evidente, la crisi riguarda anche le strutture di comando capitalistico, non meraviglia che il lavoro intellettuale e i docenti che, piaccia o no, sono essi stessi “intellettuali”, siano nel mirino. Toni Negri, da cui si può dissentire ma non è mai banale, riflettendo sull’attuale natura del lavoro intellettuale, coglie il senso dell’attacco alla formazione, portato da un potere economico che diventa politico nonostante la crisi, o forse proprio perché c’è la crisi, e si mostra deciso a costruire una società di automi attivati da un pensiero unico, privi di senso critico, capaci di vivere solo in una “moltitudine produttiva” e incapaci, perciò, di autonomia personale. “Quanto più il lavoro diviene immateriale, cognitivo, affettivo, relazionale” egli osserva, “tanto più diviene […] produzione della vita”. Tornano in mente Marcuse, sbrigativamente pensionato, Marx ripudiato e le domande sono serie: se questo è, quale “vita” si vuole produca oggi un docente? Il lavoro di chi si propone di offrire dal basso chiavi di letture della pluralità e complessità degli eventi, coltivando l’autonomia del pensiero critico, rientra nel modello di società che si va costruendo? Il “docente-intellettuale”, che non vuol dire per forza l’intellettuale organico e neanche quello “impegnato” che era tutt’uno con la sua lotta, ma perdeva il contatto coi lavoratori, come accadeva prima della cesura prodotta del Sessantotto, il docente che non a caso si presenta ormai come pietra dello scandalo, perché di quella cesura è molto spesso figlio, quel docente ha cittadinanza in una società tornata rigidamente gerarchica? Tutto lascia credere di no: il docente che vive di dubbi socratici e al dubbio forma i suoi studenti, di fatto si rivolta contro il pensiero unico ed è per questo “rivoluzionario” sul terreno teorico ed eversivo su quello della prassi. Questo docente, perciò, e la scuola che egli sa e vuole fare vanno cancellati.
Così stando le cose, la scuola dei quiz, che umilia la classe docente per asservirla, ha una funzione chiara: non valuta gli alunni, seleziona i docenti. Chi non si svende non rientra nei fini pedagogici di base della “scuola nuova”: la produzione di una umanità che Labriola definì “bestiame votante”, massa di manovra e manovalanza generica, priva di pensiero autonomo e senso critico, dannata a vivere d’elemosina, stenti e supina rassegnazione clericale. In altri termini, la base di consenso del regime che avanza. Il De Felice di turno spiegherà poi ai nostri nipoti che eravamo tutti convinti.

Uscito su “Fuoriregistro” e su “Paesesera” il 5 aprile 2012

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Non è questione di linguaggio, benché qualcosa con la sostanza c’entri anche la forma. La povertà del lessico rivela non di rado la miseria dei contenuti e la loro somma conduce difilato a un desolante analfabetismo dei valori.
Analfabeta, naturalmente non è la Gelmini – che pure i suoi problemi col sistema dei valori costituzionali e con l’alfabeto dei diritti certamente li ha – ma i saggi e incompetenti Soloni che, lavorando nell’ombra, le confezionano il prodotto finito. L’avvocato, in fondo, mette solo l’etichetta: “Vino Gelmini“. E’ vino, non c’è dubbio. Tra l’accademia e la scuola barcollanti, i segni di etilismo sono così evidenti che non occorre essere esperti: vino e per giunta, adulterato. Occorrerà cercare la cantina. D’altra parte, lo stornello ripeturo ad ogni pié sospinto ricorda l’antico cantiniere: Però non annacquiamo. Lo ripetevano un tempo, nelle luride bettole dei sottoproletari abbrutiti dallo sfruttamento, i venditori del “mezzo bicchiere“, è diventato ormai la sintesi perfetta del pensiero politico del ministro dell’istruzione: Non annacquiamo. Se chi ascolta, per caso poi ride, il protocollo è rigido: Feltri, Sallusti, Porro e Belpietro puntano il dito e passano all’attacco: “è il sorriso dell’odio, un reato penale, guardate che questa è istigazione a delinquere“. Il trattamento, è noto, s’applica soprattutto a chi conta qualcosa: un diluvio di notizie vere, probabili, inventate e “sbolognate come verità di fede, col codicillo messo in preventivo: valanghe di fango e agnelli sacrificali.
Questo è l’amore!
Il vino Gelmini ha caratteristiche inconfondibili. Per quanto riguarda la scuola, ecco i dati salienti, valutati per difetto:

1] Più alunni per classe, meno insegnanti e meno tempo scuola;
2] impoverimento delle risorse economiche e mortificazione di quelle umane;
3] autorità invece che autorevolezza;
4] discriminazione razziale;
5] cancellazione dell’idea stessa di continuità didattica;
6] disprezzo della pedagogia e rifiuto della sperimentazione;
7] centralità della morale e della religione cattolica con conseguente educazione alla rassegnazione e cancellazione dell’idea di conflitto;
8] svilimento della democrazia e svuotamento degli organi di governo democratico della scuola in una logica di repressione di classe e di “gerarchizzazione” della società;
9] prevalenza del privato sul pubblico con la sottrazione di fondi alla scuola statale per il finanziamento di quella privata e confessionale
.

In poche parole omicidio dell’intelligenza critica della funzione di crescita civile. Il cittadino non si forma più. Occorrono soldatini del capitale e un ottuso “bestiame votante“.

In quanto all’università, l’elenco della spesa è presto fatto:

1] tagli indiscriminati;
2] svilimento del ruolo del ricercatore;
3] impoverimento delle risorse umane con l’assunzione di un docente per ogni cinque pensionamenti e perdita secca di quattro docenti per l’attività formativa degli studenti;
4] aziendalizzazione con logiche di profitto ed esproprio delle funzioni di indirizzo strategico, di programmazione, di vigilanza sulla sostenibilità economica e, quindi, del bilancio, affidati a un Consiglio di amministrazione con forte presenza “esterna” e potere di attivare o sopprimere corsi e sedi e di intervenire sui fondi per la ricerca.
5] istituzione di un fondo speciale per il merito, teoricamente finalizzato a sviluppare l’eccellenza, ma concepito per utilizzare il polverone sulla meritocrazia come lo strumento di una radicale trasformazione dell’università in un’azienda;
6] divisione di classe tra gli studenti e formazione come selezione sociale;
7] privatizzazione delle università, trasformate in fondazioni, con la ricerca indirizzata al soddisfacimento di interessi privati e istituzione di un fondo gestito direttamente dal ministro dell’Economia e delle Finanze, che cancella il diritto allo studio per garantire gli interessi di pochi.
8] in barba alla meritocrezia, i professori ordinari sono più che mai i padroni del campo
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Dopo questa massiccia produzione, l’avvocato Gelmini non è certamente benvisto e pare che ci sia addirittura chi è giunto a minacciare. Può darsi e non è bello, ma va detto: chi vende pessimo vino, prima o poi, un ubriaco rischia d’incontrarlo. Un Governo degno di questo nome inviterebbe il ministro a cambiare mestiere, ma qui cominciano i guai. Un governo: a chi lo trova, mancia competente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 ottobre 2010

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Come ogni regime, anche la nascente “democrazia autoritaria” è alle prese con la costruzione del consenso e il tema vitale della gestione dell’informazione. Al confronto, tuttavia, occorre dirlo, il “fascismo classico” ebbe un compito tutto sommato semplice: imbavagliare socialisti, anarchici e comunisti e piegare gli strumenti della comunicazione di massa al ferreo controllo dell’apparato. E’ vero, inizialmente ci fu anche una contrapposizione fra la maschera “legalitaria” del “mussolinismo” e lo squadrismo “rivoluzionario” e “movimentista“, ma la frattura fu presto composta e, in ogni caso, non si trattò di una questione “strutturale”. L’esistenza del regime e il suo volto “ufficiale” non furono mai strettamente legati all’esistenza formale di una vera opposizione istituzionale. Oggi, le cose non stanno così. Su temi marginali il sistema politico ha tutto l’interesse a far passare per “visione alternativa” le periodiche convulsioni dipietriste, le contorsioni autonomistiche di Casini, il “dissenso” sterile su questioni di principio, astratte e senza prospettiva politica, di cui si fa portavoce Gianfranco Fini e, ciò che più conta, le chiusure formali e le sostanziali aperture di Bersani: è il volto “democratico” di un sistema che usa come un volgare “specchietto per le allodole” il polverone levato ad arte nei “salotti televisivi“, per “coprire” così la natura reazionaria di provvedimenti politici che riscrivono nei fatti le regole del gioco, Senza il respiro “democratico” di un’opposizione di facciata, il rovescio autoritario del “sistema” verrebbe allo scoperto e prima o poi un campanello d’allarme agiterebbe le acque della palude qualunquista puntualmente divisa in “colpevolisti” e “innocentisti” sull’immancabile caso di cronaca nera, sulle indecenti vicende personali di questo o quel personaggio politico, sull’insolubile dilemma tra il giustizialismo forcaiolo e l’ipergarantismo, sulla sorte di una magistratura storicamente legata ai giochi di potere, sull’eterno complotto che assolve o condanna Craxi, spiega senza spiegare gli “anni di piombo” e cerca perennemente il “grande vecchio” che tiene i fili della tela segreta che, da Cavour a Berlusconi, fa la storia d’Italia e la fortuna del pennivendolo di turno. E’ un gioco di prestigio: chi ne ha piange tutte le lacrime per il tempo andato e non bada alla tragedia del presente, da cui si sente fuori, tratto ad arte lontano dalla forza schiacciante della disinformazione.
Il caso Scuola/Gelmini – o forse meglio la riduzione in servitù della scuola pubblica in un Paese che mostra sempre più chiari i sintomi dell’asfissia – ha, in questo senso un valore emblematico. Se si fa eccezione per gli “addetti ai lavori“, messi però sistematicamente a tacere ovunque si parli di formazione, i sedicenti leaders politici, gli immancabili esperti, i tuttologi, i velinari e i maestri della disinformazione sono tutti sintonizzati su un’unica lunghezza d’onda: il nodo cruciale della discussione è, di fatto, il filosofo fascista Giovanni Gentile.
Se il paragone stia in piedi, non interessa a nessuno. Se il gelminiano “più matematica, più scienze e più lingue straniere” abbia qualcosa a che vedere col filosofo che riconduce a unità nella coscienza spirito e natura, è problema del tutto secondario. La verità è una, categorica, imperativa e non si discute: la “rivoluzione didattica” del giovane avvocato, che riduce a una questione quantitativa il tema cruciale della “formazione” – “gli studenti italiani sono quelli che passano più tempo in aula con i risultati più scarsi” – basta e avanza perché gli “autoritari” vantino il loro primato – è la prima riforma organica dopo Gentile – e i sedicenti “democratici” insorgano quasi in difesa del teorico del fascismo: “è una riforma Gentile in versione ridotta“, urla scandalizzata Maria Pia Garavaglia, che non contenta aggiunge: “avesse anche solo la quarta parte dell’impianto gentiliano, la riforma Gelmini avrebbe già centrato l’obiettivo“.
Novant’anni dopo – Gentile sorriderebbe – il Parlamento d’una repubblica costruita sul rifiuto della sua dottrina finge d’accapigliarsi sul tema della formazione, ma condivide in ogni suo settore la concezione di una scuola che chiama “meritocrazia” il principio della selezione di classe e impone ai cittadini il possesso di una concezione religiosa. E non serve dirlo: quella cattolica, che è la religione delle classi dominanti.
Garavaglia non se n’è accorta, Gelmini non è in grado di cogliere – parlano per lei i consiglieri papalini e la sinistra neocodina – ma la “democrazia” condivide ora col fascismo un disprezzo profondo per i principi della pedagogia e una sottovalutazione ottusa degli aspetti psicologici dell’insegnamento. Partendo dal ruolo “centrale” del “maestro” tornato non a caso “unico“, si è passati per la “sottomissione” dello studente attraverso il “cinque in condotta” e si approda infine alla religione dei contenuti, al predominio della nozione, alla manomissione e alla confusione tra discipline e materie. Rimane sullo sfondo, non detto, ma più pericoloso dei “tagli” e, se possibile, più insidioso della privatizzazione strisciante, l’attacco alla formazione del cittadino e della sua coscienza critica. Quella che si disegna è una fabbrica di disciplinati soldatini del capitale, la produzione in serie di quel “bestiame votante“, per usare le parole di Antonio Labriola, che è pronto a servire un governo autoritario seguendo stupidamente tutti i precetti della democrazia borghese.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 febbraio 2010

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