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Posts Tagged ‘Robespierre’

200px-hw-robespierreCommentando un mio articolo uscito su Agoravox, un lettore dice di capire «in base a quali valori e principi la Chiesa Cattolica afferma che tutti vanno accolti», mentre non gli è chiaro […] perché la Sinistra affermi la medesima necessità.
La Sinistra, prosegue «ha valori e principi diversi da quelli dei cattolici […], considera anche la Società nel suo complesso, i rapporti di produzione tra soggetti economici e lavoratori, la qualità della coscienza collettiva (un tempo si chiamava “di classe”) dei lavoratori, la loro corrispondente forza contrattuale nei confronti del padronato, il patrimonio di diritti conquistati con le lotte sindacali». Se critico Salvini, quindi, lo faccio perché ignoro i valori fondanti della sinistra.
Da questa convinzione deriva evidentemente la domanda che chiude il commento: «Secondo lei, quali di questi valori e principi della Sinistra impongono il dovere morale di accettare che masse di sottoproletari vengano immesse senza alcun limite nel contesto nel quale la Sinistra ha costruito con decenni di dure lotte i diritti del Lavoro? Se vuole può citarmi qualche pensatore o teorico marxista o di tradizione socialista che affermi questo dovere morale sopra ogni altro».
Che dire? Parlare di solidarietà non sarebbe sufficiente e d’altra pare, rispondere a una domanda con una domanda non è corretto, ma non posso fare a meno di chiederlo a me stesso: se fossi cattolico, quindi, per il mio lettore avrei ragione?
In quanto alla citazione, perché ricorrere a marxisti o socialisti? Per rispondere al difensore di Salvini, figlio di quella borghesia italiana che non ha mai fatto la sua rivoluzione, citerò un rivoluzionario borghese, che gli avrebbe risposto così:
«Siccome l’universo non è popolato da orde selvagge, è accaduto che il commercio e l’umanità hanno collegato tutte le nazioni; che i soggetti di ogni Stato hanno acquisito il diritto di entrare liberamente e di soggiornare nell’ambito degli altri Stati, e per il periodo in cui vi soggiornano vivono sotto la protezione delle leggi e del governo […] sia per sempre, sia per un periodo più o meno lungo […]. La giustizia […] sembra accrescersi e prendere un carattere più augusto, quando protegge i diritti degli stranieri; allora un tribunale particolare sembra diventare il giudice di tutti i popoli, per estendere la legge della benevolenza a tutto l’universo»:
Sono parole scritte nel 1786, 231 anni prima che il lettore esponendo il suo pensiero, ci conducesse indietro di due secoli e mezzo. Robespierre ha senso storico e quando parla dei diritti degli stranieri, sente che il colonialismo e le sue atrocità pesano in modo schiacciante sulla sua coscienza; egli perciò non può evitare di riconoscere responsabilità inconfessabili. Come spiegherebbe Robespierre la nostra barbarie a bambini che teniamo a forza nel mare in tempesta, negando soccorso e asilo? Con le parole utilizzate nel Discorso sui diritti degli uomini di colore, pronunciato nel settembre del 1791.
E’ vero, direbbe a quei bambini Robespierre , noi «vi abbiamo […] riconosciuto dei diritti; vi abbiamo, è vero, considerati esseri umani e cittadini […] e ciononostante d’ora in poi vi respingeremo nella miseria e nell’avvilimento; e vi ricondurremo ai piedi di quei padroni tirannici, il cui giogo vi avevamo aiutato a scuotere».
La verità è che le destre sostituiscono il potere coloniale con dittature che abbattono, quando tornano al colonialismo, mettono avanti a tutto le più orribili passioni e lo fanno in nome di interessi individuali e privilegi di classe. Avanti ai diritti umani, avanti ai diritti civili. Avanti a ogni diritto.
I diritti, «ecco i beni ai quali si dà così scarsa importanza». Così risponderebbe il borghese rivoluzionario al borghese senza rivoluzione.

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E’ molto difficile capire che intendono, quando parlano di scuola e lavoro, i ministri di un governo che ha per programma solo una miserabile lettera della Banca Centrale Europea. L’altro ieri, alla Camera, Patroni Griffi ha dichiarato che per il 2013 sono previsti 7.300 esuberi tra gli statali e ha aggiunto che, tenuto conto dei mille volti della flessibilità, ci sono almeno 260mila precari. E poiché il governo tiene alla partita doppia e ai cacciabombardieri molto più che alla qualità della vita dei cittadini, il ministro ha prontamente puntualizzato: “impossibile pensare a una stabilizzazione di massa”. Per quel che riguarda la sorte della scuola, quindi, mentre i 130mila precari non hanno alcuna speranza di lavorare, sulla qualità del servizio da offrire al bestiame votante, sulla religione del merito e sulle chiacchiere amene del trio Profumo, Ugolini e Rossi Doria cala inesorabile una pietra tombale.
La sera, poi, presente a Ballarò, l’ineffabile Gianfranco Polillo, che in un anno di sospensione della democrazia s’è meritato a pieni voti una delega alla cialtroneria, ci ha invitato senza mezzi termini a piantarla coi piagnistei. Se le cose vanno così, infatti, ha urlato spazientito al malcapitato Landini, è perché gli italiani sono una banda di scansafatiche. A questo punto non sono più dubbi: occorrerà chiarire a Polillo qual è il confine hegeliano tra rappresentazione e concetto. A costo di lasciarsi trascinare in tribunale per renderglielo più chiaro, qualcuno dovrà spiegare al sottosegretario che sentimenti e passioni, desideri e pulsioni, sono solo rappresentazioni e metafore di pensieri e se non lo sa, l’impari: in una democrazia parlamentare, il limite invalicabile per un uomo di governo è quello che fa dire alla gente sbigottita “non so più che pensare!“.
Intendiamoci, Polillo può anche essere così povero di concetti e privo di pensieri strutturati, da “rappresentarsi” la crisi economica del Paese che governa come una semplice questione di voglia di lavorare. In una seduta di psicanalisi, anzi, l’affermazione sembrerebbe probabilmente all’analista un fortunato lapsus freudiano, la manifestazione evidente di un senso di colpa che si proietta dall’inconscio verso l’esterno: io non ho fatto mai nulla nella vita – questo è un Paese debosciati. Floris però non fa l’analista e uno studio televisivo non ha nulla a che vedere con la psicanalisi.
Il ben pagato Polillo, che in passato è stato Capo Dipartimento per gli affari economici, segretario di varie Commissioni parlamentari e consigliere economico del gruppo del Popolo della Libertà alla Camera dei Deputati, ha motivi indiscutibilmente buoni per fare a pugni coi suoi sensi di colpa, per aver contezza e allo stesso negare di essere stato parte non piccola nella tragedia che vive il Paese. Questo, però, riguarda la sfera delle sue sensazioni intime, dei rapporti tra la coscienza, che molto spesso mente a se stessa, e l’autocoscienza, che è il peculiare regno della verità o, se si vuole, la verità negata dalla coscienza. Pur volendo essere solidali col suo profondo dramma psicologico, è evidente che il Sottosegretario Polillo non può pensare di spiegare la crisi economica dell’Italia con la “rappresentazione” che egli ha di se stesso. Sul terreno psicologico l’inconscia verità – io non lavoro – si può legittimamanete trasformare nella convinzione bugiarda che l’italiano sia sfaticato. In politica no. La politica non è un’inconfessata pulsione autopunitiva e, data la corruzione del secolo, Polillo non può permettersi di ignorare, proprio lui, sottosegretario di un governo di non eletti, che la pubblica moralità, apparentemente scomparsa dall’assemblea di nominati che lo sostiene, sopravvive solo nelle classi lavoratrici che ancora lo lasciano parlare senza rivoltarsi. Polillo, però, non può e non confondere moralità e rassegnazione. Farebbe bene piuttosto a ricordare ciò che Robespierre prima predicò e poi sperimentò su se stesso: spesso i popoli traditi insegnano all’arroganza del potere che dove muore la tirannia nasce la giustizia sociale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 dicembre 2012

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Poche note su scuola formazione e ricerca, a margine di un dibattito che sconcerta, partendo da un principio: non è vero che la storia non insegna nulla. Nel cuore di una crisi che sembra economica ma riguarda anzitutto la democrazia, va sempre così e non aveva certamente torto Robespierre: in una fase di transizione, gli uomini che cercano soprattutto il bene pubblico sono le prime vittime di coloro che cercano solo se stessi. Diciamolo chiaro: c’è un nuovo dio, la valutazione. Governa la formazione con l’ambizione di una rivoluzione etica e gioca la sua partita tra verità e finzione. La buona novella ha un nome che incanta: si chiama merito e in un tempo buio non fatica a trovare credenti. In guardia, quindi, e teniamolo in conto ciò che la storia c’insegna: non c’è nulla di più ingannevole di una finzione che si mescoli alla verità. E’ un metodo antico. Lo usarono i grandi legislatori, Licurgo, Solone e persino il filosofo del pensiero critico; Socrate, infatti, per dar forza alla sua riflessione, non disdegnò di raccontare che essa era ispirata da una divinità. Qui però non si tratta di Licurgo e Solone e men che mai di Socrate e della maieutica. La verità di fede qui la predica Profumo e il vecchio e nuovo testamento sono misteri davvero poco gloriosi; si chiamano Anvur e Invalsi: tra fasce che separano le riviste buone da quelle cattive, tra provincialismi alla rovescia su citazioni anglosassoni acquistate nelle frequentazioni di convegno costosi che nove volte su dieci lasciano il mondo com’era, finisce che dieci righi ben piazzati nel feudo giusto al momento giusto, fanno più scienza di monografie costate anni di ricerca. Non basta. Il confine impalpabile tra verità e finzione sta nell’idea stessa di un merito che si assegna seguendo tutte le strade di questo mondo, tranne che una: la lettura del testo.
“Premiamo il merito”, si sente dire, e chi negherebbe che occorre farlo? Si dà il caso, però, che da quando il mondo è mondo la cultura alternativa circola su binari che non passano mai per il salotto buono. E’ il destino di chi non s’allinea. Gianni Bosio, che qualcuno tra noi ricorderà, non entrò – o, se volete, non si chiuse – nei circuiti a senso unico dell’accademia e non ebbe grandi editori. Per reagire a un’ortodossia da guerra fredda, che ridusse l’egemonia culturale della sinistra a un atto di fede nelle sacre scritture, fondò riviste come “Mondo Operaio” e diede vita a piccole e meritorie iniziative editoriali, quali la Biblioteca Socialista e la collana che chiamò “condizione operaia in Italia“. Non si trattò di cose d’alto bordo ma, se non fossero nate, oggi ci mancherebbe non poco della cultura e della storia del nostro socialismo. Che fine farebbe tutto questo oggi, che conta solo chi si piega alla nuova fede? Non è difficile dirlo: senza degnarsi nemmeno di leggere, i sacrdoti del merito collocherebbero tutto in ultima fascia. Escludo nella maniera più assoluta che Bosio si sarebbe ridotto a fare i conti con l’Invalsi, l’Anvur e le mediane e, tuttavia, l’avesse fatto, non ci sono dubbi: sarebbe risultato inesorabilmente ultimo. Così, in politica, accade al Manifesto, che ha vissuto e vive della sua irriducibile alterità e non a caso, per questo governo, non ha cittadinanza: racconta un pianeta che non deve esistere. Nella religione del merito, non c’è posto per chi ha il merito di non allinearsi.
Non lasciamoci ingannare dalla strumentale magia delle formule. Non è la ricerca del merito che ha prodotto i quiz, le fasce e le mediane. E’ il potere che ha bisogno di amministrare senza fastidi la “sua giustizia”, qui sistemando i suoi uomini, lì mortificando i docenti e la loro funzione di baluardi della democrazia. La qualità di un lavoro non può dipendere dal nome dell’editore, dalla testata o da parametri astratti che prescindono dalla lettura. Non fu Laterza a fare grande Croce. Gli editori e le riviste, piccoli o grandi che siano, quando non sono solo commercianti, hanno di certo orientamenti politici, come, del resto, gli autori. Laterza e Croce erano entrambi antifascisti. E non è un caso. Dividere in fasce, è il nuovo credo. Senza criteri politici, mi chiedo? E senza che il peso accademico di direttori di collane, comitati scientifici e soci diventi determinante? Ma è davvero questo quello che vogliamo e, soprattutto, quello di cui abbiamo bisogno?

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 settembre 2012 e sul “Manifesto” il 7 settembre 2012

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Non illudiamoci. Le ennesime manganellate, quelle assestate a Trento con cieca e impunita furia sui corpi di chi legittimamente intendeva contestare la Fornero, non vivono di vita propria rispetto al Governo e anzi, a ben vedere, sono uno dei rovesci della medaglia. Col cuore in gola, preso da incomprensibili affanni, i “tecnici” eletti da Napolitano e il Parlamento dei nominati che nessuno ha mai votato portano avanti precipitosamente una legge di riforma costituzionale che promette esiti devastanti: in discussione sono, infatti, non solo la marginalizzazione delle funzioni del Presidente della Repubblica, ma il ridimensionamento di un Parlamento mortificato dal ruolo assolutamente centrale di un Presidente del Consiglio che ha facoltà di sciogliere le Camere se votano contro una sua legge e gli negano la fiducia.

Napolitano e Monti fingono d’ignorare che un così profondo mutamento della legge fondante della Repubblica trasforma, di fatto, in una spuria e pericolosa Assemblea Costituente la raccogliticcia banda di inquietanti figuri che tiene in piedi l’Esecutivo. Non bastasse l’anomalia della procedura, il colpo giunge senza una discussione vera, senza la partecipazione dei cittadini, convenientemente informati e messi in condizione di dire la loro. E’ la logica del “fatto compiuto”, l’esito naturale e per molti versi fatale di un dato patologico che non si è combattuto: il prepotere dell’Esecutivo, rinforzato dall’incremento della decretazione d’urgenza su temi che urgenti non sono, dalla sequela ininterrotta dei provvedimenti decisivi per il futuro del Paese, ripetutamente imposti a colpi di fiducia; per dirla tutta, di una vera e propria espropriazione delle prerogative di un Parlamento che, per suo conto, ha fatto il possibile e l’impossibile per delegittimarsi. Su binari paralleli, ormai fuori controllo, viaggiano a tutta velocità – e completano il quadro fosco – la costosa macchina degli armamenti, la scelta di tornare alla guerra ripudiata e il devastante smantellamento del sistema formativo pubblico. Non a caso, l’ineffabile Profumo vibra pugnalate, inserendo per decreto i suoi provvedimenti sulla “meritocrazia”, il cavallo di Troia di una privatizzazione che, sul limitare delle malconce porte Scee, poste a difesa di quanto sopravvive della Pubblica Istruzione, non trova neppure il monito sventurato di un Laocoonte. Sarà pur vero che la storia non insegna nulla, ma qui docenti e storici siamo chiamati in discussione direttamente e va detto: di errori ne abbiamo fatti.

Prevaricazioni e prepotenze fecero da battistrada al fascismo e non a caso, più che il fascio littorio, il simbolo dell’odioso regime di Mussolini rimane il manganello. Non sarà inutile rammentarlo, in un Paese in cui più il tempo passa, più un “governo tecnico”, nato  male e peggio cresciuto, naviga a vista, in rotta di collisione con i diritti sanciti dalla Costituzione e il manganello impazza. Dove non regna la giustizia sociale, a regnare sono le passioni dei magistrati: è l’alfabeto della politica e non c’è tecnico, sia pure bocconiano, cui sia consentito d’ignorarlo. Piaccia o no a Monti e Napolitano, in democrazia, i governi, quale che sia lo loro forma, sono istituiti dal popolo per il popolo; la fonte dell’ordine è la giustizia e non c’è norma che possa legittimamente trasformarne la gestione in proprietà privata delle Istituzioni, la cui ragion d’essere vive nella volontà del popolo sovrano. Quella volontà della quale esse sono serve. Tutte, anche il ministero dell’Interno cui tocca badare all’ordine pubblico, ma rispondere anche del loro evidente disordine.  

Sembra strano doverlo fare col “governo dei professori”, ma con l’acquisto di De Gennaro, il buio ritorno di sedicenti anarchici e il mistero della bomba brindisina, è bene ricordarlo: a partire dalla fine dell’Ancien Régime, l’arte del governare non consiste nel piegare la maggioranza a vantaggio d’una minoranza, scatenando la violenza delle forze dell’ordine, e il fine del governo è uno, sacro e vincolante, pena il tradimento: eseguire un mandato cui il popolo l’ha delegato, esercitando le funzioni di tutti i poteri come doveri pubblici e non già come diritti personali.
Di fronte al disordine quotidianamente provocati dalle forze dell’ordine, non sarà tempo perso ribadirlo: in una democrazia parlamentare l’equilibrio dei poteri nasce dalla natura delle leggi che nirano tutte a rendere gli uomini felici e liberi. Monti dovrebbe saperlo, la tenuta democratica di un governo non si misura dal listino della Borsa, ma da due capacità: quella di trovare l’energia per assoggettare gli individui all’impero del mandato popolare ricevuto e quella che gli consente di impedire, tuttavia, che possa abusarne. Fu questo uno dei grandi problemi che arrovellò politici e pensatori negli anni cruciali della rivoluzione francese e, piaccia o no, non aveva torto Robespierre a sostenere che “questo è il grande problema che il legislatore deve risolvere. Questa soluzione è forse il capolavoro della ragione umana”.
Un capolavoro di cui non c’è traccia nell’opera di un governo che non ha opposizione nel Palazzo e reprime il dissenso nelle piazze. Un governo che si lascia consigliare da passioni e pregiudizi personali, sicché, mentre offre continui e fondati motivi al malcontento popolare, assume malintesi ruoli pedagogici, si occupa con zelo sospetto del potere dell’Esecutivo e lascia mano libera alla polizia. Tutto ciò è tipico di un potere che si specchia in se stesso ed è fermo al tragico equivoco di chi cede a tentazioni autoritarie. Non a caso, Monti garantisce l’ingiustizia, fonte del disordine, e insegue l’ordine col manganello. Ma qual è l’ordine cui pensa Monti, e dove intende condurci?
La risposta incute timore.

Uscito su “Fuoriregistro” il 5 giugno 2012

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Riconosco ch’è la via giusta e occorrerà percorrerla fino in fondo, ma confesso: non è facile trovar risposte alla domanda stringente di Rossanda sul che fare. Forse ha ragione Pierluigi Sullo che, in qualche modo, giorni fa, sembrava indicare un metodo e una questione “propedeutica”; non credo che Monti e soci siano “sapienti, ma stupidi” –  la sapienza dov’è? – ma mi pare vero: non sapremo che fare, se prima non capiremo chi sono. Abbiamo di fronte un volto degenerato del potere, c’è da precisarne i lineamenti, definendone la natura prima che la funzione, separando, in questa crisi del capitalismo, il dato fisiologico da quello patologico. Se ritenessimo Passera e Fornero espressioni genuine di un processo “ortodosso” di “evoluzione” da Smith a Friedman, finiremmo fatalmente impantanati in un’analisi senza vie d’uscita. La loro presenza politica alla testa d’un governo di non eletti, in un Parlamento di nominati, apre in realtà un’enorme falla nel tessuto connettivo della repubblica, una falla che mette a rischio in primo luogo il rapporto tra capitalismo e accezione borghese della parola democrazia. In questo senso, il “pensiero fisso”, di cui scrive Sullo è la prova lampante di un “avvitamento” del capitalismo attorno alla sua più evidente contraddizione e porta in luce meridiana il tragico fallimento di un sistema economico e politico che nella sua formulazione teorica vive di “libero mercato” e nella sua realizzazione pratica non può sopravvivere senza la protezione di privilegi statali. Un fallimento che mostra chiaramente l’errore di una sinistra che ha finito col vedere nel capitalismo ruoli di rappresentanza della civiltà dell’Occidente.

Così stando le cose, Monti e la paccottiglia che lo sostiene in un Parlamento del tutto privo di legittimità, incarnano l’età di un pensiero degenerato in fanatismo, un “feticcio delirante”, che nessuno potrebbe incarnare meglio dell’autoreferenzialità dell’accademia. Fuor di metafora, Monti è la versione italiana d’un fenomeno europeo: la stato comatoso della democrazia borghese e di “tecnico” ha solo il metodo. I contenuti segnano il ritorno aperto a una cieca politica di classe. Crispi, piuttosto che Giolitti e, non a caso, la sintonia con la Germania “prussiana” di Angela Merkell.

Il fanatismo”, scrive Voltaire con la consueta lucidità – “sta alla superstizione, come la convulsione alla febbre e la rabbia alla collera”; visto in questa luce, più che a un programma di governo, noi ci troviamo di fronte alla visione estatica di una pattuglia di credenti, mossi da una  verità di fede. La struttura del ragionamento è quella d’un periodo fondato su a una “proposizione principale” – le esigenze del profitto sono il motore della storia – e attorno una rete di coordinate e subordinate depennabili: l’uomo, i bisogni, i diritti. In questo senso, il che fare di Rossanda si apre verso più ampie esigenze e, in qualche misura si “illumina”: che rispondere a un uomo convinto che è progresso obbedire a Dio più che agli uomini e che, di conseguenza, è certo di meritare il cielo strangolandoci? Questa è la domanda. La pose l’Illuminismo e sembrava cercasse riforme.  

Storicamente, quando i popoli cadono in mano ai fanatici, il corto circuito è fatale. Per fanatismo, gli “onesti” borghesi parigini si diedero a gettare dalle finestre i loro concittadini, li scannarono e li fecero a pezzi nella notte di San Bartolomeo. Il fanatismo è la follia della storia, una sorta di civiltà dei Mongoli e non sempre se ne esce per la via dei compromessi. Strumenti ne abbiamo e c’è stato chi l’ha detto: socialismo o barbarie. L’antitesi è verificata, ma dei corni del dilemma, uno solo oggi ha una rappresentanza: la barbarie sta con Monti. Manca chi rappresenti il socialismo. Di qua forse occorre ripartire, perché se è vero ciò che scrive Rossana Rossanda e da tempo abbiamo accettato che venisse distrutto non “l’ideale di un rivoluzionamento, ma l’assai più modesto compromesso dei Trenta gloriosi”, non è meno vero che dopo Voltaire vennero Saint Just e Robespierre. Fu forse partenogenesi, ma si vide la storia voltare di pagina.

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L’abbiamo insegnato per anni ed è vero: una dolorosa tragedia ha spesso un volto ambiguo, che suscita col pianto un’amara risata. Tragica e patetica, ma soprattutto plastica è la rappresentazione indecente che l’accolita di sedicenti rappresentanti del “popolo sovrano” – illustri sconosciuti che nessuno ha mai votato – offre di sé in questo 14 dicembre di passione. Domani sarà storia, oggi è fatto di cronaca, documento. Da un lato Montecitorio, il Palazzo, cieco e arrogante, protetto da blindati e armati, che decide del proprio futuro contro la gente e i suoi problemi reali. Dall’altro la piazza, Parlamento legittimo del dissenso, e un’intera generazione che prende la parola e dice basta. Volevate distruggere la scuola e la cultura, per cancellare ciò che resta di diritti e libertà. Non andrà così. Mettetela come volete, coi vostri pennivendoli pronti a mentire, ma questa vostra guardia armata che catapultate in armi contro i nostri studenti, mentre v’asserragliate impotenti nel palazzo, è la desolante radiografia d’un frattura scomposta tra governati e governanti: forza contro diritti, manette contro dissenso, blindati contro ogni forma di discussione, voi delirate di costi della crisi e però scialate, spostate in avanti l’età della pensione, mentre cancellate il lavoro e in cambio della sopravvivenza imponete servitù e umiliazioni. Avete confuso ad arte la pace con la guerra e chiedete soldati e sangue, ma non c’è un figlio vostro tra i combattenti. Siete soli davanti alla storia, soli con le vostre infinite responsabilità. E soli, senza delega, senza legittimazione, sfiduciati dal Paese, pretendete di scambiarvi uomini e voti come meglio vi pare e non v’accorgete della febbre che sale nel Paese, che vi cresce attorno mentre vi barricate dietro le Istituzioni che avete ucciso. Guardatevi allo specchio: siete la vera violenza di cui soffra il Paese. Chiudetevi nel palazzo, chiamate a raccolta le bande armate che scorrazzano da tempo colpendo e manganellando a destra e a manca chi perde il lavoro, chi non ha più diritto di studiare, chi non arriva a fine mese, chi è stanco di prepotenze. Tutto quello che vi resta è la forza, ma badate, Robespierre ve l’avrebbe insegnato, se non odiaste la cultura, e noi lo abbiamo spiegato agli studenti: “i templi degli dei non sono fatti per servire da asilo ai sacrileghi che vengono a profanarli, né la Costituzione è fatta per proteggere i complotti dei tiranni che cercano di distruggerla“,
Roma è blindata, ma guardatevi attorno. E’ solo questione di tempo. Siete prigionieri e non avete scampo. Il futuro vi assedia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 dicembre 2010

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A inizio secolo – il “primo del nuovo millennio” ricorda la retorica dei pennivendoli – la terribile risposta del capitalismo ha spento sul nascere una voglia di cambiamento attraversata dai brividi di un’autentica ribellione. Sorpresa dalla luce di un’alba livida, la fragile impalcatura dei sogni, tuttavia, s’è sfasciata e il risveglio è stato doloroso.
Sono passati anni e, a ben vedere, tra i nostri giorni bui e le speranze di Genova 2001, non ci sono solo i “democratici” alla Fini installati nella cabina di regia della repressione, il colpo mortale tirato a Carlo Giuliani – ma il bersaglio vero qual era? – la Diaz, Bolzaneto e l’intoccabile De Gennaro. C’è, quantomeno, l’insanguinato stillicidio dei “testimoni scomodi”, i giornalisti e quei fotografi che, per dirla con Josef Koudelka, le foto le “fanno coi piedi”, perché camminano per chilometri tra mille rischi, e fissano in uno scatto o in una frase le rare verità che giungono ormai nelle nostre case assediate da menzogne di Stato. Chi ricorda Maria Grazia Cutuli? Chi conserva memoria di Baldoni o di Raffaele Ciriello freddato dal mitra d’un carro israeliano?
C’è dell’altro. E di peggio: un sonno pericoloso della ragione.
Se Tremonti, folgorato con Saulo sulla via di Damasco, si riscopre socialista e carezza con la mano destra i 130.000 precari della scuola che con la sinistra va decimando, non ci sono dubbi: questo decennio di secolo presenta finalmente la sua natura vera, doppia e schizofrenica nei tratti dominanti: la costruzione artificiosa del consenso su base mediatica e puramente virtuale e la manipolazione del reale, per cui tutto è vero, ma vero è anche il contrario di tutto.
La distruzione del sistema formativo, che giunge alla fine del decennio, si incarna metaforicamente in un San Precario che illumina il Tremonti tornato “socialista”, ma non sa e non può parlare al Tremonti ministro e non lo induce a rompere col “terrorismo psicologico” di quella Confindustria che di Genova s’è servita cinicamente per annientare la resistenza dei lavoratori. Non facciamoci illusioni. Non c’è spazio per la speranza e non ci sono dubbi: il lavoro non verrà da questo miserabile “gioco delle tre carte”. Non verrà, perché è chiaro che il precariato e la critica al precariato sono i due rovesci della stessa medaglia: il capitale “buono”, che cerca consensi alimentando i sogni che la politica di classe si incarica di soffocare con l’inaudita violenza scatenata a Genova. E’ meglio dirselo: il miliardo di analfabeti che popolano il pianeta, l’infinita sequela di disperati e morti per fame sono un’umanità di scarto, una merce avariata che non ha mercato. Merce, spiegava non a torto Marx, sono per il capitale i lavoratori, i poveri e gli emarginati. E merce sono i precari d’ogni specie, i clandestini, i lavoratori al nero, i disoccupati che formano l’esercito sterminato dei crumiri. Merce e null’altro, che si vende e si compra a tanto al chilo, come gli studenti rapinati della scuola, gli immigrati respinti in un rinnovato Medio Evo, i cristiani lanciati strumentalmente contro i musulmani, mentre i bianchi tornano “padroni dei neri” e i neri sono costretti a una nuova servitù.
Il dramma dei precari della scuola è una piccola e dolorosa goccia di sangue nell’emorragia provocata nel corpo sociale dalla sconfitta epocale del socialismo e dall’effimera vittoria d’un capitalismo stretto alla gola dalle sue stesse contraddizioni. E’ parte della svalutazione dei diritti elementari – persino quello di vivere – della marginalizzazione e della repressione spietata d’ogni forma di dissenso e di qualsivoglia volontà di riscatto. Il sogno di una nuova “narrazione del mondo” è morto a Genova, ucciso da una brutalità che pretende il silenzio su ogni vergogna del mercato, anche sui milioni di bambini che lavorano o muoiono di fame, comprati e venduti, merce tra merci, in nome del profitto. D’altra parte è innegabile: abbiamo le nostre colpe. Nuova democrazia, sussidiarietà, sostenibilità ecologica, eredità comune, diritti umani, lavoro, cibo sufficiente e sicuro, equità e diversità, le tante parole d’ordine del nostro “nuovo mondo” sono state dall’inizio un sogno affascinante che non si è mai tradotto in un programma. E’ mancata la consapevolezza. Se un nemico ti affronta con la forza, devi approntare macchine da guerra; noi marciamo invece in ordine sparso e ognuno contratta per la sua parrocchia. Contro la guerra preventiva dichiarata dal capitale siamo divisi e disarmati e questo ci condanna alla sconfitta. Per costruire un mondo nuovo occorrono buone penne, ma anche lettori avvertiti, armi taglienti, ma in mano a buoni soldati. Occorre che sia sveglio l’istinto vitale della legittima difesa. A Tremonti che riscopre l’anima socialista, timoroso delle conseguenze del malgoverno liberista, Robespierre chiederebbe “come può il tiranno invocare il patto sociale, se egli stesso l’ha distrutto” [1]. E non avrebbe torto: il patto è stato violato.

1) Maximilien Francois Marie Isidore de Robespierre, Sul processo del re. 3-12-1792, in Opere complete, IX, Discuors, (quatriéme partie, Septembre 1792-27 Julliet 1793 Phenix, Ivry, 2000.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 ottobre del 2009 e su “Report on line” il 24 ottobre 2009

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