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Posts Tagged ‘Meloni’


Perdonate se parto da lontano, ma senza il prima non si capisce il poi.
Quando cadde il Governo Conte due, Mattarella non sciolse le Camere. In Parlamento, spiegò, c’era una maggioranza e sarebbe stato folle mandare il Paese al voto, mentre c’erano la pandemia, la crisi economica e gli impegni dell’Italia con l’Europa. Dimenticò di dirlo, ma dopo la riduzione del numero dei parlamentari, andare al voto con la vergognosa legge elettorale voluta dal PD sarebbe stato come prendere per i fondelli gli elettori. Chiamò Draghi alla guida di un «governo del Presidente» e gli assegnò il compito di risollevare l’economia e risolvere coi vaccini la tragedia della pandemia. Misteriosamente dimenticò la legge elettorale e non ci pensò poi nemmeno il «salvatore della patria».
Draghi si presentò subito con un’anacronistica enfasi per un atlantismo acritico da servo sciocco, che di lì a poco divenne comprensibile e deprecabile: dietro l’insistenza apparentemente stupida e dogmatica, c’era la guerra in Ucraina di cui evidentemente conosceva l’imminenza. Nei mesi successivi, la furia bellicista del governo prevalse su tutto, sicché il Covid c’è ancora, l’economia agonizza e il Paese sta molto peggio di come Draghi l’aveva trovato.
Consapevole dello sfascio causato dal suo governo, Draghi, esecutore fanatico degli ordini di Biden, in vista dell’inevitabile tempesta, salì al Quirinale e si dimise. Mai nella storia della Repubblica un Presidente del Consiglio s’era dimesso avendo la maggioranza assoluta. In genere, un capitano che abbandona la nave che affonda finisce in galera. Draghi è stato invece premiato come lo statista dell’anno. Dai tempi di Conte la situazione era peggiorata. Al Covid e alla crisi economica spaventosa s’era aggiunta la guerra. Indire le elezioni in piena estate ai più sembrò un suicidio. A Mattarella no.
Stavolta Mattarella non ha formato un «governo del Presidente» incaricato di varare una nuova legge elettorale. Ha sciolto le Camere e ci ha mandati a votare con una legge che è pugnala alla democrazia. E’ dopo questi eventi inqualificabili che il 25 di questo mese andremo a votare.
Avete ragione: tutto è così vergognoso, che il primo impulso è quello di chiamarsi fuori. Avete ragione ma, per me, reagite nella maniera sbagliata. C’è un’altra via. Una di quelle che il potere accecato non vede e se la seguite, gli potete dare una lezione difficile da dimenticare.
Votare per Letta non si può. Il suo partito ha voluto la legge elettorale che ci tocca. Non perdonategli lo sgarro, non dategli il vostro voto e ricordate che è grazie al PD che la Costituzione è sparita dai posti di lavoro. Ricordate il Jobs Act, l’articolo 18 cancellato, la scuola fatta a pezzi e chi più ne ha più ne metta. Parlare di Bonelli e Fratoianni è inutile: sono alleati del PD e ne condividono colpe e responsabilità.
Per favore, attenti ai furbastri. Dietro l’inaffidabile Calenda, che prima va col PD e poi lo abbandona, sognando un ritorno di Draghi, dietro questo misterioso personaggio, c’è Renzi, che voleva abolire il Senato e poi è diventato senatore. Renzi, nemico della povera gente e della Costituzione, così rispettoso delle donne da essere amico dei loro peggiori nemici; Renzi, passato per mille bandiere e attento solo agli affari suoi.
Vi sto dicendo di votare Berlusconi? No, non sono impazzito. Ricordate che è un pregiudicato, ricordate il mafioso Dell’Utri e le mille promesse mancate. Se siamo ridotti alla fame è anche per colpa sua. Siete donne? Ricordate che idea ha di voi.
Donne, uomini, omosessuali, transessuali, ricordatevi cosa pensano di voi e dei vostri diritti la Meloni e i suoi “Fratelli d’Italia”, con i loro cimiteri di feti, i loro piani sull’aborto, il rifiuto di riconoscere diritti e liberà a chi non rientra nel loro vocabolario sessuale. Meloni, atlantista, che vuole la guerra e la NATO e le navi contro gli immigrati.
Vi fidate di Salvini? Non siate ingenui, per carità. L’hanno preso a pedate gli ucraini imbestialiti, ha fatto fortuna inventandosi sempre un cattivo da punire: prima i meridionali, poi gli immigrati e sottobanco, Pontida, la Padania indipendente e l’autonomia differenziata, che significa più soldi a chi ne ha, più fame a chi ha fame. E ricordatevi che su questa vergogna sono tutti d’accordo: Meloni, Berlusconi, Letta, Calenda e l’intera compagnia cantante.
State pensando a Conte e al reddito di cittadinanza? A volte persino al diavolo riesce di fare un miracolo. Non dimenticate, però, che ha voluto la riduzione dei parlamentari, sicché nei vostri territori non c’è chi vi rappresenti; ha governato per anni con tutti e la legge elettorale non l’ha cambiata. Non dimenticate che, oggi si dice contro la guerra e le sanzioni, ma ha approvato e voluto sia l’una che le altre e se Letta non l’avesse mandato via, ora sarebbe suo alleato.
Molti di voi probabilmente non lo sanno, nessuno ve l’ha detto – tranne rare eccezioni, i nostri giornalisti hanno un’idea approssimativa della democrazia – ma non è vero che non esiste un’alternativa. Se volete dare una lezione a Mattarella, Draghi e chi in questi anni vi ha ridotti alla disperazione, se volete un Paese migliore, l’alternativa esiste: si chiama «Unione Popolare con De Magistris» e ha questo anzitutto di bello: ha candidati che non sono mai stati complici dello sfascio che ci sta travolgendo.
Non volete mandare agli ucraini armi che ci costano un patrimonio? Volete che si cerchi una via di pace e pensate che le sanzioni ci stiano affamando? Credete che chi si è arricchito speculando sulla crisi, debba restituire il maltolto? L’«Unione Popolare» la pensa come voi. L’«Unione Popolare» difende il reddito di cittadinanza e vuole che un’ora di lavoro debba essere pagata almeno con dieci euro lordi. Il partito che c’è, ma viene trattato come non ci fosse, pensa che la NATO sia una spesa enorme, inutile e folle, che non serve ai popoli, ma alle classi ricche ed egoiste, che più hanno e più vogliono avere; pensa che il problema più grave per l’umanità sia il cambiamento climatico e ritiene un crimine il ritorno al carbone che uccide il pianeta. Pensa che bisogna ricorrere subito all’energia prodotta dal sole, dal vento e da tutto ciò che la natura ci offre di sano per noi e per il pianeta.
Voi vedete che la scuola e l’università sono state distrutte da chi oggi chiede il vostro voto. L’hanno fatto apposta, perché vi vogliono ignoranti, perché chi non ha gli strumenti per ragionare con la propria testa è facile da ingannare. Vogliono che siate un bestiame votante, così vi illudete di vivere in una democrazia, mentre da tempo la democrazia è in coma. L’Unione Popolare vuole una scuola statale, libera, gratuita che non imponga l’alternanza col lavoro; una scuola e una università che formino coscienze critiche. Per questo abolirà l’«INVASI» e l’«ANVUR», sono cinghie di trasmissione del pensiero unico.  Potrei continuare a lungo, cominciando dalla Sanità, ma mi fermo qui.
Io voterò per l’«Unione Popolare». Se ciò che ho scritto non basta,  cercate e leggete il programma; sono certo che voterete come me anche voi. Se lo farete in massa, vedrete che cambiare si può. Non disertate i seggi, votate, date fiducia a chi ha i vostri stessi problemi, ma non vuole darla vinta a chi ci sfrutta, ci inganna, ci vende e distrugge il futuro delle nostre giovani generazioni.

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Quando «Fratelli d’Italia» ha definito l’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione) un inutile carrozzone, la domanda del mondo della formazione sulla sorte che l’«Unione Popolare» riserva all’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario) e all’INVALSI si è fatta pressante.
Sia pure confusamente, docenti, personale non docente e studenti, molti dei quali voteranno per la prima volta, intuiscono il rapporto diretto che lega il ruolo di questi organismi, l’inefficienza crescente del sistema formativo e la grave crisi della nostra democrazia. Per dare risposte adeguate, occorrerebbe probabilmente partire da lontano, ma in una campagna elettorale condizionata dalla mancanza di tempo, si punta il dito anzitutto sui dati macroscospici: investiamo su università e scuole pubbliche, assumiamo, cancelliamo l’aziendalizzazione e le rovinose riforme Gelmini e Renzi; basta con classi pollaio, tasse e precariato. Finisce così che, pur essendo un problema di fondo, dimentichiamo le agenzie di valutazione, delle quali non si percepisce immediatamente il ruolo negativo e lasciamo che sia la Meloni a dure che l’INVALSI è un «inutile carrozzone».
E’ un vuoto pericoloso? Sì, perché manca una riflessione sulle conseguenze prodotte dalle misure neoliberiste sul mondo della conoscenza e quindi nella società. Si può supporre che una di queste conseguenze sia, per esempio, l’origine di seri problemi di partecipazione? Penso di sì. Penso che dovremmo anzitutto capire come siamo giunti al punto in cui siamo e quali meccanismi producono l’indifferenza o addirittura l’adesione di studenti e docenti. Individuarli consente di comprendere se e quanto c’entrino con la formazione e come si possa eventualmente smontarli.
Esiste ormai almeno una generazione di giovani docenti e studenti soffocati nei confini disegnati via via da Bassanini, Berlinguer, Moratti, Gelmini e Renzi e formati in scuole e università dominate dalle agenzie di valutazione. Una generazione, forse qualcosa in più di una generazione, cui sono stati sottratti gli strumenti che formano il pensiero critico, la capacità di pensare e valutare liberamente con la propria testa, che in fondo è anche capacità di opporsi, di non rassegnarsi, di non cedere all’egoismo, all’indifferenza e al qualunquismo.
E’ vero, contano i dati materiali, ma l’aria che respiriamo non conta? Il lavaggio del cervello che parte dalla scuola, passa per la televisione e i social e non trova freni nella famiglia, un peso non ce l’ha? E che ruolo ha giocato tutto questo nella sconfitta della sinistra? Una sconfitta culturale, prima ancora che politica, come ci dicono chiaramente i milioni di voti, non solo meridionali e comunque di ceti popolari, toccati ai 5 Stelle nel 2018, che si sono poi significativamente incontrati con gli altri milioni di voti finiti alla destra leghista.
In genere si pensa a un regime anzitutto come repressione, ma è una visone miope. Un regime reprime, ma mira anche a costruire consenso. Per riuscirci, sterilizza la conoscenza intesa come potenziale arma di lotta e manipola il pensiero. Se ignoro i miei diritti, se non li riconosco nemmeno come tali, non rifiuto lo sfruttamento, ringrazio lo sfruttatore e divento addirittura ostile a chi lo combatte. All’inizio della storia del movimento operaio e socialista, gli operai e i braccianti ringraziavano i loro carnefici e se elargivano «benefici», li definivano «padri dei lavoratori».
Torniamo al punto. Sono anni che l’università è il laboratorio in cui il neoliberismo forma i futuri docenti e ne fa preziosi veicoli di quel «pensiero unico», che essi poi insegnano nelle scuole alle nuove generazioni. I contenuti di tale insegnamento sono selezionati da un sistema di valutazione che, di fatto, è uno strumento di controllo sulla cultura. E’ vero, scuole e università adeguatamente finanziate dallo Stato, sono un bene comune decisivo, in grado di consentire la crescita sociale e la realizzazione di ciò che il giovane Gramsci chiese ai suoi coetanei, quando scrisse: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza».
Le cose però non stanno così. Noi riusciamo ancora a vedere – e perciò li combattiamo – gli effetti macroscopici delle politiche neoliberiste: livelli di precarietà elevatissimi nell’area docente, sfiducia degli studenti e calo delle immatricolazioni. L’Italia, ultima in Europa per percentuale di laureati, impone restrizioni al passaggio scuola superiore-Università; benché la crescente povertà causi la rinunzia all’iscrizione e i numerosi abbandoni, la tassazione universitaria pubblica è più alta che altrove e abbiamo creato figure paradossali, quali gli «idonei non beneficiari», giovani, cioè, ai quali si riconosce il bisogno di un sostegno che però non avranno. Il diritto allo studio è ormai un’astrazione; l’università, indebolita dalla penuria dei finanziamenti e isolata dal contesto sociale, è sempre meno accessibile ai ceti subalterni. La sua decadenza è tra le cause fondamentali del decadimento culturale, etico e politico della Repubblica.
Così ridotta, l’Università va rifondata, ma è necessario che la gente capisca. Se diciamo INVALSI, c’è ancora chi sa che si tratta di assurdi criteri di valutazione e prova a boicottare. Se invece diciamo ANVUR, parliamo non solo di una inaccettabile valutazione, ma anche di meccanismi che diventano addirittura controllo sulla cultura; molti però non sanno, pochi si rendono conto e non è facile difendersi. Così com’è, la valutazione della ricerca è una galera per i ricercatori e un furto per gli studenti. Se non ne denunciamo la reale funzione, non sarà mai chiaro dove si nasconde uno dei principali nemici di una formazione critica generalizzata e di alto livello, sottratta agli interessi delle imprese e alle loro logiche di corto respiro.
La formazione ha il suo principio-guida nella Costituzione, laddove, mettendo ordine e armonia tra uomo, lavoro e società, dice che quest’ultima è fondata sul lavoro e che la sovranità non appartiene al mercato, ma al popolo. Solo seguendo questa bussola, Scuola e Università possono insegnare, per esempio, che le risorse della natura non sono un patrimonio a disposizione delle ragioni del profitto, ma fanno parte di un ecosistema che ha inviolabili equilibri; dal loro rispetto dipendono la nostra vita e quella di chi abiterà la terra dopo di noi. Tuttavia Scuola e Università non possono più farlo efficacemente, perché gli equilibri ambientali sono subordinati ormai agli interessi economici che dettano legge anche nel mondo della formazione. Occorre perciò impedire che l’ANVUR continui a costruire sacerdoti del pensiero unico e a spegnere nella maggior parte degli studenti la capacità di organizzare resistenza.

Ecco la risposta alla domanda da cui siamo partiti. L’ANVUR è un’agenzia che fa della quantità della produzione scientifica la misura della qualità di lavori che le commissioni non leggono. Per l’ANVUR, una ricerca vale se l’editore conta molto, se c’è chi la cita – gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore «produce» molto e partecipa a convegni internazionali. Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a un giovane che in tredici anni, dalla laurea al concorso, ha sfornato otto saggi e «curato» nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo, come Cristo i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. In pratica 200 pagine all’anno per tredici anni. Non bastasse, ha organizzato undici convegni, detto la sua in quarantuno simposi, seminari, workshop e festival nazionali e internazionali, ha valutato come revisore «prodotti di ricerca» su riviste italiane e straniere, ha presentato quattro progetti nazionali e internazionali e ha partecipato ai lavori di otto comitati scientifici. Naturalmente la commissione, che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, non s’è posta la domanda cruciale: quanto tempo ha potuto dedicare alla ricerca?
Si sa che il valore della ricerca è la sua qualità, che si misura in base a metodologia, originalità, capacità innovativa e ricchezza creativa. Un progetto di qualità può richiedere anche anni di lavoro. Che credibilità ha un giudizio dell’ANVUR, che, fondata su logiche produttivistiche, impone alla ricerca vincoli temporali? E soprattutto, a che serve una simile valutazione e quali effetti produce sull’insegnamento? La risposta è semplice: l’ANVUR, che conosce il forte legame esistente tra «grandi editori» e «baroni», che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce di fatto ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se studio gli anarchici, non pubblico i risultati delle mie ricerche e non vinco concorsi. Di conseguenza studierò altro e nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Se voglio occuparmi di salute mentale e seguire la scuola di Basaglia e Piro, non otterrò cattedre con le mie ricerche, perché non troverò editori. O rinuncio, o batto la via farmacologica. La conseguenza è una salute mentale che torna a soluzioni repressive, narcotici e letti di contenzione e una università dalle quali sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del disagio come male sociale.
Potrei continuare, ma ormai dovrebbe esser chiaro. Valutare per controllare vuol dire imporre dall’esterno «obiettivi di valore» che ispirano periodiche verifiche della qualità dell’insegnamento; significa creare docenti che tutelano potere e mercato. Significa decidere cosa diranno i libri di testo. E’ questo meccanismo che rende apatico lo studente, impreparato e subordinato il docente formato al pensiero dominante. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava sugli studenti, ma è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica.

Agoravox, 12 settembre 2022

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E’ un classico. Qualcosa si muove, nasce l’«Unione Popolare»? Ecco che, sollecitato da un vento nuovo, chi stava fermo e indifferente si mette in moto per inerzia. Rinascono così i supercritici e i profeti di sventura, pronti a ricordarti esperienze con cui non hai nulla da spartire. In realtà si tratta di un primo segnale positivo: non solo ci sei, ma scuoti gli immobili e agiti gli indifferenti.
Sono Fino, per esempio, che d’un tratto non può fare a meno di muovere le dita sulla tastiera, mi parla di «Sinistra Arcobaleno» e «Rivoluzione Civile» che, sottolinea ironicamente, «ne hanno fatta di strada». Si muove tanto ed è così agitato, da avventurarsi in un’analisi che ritiene politica e si chiede che «Unione Popolare» siamo «senza almeno 6/7 partiti a sinistra del PD?».
Sparata la bordata, Sono Fino si tura le orecchie, come l’artigliere che tira col pezzo da novanta, poi, visto che il colpo non è stato devastante come sperava, decide di sputare la sentenza: «spero tanto di sbagliarmi ma mi pare che «Unione Popolare» sia la solita accozzaglia preelettorale che non porta nulla di nuovo ed è destinata miseramente a fallire».
Potrei intonare l’antico ed efficace scongiuro – «aglie, fravaglie, fattura ca nu un quaglie, corna, bicorna cape ‘e alice e capa d’aglio» – ma non lo faccio. Che tutti possano avere un’opinione rende in fondo la vita più bella. Sono Fino, che scambia l’alba col tramonto e ci definisce un’accozzaglia, è un fenomeno interessante, perché s’impappina e afferma che con altri sette partiti a sinistra del PD (quali?) non saremmo un calderone. Che avrebbe fatto, Fino, se non ci fossimo mossi noi? Sarebbe stato fermo e indifferente. Non lo ammetterà mai, ma l’indifferenza, quella almeno, gliel’abbiamo fatta vacillare.
Lo so, non è detto che accada – potrebbero inventarsi una nuova emergenza e rimandare tutto a data da destinare – facciamo conto però che l’anno prossimo si debba votare. Che farà Fino,  filosofo della rassegnazione? Voterà per i banditi accampati in un Parlamento ridotto a bivacco di squallidi manipoli? Può darsi. In fondo non avrebbe che l’imbarazzo della scelta: uno vale più o meno l’altro, e lavorano per tutto, per se stessi, per gli Usa, per la Nato, per il comico ucraino, tranne che per la maggioranza degli italiani che hanno ridotto in miseria. Non a caso rappresentano poco più di se stessi.
E’ vero, sì, Sono Fino avrebbe altre due scelte: non votare (che significherebbe fare il gioco di Draghi, Letta, Salvini e compagnia cantante) o votare i fascistelli di Meloni (niente aborto, niente divorzio, immigrati a fondo nel Mediterraneo e la bandiera con il motto dei padroni: tu fatichi e io mangio.
La crisi però lavora contro gli indifferenti e contro i filosofi della rassegnazione. Stavolta, piaccia o no, esiste una vera alternativa, antifascista, fuori dai giochi del palazzo, formata da chi fatica e non mangia: «Unione Popolare». La gente ormai non è più disposta a farsi divorare dai pescecani del capitalismo. Nessuno può dire se Fino, che è stanco e depresso, ma scemo non è, resterà a guardare o deciderà di mettersi dalla parte giusta: la nostra e la sua.

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D’accordo, viene dall’Accademia. E tu che fai, lo condanni per questo?  Ti direbbero che non sono molti, ma ce ne sono anche di quelli non compromessi con l’andazzo dei concorsi pilotati, dei posti ereditati e delle cattedre moltiplicate come i pani e i pesci.
Tu che ne sai di Manfredi?  
E’ vero, diventò ministro, accettando di governare l’Università dopo il rifiuto di Lorenzo Fioramonti, giustamente indignato per il trattamento da Cenerentola riservato alla formazione. Manfredi non s’indignò.
Sì, non è bello, ma non è un reato…
Hai ragione, come ministro è stato un fantasma, però poi, per fare il sindaco, ha chiesto garanzie: voglio i fondi che avete negato a De Magistris. Insomma, per non tornare a fare il fantasma, ha dovuto riconoscere che contro il sindaco uscente si sono fatte scelte scorrette e vergognose.
E’ un punto a suo favore o la dimostrazione di una sconcertante pochezza?
I soldi li avrà?
Se gli consentiranno di battere moneta, probabilmente sì. Il fatto è che non solo è un neoliberista, ma a sostenerlo c’è soprattutto il neoliberista PD, che, come tutti sanno, vuole ciecamente la cosiddetta «autonomia differenziata». Hai capito bene, sì, la scelta feroce che unisce tutti i candidati contro Napoli e contro la Clemente, la sola che rifiuta di vendere Napoli al Nord, come sono pronti a fare il PD, la Meloni, i 5Stelle, l’innocente nullatenente e patetico Antonio Bassolino e naturalmente la Lega di Salvini per l’Indipendenza della Padania.
Proprio così, “indipendenza della Padania”…!!!!   
Stringi stringi, in questa situazione, due domande sono legittime e decisive:

  1. Quale credibilità può avere Manfredi, contraddittorio accusatore e allo stesso tempo avvocato d’ufficio di De Magistris?
  2. b. Quanti napoletani sono disponibili a votare un uomo pronto a pugnalarli nella schiena?   
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Quel giorno – recita la Bibbia – quando il Signore diede a Israele la vittoria sugli Amorrei, Giosué pregò […] e gridò alla presenza di tutti gli Israeliti: Sole, fermati su Gabaon! […] Un giorno come quello non c’è mai stato né prima né dopo di allora, quando il Signore ubbidì a un essere umano e combatté al fianco d’Israele“.
Ci vollero secoli e la rivoluzione copernicana per mettere in crisi la presunta verità geocentrica. A tutt’oggi, però, nulla cancella la biblica bestemmia che ci presenta il “Dio padre Onnipotente” schierato in guerra, macellaio dei suoi figli.
Un incidente esclusivamente “religioso”, che riguarda l’umana ingenuità? Tutt’altro. Non mancano infatti affermazioni che fanno dubitare anche delle “bibbie” laiche. Spiace per Marx, ma non è sempre vero che nella famiglia borghese “l’elemento connettivo sono la noia e il denaro“. Vero è invece che la noia affligge anche le famiglie proletarie dove purtroppo il denaro manca molto.
Da giovane, quando leggevo i sacri testi con compagne e compagni, ci fu chi trovò inesatta e terribilmente maschilista la convinzione di Marx sulla comunanza della donna. E non aveva torto. Non so se i comunisti sono davvero per tale comunanza (alla quale erano comunque meglio disposti gli anarchici seguaci della dottrina del libero amore), so che in età storica non è vero che essa sia esistita quasi sempre e troverei comunque più rivoluzionario e comunista che fossero le donne a propugnare la comunanza degli uomini.
Per quanto mi riguarda, non esistono pensatori in grado di spiegare tutti i tempi del storia in base a principi e intuizioni che possono segnare un mondo e fornire un metodo prezioso, ma saranno sostituite da dottrine adeguate ai tempi che cambiano.
Nella serie delle “verità bibliche” – religiose o laiche conta davvero poco – si colloca a mio modo di vedere la convinzione diffusa che i politici oggi siano tutti eguali tra loro: pensano esclusivamente ai propri affari, sono tutti ignoranti e malfidati. Più che l’abilità delle destre, è questa verità di fede che distrugge la democrazia. E’ necessario dirlo: la povera gente avrebbe pagato prezzi ben più salati se a governare la tragedia sociale che stiamo vivendo e a far fronte alla pandemia, si fossero trovati Salvini, Meloni e Berlusconi.
Di Conte si può dire tutto il male che si vuole, ma parla – o tenta di parlare – alla ragione. Salvini e i suoi camerati puntano allo sfascio e parlano alla pancia delle masse di disperati che hanno creato. Renzi, poi, è l’uomo della Confindustria e delle Banche. Lo sostengono con ogni mezzo e ha un compito preciso: destabilizzare il Paese e farne terra di conquista.

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Non è vero che il triste assalto a Capitol Hill colpisce il simbolo della democrazia nel mondo e il paragone con la «nuova Atene» non regge. Capitol Hill non è «la casa della partecipazione popolare alla politica», ma una delle sue case. Ce ne sono tante altre nel mondo – molte delle quali messe decisamente meglio – che, tuttavia, condividono una condizione di crisi profonda, di cui Trump e i suoi scalcagnati «golpisti» non sono la causa, ma la manifestazione visibile.
Gli Usa del capitalismo sfrenato, della Sanità privata, di Guantanamo, dell’embargo a Cuba, della tragedia cilena, delle innumerevoli violazioni dei diritti umani e della gente di colore soffocata o uccisa a pistolettate da forze dell’ordine, che ieri  si sono misteriosamente mostrate deboli e quasi complici degli assalitori, non sono la più grande democrazia del mondo. Non lo sono, ma questo non toglie che l’assalto a parlamentari legalmente eletti è una ferita che fa molto male, così come male fanno e destano serie preoccupazioni gli assalti ai giornalisti.
Ieri non c’è stato l’assalto alla Bastiglia e non si è provato a prendere il Palazzo d’inverno. Si è toccato con mano, però, sino a che punto sono discreditate le Istituzione democratiche, quale sia la distanza che divide i popoli da chi li governa e fin dove può condurci la forza di una narrazione surreale, velenosa, falsa e mille miglia lontana dai fatti e dai bisogni reali della gente. Soprattutto della povera gente.
Ciò che è accaduto ieri non ha nulla di rivoluzionario. E’ l’effetto di una crisi che non può avere sbocchi positivi perché non nasce dal basso, non contiene germi di rinnovamento, non apre spiragli che lascino intravedere un mondo migliore. Abbiamo assistito alle convulsioni di un sistema che si avvita su se stesso, crea un vortice e ci ruba l’aria. Ora sappiamo che la democrazia, anche la nostra, calpestata ogni giorno da Renzi, Salvini, Meloni, Di Maio, vive di stenti e non sa più essere come l’intesero i padri costituenti: ricerca di una sintesi tra visioni diverse della società, che si confrontavano in base a un insieme di regole che mettevano fuori legge la reazione e consentivano la convivenza tra conservatori e progressisti. Per un Paese come il nostro, dopo la tragedia fascista, non si trattava solo della prima Costituzione, ma di un evento a suo modo rivoluzionario.
Da decenni la lettura neoliberista della globalizzazione batte in breccia l’idea stessa di democrazia. Dove conduca l’assalto a Capitol Hill non è facile dire. Ieri, però, tra due presidenti degli Usa, uno uscente e pronto all’assalto, l’altro eletto e debolissimo nella difesa, è emersa chiara e terribile la sua pericolosa solitudine.
Per ciò che resta della sinistra – soprattutto per quei giovani che ancora credono nella politica – oggi la sfida è difficilissima, ma non impossibile: organizzarsi per entrare nelle Istituzioni democratiche, restituire loro l’originaria capacità di rendere compatibili politica e bisogni reali della gente. Se necessario, farlo eleggendo una nuova Assemblea Costituente. Un compito che da noi, come in nessuna parte dell’Occidente, a cominciare dagli USA, non possono affrontare né gli attaccanti, né i difensori di Capitol Hill, né i Salvini, né i Renzi, né gli esponenti di forze politiche che, ognuna per la sua parte, ci hanno condotti alla tragedia che viviamo.

Canto Libre, 7 gennaio 2021

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padroni potere

Confesso di avere sbagliato. La pandemia non è stata, come avevo creduto, il campanello di allarme che avrebbe risvegliato le coscienze intorpidite. Né la lunga reclusione, né il massacro della mia generazione, né lo spettro di un futuro agghiacciante sono bastati a produrre quella incontenibile insofferenza destinata a diventare sdegno, protesta, e ribellione.
Tutto ciò che aspettava la gente reclusa o mandata a morire inerme nei posti di lavoro era un fischio del padrone che restituisse la libera uscita. I giovani senza scuola, i precari ridotti alla fame, le famiglie segnate dal lutto, sciamano per le vie felici d’una libertà condizionata da guanti e mascherine e miseria. Nessun moto di orgoglio, nessun rifiuto spontaneo, nessun serio segnale di rivolta.
Le barche velenose tornano a mare, senza dar conto della ricchezza che hanno dietro, pronte ad ammazzare i rinati delfini che presto spariranno. Al loro posto vedremo un oceano di mascherine e guanti e lì ci tufferemo felici. Tutto tornerà com’era e sarà anche peggio. Come se il mondo non stesse andando a rotoli, noi ci perdiamo dietro chi chiede il linciaggio di una giovane donna rapita e liberata.
Confesso di avere sbagliato, perché se in questi giorni avessimo veramente pensato al futuro, le scimmie antropomorfe che esibiscono la loro miseria morale persino in Parlamento avrebbero pagato a caro prezzo le loro terribili colpe. Invece non accade nulla ed è ormai evidente: l’immunità di gregge l’abbiamo raggiunta da tempo. Non ci colpisce più nulla e tutto è consentito. Solo così si spiegano il voto dei meridionali per la Lega, la sicurezza ben pasciuta e sazia esibita da Salvini in mezzo agli affamati, la viperina e impunita malignità della Meloni, che a pancia piena mette l’uno contro l’altro chi non ha di che mangiare.
Bisogna cancellare l’idea che l’uomo d’oggi sia il prodotto di un processo evolutivo. Come si fa a crederlo, se ogni giorno si vedono all’opera Trump, Merkell e compagnia cantante?
Confesso di avere sbagliato e riconosco le ragioni di chi detiene il potere: non si può avere pietà dello schiavo che non si ribella.

Agoravox, 14 maggio 2020

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Sul piano delle responsabilità per il tentato omicidio del Servizio Sanitario Nazionale, Conte e i 5Stelle giungono buon ultimi. I mandanti e gli esecutori vanno ricercati tra quanti prima di loro hanno governato il Paese negli ultimi anni; gli anni dei tagli feroci e delle privatizzazioni realizzate in tandem dalla due destre che sono state al governo nei ruoli intercambiabili di maggioranza, minoranza e maggiominoranza. Un elenco lungo, nel quale figurano sia Prodi, D’Alema e Bersani, per ricordare alcuni dei leader della sedicente defunta sinistra, che Salvini, Meloni, Berlusconi e compagnia cantante, che oggi, con incredibile faccia tosta, puntano il dito su Conte, sperando di trarre vantaggi persino dalla tragedia che hanno provocato.
Il Coronavirus ci aggredisce quando la nostra spesa sanitaria in rapporto al Pil è scesa al 6,5 %, il limite oltre il quale si riduce l’aspettativa di vita. Siamo al dodicesimo posto tra i Paesi europei, abbiamo privatizzato il 30 % del settore e ridotto il personale medico e paramedico in condizioni economiche e di carriera di gran lunga peggiori rispetto a quelle del secolo scorso. Migliaia di specialisti assunti con contratti annuali, ad 80 euro lordi al giorno e prospettive di stabilizzazione che nel migliore dei casi giunge dopo 15 anni.

A mano a mano che la crisi ha cancellato dal vocabolario dei giovani la parola lavoro  e tutto è diventato precario, sulla popolazione attiva ha preso a pesare un esercito di anziani non autosufficienti. Chi lavora ormai ha sempre più difficoltà a curarli e assisterli e intanto, come dimostra Taranto, in una ideale graduatoria di valori, la salute viene molto dopo gli interessi dell’economia.
Questo vuol dire che Conti è innocente e sta gestendo al meglio, con le scarse risorse che ha, la tragedia della pandemia? No. Le cose purtroppo non  stanno affatto così. Seguendo il principio aberrante che gli interessi economici – e i privilegi dei padroni – vengono prima di ogni altra cosa, Conte e il suo governo, così attenti ai comportamenti individuali, così pronti a disegnare zone rosse, a consigliarci di “cambiare stile di vita” e ridurre al minimo i contatti fisici, hanno lasciato fuori da ogni regola un’immensa, pericolosissima zona franca: quella del lavoro che non si ferma e non è sottoposto a regole di comportamento. Cedendo così alle logiche di sfruttamento di Confindustria e Confcommercio, il governo si assume una responsabilità terribile di fronte alla storia: quella della sempre più probabile catastrofe sanitaria, che potrebbe fare strage della popolazione.
Nelle condizioni terribili in cui versa il Paese, non c’è dubbio, le regole di comportamento sono fondamentali, ma possono fare argine al contagio solo se applicate anzitutto al mondo del lavoro, che, se necessario, deve fermarsi. Qualora questo non dovesse accadere, la situazione sfuggirà dalle mani del governo e il futuro si tingerà fatalmente di nero.

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