Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Salvini’

sgomberoTutti quelli che trascinano per strada donne, vecchi e bambini hanno una casa. Talora in fitto, quasi sempre in proprietà. Nessuno si presenta la notte “legalmente” alla loro porta per mandarli via.
Salvini ha una casa e tutti i suoi parenti prossimi hanno un’abitazione. Una casa hanno i prefetti, i questori, i poliziotti, i finanzieri, i carabinieri e naturalmente tutti i proprietari di case.
I rappresentanti delle Istituzioni dello Stato, che hanno tutti una casa in proprietà o in fitto, difendono legge in pugno i proprietari di case – e quindi quasi sempre se stessi – gettando sul lastrico quelli che una casa non ce l’hanno né in proprietà, né in fitto. E poiché questi ultimi, che vivono in strada, braccati dai padroni, dal Governo, dalle forze dell’ordine, incontrano un forte limite alla realizzazione piena dello sviluppo della loro persona umana e alla reale partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, c’è poco da discutere: nella realtà quotidiana, la sovranità appartiene pienamente solo a quella parte di popolo che può vivere in una casa. Per esser chiara: sovranità fa rima con proprietà.

Annunci

Read Full Post »

D-04c6bWsAAXkbI.jpg-largeDubito che abbia letto i numeri e non so se sia fermo alla fase dell’alfabetiere che gli consente di leggere, scrivere e far di conto, o sia in grado di comprendere un testo, produrre pensiero autonomo e manifestare coscienza critica. Sbaglierò, ma a me pare che quando si tratta di concetti articolati, valutazione di dati e interventi nel senso che essi indicano, si debba poggiare alla stampella di un curatore d’immagine e di chi lo sostituisca nell’ombra. Mi direte che l’algoritmo del successo punta al consenso, ma l’uomo di intelligenza media non si affida mai totalmente alla logica cibernetica.
Sia come sia, mentre Salvini gioca a guardia e ladri, l’undicesimo comandamento, «prima gli italiani», benché sostenuto dai grani del rosario e dall’Ave Maria, rischia il ridicolo e si fa autolesionismo, di fronte ai dati Istat, che non sono trappole di toghe rosse o congiure di capitane coraggiose. «Prima gli italiani» se ce ne resta qualcuno, visto che le nascite crollano, la popolazione residente in Italia cala vertiginosamente e c’è un’emigrazione tutta italiana che assume i connotati del si salvi chi può.
Salvini non se n’è accorto, l’algoritmo si occupa dei negri brutti e cattivi, ma mentre lui impegna tutte le nostre forze e risorse nella caccia al migrante, sono anni ormai che la popolazione residente nell’ex Belpaese diminuisce a velocità da TAV e per trovare un declino demografico di pari portata occorre giungere al fatale 1929: novant’anni fa. Il calo delle nascite tocca il 4 % e a conti fatti alla fine del 2018 si sono registrate solo 439.747 nascite. Non andava così dai tempi di Garibaldi e Vittorio Emanuele II a Teano. In altri termini, dall’Unità di quell’Italia che il duce del cambiamento ha disprezzato, finché la necessità di voti meridionali non l’ha condotto a un sospetto furore nazionalista.
Può darsi che la cibernetica prescriva l’utilizzazione di Carola e delle Ong come strumento di distrazione di massa, ma l’Istat ci riporta coi piedi per terra: al primo gennaio 2019 risiedono in Italia 60.359.546 persone e l’aumento dell’emigrazione di cittadini italiani, in crescita costante, sfiora il 2 %. Di fronte a questi dati anche un anonimo travet della politica capirebbe che occorre smetterla di giocare. Senza occuparsene seriamente, perderemo ogni giorno nuova linfa vitale.
Altro che «prima gli italiani!». L’Italia si spopola e dove manca popolazione, manca la cura del territorio e l’ambiente va incontro al degrado, con tutto quello che si paga in termini di disastri. Meno bambini vuol dire scuole con meno classi e docenti disoccupati; meno giovani lavoratori e vecchi in aumento significa sfascio del sistema pensionistico. In quanto all’agricoltura, che produce cibo per tutti, senza stranieri più o meno schiavizzati, da tempo non potremmo occuparci del bestiame, della semina e del raccolto. Sono gli immigrati sfruttati a consentirci di tirare avanti. Gli immigrati che si vorrebbero morti in mare.
Per carità, posso sbagliare, ma mi pare che l’algoritmo di Salvini faccia rima con cretini.

Read Full Post »

Sea-Watch-a-Lampedusa-arrestata-la-capitana-Carola-Rackete-e1561793655305.jpgNon a  caso alla facoltà di storia Salvini diede forfait. L’analfabetismo di valori non gli consentì di cogliere il valore della ribellione morale, così come oggi  non coglie la forza di una fede autentica. Dovrebbe saperlo, ma certamente lo ignora: il suo Mussolini tremò quando colse il valore profetico di un’opposizione che lo sfidava senza temere le conseguenze della sfida.
“Non vinceremo in un giorno ma vinceremo”, dichiarò Rosselli e gli costò la vita. Le idee però non si uccidono e il 25 aprile del 1945 non c’era forse nulla di più vivo dell’esempio che aveva dato. Anche oggi, del resto, più vive e contagiose che mai sono le parole di Don Milani: l’obbedienza non è più una virtù.
Troppo rozzi per temere il valore di un insegnamento diventato esempio immortale, Salvini e i barbari che lo circondano sono fermi a un delirio di onnipotenza del potere  morto coi gerarchi nazisti: non si ubbidisce a un ordine criminale. Lo spiegava  ai giudici che lo accusavano di sovvertire gli ordinamenti dello Stato un maestro immortale, per il quale ricercare la verità e il bene significa rendere la vita degna di essere vissuta. Certo, occorre rispettare le leggi, insegnava Socrate, ma è fondamentale che le leggi siano in armonia con la giustizia.
Cinque secoli prima di Cristo, un Salvini ateniese si illuse di imprigionare il senso di giustizia. Così facendo, condannò Socrate a morte ma non impedì che poi eternamente egli parlasse ai giovani di ogni età della storia.
Venticinque secoli dopo la morte di Socrate, un nuovo distributore di cicuta ammanetta Carola Rackete e non si accorge che, così facendo, prova a imbavagliare Rosselli, a zittire Don Milani e a mettere a tacere per sempre l’antico maestro greco. Questo cervello non deve pensare, ordinò prima di lui il suo duce e Gramsci, morto di galera fascista, insegna libertà.
Salvini è fuori dalla storia della civiltà umana. Farà qualche danno, poi morirà e starà zitto per sempre. Carola Rackete non morirà. Immortali sono e saranno gli uomini, le donne e i valori contro i quali Salvini si scaglia.

Read Full Post »

Prima i padroni

Prima i padroni

C’è una sapienza antica che la crisi mortale del capitalismo va cancellando. E’ la sapienza politica, se volete anche solo il senso della misura di uomini che, per quanto lontani dalle classi popolari, erano consapevoli della necessità di migliorarne le condizioni, per evitare se non altro pericolose agitazioni sociali. Sarà stato pure «Ministro della malavita», però dopo i tragici fatti del ‘98, nel celebre discorso agli elettori di Dronero, Giolitti puntò il dito contro coloro che chiedevano ancora l’uso della forza a beneficio esclusivo dei loro interessi. Essi, affermò, andavano respinti «come i peggiori nemici di quelle istituzioni che noi riteniamo inseparabili dalla causa della unità, della indipendenza, della libertà».
A proposito di memoria smarrita e di imbarbarimento, antica è la saggezza da cui nascono le regole del conflitto sindacale, in cui tutti vogliono vincere, ma nessuno stravincere. Giuseppe Santoro Passarelli, presidente della Commissione Nazionale di Garanzia sugli scioperi, non lo sa, ma più sacrifici impone alla collettività la lotta sindacale, più siamo garantiti tutti. Sono millenni che Tito Livio lo insegna col celebre apologo dell’Aventino:
«Le membra dell’uomo, visto che lo stomaco oziava in attesa del cibo, decisero di farla finita, si misero segretamente d’accordo e stabilirono che le mani non portassero cibo alla bocca e se vi giungesse comunque, la bocca lo rifiutasse e i denti non masticassero. Mentre cercavano di domare lo stomaco, gli arti indebolivano anche se stessi, sicché tutto il corpo giunse a un’estrema debolezza. Presto fu chiaro che il compito dello stomaco non è quello di essere pigro, e che anzi, quando riceve i cibi, li distribuisce per tutte le membra. Stomaco e membra tornarono in amicizia. Così, come fossero un unico corpo, il senato e il popolo muoiono con la discordia, con la concordia vivono in salute».
Intimando all’Unione Sindacale di Base di revocare lo sciopero generale indetto per il 12 aprile in virtù di un inesistente mancato rispetto dell’«intervallo minimo» che dovrebbe intercorrere tra uno sciopero e l’altro, Santoro Passarelli invita di fatto lo stomaco all’ozio, si schiera contro gli arti e ci riporta indietro fino al V secolo avanti Cristo, inserendosi nel solco della storica ignoranza dei «padri della patria italiana», che, incapaci di prendere coscienza dello squilibrio esistente nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, trasformarono lo sciopero, da diritto qual era, in un inesistente reato.
Sarebbe difficile contare i lavoratori incarcerati e gli anni di galera scontati dall’unità al 1904, anno in cui Giolitti lasciò che in Italia il primo sciopero generale fosse realizzato senza l’intervento repressivo di questurini, carabinieri, esercito e magistrati. Fino a quel momento si era andati avanti a suon di cariche, sciabolate, arresti ed eccidi proletari, tant’è che il primo sciopero generale nacque proprio dall’esplosione della tensione accumulata nel Paese dopo le stragi di lavoratori di Castelluzzo in Sicilia e Buggerru, in Sardegna.
Seguace di Albertini, il direttore del «Corriere della Sera» che definì quelle storiche giornate di lotta «cinque giorni di follia», la Commissione di Garanzia ha ignorato lo spirito animatore dell’Assemblea Costituente, che nel dibattito sul tema e nella formulazione originaria dell’articolo 36 del progetto, passato poi nella Costituzione come articolo 40, non solo assicura ai lavoratori il diritto di sciopero, ma limita gli interventi della legge ordinaria nella sua regolamentazione a tre soli ambiti: procedura di proclamazione, tentativo di conciliazione, mantenimento dei servizi assolutamente essenziali alla vita collettiva. Benché qualcuno voleva che la Costituzione non proclamasse il diritto di sciopero, non poteva andare altrimenti: dopo la legislazione fascista, che aveva considerato lo sciopero un reato, la Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro non poteva che riconoscerlo.
Anche l’ala moderata dell’Assemblea, del resto, rinunciò alla richiesta di vietare lo sciopero politico. Mise tutti d’accordo la formulazione di Umberto Merlin, che riconosceva il diritto di sciopero e un’unica limitazione, il cui senso e valore, tuttavia, indicava senza possibilità di equivoco al giudice ordinario, quando ricordava che lo sciopero «degli agenti di polizia, dei carcerieri, dei magistrati e degli agenti delle imposte», non avrebbe semplicemente tolto allo Stato «la dovuta forza e il dovuto prestigio», ma ne avrebbe favorito il suicidio. Furono d’accordo più o meno tutti, perché fu chiaro che il solo limite che Merlin intendeva porre al diritto riconosciuto mirava a garantire il rispetto delle esigenze fondamentali dello Stato.
Le formule pretestuose con cui Giuseppe Santoro Passarelli motiva la decisione di proibire lo sciopero generale del 12 aprile, indetto dall’Unione Sindacale di Base, quali il mancato rispetto dell’«intervallo minimo» e la «rarefazione soggettiva», non rientrano nello spirito e nella lettera della Costituzione, resuscitano gli spettri del ’98 e ci riconducono agli anni in cui Giovanni Giolitti, che non fu certo un pericoloso bolscevico, richiamava la borghesia alla necessità di porre un limite alla prepotenza e all’arroganza di classe. Non si tratta solo di una decisione grave e antidemocratica, ma di una corrispondenza di amorosi sensi tra un organo di garanzia, che calpesta la sua funzione istituzionale e un governo di estrema destra in cui Salvini, alleato dei fascisti di Casapound, sta realizzando una politica repressiva e liberticida, che colpisce con estrema durezza i lavoratori e le loro organizzazioni e criminalizza ogni forma di lotta, dall’occupazione di edifici al blocco stradale.
E’ una politica che dimostra come lo slogan nazionalista e razzista della Lega secessionista, del governo e dei suoi servi, è una volgare menzogna. Per  questa gente, infatti, non è vero che vengono «prima gli italiani». Prima, molto prima vengono i padroni.

Contropiano, 7 aprile 2019 e Agoravox, 9-4-2019.

classifiche

Read Full Post »

img-20181110-wa0037Con la chiusura dello SPRAR di Riace, capofila nei progetti italiani, divenuto modello di inclusione riconosciuto a livello internazionale grazie al coraggioso lavoro del sindaco Mimmo Lucano, si manifesta in piena evidenza la matrice persecutoria delle politiche adottate, dal governo attuale e da quelli che l’hanno preceduto, nei confronti dei migranti e dei settori legati all’accoglienza e alla cooperazione.
Una politica vile e disumana che, in palese violazione dei principi fondanti della civile convivenza, assurge a legge dello Stato con il decreto “insicurezza” voluto dal ministro Salvini.
Una legge fatta di sgomberi e deportazioni, che mostra tutto il suo machismo, la sua cecità e la sua disumanità con il recente trasferimento coatto di alcune centinaia di richiedenti asilo dal CARA di Castelnuovo di Porto: uomini, donne e bambini trasferiti senza preavviso e senza conoscere le loro destinazioni, alcuni lasciati letteralmente in strada da un giorno all’altro, senza tenere in alcun conto le diverse situazioni giuridiche e personali, rischiando di scatenare quei problemi sociali e di ordine pubblico che il ministro degli Interni afferma di voler eliminare.
Inoltre, in contraddizione con la martellante retorica del “prima gli italiani”, un’altra conseguenza di questa operazione, per la quale viene mobilitato addirittura l’esercito, è il fatto che un centinaio di lavoratori/trici – in gran parte autoctoni – che operavano nel Cara e nelle attività ad esso collegate, rimarranno ora senza lavoro.
Tutto questo accade mentre in tutte le scuole d’Italia i docenti e le docenti sono impegnati nella preparazione delle manifestazioni per il Giorno della Memoria.
Abbiamo il dovere di esercitare la memoria. Quindi ben vengano i cartelloni con le stelle gialle e i racconti dei bimbi con i pigiami a righe, ma solo ad alcune condizioni, per non ridurre la Storia, spezzandone il legame vitale con il presente e il futuro, ad innocuo quadretto di maniera.
Che si spieghi, ad esempio, che i campi di concentramento esistono ancora, sulle coste della Libia, per tenere lontano dai nostri occhi le atroci violenze cui sono sottoposti uomini e donne che fuggono da guerre, fame, persecuzioni e catastrofi ambientali, per trovare futuro in quegli stessi Paesi che sono in gran parte responsabili delle cause che li spingono a migrare!
Che si spieghi, ad esempio, che il filo spinato e i forni crematori sono stati strumenti del XX secolo e che a noi, sì a NOI, basta il mare.
Che si spieghi che oggi, nel 2019, si separano gli uomini dalle donne, si portano via i bambini e le bambine da un centro di vera accoglienza e, in nome della sicurezza, li si getta in strada come rifiuti umani.
Che si spieghi che domani, sempre nel 2019, nelle classi di quelle bambine e di quei bambini ci saranno dei banchi vuoti, perché sono nere e neri, e soprattutto perché non sono italiani e italiane.
Ricordare significa impedire che il non umano ritorni e non accettare che cambino solo i personaggi di una storia ugualmente atroce, ugualmente non umana.
Crediamo che in questo momento storico, in cui la marea nera della barbarie sta pericolosamente dilagando, la Scuola abbia il dovere inderogabile di ripristinare i principi e i valori costituzionali, che prevedono la rimozione – non la creazione! – degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana.
Crediamo che avere memoria, ricordare, significhi in prima istanza riconoscere e contrastare – prima che sia troppo tardi – la deriva razzista di una storia che rischia di ripetersi. Invitiamo pertanto tutto il personale della scuola ad accompagnare gli studenti e le studentesse di ogni ordine e grado nella complessa e purtroppo dolorosa ma ineludibile lettura critica di un presente in cui si spaccia l’accanimento contro gli ultimi, i più deboli, per difesa di una presunta identità nazionale che si costruisce sulla falsa opposizione tra gli italiani e non italiani, tra un noi e loro costruito con l’intento di dissimulare il solo autentico distinguo che governa le relazioni tra gli uomini: quello tra chi sfrutta e chi è sfruttato.

COBAS NAPOLI

Fuoriregistro, 31 gennaio 2019

classifiche

Read Full Post »

200px-hw-robespierreCommentando un mio articolo uscito su Agoravox, un lettore dice di capire «in base a quali valori e principi la Chiesa Cattolica afferma che tutti vanno accolti», mentre non gli è chiaro […] perché la Sinistra affermi la medesima necessità.
La Sinistra, prosegue «ha valori e principi diversi da quelli dei cattolici […], considera anche la Società nel suo complesso, i rapporti di produzione tra soggetti economici e lavoratori, la qualità della coscienza collettiva (un tempo si chiamava “di classe”) dei lavoratori, la loro corrispondente forza contrattuale nei confronti del padronato, il patrimonio di diritti conquistati con le lotte sindacali». Se critico Salvini, quindi, lo faccio perché ignoro i valori fondanti della sinistra.
Da questa convinzione deriva evidentemente la domanda che chiude il commento: «Secondo lei, quali di questi valori e principi della Sinistra impongono il dovere morale di accettare che masse di sottoproletari vengano immesse senza alcun limite nel contesto nel quale la Sinistra ha costruito con decenni di dure lotte i diritti del Lavoro? Se vuole può citarmi qualche pensatore o teorico marxista o di tradizione socialista che affermi questo dovere morale sopra ogni altro».
Che dire? Parlare di solidarietà non sarebbe sufficiente e d’altra pare, rispondere a una domanda con una domanda non è corretto, ma non posso fare a meno di chiederlo a me stesso: se fossi cattolico, quindi, per il mio lettore avrei ragione?
In quanto alla citazione, perché ricorrere a marxisti o socialisti? Per rispondere al difensore di Salvini, figlio di quella borghesia italiana che non ha mai fatto la sua rivoluzione, citerò un rivoluzionario borghese, che gli avrebbe risposto così:
«Siccome l’universo non è popolato da orde selvagge, è accaduto che il commercio e l’umanità hanno collegato tutte le nazioni; che i soggetti di ogni Stato hanno acquisito il diritto di entrare liberamente e di soggiornare nell’ambito degli altri Stati, e per il periodo in cui vi soggiornano vivono sotto la protezione delle leggi e del governo […] sia per sempre, sia per un periodo più o meno lungo […]. La giustizia […] sembra accrescersi e prendere un carattere più augusto, quando protegge i diritti degli stranieri; allora un tribunale particolare sembra diventare il giudice di tutti i popoli, per estendere la legge della benevolenza a tutto l’universo»:
Sono parole scritte nel 1786, 231 anni prima che il lettore esponendo il suo pensiero, ci conducesse indietro di due secoli e mezzo. Robespierre ha senso storico e quando parla dei diritti degli stranieri, sente che il colonialismo e le sue atrocità pesano in modo schiacciante sulla sua coscienza; egli perciò non può evitare di riconoscere responsabilità inconfessabili. Come spiegherebbe Robespierre la nostra barbarie a bambini che teniamo a forza nel mare in tempesta, negando soccorso e asilo? Con le parole utilizzate nel Discorso sui diritti degli uomini di colore, pronunciato nel settembre del 1791.
E’ vero, direbbe a quei bambini Robespierre , noi «vi abbiamo […] riconosciuto dei diritti; vi abbiamo, è vero, considerati esseri umani e cittadini […] e ciononostante d’ora in poi vi respingeremo nella miseria e nell’avvilimento; e vi ricondurremo ai piedi di quei padroni tirannici, il cui giogo vi avevamo aiutato a scuotere».
La verità è che le destre sostituiscono il potere coloniale con dittature che abbattono, quando tornano al colonialismo, mettono avanti a tutto le più orribili passioni e lo fanno in nome di interessi individuali e privilegi di classe. Avanti ai diritti umani, avanti ai diritti civili. Avanti a ogni diritto.
I diritti, «ecco i beni ai quali si dà così scarsa importanza». Così risponderebbe il borghese rivoluzionario al borghese senza rivoluzione.

classifiche

Read Full Post »

crimini

A Norimberga, quando non fu possibile negare, la strategia difensiva di chi aveva internato, torturato e ucciso milioni di Rom, omosessuali, testimoni di Geova, ebrei e oppositori politici, si fondò su due elementi legati tra loro: Esistevano leggi, ispirate peraltro a principi, quali il primato della nazione (prima i tedeschi e i loro valori… prima gli italiani e i valori dalla patria…) e di conseguenza il dovere di eseguire ordini superiori. In questo senso, si disse, è un’intera nazione ad aver compiuto un crimine, non un singolo individuo, perché, fino a quando non intervenga una regola nuova che cancelli quella vecchia, non c’è che l’obbedienza.
Non si può disobbedire al decreto Salvini, si sente dire da un po’ come fosse Vangelo. Occorre obbedire. Pazienza se i diritti umani sono calpestati e si giunge al crimine. C’è chi fa le leggi e chi obbedisce. Si difesero così anche i nostri militari, che nei Balcani, dove infuriava la guerra partigiana, rastrellarono e internarono la popolazione, maltrattarono i prigionieri, bruciarono villaggi assieme agli abitanti e fecero strage di donne, vecchi e bambini.
Bisognava obbedire.
Oggi sappiamo che quelle leggi, quegli ordini, quel presunto primato erano solo il frutto malato di una inaccettabile e colpevole obbedienza, la giustificazione legale e immorale di crimini contro l’umanità. Le regole che vorrebbero imporci Salvini, prima di lui Minniti e la ferocia neofascista dell’Unione Europea non sono altro che questo: la giustificazione legale di un genocidio.
Disobbedire perciò non è solo un dovere, ma il solo modo per non rendersi complici.

Fuoriregistro, 6 dicembre 2019

classifiche
 

Read Full Post »

Older Posts »