Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Salvini’

fantasy-2847724_960_720

Quanto costerà la rivolta elettorale contro il PD, colpevole di aver regalato il Paese in mano a una destra estrema e reazionaria? E chi pagherà?
Salvini, Conte e Di Maio continuano a nascondersi dietro cortine fumogene sempre più inefficaci, ma sanno benissimo che la partita sugli immigrati è un bluff feroce destinato a finire. Cercheranno di creare altri fantasmi, ma alla fine i nuovi zerbini dell’Unione Europea delle banche faranno i conti col debito, il pareggio di bilancio e il fiscal compact.
Quando i primi venti autunnali sgombreranno il campo, i rivoltosi che la gli hanno regalato il Paese scopriranno che il governo Conte ha in programma tagli micidiali per la povera gente: trentatre miliardi di euro in tre anni, per introdurre misure dedicate ai ricchi come la flat tax. Da dove prenderanno i quattrini? E’ semplice, no? Tagli agli stipendi dei dipendenti pubblici, alle pensioni e alla spesa sanitaria.
I “sinistri” che li hanno votati possono essere soddisfatti del risultato. Conte, che non è un tecnico come Monti, potra fare macelleria sociale grazie al loro largo consenso.

Annunci

Read Full Post »

Pomigliano 2Ricordiamocelo bene, perché non si scherza: Lavinia Flavia Cassaro, l’insegnante che contestò le forze dell’ordine schierate a protezione dei fascisti del terzo millennio, è stata licenziata. Come capitò a tutti i docenti che si azzardarono a contestare la polizia fascista e com’è capitato in questi giorni maledetti a Mimmo Mignano e ai suoi quattro compagni, licenziati perché hanno osato contestare Marchionne, l’amministratore delegato della Fiat.
Ora lo sappiamo: come accadeva negli anni più bui della reazione padronale, un reato d’opinione ti condanna alla fame e niente è più efficace, quando si tratta di imbavagliare il dissenso. Prima di aprire bocca, perciò, teniamolo a mente: criticare i padroni o la polizia, costretta dalla politica a difendere i fascisti dei Casapound, vuol dire rovinare se stessi e la propria famiglia.
Prima di proseguire, però, spegniamo l’entusiasmo dei sostenitori dell’Alleanza per la difesa della “democrazia” minacciata dal Governo Conte. I fatti risalgono agli anni dei ministri del PD, il campione della vicenda Casapound è Minniti e Salvini non c’entra. Il PD, quindi, taccia e si tolga dai piedi.
Ciò che purtroppo colpisce di più in questa brutta faccenda non è l’intento apertamente repressivo. Sono anni che andiamo avanti così e non è vero che Salvini ha aggravato la situazione. Salvini, in realtà, ha molto da imparare da Minniti, che a sua volta potrebbe dare lezioni ad Arturo Bocchini e Guido Leto. Per quanto mi riguarda, ciò che veramente colpisce è la solitudine delle vittime, pari solo all’assordante silenzio della debolissima opposizione politica e sociale a questo governo né più, né meno reazionario degli ultimi governi della Repubblica. Un’opposizione che, tranne Potere al Popolo, è attenta a sfruttare tutte le occasioni possibili per parlare di migranti, ma osserva un religioso silenzio, quando di tratta di lavoro e diritti dei lavoratori. Ieri a Pomigliano i lavoratori che hanno manifestato per l’insegnante e gli operai licenziati- non a caso auto organizzati – inutilmente hanno aspettato gli intellettuali e i politici che ogni giorno parlano di pericolo fascista.
Quando capiremo che la democrazia non si difende con accordi elettorali e comunicati stampa contro i fascioleghisti, ma stando nelle piazze e a fianco delle vittime, nei luoghi materiali della sofferenza e dell’ingiustizia sociale, sarà troppo tardi. Chi aspetta, o finge di aspettare il manganello e l’olio di ricino, stia tranquillo comunque: la reazione governa da tempo e non ha certo bisogno di camicie nere.

Fuoriregistro, 24 giugno 2018; Agoravox 25 giugno 2108

classifiche

Read Full Post »

La storia è scienza umana per eccellenza; in quanto tale, il primo insegnamento che impartisce a chi vuole capire è la “mortalità” dei suoi protagonisti, siano uomini o fatti, per lo più figli del nostro agire. Essa non studia dottrine che hanno pretese di “eternità” e con spirito laico mostra come sono caduti imperi che parevano immortali.
mosaico-giustiniano-ravennaQuando il piccolo proprietario agricolo, nerbo delle legioni, sparì, schiacciato dal latifondo, quando il lavoro servile ridusse a zero il valore di quello libero e i costi della burocrazia, l’avidità di padroni e ceti parassitari che vivevano all’ombra della corte, imposero un opprimente sistema fiscale, si sentirono scricchiolare le fondamenta dell’Impero Romano. Come oggi – ma chi ci bada? – nacque un’emigrazione di intelligenze e capacità imprenditoriali e quella ch’era stata conquista orgogliosa, divenne un peso; chi aveva vantato uno stato di superiorità – “civis romanus sum” – varcò il confine con quanto aveva e se ne andò a vivere tra quei “barbari”, parte dei quali, intanto, proprio come oggi, in fuga dalla guerra, cominciava a premere sui confini del traballante impero.
Roma non cade sotto l’urto degli invasori, così come la globalizzazione e gli equilibri nazionali non vanno oggi in crisi per l’immigrazione. L’impero agonizza da tempo, per l’ingiustizia sociale che vi trionfa e perché non c’è un romano disposto a lottare per uno Stato che l’opprime. Per due secoli, i barbari sono una risorsa: l’istituto dell’hospitalitas concede l’ingresso in territorio romano e offre terre in cambio di protezione militare dagli altri barbari. Sono i nuovi piccoli proprietari, ma è tardi e la perizia giuridica non salva dalle contraddizioni interne la “globalizzazione” del Mediterraneo, nata dalla “pace di Augusto”. L’Impero non è immortale. Cade.
Di questa “regola fissa” della storia dell’umanità c’è stata fino a qualche temo fa coscienza chiara e  purtroppo svanita; se ne sarebbero ricavate preziose chiavi di lettura del presente, ma si è voluto fare tabula rasa dell’intelligenza critica e l’opinione pubblica la fanno ormai i servi sciocchi e la loro ignoranza. Sembra incredibile, ma è così: la regola laica della “mortalità” era così nota, che oltre venti secoli fa, prima dell’eruzione fatale, un ignoto pompeiano ne espose il senso in poche parole scritte sul muro d’un vicolo, con una vena di struggente e profetica tristezza: “Nulla v’è al mondo che in eterno duri”.

Due menzogne hanno caratterizzato la stagione dell’attuale globalizzazione, sul cui altare i chierici della sinistra ci hanno sacrificati, giungendo fino alla degenerazione di se stessi e alla morte. La fine del conflitto, anzitutto, dopo la caduta del muro di Berlino e la nascita del mondo governato dal mercato, descritto come un nuovo paradiso terrestre. Fine del conflitto – e quindi fine della storia – per assenza di interessi contrapposti e soddisfazione di tutti i bisogni. Nella narrazione di questo eden, Fukuyama e con lui una banda di mercenari al servizio del potere, hanno inventato un punto di arrivo di un processo storico “unidirezionale”: il grande sviluppo tecnologico come garante della dignità del lavoro. La seconda menzogna – il processo è irreversibile, inutile citare Marx o Keynes, non c’è alternativa – trova in questi giorni la più clamorosa smentita.
A riprova della laicità delle leggi della storia, torna il protezionismo. Dopo decenni di rimozione, lo riportano in vita prima la Brexit, poi il Presidente degli degli USA, cui fa da sponda, significativa per quanto piccola, Conte. E’ una sorta di dottrina di Monroe in tema di economia: non impone altolà a spedizioni militari, ma modifica il principio in una formula più aderente ai tempi; non  “l’America agli americani”, ma “prima gli americani”. Torna il protezionismo ed è subito sinonimo di conflitto e antitesi della religione neoliberista.
Su questa linea si muove da noi – e non è un caso – il governo Conte. Gli si potrà sparare addosso come si vorrà, bisognerà chiedersi se ha intercettato il treno della storia. E’ un governo fascista? E’ di certo pericoloso e per tutto il resto vedremo. Guai però ai democratici che vivono di astrazioni, se non proveranno a capire quanto questo governo risponda a un problema storico reale che chiede una risposta seria. Nel momento in cui il capitale finanziario attraversa come un lampo ogni frontiera e diventa “internazionalista” come non mai, quali sono i rischi che corre la democrazia, se la risposta delle sinistre in termini di difesa dei diritti del lavoro, della produzione reale, del ruolo del conflitto sociale, non è la lotta di  classe, che sarebbe risposta “internazionale”, ma l’adozione del modello neoliberista come l’unico possibile? Una domanda urgente, soprattutto per un Paese che ha la nostra storia.
Non capiremo nulla del governo Conte, se cercheremo i suoi errori senza fare i conti coi nostri; se non sapremo valutare a fondo il ruolo svolto dal PD – quello sì, davvero populista – nella nascita di generazioni alienate e stritolate dalla sterilizzazione del pensiero critico e dalla colonizzazione delle menti, soprattutto quelle giovani. Non sono stati Salvini e Di Maio a creare  quello che Luigi Russo definirebbe un “popolo di iloti”. Forse dovremmo provare a riflettere sui nostri slogan, capire se il problema sia il populismo o la degradazione dei lavoratori in ‘plebe’, in una moltitudine che non è massa, ma conglomerato di consumatori, la cui vita oscilla tra cellulare. telecomando e difesa impaurita di apparenti privilegi, che sono danni. Masse che sono ormai un’immensa e vischiosa sabbia, sulla quale non è possibile costruire e però è terribilmente permeabile ai luridi liquami della propaganda, alle verità di fede del pensiero unico.
Una sabbia su cui, come è giunto il temporale della crisi, la pioggia ha gettato domande primordiali e bisogni al limite della sopravvivenza. A questa plebe simile a sabbia che si fa fango, Conte lancia segnali di discontinuità e pare salvifico. Sembra  un regime? Non lo sapevamo, noi, che il capitale finanziario fa della crisi l’incubatore dell’abbrutimento e la culla dei fascismi? Che l’estrema destra ha un’anima sociale? Ora non serve attaccare a testa bassa. Occorre fare politica, avendo chiari almeno tre principi: a) nulla v’è al mondo che in eterno duri; b) non si vince, stando assieme al principale alleato del nemico; c) non è più tempo di congreghe e gruppi isolati fra loro.

Agoravox, 15 giugno 2018

classifiche

Read Full Post »

downloadDopo anni di propaganda battente, becera e strumentale, la pianta dell’odio razziale, coltivata con feroce incoscienza al solo, bieco scopo di conquistare voti nella competizione elettorale, dà ormai i suoi frutti velenosi. Com’era facile prevedere, infatti, il raid di Macerata non è stato purtroppo – e non poteva esserlo – un caso isolato. Dopo San Calogero e l’assassinio di Sacko Soumali, lo sventurato sindacalista del Mali ucciso a fucilate, dopo Padova e un richiedente asilo trascinato sull’asfalto per le vie della città veneta da un’auto guidata un giovane razzista, la furia razzista si è scatenata a Sarno, in Campania, terra di emigrazione, tradizionalmente ospitale e tollerante. Nelle vie della cittadina, la “punizione” è toccata stavolta a Mvomo Dang, un giovane del Camerun che ha un regolare permesso di soggiorno, lavora ed è perfettamente integrato nella realtà in cui vive, come dimostra la sua esperienza di calciatore nell’Intercampania, squadra di calcio di Prima categoria.
Anche stavolta un agguato di stampo squadrista. L’hanno atteso per strada in due, giovani come lui e accecati da un odio irrazionale; armati con mazze da baseball, moderno sostituto del manganello, l’hanno preso alle spalle, mentre tornava tranquillamente a casa in bicicletta e non gli hanno dato nessuna possibilità di difendersi o scansarsi: colpivano ferocemente ed esultavano, picchiavano con violenza e festeggiavano.
Questa è l’Italia oggi e a garantire la sua sicurezza – quella di quanti ci vivono, immigrati compresi – c’è un uomo che ha costruito sull’odio la sua carriera politica, aizzando la sua gente prima contro i meridionali e poi gli immigrati, diventati responsabili della crisi e nemici da colpire. E’ amaro dirlo, ma bisogna prenderne atto: con Salvini al Viminale, il rischio di un nuovo “razzismo di Stato” è diventato concreto e le conseguenze potrebbero essere devastanti.
In un Paese in cui la crisi economica e le politiche di austerity, colpendo con inaudita violenza la scuola, l’università, il lavoro e il ruolo formativo della famiglia, hanno prodotto ignoranza, rabbia e disoccupazione, Salvini ha creato il brodo di cultura in cui storicamente si sono sviluppati guerre tra i poveri, intolleranza e fascismi. La sua presenza al Viminale perciò non solo preoccupa, ma è minacciosa per la tenuta democratica del Paese e chiama tutti noi alla più attenta e rigorosa vigilanza in difesa della Costituzione nata dall’antifascismo e dalla Resistenza.
Lo stupore addolorato e la solidarietà per le vittime innocenti non bastano più. Tutto va in una direzione inquietante e tutto annuncia tempesta. E’ venuto il momento di puntare il dito su chi ci ha condotti al punto in cui siamo. Il PD e Minniti, anzitutto, i suoi disumani accordi con la Libia e quei provvedimenti sul “decoro urbano”, oscena fotocopia di provvedimenti fascisti. Occorre una reazione collettiva del corpo sociale, una risposta forte e intransigente, di natura etica, culturale e politica. E’ necessario individuare il terreno comune sul quale sfidare il nuovo ministro dell’Interno, che minaccia di essere ministro di polizia. Un terreno che non è difficile individuare; quello della legalità costituzionale e della giustizia sociale. L’unico sul quale si possa costruire da subito un’alternativa di democrazia per dire forte e chiaro a Salvini e alla Lega che il razzismo non passerà.

classifiche

Read Full Post »

matteo-renzi-3379364_0x410L’ho scritto: un governo pericoloso. E lo ripeto.
Per gli smemorati, però, è meglio precisare.
Salvini dovrà sudare le proverbiali camicie per superare in disumana ferocia Marco Minniti. In quanto al Presidente del Consiglio una certezza c’è: nessuno può valere meno di chi ha definito inutile il Senato, ha fatto di tutto per abolirlo, poi si è fatto eleggere nell’inutile Camera che inutilmente ha tentato di sopprimere. Inutile a tutti, tranne che a se stesso.

classifiche

Read Full Post »

Luigi_Einaudi_1953Da giudice della Consulta, Mattarella si è mosso in modo che non è facile capire e giustificare a livello etico. Dopo aver dichiarato incostituzionale la legge elettorale del leghista Calderoli, ha accettato, infatti, di farsi eleggere Presidente della Repubblica da un Parlamento figlio di quella legge. Un Parlamento, quindi, privo di legittimità morale. Né, dopo la sua elezione, ha poi sciolto le Camere su cui pesava come un macigno la sua sentenza.
Oggi rifiuta di nominare ministro un economista che gli è stato proposto, come prescrive la Costituzione, da un Presidente a cui ha dato l’incarico di formare un governo. Un uomo, si badi bene, che è già stato ministro in un governo presieduto da Ciampi e che ha la piena legittimità giuridica e morale per assumere il suo incarico.
E’ vero, la Costituzione assegna a Mattarela il compito di nominare i ministri che gli vengono proposti, ma non è scritto da nessuna parte che un governo si debba formare in coincidenza con le opinioni politiche del Presidente della Repubblica e nemmeno che debba impegnarsi al rispetto di trattati internazionali che la maggioranza parlamentare, regolarmente eletta, ha scelto programmaticamente di mettere in discussione. Gli elettori, infatti, l’hanno eletta proprio perché vogliono che lo facciamo.
C’è bisogno di dirlo? Un Presidente della Repubblica non può giudicare e contrastare ciò che il popolo sovrano ha deciso votando. Di quel popolo, infatti, egli è solo al servizio.
Ciò che sta accadendo in questi giorni dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che in Italia la democrazia è moribonda e poiché a ogni azione corrisponde fatalmente una reazione, è sempre più evidente: il regime che tenta di sopravvivere a se stesso, sta rinforzando inconsapevolemente (?) e pericolosamente gruppi politici già di per sé pericolosi. Il rischio è che si torni a votare e gli elettori, giustamente inferociti, regalino a Salvini e soci un consenso così largo, che il nuovo regime sarà peggiore di quello che avremmo avuto, se Mattarella si fosse limitato a fare semplicemente ciò che la Costituzione gli impone. E per favore non tiriamo in ballo Einaudi e Previti: la situazione è troppo seria per raccontare barzellette.

Read Full Post »

L’Italia nuova? Eccola:

Read Full Post »

Older Posts »