Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘“Sicurezza”’

downloadNel 1926 non poteva certo saperlo, ma dopo aver fatto approvare le sue “leggi fascistissime”, Mussolini s’era già messo irrimediabilmente sulla strada che lo avrebbe condotto a piazzale Loreto.
Certo, non saranno rose e fiori, ma c’è qualcosa di nuovo oggi nell’aria, anche se appare cupa come non mai. E’ che a poco a poco nelle coscienze più avvertite si fa largo una consapevolezza che orienta l’ago delle bussola e indica la rotta.
Quando il potere definisce sicurezza l’omicidio premeditato delle regole che si è dato e sulle quali ha liberamente giurato, ladri, corrotti e prepotenti esultano festosi. La gente onesta no. La gente onesta si sente invece molto più insicura e minacciata, ma proprio per questo comincia ad avvertire chiaro il bisogno di difendersi. Un bisogno che prima o poi diventerà resistenza.
E’ legge della storia: contro la sicurezza promessa da governi liberticidi i popoli ritrovano la loro antica sapienza e una dignità che non è possibile piegare, quanti che siano i gendarmi tracotanti, le leggi inique e le violenze “legali”.

classifiche

Read Full Post »

Siamo milioni.

E’ un chiodo fisso, un’ossessione che pare pazzia, e ci sarebbe davvero da ridere se l’ossessionato non ricoprisse ruoli istituzionali delicati nella vita politica d’un Paese che pare affondare.

Milioni e milioni, ed è bene si sappia, pronti a battersi fino alla fine.

Così, con insistenza sospetta, si esprime Bossi, ministro della repubblica che minaccia la… repubblica. E, poiché non smentisce, occorrerà credergli. Fosse vero, come vero onestamente appare, Maroni, ministro della repubblica per gli affari interni – uno che, a sentirlo, ha il pallino della sicurezza – dovrebbe essere ossessionato dall’ossessione del collega di governo, capo indiscusso del suo partito. Invece tace. Il dominatore delle rotte mediterranee, lo stratega vittorioso della guerra agli immigrati, se ne sta zitto. Così stando le cose, la domanda è a dir poco lecita: quali indagini ha svolto sinora il signor ministro dell’Interno, per verificare le reali intenzioni del signor ministro delle riforme al fine di garantire la sicurezza della repubblica minacciata dal capo del suo partito?

A meno che le Loro Eccellenze non forniscano una spiegazione chiara, credibile e accettabile, le risposte possibili sembrano due. La prima – e più probabile – è che Maroni tace perché sa che il collega di governo, capo indiscusso del suo partito, minaccia a vanvera. Potrebbe esser vero ma, a questo punto, vero sarebbe anche, senza ombra di dubbio, che Bossi, se non è un pazzo pericoloso, è un pietoso buffone che guida una buffonata che si chiama Lega in un governo profondamente screditato. La seconda è che, al contrario, da bravo ministro, Maroni ha accertato che il pericolo c’è, è reale, non si tratta di un buffone e non sono buffonate. Potrebbe esser vero anche questo, ma lecita sarebbe, a questo punto, una domanda: perché il ministro, non ha allertato il Paese, non ha agito, non ha preso le distanze dal collega di governo, capo di un partito eversivo – il suo partito – dal peraltro quale non s’è n’è andato e non ha nemmeno minacciato che lo farà?

Sia come sia, è difficle negarlo: la faccenda è losca. Se sono fanfaronate e chiacchiere da bar, Bossi è solo un buffone inadatto persino a quella patetica buffonata che risponde al nome di parlamento di Pontida; se tutto, invece, è vero e le minacce sono concrete, non c’è da stare allegri: mentre il Paese è allo stremo e i lavoratori pagano prezzi altissimi alla crisi del capitalismo, abbiamo due ministri inqualificabili: Bossi, che, invece di occuparsi delle riforme, minaccia di scatenare i suoi fascio-leghisti contro il governo di cui fa parte, e Maroni, ministro dell’Interno che, quando si tratta di immigrati, alza il vessillo della sicurezza ma, se si tratta di difendere la sicurezza del Paese dai suoi compagni di partito, è complice, sta zitto e lascia fare, consentendo che si minacci impunemente la repubblica. Nell’uno come nell’altro caso, traditori o buffoni, questa è gente che non vale un centesimo bucato.  

Tace per suo conto, ed è un silenzio che angoscia, la sedicente opposizione. Se ancora c’è, di grazia, batta un colpo. Uno, uno solo ne occorre, perché il carroccio scarrocci e i fanfulla di Pontida se la diano a gambe.

Read Full Post »

Il volto giovane, fermo per sempre in una maschera di cera ghiacciata e consegnato inconsapevole al cellulare furtivo, aveva tratti affilati e lunghi e, sotto uno zigomo, un taglio lieve, grigio e sottile come la traccia casuale e inavvertita della punta di un lapis su un foglio candido come la neve. Di vivo rimaneva il respiro, troncato un’ultima volta dalla fitta implacabile venuta su dalla schiena spezzata in due punti e fermo lì, sorpreso sulle labbra cinerine, quasi condensato in un velo livido, in un inutile tentativo di rivolta frustrato dal sopraggiungere liberatorio e ad un tempo proditorio dell’oscuro trapasso dall’inganno della vita al mistero della morte. Il cavo ormai immoto delle orecchie custodiva inutilmente l’eco d’un grido strozzato – “ma così l’ammazziamo!” – che nessuno avrebbe potuto ascoltare, nemmeno il medico legale, chiamato in fretta e furia e ad attestare quelle che, di lì a poco, la stampa avrebbe presentato come le “conseguenze sciagurate d’una caduta accidentale”.  
Anni prima quelle foto avrebbero costituito di per sé la prova indiscutibile d’un reato a cui associare nomi e volti degli assassini, ma tutto era rapidamente cambiato e capitava sempre più spesso che qualcuno morisse di polizia. Da tempo non c’era prova che contasse davvero e, giunta al “redde rationem”, nei tribunali, dove la legge “è uguale per tutti”, avesse ragione di una sorta di omertoso “segreto di Stato” extraparlamentare, opposto con ripetuta arroganza da “forze dell’ordine” impunite e padrone di se stesse: corpi armati d’un potere ormai fuori controllo. Da tempo un accurato processo di revisione linguistica aveva sconvolto la naturale corrispondenza tra fatti e parole e nessuno si scandalizzava più se la guerra si chiamava pace, nessuno, anzi, sapeva con precisione cosa fosse la pace e cosa la guerra. Da tempo il confine tra legale e illegale era fissato giorno dopo giorno da un esasperato e ormai spasmodico bisogno di una “sicurezza” di cui probabilmente nessuno avrebbe saputo dare una definizione condivisa e destinata a durare, ma della quale non c’era più chi non sentisse un bisogno ansioso e crescente, come se ne può avere di un sedativo di fronte a un intenso dolore. Certo, nessuno  sarebbe stato disposto a confessarlo, ma quella parola aveva ormai qualcosa di magico, dava senso alla vita e l’idea sciagurata che per un caso disgraziato dovesse d’un tratto essere cancellata dalla realtà quotidiana causava ormai delle vere e proprie crisi di astinenza. In nome della sicurezza, le galere si riempivano così d’innocenti che non avevano l’aria di saperla garantire, mentre migliaia di colpevoli, capaci di procurare a se stessi la sicurezza dell’impunità, conquistavano il cuore degli insicuri “punibili” che si affidavano ai più noti impuniti per un governo sicuro della pubblica sicurezza. Com’era naturale, più il tempo passava, più l’innocenza si trasformava in colpa e, per una sorta di infernale contrappasso, ogni colpa si perdonava in nome e per conto della sicurezza.

Diffuse dio sa come da “radio carcere”, le tragiche foto del giovane massacrato di botte per pochi grammi d’erba avevano superato di slancio prima la cortina fumogena del silenzio, poi il muro levato in un baleno dai comunicati ufficiali della stampa venduta al potere e di quella che il potere intimidiva e, infine, la barriera delle veline d’occasione concordate tra i ministri interessati. Il primo sensibile colpo era venuto dal coro assordante delle tirate retoriche sui fedeli “servitori dello Stato”, ma le foto avevano proseguito per la loro via senza avvilirsi, finché non era entrato in azione il meccanismo sperimentato della spettacolarizzazione della morte, sostenuta in maniera martellante dalla ripetizione ossessiva delle più spudorate menzogne trasformate rapidamente in una verità lampante e condivisa. E quando questo non era bastato, ecco le sentenze prontamente e spudoratamente sputate negli interminabili processi mediatici messi in scena dagli opinionisti serali, specialisti della disinformazione. Presto la rabbiosa evidenza delle foto s’era fatta dubbiosa incertezza della “lettura”: “Chi le ha scattate? Perché? Che si vuole?”. Insinuato il dubbio, trasformare la vita di un incensurato in una sconcertante successione di zone d’ombra era diventato un gioco da ragazzi. Nessuna verità regge alla semina dei dubbi e le foto erano uscite deformate dal paragone schiacciante coi servizi televisivi puntualmente messi in onda sull’eroismo e l’abnegazione della forza pubblica, dalla valanga d’interviste a vere o presunte vedove di eroi, alle associazioni di “vittime del terrorismo” che avevano diritto di parola solo in queste occasioni, e agli infallibili “esperti” pronti a descrivere le conseguenze devastanti del primo spinello e ad esibire le ultime statistiche sulla caterva di efferati delitti commessi negli ultimi mesi sotto l’effetto di stupefacenti di ogni tipo.
Partita in prima serata come “vicenda oscura di un giovane misteriosamente deceduto durante un arresto per detenzione di stupefacenti”, a metà della raffica di talk show messi in onda da tutte le reti televisive pubbliche e private, la faccenda si era riempita di tutte le paure sulla sicurezza suscitate ad arte da conduttori specializzati e s’era conclusa coi telegiornali della notte sepolti da valanghe di mail di spettatori indignati per il “linciaggio morale” al quale “oscuri pupari”, abilmente celati dietro un’opposizione fatalmente cattocomunista, avevano indecorosamente sottoposto forze dell’ordine notoriamente composte di cavalieri senza macchia.
Nulla poteva a quel punto l’intelligenza disarmata contro la violenza armata e le feroci menzogne di un regime. Tuttavia, la somma delle violenze, dei soprusi e delle ingiustizie commesse in nome e per conto del potere, erano destinate a formare una pericolosa e incontrollabile miscela esplosiva. Nessuno avrebbe potuto dire quando ma quella folle ricerca della ‘sicurezza’ avrebbe innescato la miscela. Era questione di tempo, ma non c’erano dubbi: prima o poi sarebbe scoppiata.

Uscito su “Fuoriregistro“, “Giornalismo Pertecipativo” e Report On Line” tra il 6 e il 7 novembre 2009.

Read Full Post »