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Posts Tagged ‘Draghi’


In questi ultimi mesi, l’Italia delle Istituzioni, guidata da Draghi, ha scelto una linea politica a dir poco estranea allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione. L’ultima significativa decisione che caratterizza questa linea, riguarda la Conferenza di Vienna, che da oggi al 23 giugno accoglie gli oltre cento Stati firmatari del Trattato per l’abolizione delle armi nucleari (TPNW). Dei quattro Paesi dell’UE che ospitano testate nucleari NATO sul proprio territorio, il Paese di Draghi è l’unico assente. Con Australia e Norvegia, anch’essi membri della Nato, Belgio, Germania e Olanda sono infatti presenti come Stati osservatori.
Il Parlamento è stato informato? Sulla gravissima scelta ha votato e accettato la posizione assunta dal governo? Probabilmente, come ha insegnato a Mattarella Napolitano, non ce n’era bisogno. Ormai il Parlamento ha una funzione puramente ornamentale. Esiste perché si possa dire che siamo una democrazia, ma se un Presidente di Commissione esprime un’opinione sfavorevole alla politica governativa, pur di mandarlo via, si scioglie la Commissione, se ne nomina un’altra e lo si mette alla porta.
Giusto? Sbagliato? Democratico? Costituzionale? Domande inutili. Uno straccio di costituzionalista disposto ad avallare lo si trova sempre e in ogni caso decidono giornali, stampa e opinionisti, pronti ad arrampicarsi sugli specchi per santificare le scelte del Beato Draghi.
Forte di questo autorevole avallo, contro la volontà di un popolo nauseato, che sistematicamente diserta le urne e mostra di avere per le Istituzioni più o meno la stessa opinione che nutre per la malavita organizzata, siamo giunti rapidamente dove siamo. Draghi ci ha reso cobelligeranti al fianco degli ucraini (loro mettono i morti, noi le armi), ha inaugurato un’accoglienza razzista che accetta i bianchi e respinge i neri e ha promesso al Paese del battaglione Azov che gli italiani saranno sempre al loro fianco e vogliono l’Ucraina in Europa ha tutti i costi.
Draghi ha una bibbia – l’atlantismo – e va in giro per il mondo, raccontando che quella è la bibbia di tutti noi italiani. Draghi – e nostro malgrado noi con lui – difende la libertà di stampa secondo un criterio selettivo che fa rabbrividire. Se la vittima è russa, il ministro degli Esteri insorge. Se il carnefice è il governo USA silenzio di tomba. Per Assange non una parola di solidarietà, per Santoro epurazione e per chi ammazza una giornalista palestinese, c’è pronto Pierino: «però difendeva terroristi…».
Era stato chiamato per mettere a posto i conti e siamo vicini al disastro; doveva annientare il Covid e ha dichiarato la partita vinta, sicché il massacro continua ignorato e i 58 morti di ieri si sono suicidati.
Chi ha detto a Draghi che gli italiani sono pronti a svenarsi per partecipare a un conflitto a dir poco oscuro, è un mistero glorioso. Chi gli ha dato mandato di ipotecare il futuro delle nostre aziende, ormai prossime al disastro, non si sa. Forse è la Bibbia dell’atlantismo a chiedergli di creare disoccupazione, di ignorare la siccità, di aggravare il disastro ambientale.
Benché sia paradossale, di una cosa si può esser certi: la guerra di Draghi in difesa degli ucraini e in nome della democrazia non solo ci ha condotti a un disastro economico e a piani di razionamento, ma sta massacrando gli italiani e il loro sistema democratico.
A questo punto sorge legittima una domanda: che significa tradire?

Agoravox, 22 giugno 2022

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In un intervento piuttosto confuso sulla «patriottica» impresa del COPASIR, D’Urso, pensando di smentire, conferma che l’Italia, «democratica» per definizione, scheda e tiene sotto sorveglianza chi ha un’opinione diversa da quella di Draghi. Anche a voler far finta di dargli ragione, c’è una domanda che non ha risposta: perché la sua sciagurata «inchiesta conoscitiva» non riguarda i disinformatori favorevoli alla guerra? Quanti sono quelli pagati dagli USA? D’Urso crede davvero che la Russia sia il Paese dei diavoletti e gli Usa quello degli angioletti?

Capezzone e Mentana, i due capobanda della Curva A, cantano a coro: quando c’è un aggressore, tutte le ragioni sono dalla parte dell’aggredito. La pensano come loro il governo Draghi e il nostro Parlamento. Capezzone, Mentana, Draghi e il suo governo hanno il diritto di avere le loro opinioni. Quello che mi pare un po’ contraddittoria è la schizofrenia delle posizioni assunte dai leader della curva A quando si parla di pace.  Poiché tu sei l’aggressore, sostengono, io a buon diritto armo l’aggredito che così resiste e ammazza i tuoi soldati. Tu, invece, fetentissimo aggressore, non solo ti devi beccare le mie pallottole, ma devi riconoscermi come anima innocente al di sopra delle parti e lasciare che faccia da mediatore. E’ vero, sto tentando di affamarti, ma tu, che sei un cialtrone e un dittatore, accetta di far morire di stenti i russi e sfama l’Africa, che per secoli io, democratico e colonialista, ho ridotto alla fame.

Perdoni la domanda un po’ putiniana, caro D’Urso: tra gli indagati dal Copasir Draghi le ha segnalato anche Massimo Troisi? Dice che Draghi non si occupa dei morti? Male, molto male, D’Urso. Dica a Draghi che il cattivo maestro, il primo putiniano in tempi non sospetti è stato proprio Troisi. Ascolti, prenda nota. poi chieda al padreterno di estradarlo. Troisi va assolutamente schedato e processato:
https://www.facebook.com/watch/?v=1132395903466356

Agoravox, 9 giugno 2022

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Mentre celebrava il 25 aprile, un governo di traditori confermava la sua amicizia e il suo sostegno al governo dell’Ucraina che ha messo fuorilegge il comunismo.
Draghi e i suoi camerati evidentemente hanno finto così di ignorare di aver giurato su una Costituzione firmata dal partigiano Umberto Terracini, comunista e presidente dell’Assemblea Costituente.
Grazie a questi traditori, oggi, in alcune città d’Italia, gruppi di neofascisti hanno attaccato i pacifici cortei per il 25 aprile.

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Intervistato, il banchiere chiamato alla Presidenza del Consiglio per salvare la patria si fa la propaganda. Finora missione compiuta: economia in crescita, pandemia superata e in quanto alla guerra, dice, la libertà degli ucraini richiede sacrifici agli italiani.
Chiuso il libro dei sogni e delle bugie, resta la verità di un Paese che è nelle stesse condizioni in cui Draghi l’ha trovato. Difendere la libertà degli ucraini, significa svenarsi per acquistare armi che ammazzino i russi. Dei diritti violati e delle libertà cancellate da tutti i dittatori, a Draghi non importa nulla e anzi si tiene caro nella NATO Erdogan, il macellaio dei Curdi, per i quali gli italiani non devono fare sacrifici. Intanto i nostri diritti sono sempre più minacciati: alle scuole mancano aule, Università e Ricerca chiedono l’elemosina, di Covid si muore ancora come si moriva e la Sanità non ha occhi per piangere.
Mentre Draghi racconta i suoi miracoli, profughi africani, abbandonati a se stessi, annegano nel Mediterraneo e il governo stende tappeti rossi per i profughi ucraini.
Tutto va bene, afferma Draghi, che evidentemente non conosce il Paese che governa, e mentre esalta il suo operato, nei Pronto Soccorso il malato scopre che l’urologo non c’è. Mancano, sì. Spendiamo milioni ogni giorno per missili e carri armati e agli ospedali mancano i medici.

Agoravox, 20 aprile 2022  

 

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La speranza va difesa e il 2021 è terminato con una notizia che fa ben sperare: l’associazione dei consumatori ha attaccato con decisione l’uomo che i leccapiedi ci presentarono come un padreterno, capace di camminare sulle acque e di moltiplicare i pani e i pesci. Il Codacons non mi piace, ma quando ritengo che abbia ragione non lo nego. Se nella conferenza stampa dello scorso 22 dicembre Draghi, in occasione dell’incontro di fine anno con i giornalisti, ha raccontato frottole, dichiarando che «dei decessi, tre quarti non sono vaccinati», che faccio, contesto l’associazione che lo contesta solo perché considero il Codacons parte del sistema?
E’ forse un caso se, tranne “il Tempo”, che l’ha riportato, il comunicato dell’associazione è passato sotto silenzio? Certamente no. Eppure non è un comunicato da ignorare; l’associazione minaccia, infatti, di denunciare Draghi, qualora non rettifichi ufficialmente le false notizie malaccortamente diffuse. «Sono numeri smentiti dagli ultimi dati disponibili pubblicati dall’Istituto superiore di sanità (ISS)», scrive il Codacons. Secondo quei dati, infatti,

«dal 22 ottobre al 21 novembre i morti per COVID-19 in Italia sono stati 1.755: tra loro 722 non erano vaccinati, mentre 1.033 avevano ricevuto almeno la prima dose del vaccino. Il 58,9% dei morti, quindi, aveva ricevuto almeno una dose e il 41,1% non era vaccinato. Esattamente l’opposto di quanto affermato da Draghi».

Un premier, osserva il Codacons,

«sui dati, specie se così delicati perché relativi ad una emergenza sanitaria in atto, deve sempre mantenere una serietà assoluta, per evitare di provocare paure e sofferenze inutili specie durante le festività». Se Draghi non rettificherà le informazioni evidentemente false fornite ai cittadini, minaccia la nota dell’associazione, «sarà inevitabile una denuncia in Procura per procurato allarme».

Contemporaneamente all’iniziativa del Codacons, l’infettivologo Bassetti ha finalmente ammesso ciò che tutti sappiamo da tempo: «abbiamo annoverato tra i morti di Covid anche coloro che morivano di infarto». Alle domande senza risposta suscitate dalle rivelazioni del Codacons, Bassetti aggiunge così nuovi legittimi dubbi su ciò che sta accadendo realmente, sugli interessi che si celano dietro le scelte politiche sulla pandemia, sul balletto osceno del green pass che aggredisce diritti inviolabili, senza avere alla spalle lo straccio di una legge.
Quando si tratta di casi di coscienza, non si può tacere e intrupparsi, nemmeno se si è malandati e stanchi e si vorrebbero evitare polemiche. Rifiuto le verità di fede, credo nel pluralismo e nel diritto di dissentire. Credo che una mano al fascismo dilagante la dia chi, imbavagliando il dissenso, fa causa comune con un governo liberticida. Credo che chiunque tra noi subisca la repressione del governo della Finanza abbia diritto alla nostra incondizionata solidarietà. Pazienza se sul problema marginale della gestione della pandemia, che non intacca i nostri valori, ha un’opinione contraria a quella prevalente. Ne sono così convinto, che non solo difendo pubblicamente e a spada tratta chi è stato colpito, ma ne ho grande stima, mi metto al loro fianco, dichiaro la mia incondizionata solidarietà e spero di condividere il loro isolamento.

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Per sfuggire alla trappola del «draghismo», deciso a creare confusione, seminare panico e odio e impedire così una riflessione seria e doverosa su quanto accade nel Paese, occorre evitare sterili discussioni su una presunta «dittatura sanitaria», sui No Vax e il Green pass. Molto meglio fermarsi sulle responsabilità di un Governo, servo sciocco ed esecutore feroce e dei precetti della Bibbia neoliberista, delle criminali disposizioni e degli interessi della Finanza. Più i giorni passano, infatti, più appare evidente che il dilemma all’ordine del giorno è quello che molti, impauriti, evitano di affrontare pubblicamente: questo governo è formato da incapaci, o si sta macchiando di alto tradimento?  
Venuta meno la consapevolezza che la memoria è cultura, un popolo di senza storia non ricorda Dossetti e non ha più memoria di ciò che avvenne nell’Assemblea Costituente. Chi ricorda più, ormai, che Giuseppe Dossetti, membro della prima sottocommissione della Commissione per la Costituzione, propose sul tema dello Stato e dei suoi ordinamenti un progetto costituito da 11 articoli? Chi ricorda più – soprattutto – che uno di quegli articoli, trasformava in «diritto di resistenza» quel «diritto di insurrezione», presente nello Statuto della Francia rivoluzionaria nel 1793? Purtroppo, nonostante la sua attualità e aderenza alla realtà italiana dell’immediato dopoguerra, il 21 novembre 1946 Dossetti si vide respingere un emendamento volto a introdurre nella nostra Costituzione il principio per il quale i cittadini hanno il diritto e il dovere di resistere individualmente e collettivamente a quel potere pubblico che violi le libertà fondamentali. Una proposta che nella bozza di Costituzione sottoposta alla vaglio dell’Assemblea Costituente nell’articolo 50 (oggi articolo 54), al secondo comma era così formulata:
«Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino».
Nessuno a quei tempi poteva immaginare che saremmo giunti a Draghi, De Luca, Manfredi e compagnia cantante. I tedeschi, con i loro mille difetti, hanno avuto il coraggio di inserire nella loro Costituzione il diritto alla ribellione. In Italia, purtroppo, chi vede lontano non ha fortuna. Eppure, inserito nell’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946, quel principio era sembrato ai francesi «sotto ogni forma […] il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri”».
Il tradimento c’è ed è evidente: dopo due anni di pandemia, Draghi e i suoi compari hanno regalato miliardi alla NATO e speso una montagna di quattrini per bombe, missili e aerei. Intanto la medicina di base è abbandonata al suo destino, gli ospedali sono nelle condizioni di due anni fa, i trasporti sono peggiorati, non si è costruita una scuola e si sono fatti ponti d’oro al virus e alle sue varianti. Intanto la gente, tradita, muore e continuerà a morire.
Una legge che consenta di trascinare davanti ai giudici i criminali che ci governano non c’è. Vive nella memoria, però, quel diritto alla resistenza che diventa dovere di ogni cittadino e si pone come prima e gravissima questione sociale. Discutiamo di questo, proviamo a unire un popolo che il governo dei traditori divide e poi individuiamo i modi e le forme della inevitabile resistenza.

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Informato per vie segrete che abbiamo gli Unni alle porte, il “governo dei migliori” ha subito programmato per il 2021-2023 la spesa di un miliardo e mezzo di euro per due K 767 da aggiungere ai quattro che già possediamo. Preoccupata per la minaccia, nonostante la terribile pandemia, l’aeronautica militare ha chiesto e ottenuto 343 milioni di euro per aggiornare e mantenere in condizioni operative soddisfacenti, i droni che compongono la nostra flotta di velivoli a pilotaggio remoto.
In un Paese malato, che ha bisogno di tutto, ma teme più gli Unni che il Covid, il nostro lungimirante governo ha messo in bilancio una spesa di 59 milioni di euro annui per gli anni che vanno dal 2023 al 2034 per l’aggiornamento di mezza età dei velivoli T 346 e per il Supporto Logistico Integrato.
Deciso a difenderci dai barbari, anche a costo di imbarbarirci, Draghi, il nostro santo protettore, ha deciso di proseguire il programma di addestramento dei piloti e di soddisfare le esigenze della nostra irrinunciabile Pattuglia Acrobatica. Dopo un attento esame del rapporto benefici e costi, quindi, i “migliori” hanno approvato una spesa di 190 milioni per il periodo 2021-2025.
Poiché l’appetito vien mangiando e gli Unni sono feroci, Draghi e soci, preoccupati per le problematiche e l’obsolescenza dei preziosi Eurofighter F 2000, hanno ritenuto di dover stanziare 190 milioni di euro per il biennio 2021-22. Per gli F 35, inoltre, indispensabili per fare a pezzi gli Unni, l’anno prossimo spenderemo 7 miliardi per l’acquisizione di 28 velivoli, cui aggiungeremo altri 27 aerei entro il 2030 per una cifra che si aggira ancora una volta attorno ai 7 miliardi. Naturalmente, finché non si troverà come sostituirli, i “migliori”, nei panni del Divino Salvatore, fino al 2025 manterranno in attività i Tornado per l’irrisoria spesa di mezzo miliardo, suddivisi in cinque versamenti di 100 milioni l’anno.
Quanto agli elicotteri, i 12 HH 101 Combat SAR sono troppo pochi per un Paese che ripudia la guerra e si è perciò provveduto ad acquistarne altri tre non è chiaro a che prezzo. Si sa, invece, che 432 milioni serviranno per l’acquisto di alcuni P 180. Naturalmente per far la guerra c’è bisogno di armi e perciò abbiamo appena speso 10,2 milioni per i missili AGM 88E e spenderemo ancora 7 milioni all’anno per i missili Meteor.
Per autoproteggere i veivoli di supporto al combattimento con gli Unni, abbiamo tirato fuori 30 milioni nel biennio 2020-21 e 15 sono già stanziati per il 2022; con 290 milioni di euro finanzieremo inoltre un Centro di Simulazione al volo per il supporto operativo di guerra elettronica.
Siamo pronti alla sfida? No, chiunque conosca gli Unni sa che tutto questo non basta: occorre mettere in connessione le infrastrutture di addestramento operativo. La “Leonardo”, fino a poco tempo fa affidata alle mani sapienti del ministro Cingolani, assicura che pagheremo solo 181 milioni in sei anni, cui vanno aggiunti 330 milioni che ci assicureranno una consistente e persistente superiorità nella Ciber difesa nel combattimento e nell’Intelligence.
A conti fatti – la cifra è approssimata per difetto – in vista di una feroce invasione degli Unni. spenderemo per la sola arma aerea circa 20 miliardi di Euro. Poco? Molto? Decidete voi. Io immagino quante cose utili alla gente si potrebbero fare con tanti miliardi per la formazione, la salute e il lavoro e mi chiedo se non sia il caso di dimenticare per una volta Basaglia e Piro e riaprire almeno un manicomio. Uno solo, in cui sistemare comodamente re Draghi e la sua corte.

Agoravox, 2 dicembre 2021

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Del Bassolino «miracoloso» – quello del ’94 – ho esperienza diretta e trovo singolare che la stampa stia zitta quando l’ex sindaco afferma che con la sua elezione la città ridotta al buio si illuminò di lampi inattesi, intercettò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte. Cantando a coro, gli immancabili adulatori ricorrono alle solite mezze verità: la luce ritrovata fece tornare ben presto per le strade deserte i ragazzi che s’erano rintanati. Ed è vero, sì, me lo ricordo anch’io: i ragazzi riempirono le strade, ma non ce li portò Sant’Antonio Bassolino. Si ritrovarono in piazza, spinti da un moto di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università.
Il coro di adulatori smemorati non ricorda più che i ragazzi, appena tornati in strada, si trovarono a fare i conti con la vocazione autoritaria e repressiva del sindaco «miracoloso», sicché il 14 novembre 1994, la stella polare sparì, tornammo al buio pesto e si giunse allo scontro violento e premonitore. Ricordo con angoscia la sirena della Camera del Lavoro allertare i dirigenti e l’affannosa e inutile corsa verso gli studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia, riuniti in corteo. Giungemmo in tempo, ma la Questura non sentì ragioni e a via Medina si scatenò. Un attimo e il bilancio divenne pesantissimo: un giovane travolto da una volante, studenti fermati in massa e un messaggio che emergeva chiaro: Bassolino non gradiva.
Rifiutato l’ascolto ai ragazzi tornati in strada e respinti con la violenza, dietro il «Rinascimento» si intravide così il rifiuto della vita democratica e la volontà di trincerarsi nell’immagine artificiosa di una  campana di vetro. Invano Jean Nöel Schifano, acuto interprete della natura di uomini e cose, lacerò il manto conformista degli elogi e individuò precocemente le radici del fallimento: l’idea del «salotto buono» conteneva in sé germi reazionari. Napoli, ebbe a dire, «è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre, con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia. Mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no».
Bassolino lo ignorò. Lui non voleva la gente. Preferiva le mummie.
Dopo il delirio di cariche e inseguimenti, dopo che uno studente, colpevole di essere tornato in strada, fini in Questura trascinato per i capelli come una bestia, dalle vie sparirono i ragazzi. E non solo loro. Per Bassolino il «rinascimento napoletano» era incompatibile con ciò che si muoveva. I movimenti sociali rendevano smossa l’immagine e non permettevano di vendere fumo. Occorreva perciò mummificare, sicché Francesco Festa ha potuto poi scrivere che «la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente». Avendo una formazione comunista deteriore, «Bassolino conosce bene i movimenti di lotta», e gli toglie l’ossigeno per respirare. Il sedicente democratico «smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati», con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. Di fatto, imbocca così la via che conduce difilato alle violenze del 2001, che, non a caso, ebbero il loro più autentico laboratorio sperimentale nella città di un «Rinascimento» scivolato progressivamente e inesorabilmente nelle sabbie mobili di una nuova «Restaurazione».
Alla tragedia spazzatura non si giunse per caso. Nelle diverse tappe della sua carriera politica nessuno ha saputo incarnare meglio di Bassolino il berlusconismo di sinistra, la mutazione genetica da cui è nata una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che erano e sono l’autentica espressione dei bisogni reali dei ceti subalterni. Rifiutando il colloquio con gli esponenti del dissenso popolare, Bassolino non solo colpì duramente la partecipazione democratica, ma produsse la caligine densa che avvolse e coprì i processi di deindustrializzazione. Grazie a quella nebbia impenetrabile, fu possibile promettere a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio e aprire la strada che incanalava i bisogni della povera gente verso l’unico sbocco possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche.
Inserita in questo contesto, al di là delle inadeguate verità giudiziarie, la vicenda della spazzatura non fu un incidente di percorso, ma l’esito inevitabile di una scelta politica, che aveva fatto propri i disvalori della peggiore destra; non basta scrivere perciò che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Occorre ricavarne la logica conclusione: quella domanda è stata spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro cadde sulle spalle di De Magistris, che, per quanto possibile, provò a girare pagina, tornando a dialogare con i movimenti. Una scelta che scavò un abisso tra le due esperienze. Non mi avventuro sul terreno di una comparazione, ma una cosa la dico: l’ennesima candidatura di Bassolino, che riporta Napoli al 1993. non solo è anacronistica e fuori dalla storia, ma ripropone formule reazionarie. E’ perciò una sfida pericolosa, cui occorre rispondere rifiutando la tentazione di non votare. La sinistra quella, vera, è oggi rappresentata da Potere al Popolo che non a caso si presenta in una coalizione che sostiene la candidatura a sindaco di Alessandra Clemente. La sfida vera infatti è questa: dignità e futuro contro passato e reazione, contro un blocco di potere in cui tutti fanno il gioco delle tre carte: a Napoli sono avversari e a Roma alleati nell’inaccettabile governo Draghi.

Candidato di Potere al Popolo

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Presentandosi al «Mattino» nei panni chi «la sa lunga», Bassolino ha fatto tutto facile: per risolvere il problema del debito che ci soffoca, bastano due telefonate e meno vittimismo napoletano. Il vittimismo napoletano, sì.
Una battuta? No e nemmeno un momento di smarrimento.
E’ che lui la politica la concepisce così: chiacchiere, battute a effetto e il colpo di bastone, che funziona meglio della carota. Pensate che sia scemo? Guardate che Bassolino è convinto che gli scemi siete voi. Lui è un volpone, sa come, quando e a chi bussare.
Chiama Mattarella e glielo dice: «Presidé, senza soldi, non si cantano messe».
E il presidente non ci pensa due volte, straccia la Costituzione, cancella il pareggio di bilancio, convince Salvini, Meloni, Letta, Zaia e tutti quelli che aspettano impazienti l’autonomia differenziata, stampa qualche miliardo e il gioco è fatto.
Draghi? Certo che lo chiama. Ma per dovere istituzionale, tanto quello non ricorda più la lettera firmata con Trichet. Che vuole, Bassolino? Che il neoliberista non lo tratti come la Grecia? E che ci vuole? Due parole come si deve e Draghi resuscita Keynes.
Votatelo questo capolavoro, scegliete l’usato sicuro. E stato un disastro? Ma no, la colpa fu tutta di Bertolaso…

Agoravox, 13 settembre 2021

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Mi chiamo Giuseppe Aragno e ho di che vivere: ho insegnato nelle scuole dello Stato e di mestiere faccio lo storico.
Sono candidato al Consiglio Comunale e alla Municipalità Vomero Arenella con «Potere al Popolo!». Non sono più giovane, ma non sono nemmeno uno dei tanti «giovanilisti» che riducono la complessità della politica a un dato anagrafico. D’altra parte «Potere al Popolo» si presenta con tanti giovani candidati, che la presenza di qualche vecchio può essere più utile di quanto sembri. E vi risparmio qui uno sproloquio sugli antichi Romani, maestri di amministrazione e governo, che fondarono la loro grandezza anche sul ruolo degli anziani, riuniti nel «Senatus», un organismo di grande peso politico.
Vivo da cinquant’anni nella II municipalità e sono nato a Napoli, una città che da bambino ho visto rinascere dalle rovine dei bombardamenti Alleati. Ho lottato per tutta la vita per un mondo migliore e giunto alla fine del percorso non ho paura di dirlo: contro «Potere al Popolo» – che sostiene la candidata sindaca Alessandra Clemente – è schierata la peggiore classe dirigente che abbiamo avuto nella storia della Repubblica. La peggiore destra – quella di Salvini – che si nasconde invano dietro Maresca: tutti voi sapete che è stata ed è una vostra feroce nemica. Una nemica di Napoli. C’è poi il PD, un partito che ha rinnegato la sua origine democratica e di sinistra ed è diventato il peggior nemico della povera gente; questo PD vi chiede di votare Gaetano Manfredi, che ha accettato la poltrona di ministro dell’Università, dopo che altri l’avevano rifiutata, perché non c’era un soldo per farla funzionare.
Questa gente si finge avversaria, ma è alleata del governo neoliberista guidato da un banchiere figlio della fallita Unione Europea. Di fatto, questa gente è alleata e lotta per spartirsi il potere.
Nemica di «Potere al Popolo» e della coalizione che appoggia Alessandra Clemente, questa classe dirigente finge di voler fare il bene di Napoli, ma mente spudoratamente, perché si è messa d’accordo da tempo sulla cosiddetta «autonomia differenziata». Non sapete cos’è? Per spiegarlo, bastano poche parole. I sedicenti «amici di Napoli e del Sud» non ve lo diranno mai, ma l’accordo è chiarissimo: terranno per sé l’80 % delle tasse riscosse nelle regioni del Centro-Nord e lasceranno Napoli e il Sud nella miseria più nera.
Noi di «Potere al Popolo», schierati nella coalizione della Clemente, possiamo dirlo chiaro: se ci voterete non riconosceremo questo accordo, non pagheremo debiti che non abbiamo fatto, disobbediremo e pretenderemo il rispetto della Costituzione. Siamo il solo schieramento che lotta per una città che abbia ciò che le spetta, una città giusta in un Paese giusto e solidale, un Paese in cui la lotta per l’ambiente non sia affidata ai padroni, ai venditori d’armi e di fumo, come fa il governo che Salvini, il PD e i 5 Stelle sostengono. Forse non lo sapete, ma quest’anno hanno speso 25 miliardi di euro per comprare armi, un miliardo per la vostra salute che non gli interessa e meno di un miliardo per la formazione. Se siete vecchi, vi dovete togliere dai piedi, perché costate troppo. Vi vogliono ignorati, perché siate pecore rassegnate, che non capiscono ciò che accade  e si lasciano portare al macello.
«Chiacchiere», direte voi, giustamente diffidenti. Lo direte, ma sbaglierete. «Potere al Popolo» ha dimostrato coi fatti che esistono altri modi di amministrare e governare.  Ha realizzato e realizza ogni giorno un modello più giusto e solidale. Noi veniamo dall’«ex OPG je so’ pazzo», una realtà strutturata, in cui vive una comunità che ha dimostrato coi fatti cosa significhi difendere i diritti che ci stanno negando e la giustizia sociale sempre più calpestata. Da anni offriamo gratis a migliaia di persone attività solidali, assistiamo legalmente lavoratori e immigrati colpiti dalle leggi di Salvini, Draghi e compagnia cantante, da anni facciamo funzionare doposcuola, ambulatori medici, attività sportive e dai tempi del lockdown distribuiamo pacchi spesa a chi ne ha bisogno.
Questo è il nostro modello di riferimento e questo faremo se ci voterete. Sarà più facile, perché avremo strumenti più efficaci e una più ampia possibilità di conoscere problemi e intervenire.
Gli altri che vi chiedono il voto li avete sperimentati e sapete che vi aspetta. Non avete perciò nulla da perdere: votateci, metteteci alla prova e non ve ne pentirete.

Giuseppe Aragno

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