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Posts Tagged ‘Draghi’

AlfanoImmaginiamo un ministro, uno vero naturalmente, non un «figlioccio» di Napolitano, un servo sciocco di Draghi o un ragioniere del Fondo Monetario; uno che rappresenti un governo sostenuto dalla fiducia di un Parlamento legalmente eletto. Lo so, un ministro così non ce l’abbiamo da quasi dieci anni, però mettiamoci un po’ di fantasia, fingiamo che prender posto a uno di quei tavoli di Bruxelles così grandi, che Piazza San Pietro pare una piazzetta. Non è una bella compagnia, ma è là che deve accomodarsi, tra un mezzo mariuolo lussemburghese, un francese costruito in provetta, i fascisti venuti dall’Est e gli «onesti» tedeschi targati Volkswagen. Immaginiamo che intervenga, dopo due o tre mezze cartucce e godiamoci la festa.
Più parla, il «ministro normale», e più Piazza San Pietro diventa un mare un tempesta: l’imbroglione lussemburghese, la provetta francese, i fasci magiari e i motori tedeschi truccati drizzano le antenne. Più furiosa di tutti è la Merkel, devastata da un insolito tic. Più il «ministro vero» va avanti, più la palpebra destra le si stringe verso il basso, fa l’occhiolino all’angolo sinistro della bocca, che, per suo conto, pulsa a più non posso e coinvolge tutto il viso contratto.
«Noi italiani – le soffia all’orecchio irrequieto il traduttore istantaneo – abbiamo rispetto di una Germania che pare abbia infine capito il valore della democrazia, ma non abbiamo dimenticato ciò che i tedeschi hanno combinato ottant’anni fa e siamo stati molto sfavorevolmente impressionati dal contegno adottato con la Grecia. Vogliamo esser franchi: non è stato certo per consentirvi questi riprovevoli ritorni di fiamma che il nostro Spinelli le ha preparato la poltrona su cui lei siede qui con i suoi colleghi, nonostante l’olocausto, signora Merkel».
Il tic assume a questo punto ritmi forsennati, ma il ministro italiano prosegue senza incertezze. «Noi conosciamo bene, l’abbiamo attentamente studiata la sua Costituzione e ci conforta l’idea che abbiate inserito al suo interno un giusto monito: se qualcuno intendesse violarla, la difenderete in tutti i modi e con ogni mezzo. Poiché crediamo che questa decisione ci accomuni, non ci pare nemmeno il caso di ribadirlo: gli italiani hanno un sacro rispetto per i principi espressi dalla loro Costituzione. Quella che state prendendo oggi qui», prosegue, «è una decisione che potrà anche passare nonostante la nostra assoluta contrarietà, ma la vostra scelta non potrà modificare la nostra ed è bene sappiate che in Italia non potrà avere alcun effetto concreto. Non sarà mai attuata. Noi siamo certi, del resto, che voi capirete e concorderete: non ci lasciate scelta».
Nemmeno chi conosce il gelo dei poli può immaginare l’effetto di quelle parole piombate, inattese e improvvise sull’immenso tavolo.
«Noi non mettiamo in discussione l’euro, non minacciamo uscite e non diventiamo antieuropeisti dopo aver insegnato per decenni a tutti voi il significato di Europa unita. Più semplicemente chiediamo se c’è tra i presenti chi, in buona fede, possa sostenere che dalle sue parti il governo può legittimamente imporre una norma contraria allo spirito e alla lettera della Costituzione. Da noi non funziona così e perciò non sottoscriviamo decisioni europee contrarie alla legge fondamentale del nostro Paese. Da noi non c’è norma ordinaria che abbia più valore di quelle costituzionali e questo principio vale anche per ciò che si decide qua, in un organismo multinazionale che non ha saputo o voluto darsi una Costituzione approvata dai popoli. Se qualcuno tra voi pensa che questo sia un problema di poco conto, commette un errore molto grave. Questa questione non avrà soluzione, finché non sarà affrontata con spirito europeista. Se la Germania ha tanto a cuore la Costituzione, ci aspettiamo che non solo sia d’accordo, ma si faccia promotrice di una radicale trasformazione di questa ormai malaticcia Unione. Se lo farà, avrà la piena collaborazione dell’Italia. E’ giunto il tempo che l’Europa si dia una Costituzione votata e approvata dai popoli che ne fanno parte. Senza l’Italia questa Unione non sarebbe mai nata. Oggi è l’Italia a dirvelo; se non vuole morire, l’Unione deve ripartire da dove abbiamo iniziato. Deve ripristinare un principio fondamentale: il primato della politica sull’economia».
Quando manderemo a casa Gentiloni, Minniti Alfano e compagnia cantante, questo discorso non sembrerà più fantapolitica.

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Hitachi lotta“Bisogna creare le condizioni per attirare i capitali e agevolare gli investimenti”. Ce lo ripetono da anni politici, giornali e televisioni, ma nessuno si ferma a spiegare alla gente quanta ingiustizia sociale, quale violenza, dolore e disperazione si nascondono dietro questa nuova “verità di fede”, utilizzata da governi di dubbia legittimità. Governi che hanno avuto e hanno per programma la bibbia firmata da Draghi e Trichet nel 2011. Si sono così create le condizioni per giungere alla cancellazione dello Statuto dei lavoratori e alla sostanziale inutilità dei contratti a tempo indeterminato, si è lasciata mano libera ai padroni nei licenziamenti, si è creato uno sterminato esercito di disoccupati ricattabili e privi di potere contrattuale, si sono espulsi dai luoghi di lavoro i sindacati conflittuali e si sono ferocemente ridotti i salari.

I risultati di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti. La “civiltà del lavoro”, figlia di decenni di durissime lotte, è diventata ormai aperta barbarie e il lavoro stesso, da diritto costituzionalmente garantito, si è trasformato in una nuova intollerabile servitù. La povera gente, massacrata da leggi vergognose, ha imparato a sue spese cosa voglia dire in concreto “creare le condizioni per attirare gli investimenti”: significa espulsione violenta della Costituzione dal mondo del lavoro, giovani generazioni derubate della speranza e del futuro, lavoro e vita precarizzati, diritti negati, dolore, disperazione, suicidi e una sostanziale, drammatica colonizzazione.

In questo clima di violenza reazionaria e di impunita prevaricazione si inserisce la vicenda dei licenziamenti decisi a Napoli dall’Hitachi, la multinazionale che, invitata per l’1 agosto in Prefettura per un esame della questione, sprezzante non solo nei confronti delle regole della democrazia, ma dei più elementari sentimentidi umanità, ha già annunciato che non si presenterà. L’Hitachi non ha alcuna intenzione didiscutere degli odiosi licenziamenti decisi a danno di quattro operai, le cui situazioni familiari non consentono di accettare le condizioni capestro imposte dall’azienda: trasferimento a Porto Marghera per un corso di formazione senza garanzia di assunzione, per nuclei familiari in cui sono presenti disabili e una bambina malata di tumore al cervello. Tutto questo accade in una città come Napoli, in cui le conseguenze della disoccupazione sono drammatiche, le condizioni dei lavoratori terribili e la disgregazione sociale è giunta ben oltre i livelli di guardia.

La risposta dei lavoratori in lotta è stata immediata e coraggiosa e un presidio si radunerà il 28 luglio davanti alla Prefettura per fare il massimo della pressione possibile e indurre l’azienda a partecipare alla riunione.  A questo punto, però, la vinceda dell’Hitachi non è più una lotta come tante in questi tempi di malafede. Essa ha ormai il valore emblematico di uno scontro tra arroganza padronale e giustizia sociale ed è bene sia chiaro: i lavoratori non stanno difendendo solo il  sacrosanto diritto al lavoro, ma affermano un principio sociale e politico di importanza capitale: Napoli non può perdere altri posti di lavoro e le multinazionali non possono continuare a utilizzare il nostro Paese, il Sud in particolare, come terreno di caccia per mano d’opera a bassi salari e senza diritti. Lo scontro delinea così due campi, due mondi e due sistemi di valore contrapposti. Da una parte la prepotenza e la violenza di un capitalismo che non riconosce limiti alla logica del profitto, dall’altra la dignità del lavoro e di lavoratori e le regole che stanno alla base della nostra democrazia.  Uno scontro tra civiltà e barbarie. La città non può  lasciare soli i lavoratori e la politica non può chiamarsi fuori. C’è un limite a tutto e la storia ce l’ha insegnato: quando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo pretende di diventare schiavismo, i rischi per la civile convivenza diventano altissimi. Ognuno perciò faccia la sua parte e si assuma le responsabilità che gli competono, perché i limiti sono ormai superati. Tutti. Anche quello della decenza.

 

 

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images (1)Proviamo a immaginare un ministro, uno vero naturalmente, non un “figlioccio” di Napolitano e nemmeno il servo sciocco di Draghi o un ragioniere del Fondo Monetario; uno che rappresenti un governo nato dal voto di fiducia di un Parlamento legalmente eletto.
Lo so, un ministro così non ce l’abbiamo da quasi dieci anni, però mettiamoci un poco di fantasia, lasciamolo prender posto a un di quei tavoli così grandi, che Piazza San Pietro pare un angiporto in fondo a un vicolo dell’antica Pompei. Non è una bella compagnia, ma è là che deve sederdi, tra un mariuolo lussemburghese, un francese costruito in provetta, i nazifascisti dell’Est e gli “onesti tedeschi” targati Volkswagen. Immaginiamo che parli, dopo due o tre usurai e godiamoci la festa.
Più va avanti, il “ministro normale”, e più Piazza San Pietro diventa un mare in tempesta; l’imbroglione lussemburghese, la provetta francese, i fasci magiari e i motori tedeschi truccati drizzano le antenne e più furiosa di tutti è la Merkel, devastata da un insolito tic, con la palpebra destra che si stringe  verso il basso, fa l’occhiolino all’angolo sinistro della bocca, che per suo conto, pulsa a più non posso e coinvolge il viso contratto.
“Noi, le soffia all’orecchio irrequieto il traduttore istantaneo, abbiamo rispetto di una Germania che sembra infine capire il valore della democrazia, ma non abbiamo dimenticato ciò che i tedeschi hanno combinato settant’anni fa e siamo stati molto sfavorevolmente impressionati dal contegno adottato con la Grecia. Vogliamo esser franchi: non è stato certo per consentirvi questi riprovevoli ritorni di fiamma, che il nostro Spinelli le ha preparato la poltrona su cui siede qui con i suoi colleghi, signora Merkel”.
Il tic assume a questo punto ritmi forsennati, ma il ministro italiano prosegue senza incertezze. “Noi conosciamo bene, l’abbiamo attentamente studiata la sua Costituzione e ci conforta l’idea che abbiate inserito al suo interno un giusto monito: se qualcuno intendesse violarla, la difenderete in tutti i modi e con ogni mezzo. Poiché crediamo che questa decisione accomuni tutti i colleghi presenti rispetto alle loro Costituzioni, non ci pare nemmeno il caso di ribadirlo: gli italiani hanno un sacro rispetto per i principi espressi dalla loro Costituzione. Quella che state prendendo qui oggi, colleghi”, prosegue il ministro “normale”, “è una decisione che passerà nonostante la nostra assoluta contrarietà, ma la vostra scelta non potrà modificare la nostra ed è bene sappiate che in Italia essa non potrà avere alcun effetto concreto. Non sarà mai attuata. Noi siamo certi che voi capirete e concorderete: non ci lasciate scelta”.
Nemmeno chi conosce il gelo dei poli può immaginare l’effetto di quelle parole, piombate inattese e improvvise su Piazza San Pietro.
“Noi non mettiamo in discussione l’Euro, non minacciamo uscite e non diventiamo antieuropeisti dopo aver insegnato per decenni a tutti voi il significato di Europa unita. Più semplicemente chiediamo se c’è tra i presenti chi in buona fede possa sostenere che dalle sue parti il governo può legittimamente imporre una norma contraria allo spirito e alla lettera della Costituzione. Da noi non funziona così e perciò non sottoscriviamo decisioni europee contrarie alla legge fondamentale del nostro Paese. Da noi non c’è legge ordinaria che abbia più valore di quelle costituzionali e questo principio vale anche per ciò che si decide qua, in un organismo multinazionale che non ha saputo o voluto darsi una Costituzione approvata dai popoli. Se qualcuno tra voi pensa che questo sia un problema di poco conto, commette un errore molto grave. Questa questione non avrà soluzione, finché non sarà affrontata con spirito europeista. Se la Germania ha tanto a cuore la sua Costituzione, ci aspettiamo che rispetti la nostra e non solo sia d’accordo, ma si faccia promotrice di una radicale trasformazione di questa ormai malaticcia Unione. Se lo farà, avrà la piena collaborazione dell’Italia. E’ giunto il tempo che l’Europa si dia una Costituzione votata e approvata dai popoli che ne fanno parte. Senza l’Italia, questa Unione non sarebbe mai nata. Oggi è l’Italia a dirvelo; se non vuole morire, l’Unione deve ripartire da dove abbiamo iniziato. Deve ripristinare un principio fondamentale: il primato della sovranità popolare o, se preferite, degli intessei pubblici, sociali e collettivi su quelli individuali e privati”.
Quando avremo un ministro normale, questo discorso non sarà fantapolitica.

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edpCostituzione_della_Repubblica_ItalianaLo dicono in tanti e non senza ragione: delle primarie del PD “non mi curo”. Chi invece ci bada si ferma a quel dato di fondo che sa di disastro, ma non esaurisce la questione: un elettore su tre si è tenuto lontano dai “seggi”. E non chiedete perché ricorro alle virgolette.
Trovo superficiale e per molti versi pericolosa questa frettolosa liquidazione di una pantomima che sarebbe comica se non ci portasse in regalo un risultato a dir poco preoccupante: Renzi torna in sella, nonostante il 4 dicembre, il risultato plebiscitario per il No e la catastrofe al Sud che sembrò decretare la fine del PD e del renzismo nel Meridione. Proverei perciò a guardare con un po’ di maggiore attenzione ciò che si cela dietro il dato complessivo, ricordando che si dice ed è vero: quello che luccica non è sempre oro.

E’ vero, quando sgombri il campo dalla propaganda i due milioni di elettori votanti diventano 1.849.000 e  segnano una flessione sensibilissima: nel 2013 furono più di 2.800.000. Voto più, voto meno, il PD ha perso per strada 957 mila elettori. In pratica il 34 per cento. Vogliamo contentarci di questi dati? Bene, facciamo festa e non ne parliamo più. Lo so che vi chiedete perché dovremmo preoccuparci. Il PD cala nel “Nord rosso”, è quasi dimezzato in Emilia Romagna, Toscana e Marche e, non bastasse, perde il 43 per cento in Umbria. Nell’ex provincia di  Firenze, culla del renzismo, la perdita è secca: 47,4 per cento. A Bologna cala del 45 per cento e a Reggio Emilia, feudo del vassallo Graziano Delrio, se ne sono stati a casa il 45 per cento dei votanti del 2013. Su livelli che superano sempre il 40 per cento sono Piemonte, Liguria, Friuli e Veneto. Che si fa? Si brinda a champagne?

D’accordo, champagne, però, poi, non chiudiamo gli occhi su due dati di fatto che chiamano direttamente in causa chi il 4 dicembre il referendum l’ha vinto. Anzitutto un minaccioso e sconsolante ritorno: alle prossime elezioni politiche Renzi avrà buonissime carte da giocare. Non è merito suo, ma demerito nostro; dopo la vittoria del Referendum, purtroppo siamo spariti dalla scena o, peggio ancora, abbiamo vissuto di rendita e di autocompiacimento, sicché la disperata domanda di una svolta radicale, che emergeva chiarissima dal no, non ha trovato risposta. Gli elettori, i giovani soprattutto e le loro vite precarie, chiedevano un riferimento, qualcuno e qualcosa che volesse rappresentarne rabbia, speranze, sogni e soprattutto bisogni. Si può dirlo, senza guastare i sogni del mondo “ribelle”?: non l’hanno trovato. Non l’ha trovato soprattutto la gente del Sud. E qui emerge il secondo e per molti versi allarmante dato negativo che ci consegna l’esito di queste primarie e sul quale i più abili tra gli uomini del ducetto toscano mettono l’accento con fondate ragioni: il risultato finale ha trovato nel Sud la sua piccola locomotiva e non parlano a vanvera. L’unico punto positivo, infatti, il PD di Renzi lo segna in due regioni del Sud: Puglia e Basilicata. Lì la partecipazione infatti è aumentata.

Un’amica valorosa e molto onesta intellettualmente poneva stamattina una domanda decisiva, sulla quale dovremmo riflettere molto seriamente. E’ merito di Renzi, chiedeva, o tutto va com’era logico che andasse, perché “ogni ribellismo ,che si autocelebra in quanto tale e non diventa emancipatorio ha sempre la sua Vandea pronto ad accoglierlo?”.
Mi pare evidente. Il campanello d’allarme si rivolge a noi. Prendo ad esempio Napoli e non posso fare a meno di registrare un dato che trovo preoccupante: non riusciamo a toglierci di dosso la camicia di forza che Roma ci tiene stretta per conto del fascismo finanziario imperante nell’Unione Europea. E’ venuto il momento di definire una linea politica che riempia di contenuti l’ostilità per il neoliberalismo e detti il programma. La Costituzione deve essere allo stesso tempo arma, terreno di scontro e filo conduttore di scelte teoriche e decisioni politiche operative. La linea di governo del PD è chiarissima: prima il bilancio, poi la gente, come comanda Draghi. Per noi non funziona così: per noi le persone vengono prima del bilancio. Occorre però ricavarne le conseguenze. Non c’è un altro modo per ostruire un’alternativa.

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Via salvini da napoliNapoli greca, romana, araba, città mediterranea e cosmopolita, è stata fondata da perseguitati politici, immigrati cumani che fuggivano per sottrarsi alla persecuzione del tiranno Aristodemo. Figlia di immigrati, nel corso dei millenni ha generato milioni di emigrati e innumerevoli sono i suoi figli partiti in cerca di migliore fortuna, quando l’unificazione delle classi abbienti – mercanti del nord e latifondisti del sud – da capitale europea, qual era, la ridusse alla condizione di colonia.
Città di immigrati, per nascita e per ragioni “genetiche”, è incompatibile con chi oggi invita a formare ronde contro gli immigrati, così come ieri incitava a disprezzare i napoletani “puzzolenti” e chiedeva al Vesuvio di seppellirli sotto la cenere.
Napoli, capitale dell’antifascismo, non dimentica. Non può accettare, perciò, che uno squallido razzista oltraggi con la sua presenza le vie e le piazze bagnate dal sangue dei suoi figli migliori, caduti combattendo contro razzisti indegni di far parte del genere umano.
Napoli non riconosce a Salvini né dignità di uomo, né capacità di formulare pensieri politici. Un uomo ha sentimenti umani, che il capo della Lega Nord ha dimostrato di non conoscere. In quanto alla politica, il leader della sedicente Padania è solo la tragica conseguenza delle vergognose politiche dell’Unione Europea. Non è la soluzione ai problemi che essa ha prodotto, ma un problema egli stesso.
Napoli civilissima non vuole né Salvini, né l’Italia che propone Salvini, né l’Europa liberista di Draghi e dei mercati, di cui Salvini non è un nemico, come vorrebbe farci credere, ma il figlio legittimo e pericoloso.

Per queste ragioni l’11 marzo i napoletani saranno in piazza: per amore dell’umanità e disprezzo di ogni forma di fascismo.

Agoravox, 10 marzo 2017

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imagesOnore al merito! Renzi e i suoi hanno trovato finalmente una sintesi fulminante per eseguire a puntino il programma del governo Draghi-Trichet, che prevede di cancellare dalla spesa pubblica il peso vergognoso dei costi per la salute dei poveri e dei vecchi. Soprattutto di quei cialtroni che, nonostante la Fornero, prendono ancora una maledettissima pensione. Per dire che vuoi mandare al camposanto rapidamente i poveri malati, ora c’è il verbo “efficientare”.

Il governo, infatti, sta efficientando le Asl, i medici di base e il “Soccorso troppo pronto” che hai sotto casa e finisce che poi qualcuno se la cava.

Sia chiaro, l’ASL non ti abbandona al tuo destino! Specchietto, carta e penna non mancheranno e il certificato di morte non costa niente. Tutto il resto, si sa, è uno spreco e se ci tieni a sapere come ti va il colesterolo, vecchio parassita, metti mano alla tasca e paga!

Di buono però c’è l’esempio. Come accade per le siringhe e gli aghi, ci sono pistole e pallottole per ogni tasca e i ragazzini delle babygangs trasformano una pistola giocattolo in un’economica colt a un colpo solo. Il tiratore, s’intende, non deve scialacquare, ma con l’applicazione ci si riesce presto: a ogni colpo, un cavaliere a terra. Il maestro ti detta il tempo: un colpo, un pupo, un colpo un pupo, un colpo un pupo… Di tutti i necessari risparmi, questo sta diventando il più necessario: un colpo un pupo, un colpo un pupo… Poi sarà il turno dei pupari.

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Provo a mettere insieme i dati taciuti e ne tiro fuori l’insegnamento. Lo faccio ora, prima dell’esito di un bassorilievoreferendum che, comunque vada, segna la vittoria dei popoli sugli egoismi nazionali, le spinte autoritarie e l’Unione Bancaria Europea.
Che la tragedia greca non sia un banale fallimento economico, ma una battaglia di democrazia, condotta contro organismi economici che recitano ruoli politici impropri, diventa chiaro il 4 febbraio scorso, quando Draghi esclude i bond greci dai titoli utilizzabili dalle banche come “collaterale”. Il governo Tspiras è in carica solo da nove giorni e senza un motivo “tecnico” che giustifichi l’intervento Draghi lo costringe a dipendere totalmente dalla liquidità di emergenza fornita dal contagocce della BCE.
In gergo mafioso si dice “incaprettare”.
Com’è facile prevedere, la decisione è un colpo di pistola da starter che fa partire la fuga di capitali. Non contento, per stringere meglio il cappio, Draghi fissa un tetto per le banche greche in tema di acquisto di titoli di Stato. E’ trascorso così poco tempo dal passaggio di consegne destra-sinistra, la situazione è così uguale a se stessa, che lo strangolamento progressivo ha una sola possibile spiegazione: la BCE intende mandare a gambe all’aria il governo di sinistra, che rivendica il diritto di governare la crisi e oppone le sue proposte all’ukase dell’Europa. Un contegno che riduce l’Europa a una dittatura economica di organismi mai eletti, decisi a ridurre la Grecia al rango di colonia e ad impedire al governo Tsipras di prendere misure economiche a tutela degli strati più deboli e provati del Paese. Si è andati avanti così fino alla fine della trattativa e non aveva torto Grifone, quando sostenne che il regime politico del capitale finanziario è l’autoritarismo di stampo fascista.
Per quanto il circo mediatico abbia provato a fare da cassa di risonanza delle menzogne padronali, dal 4 febbraio la questione è diventata apertamente politica e ormai non c’è dubbio: la lotta per la sopravvivenza dei greci è anzitutto scontro per la democrazia in Europa. La scelta di Draghi è gravissima e si configura come il deliberato tentativo di un organismo di natura economica di alterare a fini politici la situazione finanziaria di un Paese sovrano. Fatte le debite proporzioni, si prepara così un golpe di tipo cileno, che non ha bisogno, però, di metter mano alle armi. Bastano i bancomat. Per vie traverse e meno scopertamente, si vuole fare a Tsipras e ai greci ciò che fu fatto a Salvador Allende e ai cileni.
Con questa pesantissima ipoteca si sono aperte e sono andate avanti le trattative tra l’Unione delle Banche Europee e la Grecia di Tsipras, che ha posto subito e invano un problema: la presenza al tavolo del Fondo Monetario Internazionale, che ha fatto la sua apparizione al livello politico solo da qualche anno – fu imposta dalla Germania nel 2010 – era ed è una contraddizione in termini. Il FMI, infatti, non ha nulla da spartire con l’Europa, è una “banca” mondiale, non ha dignità e legittimazione democratica per sedere a un tavolo politico e, particolare non del tutto marginale, è creditore di 32 miliardi contro i 300 degli Stati dell’Unione, ma risulta spesso decisivo.
Invano Tsipras ha prodotto un documento firmato nel 2012, in cui i creditori si impegnavano a ristrutturare il debito in cambio del conseguimento di un obiettivo che la Grecia ha centrato: 1.300 milioni di avanzo primario nel 2013. Per i creditori, l’accordo firmato è solo carta straccia. Invano si sono opposte controproposte a proposte ferocemente ultimative. Il 12% sui redditi superiori al milione di euro, un consistente aumento di tasse per le imprese, una forte sforbiciata alle spese militari, insomma otto miliardi di tagli in due anni – il 4,4 % del Pil – aggiunti a un rialzo dell’Iva, non sono bastati. La signora Lagarde è stata irremovibile. Ex serva sciocca di Sarkozy, giunta alla testa del Fondo Monetario Internazionale dopo il misterioso siluramento di Strauss-Kahn, che, si disse, allungava le zampe sulle cameriere d’albergo, è un disco incantato: tagli delle pensioni e degli stipendi. Tagli, per un Paese in cui il 60 % della popolazione supera o si accinge a superare la soglia di povertà e la mortalità infantile è salita a percentuali da Medio Evo.
Nessun creditore nega che cinque anni fa gli “scienziati” delle banche giuravano che il Pil greco si sarebbe contratto del 5% in conseguenza del salasso imposto alla culla della civiltà europea. Siamo ormai a una contrazione del 25%, la medicina sta uccidendo il malato, ma il medico è lì e pretende di imporre ancora la sua ricetta: tagli di salario, pensioni ridotte all’elemosina, privatizzazioni selvagge, aumenti  indiscriminati di tasse e cancellazione di ciò che resta del welfare.
Se chiedete a Renzi cosa sia andato ad approvare a Bruxelles, non lo sa. I negoziati sono sempre stati in mano a tecnici non eletti e i ministri hanno firmato documenti di cui ignorano i particolari. Renzi, d’altra parte, nessuno l’ha eletto. Si è giunti al punto che il ministro d’Irlanda ha denunciato scandalizzato di non aver nemmeno potuto leggere la proposta presentata alla Grecia. L’avesse fatto, vi avrebbe trovato solo un esempio istruttivo di neonazismo economico: la paranoia di Schauble sulla sostenibilità del debito.
Per mesi le banche hanno creduto ottusamente nel loro potere d’intimidazione, ma gli è andata male. La forza superiore non spegne il conflitto e il greco Eraclito insegnò: “Avvengono le cose secondo contesa […]. Per l’anima morte è divenire acqua, per l’acqua morte il divenire terra, ma dalla terra vien l’acqua, dell’acqua l’anima”. L’unno Schauble non poteva capirlo: la parola è passata al popolo, che in queste ore sta decidendo. Non è retorica. E’ una stupenda pagina di storia e ancora una volta la potentissima flotta imperiale, che sognava il trionfo sulla piccola Atene, è intrappolata a Salamina. Uno a uno i grandi e impotenti vascelli colano a picco sotto l’urto delle agili imbarcazioni della democrazia. E’ una costante della storia: la forza delle ragioni sconfigge le ragioni della forza.

Fuoriregistro e Agoravox, 6 luglio 2015

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