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Da novembre a oggi, per me Potere al Popolo è più necessario che mai; è la risposta possibile a una necessità della storia e voglio perciò tornare all’assemblea di novembre: per rendere pubblica la mia posizione e invitare a votare.
Vale la pena ricordarlo: tutto è nato da un’idea dell’Ex Opg je so’ pazze. Poi tutto è cresciuto, ma Potere al Popolo è nato da una scelta che mi fu comunicata subito: “Abbiamo parlato di elezioni, ma ci è venuta un’idea da pazzi, che va ben oltre il voto. Abbiamo registrato questo video messaggio: prof, lei ci sta a realizzarla?“.
C’ero, certo che c’ero, ero con loro, con i “pazzi” dell’Ex OPG, cui sono legato da un affetto profondo e da una stima incondizionata: Con me ci furono ben presto centinaia di compagni vecchi e giovani. Non dimenticherò mai più quell’atmosfera. Ho avuto il privilegio di prendere la parola alla prima assemblea di Potere al Popolo, ho detto quello che pensavo, come ho fatto per tutta la vita.
Da allora per me non è cambiato nulla, anche se un Coordinamento nato “provvisorio” e diventato eterno, mi ha praticamente tolto la parola. Io so che Saso racconta la verità, lo so, perché ciò che scrive oggi me le ha dette mille volte in tempi non sospetti. Oggi, come a novembre, perciò, non posso evitare di schierarmi. Non lo farò entrando in polemica con qualcuno. Non ne ho bisogno. Prima che tutto questo accadesse, a Roma, al teatro Italia, a novembre dell’anno scorso, fui chiarissimo:
“Occorre una fortissima unità di base”, dissi. “Ma quando dico unità di base intendo dire che le segreterie dei partiti non c’entrano niente!”. Lo dissi a novembre e ne sono ancora più convinto oggi.
Per questo, compagni, per questa unità che stiamo realizzando faticosamente ma decisamente da mesi, noi dobbiamo votare. Perché evidentemente non basta averla fatta l’unità della base: occorre difenderla. Per difenderla, esco malvolentieri dal mio riserbo e ripropongo qui il mio intervento di novembre. Buona parte di quello che dissi allora oggi è molto probabilmente più attuale di ieri:

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piazza indipendenzaNoi sottoscrittori di questo appello esprimiamo la più netta e ferma condanna dell’inaudita violenza di Stato che si è perpetrata nel cuore di Roma nei confronti di persone inermi e innocenti: centinaia di rifugiati, uomini, donne e bambini, sopravvissuti a guerre e persecuzioni di ogni genere e ora aggrediti con ingiustificata violenza dalle forze dell’ordine, caricati con manganelli e idranti (operazione ignobilmente definita di “cleaning”).
Si tratta di un delitto contro l’umanità, di una pagina vergognosa per la città di Roma e per l’Italia intera, di un pessimo segnale del Ministero degli Interni, della Prefettura e del comune di Roma, che rivelano tutta la loro pochezza nella cornice di un Paese quotidianamente sfigurato dallo scandalo dell’ingiustizia, da un impoverimento sociale e culturale preoccupante, da una regressione di matrice francamente xenofoba e razzista.
È tempo di guardare sino in fondo l’orrore in cui stiamo precipitando, quell’orrore di cui è parte non secondaria la facoltà di assuefare e omologare.
È tempo di ammettere apertamente che la iniqua distribuzione della ricchezza e l’insaziabile accumulo sono una minaccia costante alla convivenza e alla coesione sociale.
È tempo di riscoprire quanto siano profonde e molteplici le nostre radici. Differenze che stimolano l’intelligenza e accendono l’immaginazione.
È tempo di riannodare i fili di una civiltà culturale, di uno spazio di convivenza comune, di una storia plurimillenaria che si stanno sgretolando ogni giorno sotto i nostri occhi.
Roma deve tornare ad essere città aperta, antirazzista e antifascista.

Tiziana Drago, Piero Totaro, Vittorio Boarini, Alessandro Bianchi, Giuseppe Aragno, Enzo Scandurra, Piero Bevilacqua, Ignazio Masulli, Pier Luigi Cervellati, Paolo Favilli, Laura Marchetti, Lucinia Speciale, Amalia Collisani, Maria Pia Guermandi, Velio Abati, Luisa Marchini, Francesco Trane, Cristina Lavinio, Francesco Santopolo, Rossano Pazzagli, Ugo Maria Olivieri, Peppe Allegri, Dario Bevilacqua, Alberto Ziparo, Piero Caprari, Francesco Cioffi, Giuseppe Saponaro, Tomaso Montanari, Luigi Vavalà, Andrea Battinelli, Lidia Decandia, Francesca Leder, Stefano Sylos Labioni, Michele Carducci..

Per aderire inviare una mail a: officina-dei-saperi@googlegroups.com

Fuoriregistro, 20 agosto 2017.

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imagesA Roma il governo ha “fatto fuori” Marino, bombardando la Costituzione ben prima che Holland bombardasse i civili siriani per ritorsione; a Milano si decidono candidati sulla pelle degli elettori e a Napoli si candidano incandidabili, mentre si tagliano sistematicamente i fondi a De Magistris, che governa legittimamente. E’ una violenza istituzionale inaudita, ma in primavera a tenere banco non saranno i diritti massacrati dal governo. Le prossime elezioni amministrative si svolgeranno nel segno di Parigi. Sulle urne i kalašnikov peseranno come macigni e nelle grandi città le elezioni amministrative diverranno autentici laboratori politici, condizionati soprattutto dal contesto nazionale e internazionale.
Prima ancora di fare programmi, quindi, sarà bene capire in quale clima si voterà. Anzitutto quello della “sicurezza”, che, tuttavia, non catalizzerà l’attenzione sulla violenza delle città, vittime del rapporto tra partiti e criminalità organizzata. Significherà “ordine pubblico”, con il corollario di “terroristi”, che il circo mediatico descrive come “fondamentalisti islamici” e sembrano, invece, cretini feroci con una singolare vocazione per il suicidio. Gente che uccide e si fa ammazzare, imbottigliandosi nelle nostre munite metropoli, pur avendo a disposizione “obiettivi facili”.  Nel mondo occidentale, la “sicurezza” è ormai scienza occulta, lavoro per rabdomanti e medium, in cui un Alfano mago Merlino, vende fumo ai check-in degli aeroporti e affida al benvolere dei numi i porti di mare, di cui l’integralismo maomettano sembra ignorare non solo l’evidente vulnerabilità, ma addirittura l’esistenza. Eppure, negli affollati e indifesi traghetti che uniscono le isole alla terraferma, si imbarcano ogni giorno innumerevoli, potenziali autobombe che nessuno controlla.
A questo mistero glorioso – io non sorveglio, tu non colpisci e ti fai saltare solo dove poi ti uccido – vanno aggiunti i dati sconvolgenti della realtà nazionale, caratterizzata da un’incalzante “eversione dall’alto”, condotta con sistematica ferocia. Sullo sfondo, classi dirigenti di cui l’esempio migliore sono deputati e senatori che non formano semplicemente la “casta” contro cui lottano i “Cinque Stelle”, ma una banda di clandestini, eletti con una legge incostituzionale e fuorilegge. Clandestini che, a loro volta, hanno eletto un presidente della Repubblica capace di tradire se stesso, accettando il voto di quelle Camere che, da giudice costituzionale, aveva ritenuto moralmente e politicamente illegittime. Un’eversione condotta da un presidente del Consiglio dei Ministri nominato con proceduta illegale, che ha messo la scuola pubblica al servizio della Fondazione Agnelli, ha venduto i lavoratori a Confindustria e utilizza il suo ruolo di governo per far guerra agli avversari politici del partito di cui è segretario. E’ così che a Roma, in barba agli elettori, Renzi ha “tagliato il sindaco” e nominato una giunta comunale composta di commissari governativi, a Napoli chiude il rubinetto dei  fondi e commissaria Bagnoli e ovunque impone scelte che fanno a pugni con la legalità repubblicana e con i principi della Costituzione.
Inutile girarci attorno. Per vincere, in primavera, ci vorrà il coraggio di accettare la sfida di una battaglia sull’ultima spiaggia; il coraggio di chiedere un voto anche e soprattutto politico, di mettere in programma la rottura del patto di stabilità e la disobbedienza civile, come risposta al golpe realizzato da Giorgio Napolitano. Insomma, scelte di consapevole  e piena autonomia da un quadro politico nazionale apertamente illegittimo e nemico del popolo, unico titolare di quella sovranità che Renzi e i suoi non riconoscono e da cui non hanno mai ricevuto alcuna delega.
Solo così, giocando una partita anzitutto politica, si potrà chiedere il voto alla gente di sinistra, che esiste, è numerosa, ma non vota più, perché non si sente rappresentata. Un voto giustificato da un programma consapevole dei suoi limiti, ma anche della sua forza dirompente: quella di poter essere realizzato solo assieme alla gente, rifiutando il modello economico e politico dominante. Perché ciò accada, programma e campagna elettorale non possono limitarsi a puntare solo alla conquista di un Comune, ma devono avere l’ambizione di voltare pagina, costruire un modello alternativo e avviare finalmente la rottamazione del pupo rottamatore.

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Roma 4 ottobre 2015La Scuola non si arrende e cerca alleati.
La stampa tace naturalmente, ma stavolta il “Roma” antico giornale napoletano, rompe il muro del silenzio.
A dare la notizia è stata Francesca Bruciano, giornalista coraggiosa cui vanno i migliori auguri di tutti i lavoratori della Scuola in lotta. Non si stratta solo della Scuola. La mobilitazione del 9 ottobre, infatti, si accompagna a un appello rivolto dagli operatoria della Scuola a quelli della Sanità e ad altri settori aggrediti dalle politiche di questo sedicente “governo”.
Renzi sa bene che il suo governo è illegittimo, che la sua maggioranza è formata da un’accozzaglia di “nominati”, giunta in Parlamento grazie a una legge messa fuorilegge dalla Consulta. Lo sa e perciò diventa ogni giorno più aggressivo.
Nel mirino è la democrazia.
Non a caso ha cancellato lo Statuto dei lavoratori, ha dato mano libera ai padroni per i licenziamenti, ha regalato lo “Sbocca Italia” ai Comitati d’affari, ha distrutto la scuola pubblica e ora mette mano alla Sanità. Presto si potranno curare solo i ricchi.
La violenza esercitata da questo governo sulle Istituzioni e sulle classi subalterne è intollerabile. Stiamo assistendo allo stupro della Costituzione. Non c’è un altro modo per definire quelle che Renzi chiama “riforme istituzionali”. Un Parlamento dichiarato moralmente e politicamente illegittimo dalla Corte Costituzionale, mette mano alla Costituzione e la cambia. E’ come se una banda di ladri, colta in flagranza di reato, cancellasse il furto dal Codice Penale.
Da buon megalomane, analfabeta di valori, Renzi, ha perso il senso delle cose. Protetto dalla Troika, fa il bello e il cattivo tempo e si sente il centro del mondo. Non sa – e nessuno gli spiega – che chi uccide i diritti è condannato alla rovina.
La storia prima o poi presenta il conto.    

Ecco il volantino che invita alla lotta:
Manifesto

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Juve-Roma 2-2 alla fine del primo tempo. Decide Rocchi. Tifo Napoli, il risultato mi starebbe benissimo e penso che il carcere sia una cosa orribile, ma lasciatemelo dire comunque finisca: ci sono arbitri che andrebbero arrestati.

 

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Mi scrive un lettoreIl commento è un po’ romanzato ma la sostanza è questa: «La Scuola? Massimo rispetto, per carità, ci metto la maiuscola. Un’importante funzione sociale, un vasto potenziale per numero di addetti, ma»… C’è un ma che hai sentito milioni di volte. Una litania, un ritornello assillante, giornali, televisione, autobus, famiglia, metropolitana: «Oggi, salvo lodevolissime ma rare eccezioni, la scuola è infestata da una classe docente ignorante, parassitaria, conservatrice e indisponibile ad ogni forma di evoluzione».
Altro che maiuscola! Non fai in tempo a replicare che arriva la minuscola:
«Gli insegnanti si muovono solo per protestare in piazza, orientati da un’appartenenza politica che ne fa un tradizionale bacino elettorale. Insomma, una categoria funzionale al mantenimento della “casta”.
Nell’immaginario collettivo è così: gli insegnanti, massacrati dalla politica, sono il solido sostegno dei politici. Salvo lodevolissime ma rare eccezioni, non c’è famiglia in cui i genitori non sentano il bisogno di impartire ai figli studenti la doverosa lezione: «Gli insegnati non li stimiamo. Li conosciamo bene e non li stimiamo. Sono individui “piccoli” e fondamentalmente disonesti».
E’ vero, la prima reazione è un moto di stupore e la risposta è acuta: «Più dei tuoi colleghi, papà?», chiedono, sorpresi e un po’ insospettiti, i ragazzini, che ne sanno ormai di cotte e di crude su tutto e su tutti. La risposta, però, tocca la corda morale e liquida i dubbi:
«No, non più di altre categorie. A loro però è affidata la futura possibilità che i giovani possano inserirsi da cittadini e non da “sudditi furbi” in un mondo nuovo che in altri Paesi, in Europa soprattutto, stanno disegnando».
Una condanna senza appello e un ragionamento che a prima vista non fa una piega: «come esempio, noi facciamo pena, è vero, ma loro, i docenti, stanno lì apposta per rimediare». Cacchio, che fa un insegnante in cinque ore di scuola, se non riesce a ripulire le piaghe purulente d’una società messa ormai veramente male? L’imprenditore evade? L’avvocato e l’architetto danno i numeri? La sanità è un affare da miliardi e non si capisce più chi è la guardia e chi il ladro, sicché la casa crolla? Beh, l’insegnante faccia il suo mestiere, no? Glielo dica ai ragazzi: non fate anche voi così, mi raccomando, non rubate.
Ormai, i panni sporchi non si lavano più in famiglia. E’ la scuola la grande lavandaia d’Italia! La scuola, sì, che tuttavia, guarda caso, non sa che pesci pigliare ed è sempre più a corto di detersivo. Agli insegnanti, d’altra parte, tanti ragazzi non credono più e non hanno torto; papà li ha avvisati: «Sono individui “piccoli” e fondamentalmente disonesti». E’ vero, ci sono i dirigenti scolastici, ma li si vuole “capi” e autoritari e anche per loro non sono rose e fiori. Quando gli va bene, «sono l’espressione relativa dell’attuale classe dirigente italiana e, come tale, agiscono e dirigono il loro piccolo “regno”».
In un paese così ridotto, è facile sognare e ancora più facile scambiare fischi per fiaschi. Quanti siano i fischi e quanti i fiaschi, non è possibile dire, perché sui numeri ormai imbrogliano tutti, ma in queste condizioni, c’è sempre più gente che apertamente dichiara: «credo che Renzi debba “decapitare” l’assetto verticistico della struttura sociale di questo Paese in ogni direzione. Lo so che è brutale e richiede qualche compromesso ma, al momento, non vedo alternativa».

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Temo che questa maniera di ragionare non sia figlia del caso e non sia una novità. La conclusione del breve commento offre, di fatto, una sintesi illuminante del rapporto che lega Renzi a quanti si attendono dall’ex sindaco la “rivoluzione” che cambi il Paese: «credo che Renzi debba “decapitare”… in ogni direzione».
Non penso di sbagliare, se dico che questa speranza corrisponde, persino nelle parole, a quella che nell’immediato primo dopoguerra condusse a Roma un avventuriero senza storia. I giornali dell’epoca sono testimoni di quel suicidio della democrazia liberale. Fu un’aspettativa di cambiamento, irrazionale e del tutto infondata, che aprì la via al fascismo, come ricorda il titolo che Renzo De Felice volle dare al primo volume della sua biografia del duce: “Mussolini il rivoluzionario”.
La storia non si ripete, è vero, se non per diventare farsa; il fascismo è ufficialmente morto e chissà  che accadrà domani. E’ singolare, però, l’incoscienza con cui, di fronte a ogni crisi economica, soprattutto se finanziaria, il nostro Paese affronta il tema dei diritti e della democrazia. Renzi è probabilmente il clone meglio riuscito di quella classe dirigente che dovrebbe “decapitare”; lavora gomito a gomito con Berlusconi, ha il consenso indiscusso dei grandi monopoli dell’informazione, gode dell’appoggio dei Monti, dei Casini e degli Alfano e ha per padrini “uomini nuovi” come Giorgio Napolitano, uno che ha messo le tende a Montecitorio nei primi anni cinquanta e – caso unico nella nostra storia – è al secondo mandato da Presidente della repubblica. Renzi ha il compito di fare il boia, questo è vero, ma decapiterà solo i diritti sanciti dalla Costituzione. Non so dove abbiano studiato i ferocissimi critici dei nostri docenti, in quali scuole e in quali università si siano formati e non so nemmeno quanti tra loro pensino per davvero che i loro insegnanti siano stati individui “piccoli” e disonesti. So che su un punto hanno certamente ragione: il nostro sistema formativo ha fallito. Ciò che pensa ormai tanta gente, anche intellettualmente onesta, ne è una prova. Amara ma inconfutabile. Quando in buona fede si scambia l’effetto con la causa, vuol dire che il senso critico è stato davvero messo al bando.
Non c’è nulla di più sconcertante della convinzione ferma, quanto ottusa, che in un Paese molto malato possa esistere una scuola in piena salute. L’Italia ha una febbre da cavallo e nel delirio ha un incubo ricorrente: pensa che la terapia in grado di curarla sia nelle mani di un pupo pronto a usare la scure. Il microscopio, però, non ha dubbi: il virus che ci ammazzerà è proprio l’attesa terapia. In quanto all’Europa che andrebbe disegnando un mondo migliore, non so quale sia quella che suscita speranze disperate; io la vedo all’opera ogni giorno: è quella dei CIE e degli affogamenti nel Canale di Sicilia, quella che appoggia i nazisti ucraini e tace sulla Palestina. L’Europa sempre più razzista che dilaga e ci avverte: non vuole la guerra, ma non la esclude.
In quali riforme speri chi ha scelto Renzi come salutare boia della democrazia non è chiaro a nessuno. Le uniche di cui si ha notizia sono quelle del misterioso “accordo del Nazzareno”. Il patto con Berlusconi. Una strage probabilmente ci sarà, ma non cadranno di certo le teste di coloro che costituiscono “l’assetto verticistico della struttura sociale di questo Paese”. Non s’è mai visto un boia che decapiti se stesso.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 luglio 2014

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La scuola che i nostri ministri stanno allegramente distruggendo…

 

Laboratorio di Storia. Prima parte
Scuola Media Statale Bice Zona – 23-05-2014

PREMESSA

Maggio 1993

Com’è nato questo lavoro e come, giorno dopo giorno, s’è andato realizzando in classe non si spiega in due righi e non vale provarci. Se non l’hai visti passare, i giovani autori, dall’iniziale scetticismo all’interesse e cedere, infine, all’entusiasmo dei momenti di autentica crescita collettiva, non puoi capire. In quanto al resto – scelte di fondo e metodo seguito – è presto detto. Si parte dall’idea d’un giornalino, che la classe vuole suo ma diventa di tutti, e da un abbozzo di drammatizzazione che naufraga sugli scogli della scelta del testo. La scena l’ho in mente: lampi d’accusa nei volti leali e il brusco tornare feriti al quotidiano antologico – grammaticale negato per seducenti “didattiche” alternative, nemmeno amate e subito tradite. Non resisto. Lascio al timone indomabili sensi di colpa e si approda alla riva misteriosa di un’isola incantata che battezziamo “libro”…

Giuseppe Aragno

LEGGI E SCARICA QUI L’INTERA PREMESSA

LA SETTIMANA ROSSA A NAPOLI
Giugno 1914: due ragazzi caduti per noi

Salvatore Adamo, Barbara Crisci, Vincenzo Caiazzo, Maria De Martino, Salvatore Di Sarno, Michele Elia, Filippo Esposito, Rosario Mammella, Loredana Patriota, Stefania Quintavalle, Giovanni Renzi, Sergio Tramice

1° CAPITOLO

Lo sciopero generale

Il “Roma” esce a Napoli da più d’un secolo e, come ogni pomeriggio, è nelle edicole anche l’otto giugno 1914. “Strage di operai ad Ancona” . Questo vi leggono i napoletani quel giorno, guardando i titoli. Molti lavoratori restano sconvolto e vanno alle loro leghe per chiedere giustizia
L’idea di fare sciopero, per dimostrare solidarietà ai compagni uccisi, è spontanea e perciò si decide subito di organizzare una riunione alla Borsa del Lavoro. Mentre a casa di ogni operaio si discute, alla Borsa del Lavoro si decide e il tipografo Eduardo Trevisonno fa la seguente proposta:

“la Commissione Esecutiva della Borsa del Lavoro, riunita d’urgenza, constatando come ancora una volta l’eccidio di Ancona accresce il numero delle vittime proletarie […], denuncia alla classe lavoratrice l’ignobile reato di cui si è macchiato il governo […] e, nel mandare un reverente saluto ai fratelli caduti, convoca d’urgenza tutti i Consigli delle leghe” .

La proposta è approvata da tutti gli operai presenti, che decidono di rivedersi alle 20 del giorno seguente. La mattina del 9 giugno la città sembra ancora tranquilla, poi la situazione comincia a cambiare …

Vuoi continuare a leggere? Mi permetto di consigliartelo. Il lavoro è sulle splendide pagine di “Fuoriregistro”. Clicca e prosegui: “Laboratorio di storia“.

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Ordine pubblico il problema è il governoA bocce ferme, quando la disinformazione programmata scientificamente produce frutti velenosi e l’interesse cala, è difficile tornare su una notizia «consumata». In una logica di mercato, tutto è ormai un prodotto «usa e getta»; se non «stai sul pezzo», non ti legge nessuno e il tempo per la riflessione muore d’asfissia. Inutile girarci attorno: le pistole romane che hanno cercato il morto, non spareranno più notizie e sarà forse la cronaca giudiziaria a tornarci su, coi tempi della giustizia e da un angolo visuale chiuso dall’ingombrante «verità» dei tribunali.  Sul ruolo del circo mediatico nella «creazione» di eventi fittizi  e nell’immediata «distorsione» di quelli reali, per mettere in ombra problemi scottanti o porre al centro dell’attenzione il malessere sociale, invece  delle cause che lo determinano, per imporre strette repressive, fior di studiosi ci hanno fornito efficaci strumenti di analisi che, tuttavia, non sono diventati «patrimonio collettivo».
Quando, in tema di formazione, un’impressionante schiera di sedicenti esperti, nati dal nulla, come per partenogenesi, e un improvviso fiorire di campagne di stampa ha fatto passare l’idea che il «problema dei problemi» fosse un inesistente baraccone di «fannulloni» e privilegiati, ostili alla valutazione, ci siamo trovati a fare i conti con lo smantellamento della scuola statale, le università trasformate in aziende e la ricerca asservita agli interessi delle multinazionali. L’attacco martellante alla corruzione vera e presunta del settore pubblico ha aperto un’autostrada alla svendita dei gioielli di famiglia e s’è capito tardi che il problema vero era la scialo delle «privatizzazioni». In nome dello «spreco» – era quello, no?, il problema della Sanità – si son battuti in breccia i presidi di civiltà conquistati col sangue negli anni Sessanta e Settanta; cosa non siamo stati, noi, giovani di quel tempo? Borghesucci, ragazzini viziati e soprattutto delinquenti. Poi ci si è accorti che di criminale c’era solo il ticket per il pronto soccorso e il diritto alla salute cancellato. Per l’Ucraina – ci hanno detto – il nodo reale è la tutela di una strana autodeterminazione dei popoli che, guarda caso, merita rispetto solo quando volge le vele a Occidente; lentamente si scoprono, però, milizie fasciste armate dalle «grandi democrazie» contro governi eletti e nell’indifferenza generale il nazismo fa ritorno nei Parlamenti.
Di fronte a una «crisi» che il capitale manovra come fosse una clava contro le classi subalterne, dovrebbe esserci chiaro ormai che il vero «problema di ordine pubblico» che affligge il Paese non è la protesta di chi rivendica un diritto calpestato, ma la violenza di chi lo nega, impone tagli, feroci «sacrifici» e uno spietato smantellamento dello stato sociale. Il 12 aprile scorso, a Roma, di fronte a ventimila manifestanti che ponevano domande di natura politica e chiedevano risposte alla politica, il prefetto, il questore e il ministro dell’Interno hanno militarizzato la città e un corteo, volutamente imbottigliato a Piazza Barberini, è stato violentemente caricato. Si sono viste scene cilene, ma si sono registrati anche – piaccia o meno conta poco – un lavoro di «intelligence», fermi preventivi, perquisizioni e  un addestramento «militare» brutale, ma di tutto rispetto, sia sul piano difensivo che offensivo. S’è visto chiaro, insomma, che, se si muovono i «rossi», le forze dell’ordine ci sono, sanno cosa fare e lo fanno senza esitare. Pochi giorni dopo, però, nella stessa Roma, con un movimento di ottantamila persone e un rischio di incidenti incomparabilmente più alto, come hanno poi dimostrato i fatti, lo Stato ha «disertato». E’ mancata anzitutto la prevenzione e un fanatico neonazista con la sua banda di criminali ha potuto muoversi impunemente e sparare indisturbato, mentre televisioni e  stampa ci raccontavano biancaneve e i sette nani.
Dagli scontri di Piazza Navona, con un neofascista impegnato a raccomandare i camerati a poliziotti che li trattavano coi guanti gialli, acqua n’è passata sotto i ponti, ma non s’è fatto nulla per capire e  non è cambiato niente. L’odioso principio che consente a celerini e compagni il monopolio della violenza si è esercitato e si esercita quotidianamente su studenti in lotta per il diritto allo studio, sui lavoratori che si battono per la dignità, sui precari, sui «diversi», sul disagio: i pastori sardi aggrediti a Civitavecchia, i fatti di  Basiano, i morti per polizia che non si contano più, le condanne feroci per inesistenti reati di «devastazione e saccheggio», Erri De Luca inquisito, Giorgio Cremaschi indagato, i No Tav incarcerati per lo spettro d’un inesistente terrorismo, tutto ci parla di una repressione che va sopra le righe, ma il neofascismo, coccolato dalle «destre di governo», si muove impunito.
Da Michele Santoro, il sindaco di Firenze che governa il paese per un tragicomico mistero, si è presentato come il pupo che ha gli incubi e non dorme bene, assediato com’è dai rimorsi, pallido e privo d’appetito. Chissà, s’è chiesto stupito lo spettatore: vuoi vedere che s’è pentito del colpo alla schiena vibrato al suo amico Letta? No, Letta non c’entra nulla e le cause della sofferenza le ha confessate così, senza ritegno: «Mi sento in colpa per non essermi accorto che l’ultrà del Napoli indossava quella maglietta, Speziale libero è un insulto a due ragazzi rimasti orfani».
Che avrebbe fatto, signor Presidente, qualora se ne fosse accorto? E chi le impedisce di metter fuori gioco il neofascismo che a Roma spara e a Milano sfila in piazza in ordine militare, come un incubo che torna? La domanda non è retorica e la risposta è semplice: glielo impediscono gli alleati di governo, che se li tengono buoni. A ben vedere, quindi, il vero problema d’ordine pubblico che abbiamo di fronte  non è il comprensibile malessere delle piazze, ma chi lo crea e lo sfrutta; sono le trame oscure e i fili inconfessabili che legano tra loro chi qui produce rabbia e lì la cavalca in nome del consenso. Il problema d’ordine pubblico, insomma, è il governo.

Uscito su Fuoriregistro il 10 maggio 2014

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Cambia il TempoMigliaia in piazza: “Non abbiamo avuto paura!

16,04: con noi anche i lavoratori dell’Irisbus! intanto ci dirigiamo verso via Merulana.

Lavoratori, studenti, disoccupati VINCEREMO SE ORGANIZZATI!
Lavoratori, studenti, disoccupati VINCEREMO SE ORGANIZZATI!

16,10: Dal corteo si dicono 70.000 partecipanti; mentre la testa giunge a Santa Maria Maggiore piazza San Giovanni è ancora piena.

16,13: Il corteo procede per via Merulana.

16,32: Il corteo avanza. In tantissimi ad urlare: Operai studenti disoccupati VINCEREMO SE ORGANIZZATI!

16:41: La testa del corteo sta per giungere nei pressi del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

17,12: Anche oggi il ruolo strumentale della polizia è chiaro… non è un caso se li troviamo in cordone davanti Casa Pound a tenere alta la tensione! Ma il corteo risponde urlando idee e cori antifascisti.

17,13: Gentaglia di Casa Pound tenta di provocare il corteo, ovviamente protetta dalla polizia. Ma la manifestazione prosegue. La nostra rabbia non si arresta! Il corteo passa vicino la sede di Casa Pound blindata dalle camionette della polizia. cori antifascisti e noi procediamo determinati!No tav

17:25 Dal corteo volano uova verso il Ministero dell’Economia che sta per essere circondato; uova anche verso una sede dei Monte dei Paschi di Siena.

17,32: Il corteo prosegue per le strade di Roma tra poco arriverà al Ministero dell’Economia!

17,34: Comincia l’assedio.

17:45 Carica della polizia davanti al Ministero dell’Economia!

17,56: I poliziotti caricano gli studenti che volevano raggiungere Porta Pia davanti al ministero dell’economia.
Chiusi in ogni strada dalla polizia;
ecco la vergogna di questa falsa democrazia!
Chiusi in ogni strada dalla polizia;
ecco la vergogna di questa falsa democrazia!

18,10 La coda del corteo si è ricomposta con la testa, si procede oltre il Ministero dell’Economia.

18:12 La testa del corteo è ormai giunta a Porta Pia di fronte al Ministero delle Infrastrutture.

18,25: La testa del corteo è riuscita a raggiungere Porta Pia ma la celere non lascia passare e carica! Noi resisteremo, la repressione non ci spaventa!

Arrivano le prime notizie: 11 fermi dopo le cariche.
TUTT* LIBER*!

19:15 Carica a freddo sull’acampada a Porta Pia. La polizia provoca ulteriormente i manifestanti che stanno organizzandosi per la notte.
Cariche

19,45: Questa è la risposta dello Stato a chi ancora una volta è sceso in piazza per lottare per un futuro migliore per dire basta alle solite manovre e manovrine politiche fatte da chi sta sguazzando in questa crisi e ne sta uscendo con le tasche piene.

20,02: “obbediscono agli ordini”… Ma per quanto picchino forte, la voglia di CAMBIARE QUESTO TEMPO non va via. Una vita degna per tutti è possibile!

Il futuro non è scritto!

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Parlando di lavoro in anni non sospetti, Pietro Ichino l’ha scritto con onestà che va riconosciuta: “la sicurezza è un bene della vita”. Subito dopo, però, chiamato all’ordine dal feticcio che adora – dio ci scampi dall’integralismo degli economisti! – e sentendo sulla coscienza l’intollerabile peso dell’eresia, come ogni credente peccatore, cosparso il capo di cenere, s’è presentato a Canossa, precisando: “Ma costa, come costano tutte le polizze assicurative. I giovani italiani devono valutare questo costo; e rifiutarsi di pagarlo se è troppo alto.

Proprio così: rifiutarsi. Come se al giorno d’oggi, cococorizzati, flessibili e precari, come li han voluti la scienza di Treu e di Biagi e il singolare concerto di padroni, politici e grandi sindacati, i giovani potessero dire un sì o un no ed essere ascoltati. Ichino, Giavazzi, Alesino e compagni, presi da ben altri pensieri, non se ne sono accorti, ma i giovani i loro no li dicono da tempo; ovunque, tuttavia, a Roma come a Madrid, a Tunisi come in Siria, ognuno a suo modo, con le nobili forme liberali e quelle ignobili delle dittature che i liberali tengono in piedi, ovunque la sapienza politica del mercato ha dato l’unica risposta che conosce, quando le formule fanno bancarotta e la fame si fa sentire: repressione. Di questo Ichino non si occupa. Altri hanno il compito di por rimedio ai danni prodotti dalle sue teorie; maialino ben pasciuto e sazio, lui chiama a raccolta i benpensanti, gridando al teppismo”, o pretenda la scorta perché si sa: chi protesta è di norma un… terrorista.

Il fatto è che più gli economisti borghesi fanno le loro analisi, più il loro “mercato” si rivela un tragico “Monopoli”, in cui le previsioni puntualmente sbagliate di Giavazzi e le correzioni rovinose di Alesino mettono in gioco la vita della gente. E’ vero. Tutto può avere logica economica – ce l’aveva persino la pelle d’ebreo, usata per costruire paralumi – ma non ci sono dubbi: se non la governano una filosofia della storia e un sistema di riferimento fondato sui diritti e sulla solidarietà, la legge del mercato ha esiti aberranti. Gli studi di Gotz Aly e Susanne Heim l’hanno dimostrato: anche l’olocausto ebbe ragioni economiche. Ichino ha certamente ragione: “La sicurezza è un bene della vita”. E’ disumano, però, fa dubitare della buona fede e chiama alla mente i paralume degli ebrei, quando, correggendo se stesso, riprende la solfa del mercato e sostiene che il “problema è come conciliarla con la flessibilità del sistema produttivo.

Nel lucido delirio delle formule su cui si fonda l’analisi di mercato, non esistono uomini e costi umani. Il pianeta è un deserto. C’è un mercato senza mercanti, c’è un prodotto e non ci sono i produttori. Tutto si sacrifica a un astratto fine economico e per il resto vada come vada. E’ la logica di Mussolini che il 10 giungo del ’40 delirava: occorrono alcune migliaia di morti per sedersi da vincitori al tavolo della pace. Preso da quest’idea religiosa del mercato, come Ichino parla di lavoro e ignora i lavoratori, cosi Giavazzi, in trance, vede davanti a sé uno scenario astratto, tutto banche, Tesoro, e Federal Reserve. Questo vede e non s’accorge del macello di sogni, di speranze e vite umane travolte e spente. Tre anni fa, nel settembre 2008, quando i media prezzolati ridussero la tragedia di Lehman Brothers a un via vai di tranquilli impiegati che portavano a casa scatoloni di carta e un licenziamento, Giavazzi scrisse un’apologia del fallimento deciso dall’infallibile mercato: Ieri, sostenne, preso da irrefrenabili contrazioni di piacere “è stata una buona giornata per il capitalismo”. Così: una buona giornata. E si lanciò in un elogio adornate del Tesoro USA che, a suo modo di vedere “con grande coraggio […] ha detto basta. Il costo è stato elevato, il fallimento della terza/quarta banca d’investimento al mondo, ma il mercato ha impiegato meno di cinque minuti a capire”. Il mercato per Giavazzi aveva capito tutto e subito. Lo Stato non era intervenuto più di tanto, liquidi in circolazione ce n’erano ad abudantiam, e di che preoccuparsi? Quando c’è un problema, ci pensa il mercato. E’ come dire la provvidenza divina. Per Giavazzi il settembre del 2008 era “una svolta importante, la vittoria del mercato. Con buona pace di chi ripete che ciò che accade negli Stati Uniti è la prova che il capitalismo è finito.” Oggi sappiamo come sono andate effettivamente le cose: “E’ stata una buona giornata per il capitalismo”. ma le giovani generazioni non hanno futuro e l’intero pianeta s’è imbarbarito.

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