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Da novembre a oggi, per me Potere al Popolo è più necessario che mai; è la risposta possibile a una necessità della storia e voglio perciò tornare all’assemblea di novembre: per rendere pubblica la mia posizione e invitare a votare.
Vale la pena ricordarlo: tutto è nato da un’idea dell’Ex Opg je so’ pazze. Poi tutto è cresciuto, ma Potere al Popolo è nato da una scelta che mi fu comunicata subito: “Abbiamo parlato di elezioni, ma ci è venuta un’idea da pazzi, che va ben oltre il voto. Abbiamo registrato questo video messaggio: prof, lei ci sta a realizzarla?“.
C’ero, certo che c’ero, ero con loro, con i “pazzi” dell’Ex OPG, cui sono legato da un affetto profondo e da una stima incondizionata: Con me ci furono ben presto centinaia di compagni vecchi e giovani. Non dimenticherò mai più quell’atmosfera. Ho avuto il privilegio di prendere la parola alla prima assemblea di Potere al Popolo, ho detto quello che pensavo, come ho fatto per tutta la vita.
Da allora per me non è cambiato nulla, anche se un Coordinamento nato “provvisorio” e diventato eterno, mi ha praticamente tolto la parola. Io so che Saso racconta la verità, lo so, perché ciò che scrive oggi me le ha dette mille volte in tempi non sospetti. Oggi, come a novembre, perciò, non posso evitare di schierarmi. Non lo farò entrando in polemica con qualcuno. Non ne ho bisogno. Prima che tutto questo accadesse, a Roma, al teatro Italia, a novembre dell’anno scorso, fui chiarissimo:
“Occorre una fortissima unità di base”, dissi. “Ma quando dico unità di base intendo dire che le segreterie dei partiti non c’entrano niente!”. Lo dissi a novembre e ne sono ancora più convinto oggi.
Per questo, compagni, per questa unità che stiamo realizzando faticosamente ma decisamente da mesi, noi dobbiamo votare. Perché evidentemente non basta averla fatta l’unità della base: occorre difenderla. Per difenderla, esco malvolentieri dal mio riserbo e ripropongo qui il mio intervento di novembre. Buona parte di quello che dissi allora oggi è molto probabilmente più attuale di ieri:

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piazza indipendenzaNoi sottoscrittori di questo appello esprimiamo la più netta e ferma condanna dell’inaudita violenza di Stato che si è perpetrata nel cuore di Roma nei confronti di persone inermi e innocenti: centinaia di rifugiati, uomini, donne e bambini, sopravvissuti a guerre e persecuzioni di ogni genere e ora aggrediti con ingiustificata violenza dalle forze dell’ordine, caricati con manganelli e idranti (operazione ignobilmente definita di “cleaning”).
Si tratta di un delitto contro l’umanità, di una pagina vergognosa per la città di Roma e per l’Italia intera, di un pessimo segnale del Ministero degli Interni, della Prefettura e del comune di Roma, che rivelano tutta la loro pochezza nella cornice di un Paese quotidianamente sfigurato dallo scandalo dell’ingiustizia, da un impoverimento sociale e culturale preoccupante, da una regressione di matrice francamente xenofoba e razzista.
È tempo di guardare sino in fondo l’orrore in cui stiamo precipitando, quell’orrore di cui è parte non secondaria la facoltà di assuefare e omologare.
È tempo di ammettere apertamente che la iniqua distribuzione della ricchezza e l’insaziabile accumulo sono una minaccia costante alla convivenza e alla coesione sociale.
È tempo di riscoprire quanto siano profonde e molteplici le nostre radici. Differenze che stimolano l’intelligenza e accendono l’immaginazione.
È tempo di riannodare i fili di una civiltà culturale, di uno spazio di convivenza comune, di una storia plurimillenaria che si stanno sgretolando ogni giorno sotto i nostri occhi.
Roma deve tornare ad essere città aperta, antirazzista e antifascista.

Tiziana Drago, Piero Totaro, Vittorio Boarini, Alessandro Bianchi, Giuseppe Aragno, Enzo Scandurra, Piero Bevilacqua, Ignazio Masulli, Pier Luigi Cervellati, Paolo Favilli, Laura Marchetti, Lucinia Speciale, Amalia Collisani, Maria Pia Guermandi, Velio Abati, Luisa Marchini, Francesco Trane, Cristina Lavinio, Francesco Santopolo, Rossano Pazzagli, Ugo Maria Olivieri, Peppe Allegri, Dario Bevilacqua, Alberto Ziparo, Piero Caprari, Francesco Cioffi, Giuseppe Saponaro, Tomaso Montanari, Luigi Vavalà, Andrea Battinelli, Lidia Decandia, Francesca Leder, Stefano Sylos Labioni, Michele Carducci..

Per aderire inviare una mail a: officina-dei-saperi@googlegroups.com

Fuoriregistro, 20 agosto 2017.

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imagesA Roma il governo ha “fatto fuori” Marino, bombardando la Costituzione ben prima che Holland bombardasse i civili siriani per ritorsione; a Milano si decidono candidati sulla pelle degli elettori e a Napoli si candidano incandidabili, mentre si tagliano sistematicamente i fondi a De Magistris, che governa legittimamente. E’ una violenza istituzionale inaudita, ma in primavera a tenere banco non saranno i diritti massacrati dal governo. Le prossime elezioni amministrative si svolgeranno nel segno di Parigi. Sulle urne i kalašnikov peseranno come macigni e nelle grandi città le elezioni amministrative diverranno autentici laboratori politici, condizionati soprattutto dal contesto nazionale e internazionale.
Prima ancora di fare programmi, quindi, sarà bene capire in quale clima si voterà. Anzitutto quello della “sicurezza”, che, tuttavia, non catalizzerà l’attenzione sulla violenza delle città, vittime del rapporto tra partiti e criminalità organizzata. Significherà “ordine pubblico”, con il corollario di “terroristi”, che il circo mediatico descrive come “fondamentalisti islamici” e sembrano, invece, cretini feroci con una singolare vocazione per il suicidio. Gente che uccide e si fa ammazzare, imbottigliandosi nelle nostre munite metropoli, pur avendo a disposizione “obiettivi facili”.  Nel mondo occidentale, la “sicurezza” è ormai scienza occulta, lavoro per rabdomanti e medium, in cui un Alfano mago Merlino, vende fumo ai check-in degli aeroporti e affida al benvolere dei numi i porti di mare, di cui l’integralismo maomettano sembra ignorare non solo l’evidente vulnerabilità, ma addirittura l’esistenza. Eppure, negli affollati e indifesi traghetti che uniscono le isole alla terraferma, si imbarcano ogni giorno innumerevoli, potenziali autobombe che nessuno controlla.
A questo mistero glorioso – io non sorveglio, tu non colpisci e ti fai saltare solo dove poi ti uccido – vanno aggiunti i dati sconvolgenti della realtà nazionale, caratterizzata da un’incalzante “eversione dall’alto”, condotta con sistematica ferocia. Sullo sfondo, classi dirigenti di cui l’esempio migliore sono deputati e senatori che non formano semplicemente la “casta” contro cui lottano i “Cinque Stelle”, ma una banda di clandestini, eletti con una legge incostituzionale e fuorilegge. Clandestini che, a loro volta, hanno eletto un presidente della Repubblica capace di tradire se stesso, accettando il voto di quelle Camere che, da giudice costituzionale, aveva ritenuto moralmente e politicamente illegittime. Un’eversione condotta da un presidente del Consiglio dei Ministri nominato con proceduta illegale, che ha messo la scuola pubblica al servizio della Fondazione Agnelli, ha venduto i lavoratori a Confindustria e utilizza il suo ruolo di governo per far guerra agli avversari politici del partito di cui è segretario. E’ così che a Roma, in barba agli elettori, Renzi ha “tagliato il sindaco” e nominato una giunta comunale composta di commissari governativi, a Napoli chiude il rubinetto dei  fondi e commissaria Bagnoli e ovunque impone scelte che fanno a pugni con la legalità repubblicana e con i principi della Costituzione.
Inutile girarci attorno. Per vincere, in primavera, ci vorrà il coraggio di accettare la sfida di una battaglia sull’ultima spiaggia; il coraggio di chiedere un voto anche e soprattutto politico, di mettere in programma la rottura del patto di stabilità e la disobbedienza civile, come risposta al golpe realizzato da Giorgio Napolitano. Insomma, scelte di consapevole  e piena autonomia da un quadro politico nazionale apertamente illegittimo e nemico del popolo, unico titolare di quella sovranità che Renzi e i suoi non riconoscono e da cui non hanno mai ricevuto alcuna delega.
Solo così, giocando una partita anzitutto politica, si potrà chiedere il voto alla gente di sinistra, che esiste, è numerosa, ma non vota più, perché non si sente rappresentata. Un voto giustificato da un programma consapevole dei suoi limiti, ma anche della sua forza dirompente: quella di poter essere realizzato solo assieme alla gente, rifiutando il modello economico e politico dominante. Perché ciò accada, programma e campagna elettorale non possono limitarsi a puntare solo alla conquista di un Comune, ma devono avere l’ambizione di voltare pagina, costruire un modello alternativo e avviare finalmente la rottamazione del pupo rottamatore.

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Roma 4 ottobre 2015La Scuola non si arrende e cerca alleati.
La stampa tace naturalmente, ma stavolta il “Roma” antico giornale napoletano, rompe il muro del silenzio.
A dare la notizia è stata Francesca Bruciano, giornalista coraggiosa cui vanno i migliori auguri di tutti i lavoratori della Scuola in lotta. Non si stratta solo della Scuola. La mobilitazione del 9 ottobre, infatti, si accompagna a un appello rivolto dagli operatoria della Scuola a quelli della Sanità e ad altri settori aggrediti dalle politiche di questo sedicente “governo”.
Renzi sa bene che il suo governo è illegittimo, che la sua maggioranza è formata da un’accozzaglia di “nominati”, giunta in Parlamento grazie a una legge messa fuorilegge dalla Consulta. Lo sa e perciò diventa ogni giorno più aggressivo.
Nel mirino è la democrazia.
Non a caso ha cancellato lo Statuto dei lavoratori, ha dato mano libera ai padroni per i licenziamenti, ha regalato lo “Sbocca Italia” ai Comitati d’affari, ha distrutto la scuola pubblica e ora mette mano alla Sanità. Presto si potranno curare solo i ricchi.
La violenza esercitata da questo governo sulle Istituzioni e sulle classi subalterne è intollerabile. Stiamo assistendo allo stupro della Costituzione. Non c’è un altro modo per definire quelle che Renzi chiama “riforme istituzionali”. Un Parlamento dichiarato moralmente e politicamente illegittimo dalla Corte Costituzionale, mette mano alla Costituzione e la cambia. E’ come se una banda di ladri, colta in flagranza di reato, cancellasse il furto dal Codice Penale.
Da buon megalomane, analfabeta di valori, Renzi, ha perso il senso delle cose. Protetto dalla Troika, fa il bello e il cattivo tempo e si sente il centro del mondo. Non sa – e nessuno gli spiega – che chi uccide i diritti è condannato alla rovina.
La storia prima o poi presenta il conto.    

Ecco il volantino che invita alla lotta:
Manifesto

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Juve-Roma 2-2 alla fine del primo tempo. Decide Rocchi. Tifo Napoli, il risultato mi starebbe benissimo e penso che il carcere sia una cosa orribile, ma lasciatemelo dire comunque finisca: ci sono arbitri che andrebbero arrestati.

 

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Mi scrive un lettoreIl commento è un po’ romanzato ma la sostanza è questa: «La Scuola? Massimo rispetto, per carità, ci metto la maiuscola. Un’importante funzione sociale, un vasto potenziale per numero di addetti, ma»… C’è un ma che hai sentito milioni di volte. Una litania, un ritornello assillante, giornali, televisione, autobus, famiglia, metropolitana: «Oggi, salvo lodevolissime ma rare eccezioni, la scuola è infestata da una classe docente ignorante, parassitaria, conservatrice e indisponibile ad ogni forma di evoluzione».
Altro che maiuscola! Non fai in tempo a replicare che arriva la minuscola:
«Gli insegnanti si muovono solo per protestare in piazza, orientati da un’appartenenza politica che ne fa un tradizionale bacino elettorale. Insomma, una categoria funzionale al mantenimento della “casta”.
Nell’immaginario collettivo è così: gli insegnanti, massacrati dalla politica, sono il solido sostegno dei politici. Salvo lodevolissime ma rare eccezioni, non c’è famiglia in cui i genitori non sentano il bisogno di impartire ai figli studenti la doverosa lezione: «Gli insegnati non li stimiamo. Li conosciamo bene e non li stimiamo. Sono individui “piccoli” e fondamentalmente disonesti».
E’ vero, la prima reazione è un moto di stupore e la risposta è acuta: «Più dei tuoi colleghi, papà?», chiedono, sorpresi e un po’ insospettiti, i ragazzini, che ne sanno ormai di cotte e di crude su tutto e su tutti. La risposta, però, tocca la corda morale e liquida i dubbi:
«No, non più di altre categorie. A loro però è affidata la futura possibilità che i giovani possano inserirsi da cittadini e non da “sudditi furbi” in un mondo nuovo che in altri Paesi, in Europa soprattutto, stanno disegnando».
Una condanna senza appello e un ragionamento che a prima vista non fa una piega: «come esempio, noi facciamo pena, è vero, ma loro, i docenti, stanno lì apposta per rimediare». Cacchio, che fa un insegnante in cinque ore di scuola, se non riesce a ripulire le piaghe purulente d’una società messa ormai veramente male? L’imprenditore evade? L’avvocato e l’architetto danno i numeri? La sanità è un affare da miliardi e non si capisce più chi è la guardia e chi il ladro, sicché la casa crolla? Beh, l’insegnante faccia il suo mestiere, no? Glielo dica ai ragazzi: non fate anche voi così, mi raccomando, non rubate.
Ormai, i panni sporchi non si lavano più in famiglia. E’ la scuola la grande lavandaia d’Italia! La scuola, sì, che tuttavia, guarda caso, non sa che pesci pigliare ed è sempre più a corto di detersivo. Agli insegnanti, d’altra parte, tanti ragazzi non credono più e non hanno torto; papà li ha avvisati: «Sono individui “piccoli” e fondamentalmente disonesti». E’ vero, ci sono i dirigenti scolastici, ma li si vuole “capi” e autoritari e anche per loro non sono rose e fiori. Quando gli va bene, «sono l’espressione relativa dell’attuale classe dirigente italiana e, come tale, agiscono e dirigono il loro piccolo “regno”».
In un paese così ridotto, è facile sognare e ancora più facile scambiare fischi per fiaschi. Quanti siano i fischi e quanti i fiaschi, non è possibile dire, perché sui numeri ormai imbrogliano tutti, ma in queste condizioni, c’è sempre più gente che apertamente dichiara: «credo che Renzi debba “decapitare” l’assetto verticistico della struttura sociale di questo Paese in ogni direzione. Lo so che è brutale e richiede qualche compromesso ma, al momento, non vedo alternativa».

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Temo che questa maniera di ragionare non sia figlia del caso e non sia una novità. La conclusione del breve commento offre, di fatto, una sintesi illuminante del rapporto che lega Renzi a quanti si attendono dall’ex sindaco la “rivoluzione” che cambi il Paese: «credo che Renzi debba “decapitare”… in ogni direzione».
Non penso di sbagliare, se dico che questa speranza corrisponde, persino nelle parole, a quella che nell’immediato primo dopoguerra condusse a Roma un avventuriero senza storia. I giornali dell’epoca sono testimoni di quel suicidio della democrazia liberale. Fu un’aspettativa di cambiamento, irrazionale e del tutto infondata, che aprì la via al fascismo, come ricorda il titolo che Renzo De Felice volle dare al primo volume della sua biografia del duce: “Mussolini il rivoluzionario”.
La storia non si ripete, è vero, se non per diventare farsa; il fascismo è ufficialmente morto e chissà  che accadrà domani. E’ singolare, però, l’incoscienza con cui, di fronte a ogni crisi economica, soprattutto se finanziaria, il nostro Paese affronta il tema dei diritti e della democrazia. Renzi è probabilmente il clone meglio riuscito di quella classe dirigente che dovrebbe “decapitare”; lavora gomito a gomito con Berlusconi, ha il consenso indiscusso dei grandi monopoli dell’informazione, gode dell’appoggio dei Monti, dei Casini e degli Alfano e ha per padrini “uomini nuovi” come Giorgio Napolitano, uno che ha messo le tende a Montecitorio nei primi anni cinquanta e – caso unico nella nostra storia – è al secondo mandato da Presidente della repubblica. Renzi ha il compito di fare il boia, questo è vero, ma decapiterà solo i diritti sanciti dalla Costituzione. Non so dove abbiano studiato i ferocissimi critici dei nostri docenti, in quali scuole e in quali università si siano formati e non so nemmeno quanti tra loro pensino per davvero che i loro insegnanti siano stati individui “piccoli” e disonesti. So che su un punto hanno certamente ragione: il nostro sistema formativo ha fallito. Ciò che pensa ormai tanta gente, anche intellettualmente onesta, ne è una prova. Amara ma inconfutabile. Quando in buona fede si scambia l’effetto con la causa, vuol dire che il senso critico è stato davvero messo al bando.
Non c’è nulla di più sconcertante della convinzione ferma, quanto ottusa, che in un Paese molto malato possa esistere una scuola in piena salute. L’Italia ha una febbre da cavallo e nel delirio ha un incubo ricorrente: pensa che la terapia in grado di curarla sia nelle mani di un pupo pronto a usare la scure. Il microscopio, però, non ha dubbi: il virus che ci ammazzerà è proprio l’attesa terapia. In quanto all’Europa che andrebbe disegnando un mondo migliore, non so quale sia quella che suscita speranze disperate; io la vedo all’opera ogni giorno: è quella dei CIE e degli affogamenti nel Canale di Sicilia, quella che appoggia i nazisti ucraini e tace sulla Palestina. L’Europa sempre più razzista che dilaga e ci avverte: non vuole la guerra, ma non la esclude.
In quali riforme speri chi ha scelto Renzi come salutare boia della democrazia non è chiaro a nessuno. Le uniche di cui si ha notizia sono quelle del misterioso “accordo del Nazzareno”. Il patto con Berlusconi. Una strage probabilmente ci sarà, ma non cadranno di certo le teste di coloro che costituiscono “l’assetto verticistico della struttura sociale di questo Paese”. Non s’è mai visto un boia che decapiti se stesso.

Uscito su “Fuoriregistro” il 12 luglio 2014

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La scuola che i nostri ministri stanno allegramente distruggendo…

 

Laboratorio di Storia. Prima parte
Scuola Media Statale Bice Zona – 23-05-2014

PREMESSA

Maggio 1993

Com’è nato questo lavoro e come, giorno dopo giorno, s’è andato realizzando in classe non si spiega in due righi e non vale provarci. Se non l’hai visti passare, i giovani autori, dall’iniziale scetticismo all’interesse e cedere, infine, all’entusiasmo dei momenti di autentica crescita collettiva, non puoi capire. In quanto al resto – scelte di fondo e metodo seguito – è presto detto. Si parte dall’idea d’un giornalino, che la classe vuole suo ma diventa di tutti, e da un abbozzo di drammatizzazione che naufraga sugli scogli della scelta del testo. La scena l’ho in mente: lampi d’accusa nei volti leali e il brusco tornare feriti al quotidiano antologico – grammaticale negato per seducenti “didattiche” alternative, nemmeno amate e subito tradite. Non resisto. Lascio al timone indomabili sensi di colpa e si approda alla riva misteriosa di un’isola incantata che battezziamo “libro”…

Giuseppe Aragno

LEGGI E SCARICA QUI L’INTERA PREMESSA

LA SETTIMANA ROSSA A NAPOLI
Giugno 1914: due ragazzi caduti per noi

Salvatore Adamo, Barbara Crisci, Vincenzo Caiazzo, Maria De Martino, Salvatore Di Sarno, Michele Elia, Filippo Esposito, Rosario Mammella, Loredana Patriota, Stefania Quintavalle, Giovanni Renzi, Sergio Tramice

1° CAPITOLO

Lo sciopero generale

Il “Roma” esce a Napoli da più d’un secolo e, come ogni pomeriggio, è nelle edicole anche l’otto giugno 1914. “Strage di operai ad Ancona” . Questo vi leggono i napoletani quel giorno, guardando i titoli. Molti lavoratori restano sconvolto e vanno alle loro leghe per chiedere giustizia
L’idea di fare sciopero, per dimostrare solidarietà ai compagni uccisi, è spontanea e perciò si decide subito di organizzare una riunione alla Borsa del Lavoro. Mentre a casa di ogni operaio si discute, alla Borsa del Lavoro si decide e il tipografo Eduardo Trevisonno fa la seguente proposta:

“la Commissione Esecutiva della Borsa del Lavoro, riunita d’urgenza, constatando come ancora una volta l’eccidio di Ancona accresce il numero delle vittime proletarie […], denuncia alla classe lavoratrice l’ignobile reato di cui si è macchiato il governo […] e, nel mandare un reverente saluto ai fratelli caduti, convoca d’urgenza tutti i Consigli delle leghe” .

La proposta è approvata da tutti gli operai presenti, che decidono di rivedersi alle 20 del giorno seguente. La mattina del 9 giugno la città sembra ancora tranquilla, poi la situazione comincia a cambiare …

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