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Posts Tagged ‘Paolo Mieli’

ImmagineHo letto con molto interesse un’acuta riflessione sul Decreto Minniti, scritta da Laura Bismuto, Consigliera DemA al Comune di Napoli. La offro ai miei tre lettori e di mio ci metto la convinzione che siamo molto più preparati di quanto si pensi e abbiamo la qualità e la passione civile necessarie a rintuzzare l’attacco. Come accade assai spesso, una riflessione ne provoca un‘altra e le ho scritto un commento che desidero riportare qui, sul mio Blog.

«Cara Laura, la volontà di distruggere la scuola pubblica, sottomettere la ricerca storica alla valutazione di agenzie governative ed estromettere gli storici dal dibattito politico dei “salotti buoni” ha avuto uno scopo preciso. Quanto accade in questi giorni costituisce il primo frutto velenoso di questo lavoro: l’imposizione violenta di quella che tu molto efficacemente definisci “pedagogia dell’ubbidienza”, Non ho trovato scritto da nessuna parte – ecco il peso del silenzio degli storici – di dove venga e quale ben definita radice culturale abbia quest’idea di “decoro” intesa come “orpello estetico che cela in sé una grave indecenza”. E’ verissimo e condivido pienamente l’autentica indecenza nasce dal fatto che chi rende la vita un inferno, precarizza, ruba il futuro e distrugge, pretenda poi di costruire una sorta di vasca per i pesci, nella quale la disperazione non ha voce e la realtà è prigioniera di una acquario. vita è un acquario. Non sarebbe andata così, se qualcuno avesse potuto dirlo: questa indecenza non è figlia di Minniti. Lui l’ha solo rubata. A chi? A un decreto del 1934, anno XIII dell’Era Fascista… E’ il passato che non passa. A noi però la storia l’insegnano i servi del potere. E dirò di più. I fascisti avevano Giovanni Gentile. Noi abbiamo Paolo Mieli. Il paragone è tutto a favore di Mussolini, Una vergogna, ma la gente non se ne accorge nemmeno. Basta ascoltare le notizie dai fronti di guerra e dai confini di terra e di mare disseminati di morti, per capirlo: se e quando la ragione si risveglierà, i nostri nipoti scopriranno che abbiamo assistito indifferenti a un nuovo e più atroce genocidio».

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Mimmo MignanoNon ci sono più limiti allo sfruttamento e la violenza dei padroni è diventata ormai legge. Ecco la verità che nessuno racconta.

Tutto accade ogni giorno, nel silenzio complice della stampa e a chi chiede giustizia sociale risponde il manganello di una polizia geneticamente fascista. E’ questa l’unica risposta che sa dare la “grande democrazia italiana”.

Non è vero che non c’è lavoro: c’è una sterminata massa di sfruttati ridotti in semischiavitù. Il mondo del lavoro oggi è soprattutto una semina d’odio, un mare d’ingiustizia e un invito permanente a rivoltarsi.

Ecco com’è oggi il mondo che giornalisti come Miele e Mentana non ci raccontano mai. E’ il mondo di Mimmo Mignano.

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napolitano-con-renziLascio agli specialisti l’analisi del voto, ma non rinuncio a richiamare una regola generale: gli intellettuali di regime non propongono ipotesi da verificare nei fatti; ricevono dal potere che li ha sul libro paga una tesi da far passare e si studiano di dimostrarla. Se necessario, contro l’evidenza dei fatti. Valgano per tutti l’esempio di nullità come l’onnipresente Paolo Mieli, che continua a fare di Renzi una sorta di “leader rosso”, sicché la vittoria del no è “un meteorite caduto sull’intera sinistra”, o il delirante Vittorio Sgarbi che, con virulenza fondata su chiacchiere, chiarisce la tesi di fondo: Renzi ha vinto. Senza usare toni da squadrista cui fa ricorso Sgarbi, ogni volta che si può, qualche “analista indipendente” fa passare l’idea: esistono solo un fronte del sì e uno del no. Il primo, pur apparentemente battuto, ha una sua compattezza e potrebbe guidare il Paese nonostante l’esito del referendum, l’altro, che ha vinto sulla spinta forte dell’antipolitica, era e resta disgregato e impossibilitato a diventare forza di governo. Come se milioni e milioni di elettori si fossero espressi, andando dietro a Salvini, Berlusconi e Renzi – la “politica” – e tutti gli altri avessero “votato contro”, senza avere nulla che li tenga uniti.

In realtà, il primo dato che emerge chiaro dal referendum, racconta una storia completamente diversa. Il referendum l’hanno perso assieme Renzi e l’élite osannata dall’ex giovane fascista Napolitano e l’hanno vinto soprattutto milioni di italiani che, disgustati dalle esternazioni dell’ex Presidente e dalle indicazioni dei cosiddetti “leader”, non andavano più a votare, ma stavolta l’hanno fatto. La scelta di votare è per sua natura  politica e ti dice che gli elettori sanno benissimo che l’antipolitica oggi è incarnata soprattutto da personaggi come Renzi. La gente ha votato perché ha colto il carattere alternativo e ultimativo della sfida e la possibilità di assestare un ceffone alla sedicente classe dirigente. No a Salvini, no a Brunetta, no a Renzi, no a Verdini, che non hanno alcuna legittimità per rappresentarla. In questa scelta, che si vorrebbe di “pancia”, c’è invece un dato politico che riguarda proprio quella Costituzione, che si tende ormai a far sparire; il referendum sullo Statuto del ’48 ha restituito per una volta la “sovranità” in mano al popolo, e l’elettore ha voluto esercitare questo suo diritto nella consapevolezza piena di poter dire la sua in modo decisivo. Non si trattava di un voto “inutile”, tanto poi fanno il governo come gli pare. Qui non c’erano carte da imbrogliare, sicché il voto referendario aveva un alto valore “rappresentativo”; il referendum è diventato così il “partito che non c’è più”, l’organizzazione che si fa interprete di bisogni, speranze, dissenso, rifiuto della disoccupazione e della precarietà. In questo senso, quindi, un voto “costituzionalissimo”. Nella tesi minimalistica e del tutto astratta, assegnata dal potere ai suoi intellettuali, il no è diventato, invece, “meridionale” nel senso più deteriore della parola, conservatore e quasi “monarchico”, come ai tempi del referendum istituzionale del 1946.

Una lettura comoda, ma totalmente falsa e fuorviante. Intanto perché Milano non è più – ammesso che lo sia mai stata – la “capitale morale” del Paese. Mai come oggi essa è la capitale dei privilegi e uno dei gangli vitali dell’intreccio tra politica e malaffare. Meridionale, poi, oggi significa soprattutto volontà di riscatto e di emancipazione  – questo è forse il senso profondo del no – e Napoli è, in questo senso, molto più avanti di Milano. A ben vedere, i risultati del 4 dicembre contengono anche segnali forti di un voto di classe, come dimostrano il rilievo che ha assunto nella battaglia il “no sociale” e la collocazione nella trincea del no di quella “borghesia progressista”, stavolta sì lombarda in senso “turatiano”. Una borghesia che ha contestato al progetto delle banche, della finanza e dell’ala più reazionaria del padronato, il significato stesso della parola che ha malaccortamente definito il pasticcio Boschi:  riforma. La sedicente nuova Costituzione era tutto, meno che “riforma”. Nella cultura e nelle radici storiche della borghesia progressista, una riforma o contiene una forte carica popolare e allarga la partecipazione e i diritti, o è strumento della reazione.

Naturalmente gli “intellettuali organici” si stanno sforzando di negare il dato più lampante di tutti: il no non avrebbe mai vinto, se non avesse portato con sé la consapevolezza che solo tenendo fermo l’impianto della Costituzione così com’è si potranno rimettere in discussione il Jobs Act, la Buona Scuola, l’abolizione dello Statuto dei Lavoratori e il pareggio di bilancio; in altri termini, le leggi di una dittatura del capitale finanziario che nasce a Bruxelles e giunge a Roma, provincia di un nuovo Reich. Tocca ai movimenti che hanno conseguito questa vittoria federare interessi e costruire un programma politico, che si proponga l’abolizione delle peggiori leggi di questi ultimi anni e si colleghi a ogni altro movimento che nell’Europa contemporanea dà battaglia alla reazione. C’è una “internazionale del Capitale”, occorre tornare all’internazionalismo delle classi lavoratrici. Per riuscirci, bisogna allargare la rete dei rapporti con i movimenti di altri Paesi, per affrontare e vincere, nello specifico della nostra realtà, la battaglia delle idee contro il “pensiero unico” e costruire progressivamente quella politica per il potere.

Fuoriregistro, 7 dicembre 2016 e Agoravox 8 dicembre 2016

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dr-top-1-percentC’è un Paese ricco e potente, una federazione di Stati, che scrive le sue leggi per favorire i ricchi e consente a piccole élite che detengono un grande potere economico di condizionare i processi politici. E’ un Paese in cui le università costano un occhio della testa e a scuola sui libri di testo è ammesso l’intervento degli Stati.
E’ un Paese in cui la dottrina liberista conta più del Corano letto dai fondamentalisti e chi riconosce il diritto alla salute e il dovere della collettività di pagarne i costi è un autentico bestemmiatore. Un Paese in cui tutti sono sceriffi armati, boia e polizia ammazzano che è una bellezza, però, per antica tradizione, uccidono soprattutto i neri e va bene così. Zio Tom vive nella sua eterna capanna e la questione razziale non si risolve mai. E’ un Paese in cui un cittadino su cento possiede ricchezze incalcolabili, milioni di sventurati muoiono di fame e disperazione,  i disoccupati neri sono il doppio dei bianchi, e il reddito si divide a seconda del colore della pelle: 76 % ai bianchi, 14 ai neri e 10 agli ispanici. .
Per i nostri «grandi giornalisti», tutti più o meno cloni di Paolo Mieli, questo Paese è la più «grande democrazia» dell’Occidente e i pennivendoli ora studiano il caso Trump per capire se il palazzinaro-presidente fa sul serio o scherza; qualcuno aggiunge sottovoce che Clinton e Trump sono entrambi due pessimi soggetti, ma nessuno trova scandaloso che il presidente sia stato eletto contro il voto popolare. Eppure le cose stanno proprio così. Nella «grande democrazia», Trump vince, benché abbia perso.

Uscito su Fuoriregistro e Agoravox

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