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Posts Tagged ‘Rocco’

L’articolo va letto. Dalla “sicurezza” e dal decreto Minniti, infatti, DemA prende le distanze ed esprime critiche di fondo:

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ImmagineFrancesco Puglisi era a Genova nel luglio 2001 ma non torturò e non uccise. La Cassazione, che ha evitato il carcere agli uomini in divisa dopo la Diaz e Bolzaneto, a lui ha dato 14 anni di galera. Si sono incrementati poi ammazzamenti umanitari, bombe intelligenti e fuoco amico e chi s’è visto s’è visto. E’ stato come dire: ti prudono le mani? Bene. Percorri la via «legale» e passa all’incasso: una «guerra per la pace» o la «democrazia da esportare, tutta massacri «umanitari». E se poi centri ospedali e scuole, sta tranquillo, c’è la stampa che dice «è fuoco amico» o «nemico sbagliato». Tu rientri e fai la carriera in polizia. Lì ai modi bruschi non si fa caso: il terrorismo è un’infamia misteriosa buona per coprire altre infamie.
A chi sa di storia, il «caso Genova» e Francesco Puglisi ricordano gli eterni «spettri del ’98», i processi politici costruiti ad arte contro gli operai e Giovanni Bovio, l’avvocato che in Tribunale parlava per gli imputati e ammoniva le classi dirigenti:

«Noi chiediamo di rimuovere gli ostacoli che fanno il lavoro impossibile e voi ci rispondete con aspre sentenze e i figli armati contro i padri. Per carità di voi stessi, giudici, per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non fateci dubitare della giustizia. Noi fummo nati al lavoro, non fate noi delinquenti e voi giudici!».

I tribunali li «fecero delinquenti» e tali sono stati per sempre. Umberto I, che aveva premiato le fucilate sul popolo inerme, pagò con la vita. La violenza del potere genera violenza e il tribunale nazista che volle morti i cospiratori della «Rosa Bianca», quello repubblicano che da noi assolse i responsabili morali del delitto Rosselli, benché legalmente costituiti, non hanno legittimità storica. Tra Bruto e Cesare la storia non cerca colpevoli ma registra un dato: il tiranno arma la mano dell’uomo libero.

Sul terreno della giustizia siamo fermi a Crispi che, accusato di violare la legge proclamando lo stato d’assedio, antepose la sicurezza alla legalità: «una legge eterna impone di garantire l’esistenza delle nazioni; questa legge è nata prima dello Statuto». Un principio eversivo, che fa dell’eccezione la regola, ignora la giustizia sociale, unica garante della sicurezza dello Stato e di fatto ispira ancora i nostri legislatori in materia di ordine pubblico e conflitto sociale. Nel 1862, all’alba dell’Italia unita, la legge Pica sul cosiddetto «brigantaggio», mezzo «eccezionale e temporaneo di difesa», prorogato però fino al 31 dicembre 1865, apre l’eterna stagione delle leggi speciali. Di lì a poco, in una riflessione affidata a un volantino sfuggito al sequestro, Luigi Felicò, un internazionalista che conosce la galera borbonica, non ha dubbi: con l’unità, la sorte della povera gente e del dissidente politico è peggiorata.
Normativa emergenziale, come figlia naturale di una vera e propria cultura della crisi, indeterminatezza e strumentale confusione tra reato comune e reato politico, sono diventati così i perni della gestione e della regolamentazione del conflitto sociale. Un’impostazione che nemmeno il codice Zanardelli, adottato nel gennaio nel 1890, sceglie di abbandonare. Certo, per il giurista liberale la sanzione deve rispettare i diritti dell’uomo. Di qui, libertà condizionale, abolizione della pena capitale e discrezionalità del giudice nella misura dell’effettiva colpevolezza del reo. Non sarebbe stata un’inezia, se Zanardelli, però, non avesse affidato la tutela dello Stato nei momenti di crisi sociale a un «Testo unico» di Polizia, cui regalò basi teoriche forti e strumenti pericolosi quanto efficaci: istigazione all’odio di classe e apologia di reato, crimini imputati a chi esaltava «un fatto che la legge prevede come delitto o incita alla disobbedienza […], ovvero all’odio tra le varie classi sociali in modo pericoloso per la pubblica tranquillità».

La definizione volutamente vaga del reato fornisce agili strumenti repressivi e lo Stato, che non dà risposte al malessere delle classi subalterne, può criminalizzarne le lotte, in nome di norme che sono contenitori vuoti, pronti ad accogliere le strumentali “narrazioni” di una polizia per cui anche il generico malcontento e una marcata diversità rispetto alla cultura dominante è «pratica sovversiva». Nei fatti, istigo al reato e poi condanno. Tra crisi, indeterminatezza e natura emergenziale della regola – un’emergenza spesso creata ad arte e più spesso figlia legittima dello sfruttamento – diventavano così dato storicamente caratterizzante di una giustizia fondata su una “legalità ingiusta”, sulla tutela di privilegi a danno dei diritti, mediante un insieme di norme che consentono di tarare la repressione sulle necessità e sugli interessi dei ceti dirigenti.
Il fascismo al potere sterilizza molte norme progressiste introdotte da Zanardelli, poi nel 1930 vara codice «suo», firmato da Alfredo Rocco, che incredibilmente sopravvivere al regime. La repubblica, infatti, sacrifica alla «continuità dello Stato» l’idea di tornare a Zanardelli e conferma Rocco, “tecnicamente” più moderno, ma soprattutto molto più autoritario. In attesa – si dirà – di un nuovo codice che, però, non si farà. Delusa la legittima attesa, la conseguenza di quella grave scelta consente oggi, in un clima di nuovo autoritarismo, di tornare al reato di «devastazione e saccheggio» e spezzare così la vita di un giovane, senza che in Parlamento una voce denunci la natura classista dell’operazione e i «caratteri permanenti» che segnano trasversalmente le età della nostra storia contemporanea: nessuna risposta alla sofferenza di chi paga la crisi, criminalizzazione del dissenso, indeterminatezza di norme volutamente discrezionali e impunità assicurata alla «genetica devianza» di alcuni corpi dello Stato. Senza contare lo stretto rapporto tra politica e malavita organizzata. Ormai non c’è una voce libera che domandi perché il codice penale italiano, che non prevede in modo serio il reato di tortura, consente al torturatore di perseguire il torturato che si ribella.

Oggi, mentre si leva la bandiera della democrazia, si continua a ignorare il nodo che la soffoca, un nodo mai sciolto, nemmeno col mutare della vicenda storica; un nodo che ha impedito cambiamenti radicali persino nel passaggio dalla monarchia alla repubblica: liberale, fascista o repubblicana, in tema di ordine pubblico, l’Italia ha un’identità che non muta col mutare dei tempi. Da un lato, infatti, l’uso intimidatorio e per certi versi terroristico dell’emergenza legittima la ferocia delle misure repressive presso l’opinione pubblica, dall’altro l’indeterminatezza della norma lascia mano libera a una repressione generalizzata. E’ una sorta di blando «Cile dormiente», che si desta appena una contingenza negativa fa sì che, per il capitale, soprattutto quello finanziario, metta in discussione mediazione e regole democratiche, che pretenderebbero di controllarlo: sono, afferma, merci costose che non hanno mercato. Su questo sfondo si inseriscono le più o meno lunghe fasi repressive – lo stato d’assedio nel 1894, le cannonate a mitraglia nel maggio ‘98, la furia omicida in piazza durante i moti della Settimana Rossa, il fascismo, Avola, e, per giungere ai nostri giorni, Genova 2001. In questo quadro si spiegano l’indifferenza per la tortura, le impunite morti «di polizia» e i loro tragici connotati: Frezzi ammazzato di botte in una caserma di Pubblica Sicurezza, Acciarito torturato, Passannante ridotto alla pazzia, Bresci «suicidato» e il suo fascicolo sparito, Anteo Zamboni linciato dopo un oscuro attentato a Mussolini, che consente di tornare alla pena di morte, e via via, Pinelli, Giuliani e i torturati di Bolzaneto e della Diaz, Cucchi, Uva, Aldrovandi, Magherini e i tanti sventurati che nessuno paga.
Non è questione di momenti storici. Se nel 1894, mentre lo scandalo della Banca Romana svela i contatti mai più interrotti tra politica e malaffare, per colpire il PSI, Crispi si «affida» all’esperienza di un prefetto per un processo che non lasci scampo – e il processo truccato si farà; più abile, la repubblica cancella mille verità col segreto di Stato. In ogni tempo, indeterminatezza e discrezionalità della legge consentono di colpire il dissenso come e quando si vuole. In età liberale a domicilio coatto ti manda la polizia, col fascismo il confino non riguarda i magistrati e il «Daspo» che Maroni e la Cancellieri, avrebbero invano voluto estendere al dissenso di piazza, con Minniti c’è ed è sanzione amministrativa e di polizia. Quale criterio regoli da noi il rapporto legalità, tribunali, miseria e dissenso emerge da dati che non ci parlano di età liberal-fascista, ma pienamente repubblicana: dal 1948 al 1952, mentre nei grandi Paesi europei si contano in piazza da tre a sei morti, qui la polizia fa sessantacinque vittime. Nove furono poi i morti nel 1960, in due caddero ad Avola nel 1968 e si potrebbe proseguire. Nel 1968, quando una legge poté infine deciderlo, l’Italia scoprì che la repubblica aveva avuto quindicimila perseguitati politici con pene carcerarie dure come quelle fasciste. Di lì a poco, all’ennesima emergenza – stavolta è il terrorismo – si replicò col fermo di polizia, la discrezionalità della forza pubblica nell’uso delle armi e barbare leggi sulla detenzione, nate per essere eccezionali, ma ancora vigenti, quasi a dimostrare che di «normale» da noi c’è stata solo la stagione democratica nata con la Resistenza. Anche quella seguita da innumerevoli processi, condanne e internamento in manicomio di numerosi partigiani.

Così stando le cose, con una protesta di piazza che costa a un giovane quattordici dodici anni di galera, mentre un poliziotto che uccide per strada un ragazzo inerme se la cava con nulla, una domanda è d’obbligo: perché si fanno carte false per archiviare la Costituzione antifascista e nessuno si preoccupa di cancellare il codice fascista? Perché così si può mandare in galera un barbone, cui peraltro non si è mai dato un aiuto, o per colpire il dissenso e assolvere ladri di Stato e mafiosi in veste di statisti?

Giuseppe Aragno, Coordinatore DemA

DemAFuoriregistro e Agoravox, 20 giugno 2017.

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G8 GENOVA: VITTIMA DIAZ, SENZA SCUSE FATTI RIPETIBILIMi sorge un dubbio: i Questori si cambiano, o si ricorre a cloni di un funzionario nato con l’unità d’Italia? Un dubbio legittimo per chi passa la vita tra carte di polizia riservate e miserabili note di confidenti. La storia ha talora volti impresentabili. Uno, piaccia o no, è quello del potere. Gli metti a guardia limiti e regole, ma sulle zone d’ombra non sorge luce. Prendi il sindacato, per esempio. Oggi sarebbe comico vederci un “covo di terroristi”, ma nel 1893 a Napoli è una minaccia per l’ordine pubblico: un operaio può elemosinare, non lottare per un diritto. Se lo fa, è un “sovversivo” e la Questura lo mette dentro. Quando i lavoratori si associano, il collega di Minniti ne infiltra le organizzazioni per “conoscere il numero complessivo degli iscritti, le generalità, i connotati e un cenno biografico dei capi”. Sono furbi, i Questori. Si muovono nell’ombra, fanno schedature e mandano a Roma le liste dei più “pericolosi”. Se l’operaio parla delle otto ore, del salario e dello sciopero, ecco l’etichetta: “sovversivo”. Senza informare gli interessati, le “autorità”, segnalano i sindacalisti “più influenti affiliati ai partiti sovversivi”. La Questura ricama, la stampa fa da cassa di risonanza, ed ecco nascere “cabine di regia” e “manovre anarchiche”. Per colpire chi disturba i padroni, l’anarco-insurrezionalismo è un’arma vincente nell’Italia liberale, fascista e repubblicana. Gli schedari della Questura sono pieni di rapporti fantasiosi e inverosimili di spie e confidenti che vendono a peso d’oro notizie di terza mano, libere interpretazioni o invenzioni di trame rivoluzionarie. Costruita la trama, parte la denuncia: “si punta a fomentare le passioni, a coalizzare, con mire evidentemente politiche e avverse all’attuale stato di cose”. Perché? Per “trarre partito dal malcontento che serpeggia nelle varie classi operaie”.

In questi giorni, leggendo i giornali e ascoltando il Questore, mi è sembrato di essere in archivio tra le carte del 1893. Allora come oggi, le cause del malcontento non interessano  nessuno. Contano i “sovversivi”. Quasi sempre presunti. Si costruiscono teoremi e si fanno girare inverosimili soffiate di confidenti. Così, per tornare al passato, fa paura persino una bevuta “in una bettola fuorigrottese, ove si legge una lettera pervenuta da Palermo”. Nessuno sa che c’è scritto, ma è certo: è un piano rivoluzionario al quale, suggerisce un infiltrato a caccia di quattrini, “prenderebbe parte un giovane prete dimorante al Vomero”. Il condizionale la dice lunga e il senso del ridicolo consiglierebbe più serie riflessioni, ma “in alto” si preme. Per colpire gli operai, la Questura induce il proprietario di uno stabile a sfrattare i sovversivi, la Procura “garantisce che dal locale Pretore sarà emessa relativa ordinanza e, nello stesso giorno in cui giunga, fatta eseguire”. Per le accuse è presto, ma il Questore trasmette in via riservata alla Procura Generale copia dei rapporti destinati al Prefetto. La procedura é inusuale ma serve allo scopo e si giunge al punto di denunciare gli autori di un manifesto che due settimane prima è stato giudicato del tutto legale. I lavoratori scoprono un provocatore, un ex agente di PS, lo espellono, ma qualcuno lo inserisce nell’elenco degli iscritti “ritoccato” dopo il sequestro, e in Tribunale fa la sua parte di testimone. Falso naturalmente. Per un po’ si cerca un’imbarcazione “comandata da un maltese, che dovrebbe arrivare dall’Albania con armi da sbarcarsi lungo la marina di Licata e Porto Empedocle”. Nessuna la trova e le perquisizioni senza mandato non tirano fuori carichi di armi, ma la “velina” della Questura giunge a giornali compiacenti e crea un clima di tensione giustificato, scrivono le Autorità, dalla “necessità di opporsi con energia al movimento che nelle presenti condizioni economiche e morali di queste basse classi sociali, può da un momento all’altro gettare la città in preda allo scompiglio”.
Occorrono imputati “deferiti al potere giudiziario sotto il titolo di Associazione di malfattori”. Cos’, scrive il Prefetto; poi, Creato l’allarme, il solito confidente tira fuori un misterioso piano di rivolta imminente a Palermo, Messina e Napoli. Inizierà, si dice, con “incendi dolosi appiccati nella notte”. La Questura, avuta “notizia sicura che gli incendi si sarebbero praticati nella nottata mediante petrolio e acqua ragia” di cui sarebbero intrisi “stoppacci accesi gettati negli scantinati”, mette in moto “pattuglie che percorrono la città in tutti i sensi con ordine di fermare, perquisire e arrestare”. Nel cuore della notte sono presi due individui, che, guarda caso, hanno con sé due bottiglie di acqua ragia e un foglio con la scritta a mano: “Viva la rivoluzione sociale”. Due terroristi e due bottiglie di acqua ragia sarebbero ben povera cosa per una rivoluzione, ma la Squadra Politica sostiene che mille compagni, impauriti, si sono ritirati. Nella fretta, la Questura sbaglia la data dell’arresto e anticipa d’un giorno la rivolta, ma per i giudici va bene così. La fantomatica rivolta non c’è, ma due bottiglie d’acqua ragia e le chiacchiere di un sarto arrestato, che si “pente” bastano e avanzano.
Al processo, tutto si basa su insinuazioni di anonimi confidenti della Questura. La difesa chiede di interrogarli, ma il giudice rifiuta, perché “le informazioni dei confidenti trovano riscontro negli atti”. E’ verità di fede. I due “terroristi” negano: l’acqua ragia è strumento di lavoro. Nessuno gli dà retta. Degli agenti che testimoniano, uno è colto con un foglietto da cui legge appunti e nomi d’imputati; un altro manda su tutte le furie il giudice che lo interroga perché ricorda “cose molto differenti da quelle risultanti nella deposizione scritta”. Un ispettore, infine, messo alle strette dalla difesa, ammette che gli imputati non sono sovversivi pericolosi. Il giudice preoccupato, scrive allora al Questore per fargli “raccomandazioni sul contegno di funzionari e agenti che dovranno essere intesi, non potendo in caso contrario garantire l’esito del processo”. Preoccupato è anche Crispi, Presidente del Consiglio, che ingiunge al Prefetto “di sollecitare il più possibile il pronunciato della Camera di Consiglio, ritenendo opportuno lo scioglimento del sindacato”. In quanto al sarto, il testimone chiave ritratta le dichiarazioni rese in istruttoria e narra la storia di durissimi interrogatori, di lunghi digiuni e della privazione dell’acqua. La polizia, racconta, l’ha convinto a firmare una dichiarazione falsa e già preparata. Dopo un’altalena di violenze e lusinghe, ha ceduto in cambio di 500 lire, un passaporto e la sistemazione delle figlie. L’uomo non mente. In archivio la polizia ha dimenticato la ricevuta della cifra pattuita firmata da un ispettore. Il processo è una farsa, ma Il sindacato è disciolto e i sindacalisti sono spediti in galera.

Un caso eccezionale? No. Nel 1914, quando l’Italia prepara la guerra, l’ostacolo sono gli operai antimilitaristi. A giugno del 1914 l’esercito liquida il conto, sparando sui lavoratori. A Napoli sono ammazzati quattro dimostranti. Due sono operai di 16 anni. Polizia e bersaglieri sostengono di aver  sparato una sola volta per legittima difesa e poiché i morti si sono trovati in due vie diverse, si “aggiustano” gli atti. Un testimone ferito, arrestato, si rimangia le accuse e “per imperiose ragioni di ordine pubblico”, uno dei due morti è nascosto “nella sala mortuaria del Trivio”, il cimitero ebraico. Mentre per giorni la povera madre cerca il figlio ucciso, si prende tempo e si concorda una versione tra i Commissariati di quartiere. “Prego redigere un unico rapporto ribadente questo solo punto di vista”, scrive il Questore ai dipendenti: “c’è stato un unico conflitto a fuoco. Confido nella solerte abilità ed attendo un preciso rapporto per il quale è opportuno prendere accordi col Colonnello che comandava la truppa”. Un giudice nota che “l’esame necroscopico e gli accertamenti generici escludono che uno degli operai sia morto con gli altri”, ma tutto è sepolto in archivio, anche la verità narrata da un veterinario, finito in ospedale per uno scontro a fuoco in cui è morto un lavoratore. La via dei tumulti non è quella indicata dalla Questura.
Si può dire ciò che si vuole, ma le cose stanno così: negli anni settanta una legge della Repubblica ha dichiarato “perseguitati politici” 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici che tra il 1948 e il 1966, hanno dato fastidio. In Archivio ci sono ancora i telegrammi della polizia repubblicana che pedina il mio amico Gaetano Arfè, partigiano, storico di prestigio e direttore dell’Avanti, che è in contatto con quell’autentico pericolo pubblico che risponde al nome di Giorgio Napolitano. Chi non ci crede, controlli. In archivio Sandro Pertini è ancora schedato come malfattore. Lo tenne prigioniero a Ventotene un camerata del noto Almirante, per dirla col linguaggio dei questurini: Marcello Guida, direttore della colonia penale fascista di Ventotene, ove fu prigioniero anche Terracini, che poi firmò la nostra Costituzione. Chi non se ne ricorda, si informi. Scoprirà che il 12 dicembre 1969, quando una bomba fascista fece strage a Milano, all’epoca italiana e oggi capitale della Padania, il Questore che coordinava le indagini era Marcello Guida. E fu lui, Guida, a mentire agli italiani sostenendo che l’attentato era opera di anarchici insurrezionalisti. Pochi giorni dopo il povero Pino Pinelli, volò dal quarto piano della Questura retta dal Guida, alto funzionario fascista e incredibile Questore della Milano antifascista. Malore attivo, si disse, ma non è chiaro che voglia dire.
Si potrebbe continuare a lungo, giungere a Genova e Cucchi, ma a che serve?

Sbaglierò, ma in questi giorni sento puzza di montatura. Per ora si sono indicati ignoti colpevoli all’opinione pubblica. Poi verranno il reato e i nomi. Senza aspettare un sarto che si penta, si può azzardare una profezia: i nomi li hanno già fatti i giornali e in quanto al reato, da noi vige ancora il codice del fascista Rocco, con la devastazione e il saccheggio pensati per gli oppositori del regime. Nessuno lo dice ma mentre scrivo c’è un ragazzo che sconta 14 anni di carcere per un bancomat distrutto. Un lavoratore uccisi sul lavoro ti costa un anno e il carcere non lo vedi manco da lontano.

Agoravox e Contropiano, 16 marzo 2017

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e2fcb5129071d74641c7c892ff7f5c262956de9075227413fb1e76c6In Campania la Cgil è sull’orlo del fallimento e non serve sperare nella Camusso. Cancellata ogni forma di partecipazione democratica, il corpo dell’organizzazione, ridotto a una sorta di succursale del partito di Renzi, mostra i segni di un coma profondo e irreversibile. Quello che fu un grande sindacato confederale assiste impotente all’emorragia di iscritti, affoga nei debiti e sconta a caro prezzo il rifiuto di dar voce a lavoratori indifesi che non rappresenta più.
Quando me ne andai, vent’anni fa, nell’ormai lontano 1995, lo dissi chiaro e pubblicamente a chi riteneva di aver vinto la partita: “State uccidendo il sindacato e massacrando i lavoratori. Condurrete la Cgil alla rovina”. Avrei preferito avere torto, ma era difficile sbagliare e lo sapevano bene tutti, soprattutto quelli che prima di ogni riunione ti dicevano che avevi ragione, ma quando si trattava di votare sparivano puntualmente o te li trovavi contro, decisi a difendere la poltrona. Fino a qualche anno fa erano tutti lì, dove li avevo lasciati.
Ne ho viste di tutti i colori e non m’è stato risparmiato nulla, né la calunnia, né l’attacco personale. Non ero in vendita e questo, i “compagni”, non lo perdonano a nessuno: chi fa una battaglia sui valori è una scheggia impazzita e va distrutto. Spiace per quei lavoratori che hanno difeso la loro organizzazione – ma non sono stati certamente tutti – e per qualche utile idiota che sogna ancora di “cambiare il sindacato dal di dentro”. Vent’anni dopo purtroppo è terribilmente facile concludere il ragionamento che non fu possibile terminare allora. Da anni ormai la Cgil non è più un sindacato e non c’è rimedio, perché non si tratta solo della Campania: è l’organizzazione nel suo insieme che si è condannata da sola a chiudere bottega. Ancora qualche anno, poi i sedicenti dirigenti faranno come D’Aragona e compagni nel ventennio fascista: si trasformeranno in “associazione culturale” e chiederanno ai padroni di poter sopravvivere e fiancheggiarli.
L’ultima volta che mi sono occupato della Cgil, ho suscitato l’ira della “Fondazione Di Vittorio” e Macaluso mi ha addirittura accusato di far ricorso a “chiacchiere da bar sport” e gridare “al lupo al lupo”, per farmi sentire e acquisire quel consenso negato dai lavoratori”. Che avrei potuto farmene del consenso lo sa solo lui, ma il tempo ha dimostrato che aveva torto e lo sapeva bene. Non è bello compiacersi di una disgrazia e non lo farò. Ripropongo, però, l’articolo che mandò in bestia Ghezzi e Macaluso. Uscì sul Manifesto anni fa, quando il giornale accettava ancora senza esitare i contributi di chi cantava fuori dal coro. E’ un articolo di cui sono orgoglioso.

Susanna Camusso e il nuovo patto di palazzo Vidoni

Il 2 ottobre 1925, quando a Palazzo Vidoni si giunse alla firma, Edmondo Rossoni, capo del sindacalismo «rosso» ormai in camicia nera, cantò vittoria. Illusione o menzogna, dichiarò che il comune interesse nazionale avrebbe costretto Confindustria a una linea di «superiore disciplina». Il patto, da cui nasceva ufficialmente il sedicente «sindacalismo» fascista, non negava l’idea di classe. L’assumeva, anzi, e la faceva sua, per definire un contesto che oggi diremmo «concertativo» e disegnare una gerarchia. Agile e comprensibile, s’ispirava a un prototipo di «politica del fare», tornata ai suoi nefasti nel clima velenoso del dilagante «autoritarismo democratico». Cinque articoli: una parte sociale, sopravvissuta a se stessa solo perché accettava la cancellazione di tutte le altre, era riconosciuta come rappresentanza unica dei lavoratori da imprenditori che, in compenso, si appropriavano dei rapporti sindacali, ottenevano lo svuotamento della contrattazione e la conseguente sparizione delle Commissioni interne. Non si trattava di un complesso accordo sindacale, ma di un decisivo passo politico. Un sindacalismo di funzionari trovava la sua legittimità nel riconoscimento della controparte e non in quello dei lavoratori, cancellava ogni altra sigla e – bere o affogare – non lasciava scelte ai lavoratori: aderire, per non subire la ritorsione.
Dopo l’accordo sindacale di ieri, Vico trova una clamorosa conferma e la civiltà fa luogo nuovamente alla barbarie. Sacconi non vale Bottai, ma la lezione l’ha appresa bene: l’interesse nazionale coincide con quello dell’impresa e nel mondo del lavoro c’è una scala di valori. Meglio di lui, lo disse Mussolini: in azienda c’è solo la gerarchia tecnica. Oggi come ieri, in vista delle manovre «lacrime e sangue» di Tremonti, i colpevoli del disastro annunciato prodotto da un mercato che specula su stesso e mette la vita e i diritti della povera gente al servizio del Pil, si trova modo di vietare lo sciopero, si affida agli imprenditori il compito di certificare le deleghe e si riduce il contratto nazionale a una pantomima messa in scena per oscurare il peso decisivo di una contrattazione aziendale che potrà legittimamente stravolgerne il contenuto a seconda degli interessi delle aziende. Si apre così l’era nuova del «sindacato nero». Peggio del peggiore corporativismo. Certo, manchiamo ancora di una «Carta del Lavoro» e beffardamente sopravvive a se stesso lo Statuto dei lavoratori, ma Susanna Camusso recita già magistralmente il ruolo di Edmondo Rossoni e di un sindacalismo di classe mummificato: contenta di una rinnovata collocazione «privilegiata», non capisce, o finge di ignorare, che si è voltata pagina alla storia.
A partire dall’accordo del 28 giugno, se mai vorrà provare a rifiutare il ruolo di cinghia di trasmissione delle scelte del capitale, se, per improvviso impazzimento, uscirà dall’acquiescenza, la Triplice sindacale sarà frantumata. In quanto rappresentanza unica dei lavoratori, non si è semplicemente piegata alla dottrina Marchionne. Ha accettato senza riserve l’intimo significato del pensiero di Alfredo Rocco che, qui da noi, fu alla base dello Stato totalitario: la proprietà privata e il capitale hanno una funzione insostituibile nella vita sociale e il sindacato esiste solo per disarmare e addormentare i lavoratori.
Giuseppe Aragno, Il Manifesto, 3 luglio 2011

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Cara amica,
dopo il colpo di grazia alla scuola, non riesco a immaginare la sorte dell’università, che ho lasciato tempo imagesfa, come sai, per un moto di invincibile disgusto. Non è bastata la sparuta minoranza che rappresenti a tenermici dentro. Non so che accadrà, ma un dato di fatto basta e avanza a tingere di nero le previsioni: quando dovrete accogliere studenti privi di autonomia di pensiero, nemmeno la migliore delle accademie potrà far fronte all’analfabetismo di valori che salirà in trono. Aggiungici il fatto che nessuno porrà mano ai problemi veri della ricerca – si fa anzi di tutto per renderla serva – e il quadro diventa più chiaro.
Ho sputato l’anima per trovare consensi attorno a una iniziativa “illegale” contro la falsa legalità di Renzi, ma di occupare le scuole, per esempio, provocare uno scontro vero e giungere ai docenti in manette, non se n’è mai fatto nulla. Sarebbe stata l’occasione per trasformare i tribunali in una cassa di risonanza delle nostre ragioni, per diventare, da imputati, giudici di una indicibile vergogna. Ci sono precedenti nobili, ma non disponiamo nemmeno di un’ombra reincarnata di Matteotti, Amendola o Pertini e ci stiamo meritando questa grande gabbia. Ci finiremo dentro senza opporre resistenza. Non occorreranno manganello e olio di ricino e lo faranno con o senza Renzi, un pupo, uno qualunque, in mano a un potere che non “scende in campo”. Un potere che si può contentare di ebeti fantocci come il sindaco fiorentino e il contorno di compiacenti signorine di bell’aspetto, senza sale d’ingegno, buone a solleticare i desideri inconfessati dei maschi, le frustrazioni di casalinghe alcoliste e il pattume della sinistra radical chic, tradizionalmente arrendevole con il “nuovo che avanza”.
“Il Manifesto”, incredibile a dirsi, si segnala per un articolo sulla sconfitta elettorale di Renzi e – senza volerlo, suppongo – aumenta così la dose di sedativi che frena quel tanto di rabbia sopravvissuta all’ebetismo scientificamente prodotto dal baraccone mediatico. La rabbia finirà così in mano ai neofascisti, nel caso improbabile che occorra usare le maniere forti.
Che vuoi che ti dica? Finché sogneremo un riscatto che passi esclusivamente per urne, partiti e vaghissime “coalizioni sociali”, continueremo a scivolare nel fango. Sarebbe tempo che un manipolo di forti ingegni mettesse mano di nuovo al “Non Mollare” e piuttosto che chiudersi nella mormorazione su facebook e nella rivoluzione virtuale, chi può, prendesse la via di un volontario esilio. Tu guardati attorno, però. Se di lontano vedi un Salvemini o anche solo un acerbo Rosselli, fa festa e mandami un telegramma cifrato. In Campania abbiamo ora al potere un pessimo arnese alleato ai neofascisti; tu ti immagini un fermento rivoluzionario? Invece no. La sedicente “società civile” discetta sulla “politica del fare”, sul “carisma del capo” e si tiene equidistante da “destra” e “sinistra”, come non ci fossero dietro due sistemi di valori incompatibili e ne avesse disponibile un terzo che nessuno conosce. Al di là della sospetta equidistanza, negli occhi di tanti vedi però un possibilismo per ora taciuto, ma pronto a rompere in consenso.
Due giorni fa, in una sorta di set in cui si provava la “politica nuova”, ho ascoltato con angoscia una, cui non mancano titoli e ambizioni, che suggeriva con inconsapevole protervia di “mettere in soffitta Gramsci”, del quale probabilmente conosce poco più del nome e del cognome. Per questo campione della “nouvelle vague“, Vincenzo De Luca va bene. Prima che politica, la sconfitta è culturale, amica mia. Come sempre accade in questi casi, la tradizionale attitudine al trasformismo di galantuomini e benpensanti si esalta e chi non si vende si svende. Difendere la scuola sarebbe un imperativo etico. Ma dove la cerchi l’etica, nell’animo di chi se non insegue direttamente il modello e il pensiero dei banchieri, non ne ha uno suo dal quale ripartire?
Questo è. Negli anni Venti del secolo scorso ci fu chi badò al valore dell’esempio, sicché, nonostante il conformismo trionfante, le oltraggiose conversioni e la malafede eletta a norma di vita, la scintilla della dignità e la passione civile sopravvissero alla reazione e si poté poi appiccare l’incendio. A eterna vergogna della mia generazione, ce ne andremo tutti via o complici o impotenti e non basteranno due volte vent’anni. Questo non è fascismo, è molto peggio. Non c’è un capo, non è il regime d’un leader, non ci sono le teste fini come Rocco e Gentile. E’ un sistema collettivo di potere che può sostituire i capi e dar l’idea che esistano regole e partecipazione. Si sono inventati un’egemonia culturale priva di pensiero, hanno lavorato per sostituire le leggi della convivenza civile con un’unica legge: quella della  giungla, sulla quale si regge un’economia da prima rivoluzione industriale. Sullo sfondo, terribilmente reale, la guerra. Il gioco è fatto e le generazioni di disperati non hanno valori di riferimento per immaginare un’uscita dalla gabbia non dico rivoluzionaria, ma solo “resistente”.
Se sto sbagliando e sono eccessivamente pessimista, mi farà immensamente piacere doverlo riconoscere domani. Ammesso che domani io ci sia. Grazie per la citazione. In genere mi ignorano. Tu come stai e come te la passi? Stammi bene e riprendi a tirare di pistola. Non si può mai dire. La violenza giustifica talvolta la legittima difesa e la penna potrebbe non bastare. Un abbraccio, Giuseppe

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