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Posts Tagged ‘Gentiloni’

BOCCHE-Sketch26322130E’ una domanda che non si può più ignorare: l’anomalia Napoli è ormai al capolinea? Sono in molti a pensarlo tra quanti ne sono stati protagonisti, sia pure marginali e perciò fanno pesare il voto e alzano la posta per un consenso che non è leale. Ci sperano in tanti, soprattutto quanti vedono in questi anni napoletani una minaccia per camarille e comitati d’affari che prosperano all’ombra delle maggiori forze dalla destra: il PD e Forza Italia.
Ci sono dati incontestabili che hanno conseguenze immediate – negarlo sarebbe inutile e controproducente – e si riassumono in una oggettiva e crescente difficoltà di dare risposta a bisogni che fanno capo a diritti costituzionalmente riconosciuti: la sanità pubblica praticamente cancellata, i tagli pesanti ai servizi sociali, i trasporti pubblici vicini al collasso, l’emergenza abitativa, la marginalità delle periferie. Sullo sfondo, gli elementi storici caratteristici della società senza diritti figlia del neoliberismo: lavoro nero, disoccupazione, sfruttamento selvaggio dell’uomo sull’uomo, precarizzazione della vita, crescita devastante del disagio mentale. In prospettiva, ma in tempi tutt’altro che lunghi, la cancellazione delle realtà produttive, la riduzione di fatto a realtà coloniale, in cui la metropoli diventa “città di consumi” e campo di battaglia di una guerra tra i poveri da cui vengono fuori solo sconfitti.

Tutto questo, però, che non chiama in causa l’Amministrazione della città, costretta a “fare le nozze con i fichi secchi”, ha naturalmente un “prima” e un “dopo”. A monte c’è l’Europa dell’ingiustizia sociale e del razzismo, con le regole imposte dal capitale e la riduzione a colonia dell’Italia e della Grecia, equivalenti a una sorta di Libia dell’Unione, area di parcheggio della disperazione che rompe gli argini. Anche qui, sullo sfondo, la gabbia di accordi paralizzanti: fiscal compact, pareggio di bilancio, patto di stabilità, armi che sanciscono una velenosa priorità dell’economia rispetto alla politica e costringono i governi nazionali a scaricare sugli Enti locali le conseguenze delle politiche di “austerità” e gli effetti dell’ingessatura dei bilanci. Renzi prima, Gentiloni poi, hanno utilizzato, come strumento bellico l’erogazione dei già miseri fondi, praticamente negati agli avversari politici.
Se questa è la situazione a monte, si capisce perché a valle l’Amministrazione di Napoli, gravata dall’ennesimo, pesantissimo debito, che non ha contratto ma deve saldare, diventa il bersaglio di mille proteste. Nei movimenti, l’obiettivo politico diventa sempre più quello di “far esplodere le contraddizioni da un punto di vista di classe”. Così, per esempio, si è scelto di occupare Palazzo San Giacomo per il problema del disagio abitativo. In realtà, spazio per il confronto ce n’era, come hanno dimostrato l’incontro successivo e l’apertura di un tavolo di confronto. Resta il fatto che si è voluta rompere una prassi, negare un  metodo, mettere da parte un patto non scritto. Una scelta che rischia di silurare quel “modello Napoli”, del quale i movimenti stessi sono stati coprotagonisti. Non c’è dubbio: la scelta è figlia di ragionamenti politici in linea con la storia e la tradizione dei movimenti. Produrrà risultati apprezzabili? E’ molto difficile che accada. Di certo, però, c’è che intanto agevola il gioco di chi punta a liberarsi di un’Amministrazione che non si è allineata.

Esistono vie di uscita? Sostanzialmente ce n’è una sola, ma non può essere di tempo breve: quella che vede l’Amministrazione assediata tornare su posizioni di rottura e “disobbedienza”, legittimate dalla volontà di stare nei binari della Costituzione, che ha la netta prevalenza sulle leggi ordinarie, nonostante le gravi manomissioni al testo costituzionale volute da un Parlamento la cui legittimità è molto discutibile. Una via che richiede una maggioranza compatta, che ti segua e non ti lasci per strada. Se l’agitazione di piazza non diventerà una regola – un bersaglio ben più comprensibile c’è ed è la Regione – ci sarà tempo per mettere ordine, consolidare la maggioranza e sfidare gli eventuali opportunisti.
Intanto, uscire dalla realtà locale, guardarsi un po’ intorno e riflettere su ciò che accade non farà male a nessuno. Basterà fermarsi per un attimo sulla sorte di un giornalista, Marco Lillo, sottoposto a perquisizione domiciliare e al sequestro del cellulare. Il reato? Ha colpito il potere di Renzi e il suo familismo amorale. Chi aspetta il manganello e l’olio di ricino, per parlare di crisi della democrazia, invecchierà nell’attesa. Il fascismo moderato di Minniti è più che sufficiente a fare terra bruciata del dissenso, mentre una domanda è lì che si pone inascoltata e non trova risposta: a chi conviene massacrare la “città ribelle”?

Contropiano“, 7 luglio 2017

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imagesLeggo qua e là di un “tentativo realistico” di Pisapia in cui una “sinistra intelligente” avrebbe occasione di fare la sua parte nella costruzione del progetto e rispetto a temi rilevanti.
Personalmente Pisapia me lo ricordo nella trincea del sì e non gli farei credito perché penso che il suo “realismo” conduca difilato a fianco del PD. Nella palude, per intenderci, in cui quotidianamente navighiamo, a rischio di affondare in una sorta di pattumiera della storia. Aggiungo di mio che da troppo tempo purtroppo si scambiano per l’oceano mare squallidi letamai. Benedetto chi conserva quel tanto di forza morale e onestà intellettuale per denunciare a lettere chiare l’indigenza culturale e la miseria etica di una politica ridotta “a maneggio” di periodo breve, al tempo delle campagne elettorali!
In quanto al realismo, se diventa “campanello d’allarme”, individua nel vorticoso susseguirsi delle iniziative elettorali il sintomo premonitore di una patologia cronica e ormai mortale, beh, c’è ancora da sperare. Come non concordare? Dove cercare segni di vita di quella “grande politica” di cui parlava Gramsci? Chi, al momento, sente la necessità di un progetto oltre il dato contingente, di immaginare modelli di Stati, nella crisi di quelli nazionali, cui si somma l’esito desolante sul piano sociale del grande progetto europeista? C’è l’Eurostop, progetto necessariamente di tempo lungo, che un’attenzione la meriterebbe, e c’è  Varoufakis, che, però, indugia su giusti principi astratti, ma non disegna percorsi praticabili e concreti.

Dietro il respiro corto del “maneggio” elettorale, ci sono molti buchi neri: teoria senza prassi, prassi senza masse e masse senza lotte; c’è il rischio di contagio del più diffuso dei germi distruttivi: l’operazione d’immagine – bisogna far parlare la stampa a tutti i costi- la conquista del centro del palcoscenico  e poi, sempre incombente, il rischio delle alleanze costruite sulle leggi del mercato: i sondaggi, lo sbarramento e, per quanto rispettabile, l’urgenza della rappresentanza che alla fine non rappresenta nemmeno se stessa, perché ha mille ragioni tattiche, ma soffre d’asma per mancanza di spessore strategico.
E’ vero, sì, è un errore fare di Renzi il tipico e unico modo di evolversi di questa malattia, quasi che Gentiloni e soci costituissero l’alternativa o addirittura un antidoto. Meno vero è al momento – domani si vedrà – che nell’ analisi-diagnosi dagli esiti letali, si possa inserire una iniziativa come quella di Anna Falcone e Montanari, se non altro, perché ha alle spalle – e in essa affonda le radici – la battaglia per il no al referendum istituzionale e un’autentica stella polare: il forte richiamo all’articolo 3 della Costituzione, suo cuore pulsante, uscito dall’antifascismo e dalla Resistenza, bussola per un programma che abbia ambizioni molto più che elettorali.

A Roma non ho visto reduci. Mi è piaciuto ascoltare un giornalista del “Corsera” che ci raccontava la tecnica della disinformazione – ci voleva del fegato per farlo. Ho apprezzato moltissimo il gesto dell’eurodeputata Eleonora Forenza, che ha ceduto la parola ai giovani di un collettivo, e negli interventi spesso ho riconosciuto temi dell’esperienza napoletana di questi ultimi anni: Costituzione da attuare, lotta alle disuguaglianze sociali, economiche, ambientali e culturali, neomunicipalismo come restituzione di centralità ai territori entro una rete di solidarietà sociale, accoglienza e difesa delle minoranze e degli esclusi, capacità di unire i contributi delle forze che lottano per il bene comune e la finalizzazione della proprietà pubblica e privata al godimento dei diritti fondamentali, crescita della democrazia mediante la sperimentazione di nuove forme di partecipazione alla vita politica.
Parte dei “napoletani” ha portato i valori di DemA,  movimento fortemente legato all’esperienza amministrativa di De Magistris, che di originale, ha la scelta di produrre atti normativi che traducono in sostanza giuridica principi e punti programmatici; un modello che può avere dimensione nazionale, la “rivoluzione attraverso il diritto” che significa governare in senso costituzionale le barbare leggi imposte dal sistema liberista a un Parlamento sempre meno legittimo e sempre più reazionario.
Anche questa credo sia “battaglia delle idee” e scelta di campo: il movimento del sindaco con ogni probabilità seguirà il processo politico ormai aperto dall’appello, ci sarà, non creerà vuoti che sarebbero  riempiti dai protagonisti dello sfascio del Paese, darà un contributo di proposte, farà muro contro il peggio e spingerà verso il meglio. Ci sarà, dovrà esserci, in nome di una convinzione: la crisi devastante della democrazia si va consumando troppo rapidamente per stare a guardare.

Ciò che sta accadendo a Napoli meriterebbe cenni specifici; troppo spesso se ne parla in termini di “masaniellismo”, becero “sudismo”, populismo o “cesarismo”. Deformazioni. Replicare sarebbe lungo. A voler stare al gioco, però, sul filo del paradosso, si potrebbe ricordare Gramsci. Cos’è, in fondo, il “cesarismo” se non uno stato di fatto in cui forze contrapposte trovano un “equilibrio catastrofico” e la prosecuzione della lotta non può risolversi che con la distruzione scambievole? Varrebbe la pena di riflettere su quello che sta accadendo nel Paese per capire se il presunto “cesarismo” s’è affermato a Napoli con De Magistris o non sia accaduto il contrario: dall’equilibrio distruttivo tra forze divise nel nome, ma tutte di destra, compreso il PD, non siano nati spazi per una forza di sinistra autentica e moderna. E, per stare al gioco fino in fondo, mettiamo che l’equazione sia verificata, che cesarismo e laboratorio Napoli siano i termini di una equivalenza. Perché non dovrebbe essere lecito ricorrere a Gramsci, per trovare una chiave di lettura? Di certo c’è che il grande pensatore ebbe a scrivere: “ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo e il significato esatto di ogni forma di cesarismo, in ultima analisi, può essere ricostruito dalla storia concreta e non da uno schema sociologico”.
Finora questa ricostruzione nessuno l’ha tentata e la storia concreta è un processo in via di costruzione. Questa è, in politica, la funzione delle formule: giudicare la storia, prima che sia accaduta. Propaganda.

Contropiano, 28 giugno 2017

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La_Banda_dei_4Ho una illimitata fiducia nelle parole chiare e nella loro capacità di produrre fatti. Nessuna “sinistra unita”, potrà mai nascere, finché la questione della legalità costituzionale violata non sarà il tema centrale della discussione politica. La vera “questione urgente” che ho cercato, ma non ho trovato nell’appello di Montanari e Falcone è questa. Io mi aspetto che qualcuno domani al Teatro Brancaccio lo dica: noi consideriamo fuorilegge gli uomini che a Roma rappresentano oggi le Istituzioni e non intendiamo rispettare modifiche costituzionali approvate con i voti di parlamentari eletti con legge incostituzionale. Non sono abilitati a sostenere con un voto di fiducia un governo, quale che esso sia. Soprattutto dopo l’esito del referendum del 4 dicembre a noi pare chiaro che la signorina Boschi non è un ministro della Repubblica e non riconosciamo alcun valore alle leggi di Gentiloni, Minniti e di tutti i nominati abusivi della loro specie.
In quanto al Presidente della repubblica, che da questa gentaglia ha accettato di farsi eleggere – lui, che aveva firmato la sentenza che dichiarava illegittima la legge che li aveva portati alle Camere – avrebbe dovuto porre una condizione inderogabile: l’immediato scioglimento del Parlamento e le elezioni con la legge indicata dalla Consulta. Non l’ha fatto e quindi non garantisce niente e nessuno.
Senza questa premessa ogni appello lascerà il tempo che trova. C’è una sola possibile unità: l’impegno di ripristinare la Costituzione del ’48 e cancellare tutte le leggi approvate da deputati che nessuno ha eletto, al solo scopo di attaccare i diritti dei lavoratori e creare una massa di sfruttati precari e ricattabili.

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visita-guidata-pedamentina-san-martino-640x400.jpgEsiste un elemento decisivo per la sorte di un progetto politico di svolta e rinnovamento: la sua necessità storica. O ha risposte da dare alle domande pressanti che non trovano ascolto nei partiti e nei movimenti presenti sulla scena – e si afferma perciò come motore di un cambiamento storicamente necessario – o un movimento politico è destinato al naufragio. Nella Francia dell’89, i club in cui si raccolsero gli uomini della rivoluzione rispondevano a un problema storico ineludibile: la necessità che le redini del potere politico passassero dalle mani ormai inadeguate dell’aristocrazia parassitaria a quelle delle classi sociali che producevano la ricchezza sperperata dalla nobiltà. Quando i parigini incendiarono la Bastiglia, i ceti popolari – il proletariato e le diverse componenti della borghesia – erano il cuore pulsante della vita economica e sociale del Paese, ma non avevano accesso alle leve del potere politico, perché lo Stato era modellato sugli interessi di un’aristocrazia che aveva esaurito la sua funzione storica. E’ sempre così nei momenti di svolta. Si dice solitamente che l’Impero di Roma cadde per l’urto dei barbari, ma molto prima che ciò accadesse il “civis romanus”, un tempo orgoglioso baluardo della “res pubblica”, oppresso dal fisco e nauseato dalla corruttela, varcava il sacro “limes” e si stabiliva presso i barbari, dov’era più libero e meno angariato. Si potrebbero citare mille esempi, anzitutto la rivoluzione d’ottobre, ma questa è una riflessione politica e guarda alla storia solo perché essa suscita domande, sollecita risposte e aiuta a definire un percorso.

Nessuno si stupirà se dopo una premessa rivolta a eventi di immensa portata storica, giungono domande su una realtà apparentemente locale, come quella napoletana. Poiché le “piccole storie” ci aiutano spesso a capire la “grande storia”, Napoli può dirci se e fino a che punto esiste una necessità storica che giustifichi la nascita di un nuovo movimento politico. L’esperienza partenopea di questi anni, per cominciare, è compatibile con il quadro nazionale e internazionale nel quale si è realizzata, o siamo di fronte a realtà radicalmente alternative? Non è una domanda banale e non è la sola che ci pongono alcuni dati di fatto. Dopo la seconda affermazione elettorale di De Magistris, del suo “progetto di governo”, del personale politico che è stato in gran parte riconfermato, dopo il tracollo napoletano dell’intero schieramento politico nazionale, si può ancora parlare di isolamento e populismo? Di fronte all’innegabile maturazione di gruppi militanti e attivisti, alla loro scelta di autonomia spesso critica, ma dialettica e costruttiva, si può ancora parlare di una “narrazione” priva di fondamento? Se i dati formali e gli slogan elettorali si sono “riempiti” di scelte, di contenuti e di significati innovativi, la cosiddetta “città ribelle” è un’invenzione propagandistica? E’ propaganda, anche quando esistono ormai dei fatti e una storia con cui fare i conti? Anche quando essa fonda su un coagulo di principi, su una sia pur iniziale “teoria”  e una pratica ad essa legata, che spiegano il risultato e danno senso alla ostinata richiesta di autonomia che viene da più parti, da più territori e da classi sociali diverse tra loro?

Forse non è così, forse non è “narrazione” e non si tratta di slogan. Forse il consenso è dovuto alle prime risposte politiche date alla ostinata, incalzante richiesta di discontinuità, di rottura con quanto è accaduto e accade al livello romano nell’Italia di Monti, Letta, Renzi e Gentiloni. Una richiesta che viene dal basso e ha un peso fortissimo perché nasce da una necessità storica: uscire da una crisi economica che è crisi di sistema. L’esperienza napoletana esiste e ha vinto le sue prime battaglie perché ha dato le prime, sia pur parziali risposte a questa domanda e perciò non potrà convivere con l’Italia “romana” che l’assedia. Potrà vivere e affermarsi solo se non si adatterà alla convivenza, se lavorerà per costruire un sistema alternativo, se sarà il motore di un cambiamento reale e non solo locale, se impedirà che tutto resti com’è, e vorrà dare il colpo di grazia al passato che non intende morire.

Tuttavia, poiché nulla è più pericoloso delle speranze suscitate e deluse, un problema esiste: così com’è, il movimento che si organizza è di per sé proposta alternativa che risponde in pieno alla necessità storica della rottura del pensiero unico e delle strutture politiche che esso ha messo in campo, o ha bisogno di attrezzarsi? E’ questo il nodo politico da affrontare, senza badare troppo ai tentativi di banalizzazione – il populismo alla Masaniello – e senza voler replicare alla ridicola criminalizzazione – il sindaco dei sovversivi nella città di camorra. Quello che conta è ben altro. Conta cercare un modello organizzativo, che non sia scelta tecnica, ma politica, costruire un contenitore e metterci dentro contenuti all’altezza della sfida.

In questo senso, l’esperienza fin qui accumulata può essere preziosa, perché suggerisce in via diretta le domande cui dare risposte. I vincoli di bilancio, per esempio, con cui si scontra quotidianamente e sistematicamente l’Amministrazione, sono semplicemente un problema locale, l’esito fatale del presunto isolamento di Napoli, o, viceversa, la prova che l’Unione Europea e i vassalli e valvassori che governano per conto di Draghi e soci le provincie dell’Impero, costituiscono il nodo concreto da sciogliere, il terreno di scontro su cui si decide il futuro? Se, come pare evidente, l’Unione Europea è lo scudo del passato e dei privilegi di classe, se è la conservazione dell’esistente e ad un tempo la reazione al cambiamento, allora un movimento politico che nasce e si organizza per cambiare l’esistente, ha bisogno di definire le sue scelte sulle grandi questioni di questo tempo buio. Non basta dire che si è antiliberisti. Occorre che questa parola diventi una scelta di campo rispetto all’Europa così com’è; occorre che la Costituzione, levata come bandiera, significhi strumento di ribellione attorno a un principio: non è il bilancio che pesa sullo stato sociale, ma lo stato sociale che decide del bilancio.

Questa affermazione di principio, nucleo di una teoria e allo stesso sangue e carne della Costituzione, chiede di essere definita in una linea politica. Un movimento che ha l’ambizione di essere nuovo e radicalmente alternativo, ma orienta l’ago della sua bussola verso la Costituzione del 1948 potrebbe apparire contraddittorio, se non rispondesse a una necessità e non si inserisse in un contesto che si intende cambiare. Si può avere perciò come guida la Costituzione e poi lasciare che essa viva con la ferita profonda del Trattato sulla stabilità e la governance nell’unione economica e monetaria, meglio conosciuto come “fiscal compact”? Probabilmente non c’è speranza di cambiare i trattati, ma fingiamo di crederlo possibile. Nel frattempo che si fa? Si lascia che essi dissanguino la povera gente, rendano impossibile la battaglia politica, screditando chi amministra, o si sceglie l’obiettivo programmatico immediato del ritorno alla Costituzione e alla sua totale incompatibilità con l’obbligo del perseguimento del pareggio di bilancio? Non è forse quest’obbligo che strangola la “città ribelle”, strangola il Sud e tutti Sud dell’Unione? E’ così, certo, ma non basta dirselo, occorre scriverlo e farne un obiettivo immediato e praticato, che cementi alla base il patto su cui si è costruita l’unità d’intenti con una base eterogenea, ma unita e compatta sulla battaglia del referendum. Diciamolo, quindi, ma scriviamolo e facciamolo. E’ questa una linea politica, su di essa si decidono alleanze e si produce una prassi: noi non accettiamo questa regola che impone una riduzione del rapporto fra debito pubblico e PIL, pari ogni anno a un ventesimo della parte eccedente il 60% del PIL. Non l’accettiamo perché non si concilia con i principi della nostra Costituzione e non sta in piedi nemmeno se si fa riferimento a Spinelli. Non lo facciamo, non per astratte velleità rivoluzionarie, ma perché dalla nostra c’è una sentenza chiarissima della Consulta – la n. 275 del 2016 – in cui si afferma a chiare lettere un principio che ci consegna un’arma: “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione”.

La ragione storica, anzi, la necessità storica per cui un movimento politico può e deve nascere, ha oggi le radici in un’antica scelta: quella tra socialismo e barbarie, perché oggi barbarie è sinonimo di Unione Europea. E’ il corso della storia che si ribella e ci chiede di scegliere tra l’Europa di Napolitano e quella di Calamandrei. Una scelta che impone di rovesciare la teoria e la pratica dei governi targati PD: non è l’equilibrio del bilancio a decidere del diritto alla salute e della libertà dei lavoratori, ma il contrario: é la garanzia dei diritti che impone al bilancio le spese e il rispetto dei lavoratori. Di questo, credo, si debba parlare, su questo prendere decisioni e fare scelte per costruire un movimento politico che intende governare e cambiare. Partendo da un punto: da Monti in poi, la Costituzione è stata stravolta. E’ vero che occorre applicarla, ma è necessario anzitutto restituirle ciò che le hanno tolto: la sua anima sociale. Quando l’avremo fatto, constateremo che è l’intero corpus normativo dell’UE che non si concilia con la nostra Costituzione.

 Agoravox, 24 aprile 2017, Fuoriregistro, 25 aprile 2017

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Sangue belga«Così il dittatore impara una volta per tutte! Un bel bombardamento e i gas non li userà più!»…
Questo produce il meglio della compagnia nella scuola d’oggi, ma non è poco come pare, perché, nonostante tutto, pensa. Al professore tocca il compito decisivo di fornire le due, tre nozioni di storia da cui partire e poi stimolare la riflessione.
«Mettiamolo in chiaro subito, ragazzi: a) Mentana e soci non sono la Bibbia; b) noi abbiamo una Costituzione; c) voi non dovete immaginare la storia come fosse il catalogo dell’antiquario. Io sono il vostro passato e voi siete il futuro di chi vi ha preceduti. E’ una cosa ben viva e presente».
C’è da fare i conti con lo sconcerto, prevedere la fatica di chi nuota contro corrente, finendo in rotta di collisione con i genitori teledipendenti, ma è la sfida più appassionante per chi vive la scuola disastrata da Berlinguer e compari. Nessuna retribuzione milionaria vale quanto la luce d’intelligenza che puntualmente si accende negli occhi degli studenti, quando scoprono il mondo sconosciuto nel quale possono avventurarsi.
In fondo ci vuole poco e per fortuna una chiave di lettura ce l’hanno e funziona alla perfezione: la guerra uccide tutto, prima di tutto la libertà e quella d’informazione subisce il primo massacro. Lo sanno, conoscono il libro di Achille De Marco sui feroci soldati tedeschi che tagliavano le mani ai bambini belgi e sanno che poi non se n’è trovato uno con le mani mozzate. Hanno letto i giornali fascisti che raccontavano Biancaneve e i Sette nani, quando le nostre bombe all’iprite facevano strage di faccette nere e bell’abissine a Tripoli e dintorni nel bel suol d’amore.
Così, ripreso il discorso sulla propaganda di guerra e richiamate le riflessioni di Marc Bloch sulle false notizie della guerra, una valanga di finte verità mette in discussione le “prove certe” di cui parla Mentana, fotocopia a colori dello smemorato di Collegno: la fossa di Katin, l’affondamento del Maine, i Belgi d’entrambi i sessi belve as­setate di sangue, l’inesistente aviatore francese che gettò le non meno inesistenti bombe sulla ferrovia nelle vicinanze di Karlsruhe e di Norimberga, che sono tra le cause della dichiarazione di guerra consegnata il 3 agosto 1914 al presidente del Consiglio francese dall’ambasciatore di Germania. Una valanga in cui spicca soprattutto “il caso di scuola”: le armi di distruzione di massa con cui Bush figlio e Blair, due noti criminali di guerra, hanno ingannato il pianeta e macellato l’Iraq.
Seminato il dubbio – semina benedetta in un mondo di false certezze! – non fa meraviglia se uno dei più svegli va al cuore del problema: «prof., ma noi non abbiamo ripudiato la guerra? E perché allora stiamo con chi la fa e non ha nemmeno la scusa di un mandato dell’Onu?».
Miracolo della buona scuola, quella vera, e spiegazione chiara delle ragioni per cui la vogliono smantellare. «Chiedilo a Gentiloni e soci, figlio mio, e per favore non mi domandare se delle Istituzioni possiamo fidarci. Dovrei dirti di no, ma preferirei che ci arrivassi da solo: no, non possiamo fidarci. Le rappresentano banditi da strada».

Fuoriregistro, 8 aprile 2017

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minnittiQuesto Governo di labilissima legittimità sostiene che la sicurezza e il decoro delle città dipendono dall’«accattonaggio con impiego di minori e disabili», dai «fenomeni di abusivismo, quale l’illecita occupazione di spazi  pubblici» e lo «stazionamento» in luoghi turistici.

Noi pensavamo che le ragioni per cui un Governo – anche la banda di abusivi spernacchiata dai risultati del Referendum – si potesse appellare all’articolo 77 della Costituzione per le questioni di urgenza assoluta, quale, per esempio, la necessità di ridurre drasticamente il bilancio delle Forze Armate di fronte alla miseria dilagante. Sbagliavamo.

Noi pensavamo che, per rafforzare la sicurezza delle città, occorresse investire fior di quattrini nella scuola e nella prevenzione e che la vivibilità dei territori dipendesse dai colpi assestati al livello più pericoloso della corruzione: quello politico, annidato anzitutto nei partiti di Governo e nelle assemblee dei «nominati», che hanno rapporti sempre più organici con organizzazioni criminali quali mafia, camorra e sacra corona. Sbagliavamo.

Noi pensavamo che la sicurezza delle piazze dipendesse anzitutto dal ritorno alla legalità repubblicana, violata dal Governo e dal Parlamento dei «nominati» e dall’espulsione immediata di manigoldi, cialtroni e ladri di democrazia che impestano le Istituzioni. Sbagliavamo.

Noi pensavamo che eliminare i fattori di marginalità ed esclusione sociale significasse eliminare la dilagante disoccupazione, la precarizzazione della vita, l’umiliazione dei lavoratori e ripristinare diritti negati. Sbagliavamo.

Noi pensavamo che il rispetto della legalità repubblicana si potesse ottenere anzitutto mediante il ritorno a condizioni minime di legalità sociale. Pensavamo che l’occupazione arbitraria del Parlamento fosse un reato gravissimo, ben più grave di quello commesso da chi occupa immobili abbandonati al loro destino da Istituzioni di cui ogni cittadino perbene si vergogna. Pensavamo che non si potesse nemmeno parlare di decoro urbano, se non si fosse posta mano al decoro della vita politica, ridotta a un verminaio. Sbagliavamo.

Forte della sua fede in un principio di autorità di Istituzioni prive di qualsivoglia autorevolezza, il Governo giunge così al sequestro di persona di centinaia di manifestanti allo scopo di verificarne l’orientamento ideologico, ripristina provvedimenti delle «camicie nere» e ci pone di fronte a un autentico paradosso: dopo che un intero Paese ha invitato Gentiloni e soci a togliere il disturbo e a lasciare libere le aule della politica, Minniti e i suoi, scaricano sui sindaci legalmente eletti il peso delle criminali politiche governative su lavoro e welfare e impongono agli italiani di allontanarsi dalle loro strade e dalle loro piazze.

A chi fa tante inutili chiacchiere sull’ordine una domanda va fatta: come si fa a non vedere quanta violenza stanno subendo i nostri giovani e le nostre classi subalterne? Come si fa a puntare il dito sui cosiddetti centri sociali, fingendo di non vedere dove sono i banditi che hanno messo a ferro e fuoco la nostra democrazia?

Minniti non lo sa ma, grazie a lui, l’idea di «ordine pubblico» che governa la repubblica antifascista è ora una fotocopia della famigerata nota n. 1888 del 5 marzo 1934 sulla «disurbanizzazione di immigrati privi di possibilità di lavoro», che potremmo ribattezzare «nota Minniti», strumento prezioso, che i suoi colleghi fascisti utilizzarono per «rimpatriare» famiglie scomode, marito, moglie e persino bambini, rastrellare «minorenni traviati», prontamente accolti in barbari istituti correzionali, colpire braccianti che si ostinavano a non voler capire le ragioni dei padroni, infierire su poveri, vagabondi, omosessuali, dissidenti e persino esponenti della Chiesa Battista, quando si azzardavano a far festa attorno all’albero di Natale. Fu la «nota Minniti» l’arma che indusse i malcapitati protestanti a occuparsi – pena il confino – di argomenti tesi a «valorizzare il regime» e la sua «superiore civiltà romana».

Com’è sempre accaduto quando un’idea nobile come quella democratica finisce nelle mani ignobili del capitale finanziario, anche stavolta i tutori di un ordine eversivo e violento si preparano a colpire «sovversivi», dissidenti e chiunque canti fuori dal coro. La procedura è identica a quella già altre volte sperimentata: colpire tutto ciò che non sia compatibile con il pensiero unico ordoliberista, ammanettare l’idea del conflitto sociale, annichilire quel che sopravvive dl pensiero critico, zittire con le buone o con le cattive, gli innocui mormoratori, i personaggi sospetti e i poveracci. La linea  la detta Salvini e tutti potremo incappare nella trappola di sanzioni che, per rapidità di procedura, discrezionalità di irrogazione e assenza di sensibilità umana, fanno carta straccia della Costituzione repubblicana e diventano l’invisibile manganello pronto a imporre olio di ricino a volontà, per togliere dalla circolazione «gli elementi manifestatisi pericolosi per la sicurezza pubblica e l’ordine sociale».

Le parole sono quelle testuali di un Prefetto fascista, ma vanno benissimo per il progetto di un governo coloniale, braccio armato dell’Unione delle Banche Europee ed espressione di tendenze totalitarie della società unidimensionale che si spiegano con una inconfessata consapevolezza: al di sotto degli strati popolari, mortificati, ma più o meno garantiti da quanto sopravvive dell’Italia postfascista, scorre il fiume carsico dei disoccupati e degli inabili, dei reietti e degli stranieri, degli sfruttati e dei perseguitati di altre razze e colori. Questa gente esiste, è una massa di disperati che aumenta e non sparisce solo perché si lascia in piedi un simulacro di democrazia svuotato dei suoi contenuti originari. Esiste e incompatibile com’è con la società neoliberista, si fa prova tangibile di quanto urgente e immediato sia il suo bisogno di sottrarsi a condizioni disumane, alla ferocia di Istituzioni che ne hanno fatto carne da macello.

Sono masse che non hanno ancora coscienza del valore rivoluzionario della loro opposizione, ma sono così radicalmente e naturalmente disperate, che le vecchie regole del gioco non riescono più ad ammorbidirle, sviarle o contenerle. Di qui il bisogno di ricorrere a carte truccate, di segregare e – se necessario – schiacciare il loro naturale, elementare bisogno di vivere. In tal senso, il decreto Minniti è un segnale di paura. Le classi dirigenti, che pretendono di curare una malattia sociale ricorrendo alla terapia che l’ha causata, sanno perfettamente che il loro rifiuto di subire una realtà totalmente inaccettabile è così radicale e definitivo, che risorse tecniche, potere economico e forze armate, che hanno le mani legate dalla Costituzione, non sono in grado di affrontare situazioni di emergenza.

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa e minaccia il mondo degli sfruttatori non solo fuori dei suoi confini, ma dentro. Non aveva torto Marcuse: non si tratta di barbari che premono ai margini dell’impero, ma di una crisi di civiltà che produce disperazione e disperati ben dentro i suoi  confini, nel cuore pulsante delle metropoli riottose, tra quelli che un tempo orgogliosamente dichiaravano: «civis romanus sum». E’ la civiltà che interrompe se stessa e il suo corso, sicché gli estremi si toccano e la coscienza più avanzata dello sfruttamento produce nel suo corpo la sua forza più sfruttata e più ostile al sistema. Viene in mente così ciò Walter Benjamin ebbe scrivere all’alba del fascismo: la sola speranza di futuro viene dai disperati.

Coordinamento DemA; Altra Voce, 6 aprile 2017.

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Italian Prime Minister Matteo Renzi looks on during a meeting at the Capitol Hill in Rome, Italy, May 5, 2016. REUTERS/Max Rossi/File Photo

Da dieci anni una certificata alterazione della rappresentanza democratica avvelena la nostra vita politica. Da dieci anni Parlamenti nati da una legge illegittima rappresentano di fatto una ferita profonda per alcuni diritti e principi costituzionali, primi tra tutti il principio di eguaglianza e il vincolo del voto personale, eguale, libero e diretto, come prescritto dagli articoli 3, 48, 56 e 58 della Carta costituzionale.

Da più di dieci anni, mentre il  popolo, titolare della sovranità, è stato privato di un diritto fondamentale, quale quello della scelta del  corpo elettorale, un Parlamento illegittimo, un autentico aborto della democrazia, nato da norme censurate dalla Corte di Cassazione e abolite da quella Costituzionale, esercita un potere decisivo per le sorti della società, qual è quello legislativo. Un potere esercitato, nonostante la totalità dei parlamentari manchi del sostegno legittimante della indicazione personale del cittadino elettore.

Nonostante questo squilibrato rapporto tra elettori ed eletti, che mina alla radice la legittimità dei deputati e dei senatori, due anni dopo la sentenza della Consulta, che dichiara incostituzionale il cosiddetto «porcellum», e subito dopo il voto plebiscitario del 4 dicembre, che chiede il ritorno alla legalità repubblicana, un Presidente della Repubblica eletto da Camere che egli stesso, nei panni di giudice costituzionale ha definito eletto in maniera illegittima, non esita a mettere il Paese in mano a un governo che rappresenta solo se stesso.

I Comitati del No, soprattutto quelli del No sociale, prendano atto e si costituiscano in Comitati di Salute Pubblica, come legittimi rappresentanti dei milioni di cittadini che hanno appena mandato a casa Matteo Renzi e i suoi ministri, transitati con infinita arroganza in un Esecutivo che è di fatto un Comitato elettorale del Partito Democratico. Le vie della legalità repubblicana, invano e responsabilmente seguite finora, sono state così definitivamente sbarrate. C’è uno stretto passaggio ancora aperto, stretto, accidentato, ma praticabile: Gentiloni chieda la fiducia su un programma che si riduce alla legge elettorale, esegua il suo unico mandato, poi si dimetta. Sciolte le scandalose Camere di nominati, si vada alle urne.

Ogni altra scelta costituirebbe una violenza inaccettabile, avrebbe conseguenze gravi e giustificherebbe la legittima difesa della sovranità popolare. Con ogni mezzo e con tutte le armi.

Agoravox, 13 dicembre 2016

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