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Posts Tagged ‘Legge Acerbo’

MCj03002590000[1]Di mestiere faccio lo storico e ho fondati motivi per non chiamarla senatrice, signora Saggese. Lei non è stata eletta, ma “nominata” e siede in Senato grazie a una legge elettorale che farebbe arrossire persino il fascista Acerbo. Una legge incostituzionale, che stravolge l’esito del voto e altera gli equilibri democratici. Non si tratta di una mia opinione. Lo afferma la Consulta in una sentenza inappellabile che dovrebbe conoscere. Se non lo sa, si informi, poi spieghi a se stessa, prima ancora che ad altri, com’è che l’incomprensibile severità adottata nei confronti di Luigi De Magistris, non vale per lei e non la induce a dimettersi.
Nonostante le sua condizione sia in così grave contrasto con la correttezza istituzionale, lei non rinuncia al suo seggio al Senato, ma chiede il divieto di dimora per il sindaco di Napoli. Non so chi, tra malaccorti compagni di partito o collaboratori, le abbia consigliato scelte così oltraggiose per quel tanto di democrazia che ancora sopravvive nell’Italia d’oggi, ma accetti un consiglio: s’informi e corra ai ripari.
Nemmeno il codice fascista di Alfredo Rocco, che lei si tiene caro, mentre tenta di cambiare la Costituzione antifascista, prevede la misura che domanda per De Magistris, condannato in primo grado per un presunto abuso d’ufficio; se la prevedesse, del resto, farebbe i conti con l’evidente violazione di un diritto fondamentale del cittadino, che l’articolo 27 della Costituzione sancisce esplicitamente, senza consentire dubbi o interpretazioni di parte: “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”.
I fascisti pensavano che “il divieto di soggiornare in uno o più comuni o in una o più Provincie” si potesse imporre “al colpevole di un un delitto contro la personalità dello Stato o contro l’ordine pubblico, ovvero di un delitto commesso per motivi politici”. Questa discutibile idea di legalità, che la repubblica eredita dal regime di Mussolini, non può essere applicata al sindaco di Napoli, che non solo è a tutti gli effetti innocente, ma non è accusato di reati di natura politica, né di delitti commessi contro l’ordine pubblico e la personalità dello Stato. E’ vero, oltre questi crimini, Rocco individua un reato senza nome, per sua natura vago e impalpabile, “occasionato da particolari condizioni sociali o morali esistenti in un determinato luogo”; un reato che mira soprattutto a colpire i cosiddetti “sovversivi” e che nulla ha da spartire col caso De Magistris.
Forse non gliel’hanno detto o forse preferisce ignorarlo, non so; sta di fatto, però, che le “leggi fascistissime” del 1926 e il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato non esistono più, quindi lei va addirittura oltre la concezione fascista della repressione politica e, presa da un soprassalto di furia reazionaria, non solo vuole estendere a un cittadino innocente i provvedimenti che Rocco riserva a quelli colpevoli, ma gli attribuisce reati dei quali non è stato accusato. Un cittadino, badi bene, che rappresenta le Istituzioni e che, con tutta probabilità, ha un solo terribile torto: costituisce un ostacolo serio tra i quattrini che arrivano in città e la tradizionale e appetitosa “spartizione della torta”. La sua richiesta, quindi, non solo aiuta a capire in quali mani siamo finiti, ma rende chiari i termini dello scontro in atto tra la parte sana della città di Napoli e il mondo di cui il governo Renzi, che non a caso si regge grazie al consenso della peggiore destra d’Europa, si è reso garante. Uno scontro che di politico non ha più nulla e vede in campo, attestati in trincee contrapposte, da un lato i rappresentanti di interessi oscuri che, complice il suo partito, stanno distruggendo la democrazia, dall’altro una città che rifiuta di fare da cavia per il secondo esperimento autoritario della nostra storia.

Uscito su Agoravox l’8 ottobre 2014 e su Contropiano l’11 ottobre 2014

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Poche parole, dott. Berlusconi, quante ne meritano la tracotanza cilena con la quale lei truffa e si dichiara truffato e l’abituale piroetta con la quale domani sosterrà che a raccontare frottole ai suoi danni sono stati giornalisti rossi, Fede, Minzolini, Feltri, Belpietro e compagnia cantante, noti sovversivi di sinistra e, ad un tempo, direttori dei suoi numerosi giornali e telegiornali.
Reciti, se vuole, la tragicomica caricatura del “Caudillo” in quella sorta di “Bagaglino degenerato cui ha ridotto la nobiltà della politica. E se lo lasci dire: a ciascuno il suo. Giolitti fu, per Salvemini, “ministro della malavita“, lei più modestamente, passerà alla storia come il ministro della regia marina: ciò che dice la sera non vale la mattina. Non si faccia illusioni, però. Non si tratta, come in fondo le piacerebbe far credere, della tragica e per molti versi nobile doppiezza pirandelliana, del contrasto tra la forma e la sostanza, tra la “maschera” e il “volto“, di quel muro che talvolta separa il cuore dalla mente. Fosse così, dottor Berlusconi, lei sarebbe indotto a salvarsi dalla tragedia cui si avvia e intende condurci, in nome della pietà per l’uomo che soffre, della disperata pazzia che ci ingabbia e ci condanna ad una inevitabile solitudine.
E’ inutile che alzi cortine fumogene, dottore, lei vola basso mette la maschera del gran navigatore, ma sta sotto costa e, se minaccia tempesta, perde la bussola e ripara al sicuro nel porto. Un ottimismo amorale regola il suo rapporto con la vita, segnato da un filo rosso che, dalla ricchezza materiale, conduce direttamente ad una desolante povertà morale. C’è talvolta nel male un’ombra di grandezza: è l’unica ombra che manca alla sua vita. In tema di truffa, lei si riduce in fondo al piccolo cabotaggio. Spenna polli, fa il gioco delle tre carte e ha bisogno di pali e di qualche mazziere che prenda a pugni mediatici il giocatore se per caso ha scoperto il suo trucco. Il suo manganello è la televisione, l’olio di ricino sono i suoi giornali, ma la gente ragiona, dottore, e il Paese li ha visti e riconosciuti nella loro abiezione i quattro gatti in doppiopetto che, quando occorre, tirano fuori dossier, fango e menzogne come un tempo fascisti e carogne usavano feroci le catene e le spranghe. Pagati, suppongo, e certamente usciti dalle fogne.
Chi è che la truffa, dott. Berlusconi?
Lei vanta consensi da “Soviet Supremo” ma, all’apice della fortuna, con una legge elettorale che persino Acerbo avrebbe ritenuto immorale, non ha messo insieme più del 35 % di consensi strappati con mille male arti al 60 % che ha votato. Meno, lei lo sa bene, molto meno, della sterminata massa di chi, nauseato, s’è astenuto. Lei chiama maggioranza parlamentare un clan di nominati, una combriccola d’affaristi, un manipolo di soldati di ventura che nessuno ha votato e che non rispondono ad altri che al capo d’una fazione. Stia al suo posto, dottore, si tenga tranquillamente in porto e ricordi: l’invincibile Armada naufragò miseramente e, a Salamina, le navi della libera Grecia colarono a picco la tracotanza persiana.
Chi è che truffa, dottor Berlusconi? La gente che protesta concretamente e visibilmente, organizzandosi da sola nelle vie, nelle piazze, nelle scuole e nelle università, o lei che ripetutamente vaneggia di menzogne e manovre di una fantomatica sinistra rossa? Chi truffa, dottore, lei, che con le sue ricette rischia di ammazzare il paziente, o il Paese sempre più sofferente e stanco delle cure d’un apprendista stregone che promette miracoli e produce disastri? Chi truffa, dottor Berlusconi? E’ lei che ignora il Paese reale e recita a soggetto una parte che le sta sempre più stretta. Lei truffa, dottore, e glielo diciamo con calma e fermezza: non ne possiamo più di un Presidente del Consiglio che pretende di giudicare i suoi giudici naturali, che minaccia studenti, genitori e docenti, che smantella la formazione, criminalizza l’informazione e sfugge con tutti i mezzi ai processi che s’è meritato. Non ne possiamo più di un uomo che tiene sotto tiro i fortilizi della democrazia. E’ lei che truffa il Paese, dottor Berlusconi, lei che confonde truffatore e truffato. E sarà bene che ricordi: in un tentativo stolto e disperato d’ingannare il suo popolo, Luigi XVI riunì gli Stati Generali ma, alla resa dei conti, negò la forza della democrazia alla quale s’era appellato e non seppe leggere la limpida chiarezza dei “Cahiers des doléances“. Così, dottor Berlusconi, caddero una dietro l’altra prima la Bastiglia poi la testa del re che invano aveva scatenato la Vandea, come oggi i sui ministri minacciano di scatenar la piazza. E’ un re che nessuno rimpiange.
Stia a sentire. Non sguinzagli i suoi cani, dottore. Smetta di minacciare e si fermi. E’ solo e all’ultima spiaggia.
Non ha senso truffare se stessi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 ottobre 2008

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