Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Mattarella’

incuboSulla «Buona scuola» di Renzi e sulla legittimità della legge che l’ha imposta al Paese che si opponeva, non si è andati molto più in là di giudizi «tecnici» rispettabilissimi, ma centrati su aspetti singoli del provvedimento. Valga, per tutti, quello autorevole e ben fondato del giudice Imposimato, per il quale una sentenza della Corte Costituzionale ha già bocciato per l’arbitrarietà dei criteri di selezione del personale nell’amministrazione Pubblica un esperimento di chiamata diretta da parte dei presidi voluto dalla regione Lombardia, .
Giorni fa, tuttavia, e non è certo un caso, su “Fuoriregistro“, rivista on line della scuola militante che una storia ce l’ha, Enrico Maranzana ha posto il problema in termini più generali, dimostrando quale profonda ferita abbia procurato Renzi non alla scuola, ma alla legalità repubblicana. L’ha fatto con la penna lucida, caratteristica della parte migliore del mondo della formazione, e con lo «sguardo lungo» d’una rivista che non ha mai cantato nel coro.
Come l’Esecutivo dovrebbe ben sapere, ha osservato, infatti, Maranzana, «l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti». Non si tratta dell’invenzione estemporanea di un astuto avversario di Renzi; siamo di fronte all’articolo 76 della Costituzione, che superò le fondate riserve di quanti vedevano nella «delega» una menomazione del prestigio delle Camere, solo quando, dopo un’accesa discussione, si giunse a un accordo sulla formula del «tempo limitato». In altri termini, quando si decise che in tema di deleghe la Costituzione imponesse al Governo due limiti insormontabili: il rispetto dei tempi e dei criteri previsti e il principio per cui la firma del Presidente della Repubblica sulla legge che ne deriva esaurisce il valore della delega accordata. Così stando le cose, annota Maranzana, «la legge 107/2015 infrange tale principio», perché dichiara esplicitamente che la sua ragione d’essere è una legge delega: «La presente legge», scrivono infatti gli estensori, con singolare improntitudine, «dà piena attuazione all’autonomia delle istituzioni scolastiche di cui all’articolo 21 della legge 15 marzo 1997, n. 59, e successive modificazioni». Essa non si propone, però, di dar vita a un «sistema educativo di istruzione e formazione» come volle la legge 53/2003, ma ad un «sistema nazionale di istruzione e formazione».
Cosa si nasconda dietro lo stravolgimento dei limiti costituzionali di ogni «legge delega» e l’inaccettabile formula delle «successive modificazioni» non è facile dire, ma ancora più difficile è capire quali siano i valori morali che ispirano l’azione politica di un Governo capace d’ignorare un dato incontrovertibile: la legge cui fa riferimento, firmata da Bassanini, non rimase lettera morta, ma consentì a Luigi Berlinguer di ottenere la promulgazione del DPR 275/99 che, di conseguenza, estinse l’efficacia della delega che il governo arbitrariamente resuscita, restituendole una falsa legittimità.
Come abbia potuto firmare un simile sconcio, il Presidente Mattarella è un mistero glorioso; sta di fatto, però, che il tema della «legittimità» domina ormai la vita politica di un Paese nel quale invano la Consulta ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale da cui sono nate le Camere; le stesse che oggi «riformano» la Carta costituzionale, benché prive di una sia pur minima legittimità etica e politica. Quelle Camere – va ricordato – i cui componenti, nella inedita veste di «grandi elettori» che nessuno ha eletto, ci hanno regalato un Presidente della Repubblica che, firmando la legge sulla scuola, di tutto si è preoccupato, tranne che della sua legittimità rispetto alla libertà d’insegnamento, ai limiti imposti ai poteri dell’Esecutivo e alle regole che fissano i criteri d’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni.
A bene vedere, perciò, la domanda che, in ultima analisi, «Fuoriregistro» pone al Paese, non riguarda la scuola, ma la legalità repubblicana: come si impone la legittima sovranità popolare all’arbitrio di un Governo sempre più illegittimo?

Fuoriregistro, 2 agosto 2015; Il Manifesto, 8 agosto 2015

Read Full Post »

mattarella-fosse-adeatine-510 (1)Questa riflessione risale al 5 febbraio di quest’anno, quando si cucinava il brodo di giuggiole per festeggiare San Mattarella. Uscì su “Agoravox”, che spesso dà voce al dissenso e “Fuoriregistro”, una rivista che per sua natura canta fuori del coro. Ai cuochi improvvisati diedi appuntamento a Filippi ed eccoci qua.
Dopo la firma lampo sotto la truffa elettorale, assieme ai silenzi imbarazzati, emergono spudorati urli di dolore e facciatosteche rivendicazioni, tipo “l’avevo detto, io!”. E invece no, non avevate detto un bel nulla, vi eravate defilati, chi per naturale vocazione a stare sul carro dei padroni, chi per idiozia congenita. Non era nemmeno mancato chi s’era perso in voli di autentica e disperante speranza, raccontando l’inverosimile storiella del Mattarella dalla “schiena dritta”, del servitore dello Stato e altre amenità di cui vergognarsi.
Sapete che vi dico? Andate a farvi fottere una volta e per sempre. Di questo sfascio sinistro non c’è nessuno più responsabile della sinistra dei salotti buoni. Mi ricordo ancora – mi sembrò pazzia – Paolo Flres D’Arcais che su Micromega titolava: “Mattarella, la scelta migliore”. Una pazzia contagiosa, se Alberto Burgio gli faceva eco dalle colonne del “mio” Manifesto: “Se oggi verrà eletto Sergio Mattarella, si tratterà di una soluzione migliore di tante altre paventate alla vigilia”. In quanto a “Libertà e Giustizia”, Rossella Guadagnini non aveva dubbi: “l’Italia è anche questo: un Paese in grado di emendarsi, almeno oggi ha dimostrato di esserne capace”.
Il problema naturalmente non era l’uomo, che qualcosa comunque conta, ma la regolarità dell’elezione e il modo in cui sarebbe stata accettata. Di questo, però, non si volle parlare. I rivoluzionari radical chic e i moderati legalitari parlano quando meglio sarebbe tacere e stanno zitti quando dovrebbero fare il diavolo a quattro.

———————

Mattarella e la “normalità” da manicomio che che ci governa

Un vecchio antifascista, negli anni della mia giovinezza, provò invano a spiegarmi che, ben più del manganello, a favore del regime in camicia nera giocarono a un certo punto il conformismo dilagante e l’isolamento del dissenso rispetto alle opinioni correnti. Ne derivava un doloroso senso di straniamento e il dubbio che tormenta le minuscole minoranze, quando giungono al punto in cui una manifestazione di dissenso rischia di apparire snobismo o esibizionismo persino al dissenziente o, peggio ancora, un segnale allarmante che annuncia squilibri mentali. Più che strumento di repressione, diceva, il manicomio poteva diventare così l’esito «naturale» d’un disagio che era stato politico e sociale, ma era approdato, poi, sul terreno minato della salute mentale.
Oggi capisco bene cosa volesse dire l’antifascista quando mi descriveva la sua sensazione di straniamento: «mi sentivo come il passeggero di un treno che torna a casa», diceva, «ma come arriva alla stazione e si guarda attorno, avverte il senso di sbandamento di chi ha sbagliato fermata ed è finito in un mondo che non è il suo».
Se tutto quanto si legge in questi giorni sul «nuovo Presidente della Repubblica» è la «normalità» – e come dubitarne? – chi riflette sulle ragioni della sua totale illegittimità morale, politica e in ultima analisi giuridica dà a se stesso l’esatta misura della piega preoccupante assunta dalle sorti del dissenso. Un dissenso che, visto con gli occhi del mio lontano antifascista, si va facendo a giusta ragione patologia: non ha voluto interessarsi della storia politica e della vicenda umana di Mattarella, del quale ricordava bene il ruolo ai tempi dei nostri bombardamenti su Sarajevo e ha dovuto riconoscere con se stesso che, lui o un altro, anche un angelo sceso dal cielo, l’avrebbe ritenuto un diavolo e si sarebbe rifiutato di considerarlo un legittimo Presidente della Repubblica.
Non è forse patologico questo comportamento, se si guarda alla quotidiana «normalità»? Certo, ci sono stati dietro un ragionamento e una domanda apparentemente razionale: la sua elezione è stata legale? E’ vero, la risposta negativa ha una sua logica: non può essere legale l’elezione di un Presidente da parte di «grandi elettori» che nessuno ha mai eletto e che il Presidente stesso, quand’era giudice della Corte Costituzionale, ha riconosciuto «abusivi» del Parlamento. «Grandi elettori», che nessuno ha eletto e si sono insediati alle Camere in virtù di una legge costituzionalmente fuorilegge, come afferma una sentenza della Consulta che reca la firma dello stesso Mattarella. Tutto questo è vero, ma a che serve e quanto è sana una verità che non interessa a nessuno?
Quando il neopresidente e i suoi colleghi giudici emisero la loro sentenza, gli scienziati del Diritto, tennero subito a precisare che, in nome della «continuità dello Stato», la sentenza non metteva in discussione le decisioni già adottate dagli «abusivi». Per quanto amara fosse la medicina, le vergognose scelte precedenti avevano, quindi, piena validità. In un Paese di senza storia, poi, la distinzione tra passato, presente e futuro s’è annullata e sono due anni che le Camere moralmente e politicamente delegittimate dalla sentenza di Mattarella, hanno spostato in avanti l’idea di «passato» e ipotecato il futuro. Come se la sentenza non fosse mai stata pronunciata, le Camere hanno continuato ad esercitare, in nome del popolo sovrano che non li ha mai eletti, tutti i poteri che la Costituzione gli attribuisce e sono giunte al punto di metter mano alla Costituzione e modificarla. Questa è stata l’indiscussa «normalità» che abbiamo vissuto.
In questa situazione anomala, che la totalità della popolazione ritiene «normale», si sono avute le «elezioni» di Mattarella. Ed è parso a tutti «normalissimo» che il giudice costituzionale abbia accettato di giurare la sua «fedeltà alla Costituzione» e diventarne garante. Di quale Costituzione si tratti, il dissenso, sempre più patologico non è riuscito a capire. Se si è trattato di quella nostra del 1948, il nuovo Presidente avrebbe forse potuto assumere le sue funzioni solo a condizione di sciogliere immediatamente le Camere e indire le elezioni politiche. L’articolo 88 della Costituzione glielo consente e lo spirito col quale i Costituenti gli riconobbero questa prerogativa sembra imporglielo. Nella discussione, infatti, il principio attorno a cui ci si confrontò era chiarissimo: tutti coloro che non intendevano riconoscere al Presidente della Repubblica questa prerogativa ritenevano che nessun atto individuale possa soverchiare e dissolvere la legittima rappresentanza della Nazione. Vittorio Emanuele Orlando ricordò addirittura il caso francese del 1878, quando il Presidente della Repubblica Mac Mahon sciolse le Camere e il popolo reagì rieleggendo tutti i deputati decaduti e delegittimando così il ruolo e la figura del Presidente della Repubblica. Qui, però, siamo di fronte al caso opposto e paradossale: il popolo non ha rappresentanza, i pretesi rappresentanti non sono stati mai eletti e la Consulta li ha delegittimati. Vallo a spiegare alla “normalità” da manicomio che governa il Paese.

Da Fuoriregistro e Agoravox, 5 febbraio 2015

Read Full Post »

Ci sono occasioni in cui le mezze parole non giovano a nessuno e fanno probabilmente male soprattutto a chi le dice. Meglio, quindi, esser chiari, diretti e per certi versi brutali. I sostenitori dell’Appello Maggio sulle elezioni regionali non avrebbero dovuto aprire alcuna trattativa con SEL. Le trattative, invece, ci sono state e non faccio polemiche. Dico solo che, a conti fatti, considero il loro naufragio prevedibile, inevitabile ed estremamente positivo. logo-azzurroSEL detta regole, pretende posti e si sfila? Benissimo. Finalmente si può ragionare davvero di una lista alternativa in Campania. Vendola sarebbe stato per noi una contraddizione. Eterno inseguitore del PD, ne è stato l’alleato che alle elezioni politiche gli ha consentito di impadronirsi del Paese. E’ SEL che ci ha consegnati in mano ai peggiori carnefici delle classi subalterne che l’Italia abbia mai visto dai tempi del fascismo .
Mi sto facendo dei nemici? Pazienza. Non sono in cerca di amici. Ho considerato sin dall’inizio l’Appello Maggio una incresciosa ma tremenda necessità e allo stesso tempo una irripetibile opportunità.
Necessità gravosa, perché la condizione in cui si svolgeranno le elezioni si caratterizza soprattutto per un dato politico: la riconosciuta illegittimità delle massime Istituzioni del Paese. Illegittima, infatti, è stata dichiarata da una inappellabile sentenza della Consulta la legge elettorale da cui nasce il Parlamento, illegittima, di conseguenza, è la fiducia accordata al governo Renzi, figlio peraltro di un matrimonio politico spurio, bocciato dal risultato delle urne. Illegittima, infine, a rigor di logica, è anche l’elezione di Mattarella, portato al Quirinale da “grandi elettori” che nessuno ha eletto.
In una situazione così grave, che non è esagerato parlare di un vero e proprio golpe bianco, lasciare il campo ai soli candidati delle due destre che si sono impadronite del Paese, senza denunciare ciò che accade, sarebbe un suicidio politico che pagheremmo tutti davvero a caro prezzo. L’opportunità offerta dalla tornata elettorale è, in questo senso, favorevolissima.
Per quanto mi riguarda, in questo quadro di estrema violenza istituzionale, occorre assolutamente presentare una lista. Non ci mancano né uomini, né idee, né un programma e c’è un elemento di fondo da cui partire: noi non riconosciamo alcuna legittimità ai candidati dei partiti protagonisti di questo sfascio. Andiamo alla Regione con un intento chiaro: dare alle elezioni regionali un valore tutto politico, disobbedire e non riconoscere le leggi approvate a danno della popolazione da questo Parlamento. La lista non è difficile da fare e i consensi verranno. Chi si è distinto di più nelle terre dei fuoco, chi più si è battuto per l’acqua, la salute, i beni comuni, la scuola dello Stato, i diritti dei lavoratori, quelli sono i nostri candidati, le persone preparate e disinteressate al tornaconto personale.
Quali impegni prendiamo? Acqua pubblica in tutta la regione e non un centesimo dei nostri soldi a Roma, finché non sarà sciolto questo Parlamento. Le tasse che la Campania paga, resteranno in Campania, Serviranno a disinquinare, sostenere la precarietà, tutelare i diritti negati. Sperimenteremo forme alternative di governo dal basso, di pratiche autenticamente inclusive e partecipate e un rapporto diretto coi territori, per ammortizzare i danni delle politiche di austerità, Su questa base si può e si deve costruire una lista, perché siamo perfettamente in grado di intercettare la voglia di innovazione, il fermento sociale e politico che cresce nella regione e di riportare alle urne l’elettorato di sinistra che non ci va più. Tutto si può discutere, naturalmente, tutto si può perfezionare, articolare e migliorare. Ritirarsi ora, però, sarebbe un errore imperdonabile. Noi non abbiamo bisogno di organizzazioni inaffidabili. Più che voti, portano divisioni e dissenso.

Contropiano“, 27 marzo 2015

Read Full Post »

bravagentePer Napolitano, tornato al Senato nei panni di Presidente emerito, lo Stato libico non è mai esistito. La storia, Napolitano, l’ha studiata in un liceo fascista e si vede che, tra libro e moschetto, il segno Giovanni Gentile l’ha lasciato. Non a caso, perciò, l’improvvida sortita conserva i caratteri inconfondibili di una visione colonialista così deteriore, che persino Italo Balbo si sarebbe dissociato.
L’ex presidente lo ignora, ma Balbo, politico evidentemente più duttile e preparato, fu così rispettoso del paese colonizzato, da scegliere una linea di distensione, che agevolò il culto musulmano e favorì l’insegnamento della lingua araba. Balbo, quindi, sapeva ciò che Napolitano ignora: lo Stato libico non solo è una entità viva sia storicamente che politicamente, ma richiede alla diplomazia quella prudenza che solo tre anni fa il nostro ex Presidente ripudiò sprezzante, inventandosi una sanguinaria reazione di Gheddafi, cui l’Italia non poteva assistere indifferente. Così, mentre la Francia faceva carta straccia del diritto internazionale, attaccando uno Stato sovrano senza mandato Onu, l’ex Presidente spinse l’Italia ad accodarsi all’aggressione. Da quella dissennata scelta nascono la tragedia libica e la «politica delle cannoniere» che, nel silenzio complice di Mattarella, taciturno ospite del Quirinale, Renzi resuscita inviando truppe e navi da guerra verso la costa libica, pronte a intervenire in difesa dei «nostri interessi».
Eppure, sin dagli anni Settanta, storici come Maurice Crouzet non solo riconobbero l’esistenza di uno Stato libico ma, ciò che più conta, individuarono le radici della nuova Libia, tornando indietro nel tempo, fino alla metà degli anni Cinquanta, allorché la Libia, benché in regime di semi-indipendenza, partecipò a Bandung alla prima conferenza internazionale dei popoli di colore, a cui non fu invitata nessuna potenza bianca. Ventinove Paesi, rappresentanti di più della metà della popolazione del pianeta, davanti a delegati sovietici e statunitensi ammessi solo come ospiti, condannarono all’unanimità ogni politica di discriminazione e di segregazione razziale e puntarono il dito sul colonialismo: «Noi abbiamo conosciuto e qualcuno di noi ancora conosce l’ignominia di essere umiliato nel proprio paese, di essere sistematicamente respinto ad una condizione inferiore […] dal punto di vista politico, economico, militare, […] razziale». Sul banco degli imputati le potenze occidentali e le loro tremende responsabilità, che una frase riassumeva meglio di tutte: «Il più sciocco e il più vile degli ubriaconi era il superiore degli uomini migliori del popolo assoggettato nella scienza, nella cultura o nell’industria».
Sotto il documento finale c’era anche la firma dello Stato libico di cui Napolitano nega l’esistenza. Di fronte a queste parole, un’affermazione come quella dell’ex Presidente dimostra che nulla purtroppo è cambiato e che, per quanto dissimulato, il sentimento di superiorità razziale è più vivo che mai in un Paese che non solo rinnega la sua Costituzione – dove vanno, Presidente Mattarella, le nostra navi da Guerra con a bordo truppe da sbarco? – ma continua a ignorare che la cosiddetta «minaccia islamica» è solo il rovescio del neocolonialismo visto con occhi arabi. Sono trascorsi decenni da quando Andrew Barnes, studioso della Nigeria, spiegava alla nostra cecità le ragioni per cui in Africa la concorrenza tra cristianesimo e Islam si risolve nel rapporto di uno a dieci: un solo cristiano acquistato, per dieci convertiti all’Islam. Il matrimonio tra neocolonialismo e neoliberismo non aveva ancora partorito l’integralismo e Barnes poteva perciò serenamente scrivere che l’Islam crea una salda unione tra i suoi credenti perché insegna l’eguaglianza dei diritti, delle classi e delle razze e si afferma perché non porta su di sé il peso della collusione con l’imperialismo europeo. L’Islam appare, anzi, una forte tutela nei confronti dell’Occidente e, pur considerandosi alfiere di un’elevata civiltà, non distrugge le culture ancestrali, non pretende di trasformare abitudini di vita e usanze indigene. Un’alta lezione che non abbiamo mai appreso, sicché descriviamo ancora i nostri soldati come «esportatori di democrazia» e copriamo le nostre infamie con lo scudo dei crociati.
Dopo aver armato alleati inaffidabili, ora ci prepariamo a stracciare la Costituzione. Mattarella tace. Al suo posto, qualora fossimo costretti a difendere con le armi gli interessi del nostro capitale, parlerebbe un redivivo generale Albany in divisa italiana, per annunciare al mondo, oggi, nel 2015, come nel 1917, che «gli ultimi crociati sono entrati a Gerusalemme».

Fuoriregistro, 2 marzo 2015 e Agoravox, 3 marzo 2015

Read Full Post »

verso-la-democrazia-10-638Quando fu sancita l’incostituzionalità della legge elettorale da cui nasce l’attuale Parlamento, un moderato come Zagebrelsky non usò mezzi termini: la Consulta aveva assestato un ceffone alle Camere. Erano giorni di caos. Grillo chiedeva la cacciata degli «abusivi» e c’era chi, non a torto, si interrogava sulla legittimità costituzionale e giuridica di gente che nessuno aveva eletto. Un dato di fatto feriva le coscienze democratiche: dopo aver tenuto in vita il Codice Rocco di mussoliniana memoria, la Repubblica antifascista assisteva ora alla macabra riesumazione della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, col rischio paradossale che fossero proprio loro a mettere mano alla Costituzione antifascista.
La ferita era profondissima: Il colpo infatti era stato portato direttamente al rapporto tra il «potere delegato» e il «delegante», vale a dire al fondamento della sovranità e alla sua fonte, il popolo cioè, cui essa appartiene per dettato costituzionale. Per uscire dal vicolo cieco in cui ci avevano cacciato l’indigenza culturale, la miseria morale e una buona dose di malafede dei sedicenti «grandi partiti di governo», si cercarono punti fermi ai quali ancorarsi, per evitare un penoso naufragio. Per il «principio di continuità dello Stato» – si disse – la legge elettorale non potrà più essere applicata, ma le leggi volute nel frattempo dagli «abusivi» conservano la loro legittimità. La sopravvivenza dello Stato come Ente necessario sembrò l’unico possibile baluardo contro il caos e si accettò un principio giuridico indiscusso, ma non privo di paradossi: per evitare il caos, era necessario lasciare al loro posto tutti, anche chi l’aveva causato.
Si fece buon viso a cattivo gioco e si prese atto: una sentenza non retroattiva, in una condizione di agonia di quelle Istituzioni, che – osservarono i costituzionalisti d’ogni parte politica e scuola di pensiero – risultavano totalmente discreditate sia sul versante etico, che politico e democratico. Il triste «pannicello caldo» che settant’anni prima, sommandosi a una scellerata amnistia, aveva consentito alla classe dirigente fascista di rifarsi una verginità – la «continuità dello Stato» – poteva e doveva salvarci nell’immediato. Fu subito chiaro, però, che quella soluzione comportava rischi molto seri e poteva diventare addirittura un colpo mortale per la democrazia, se non si fosse poi giunti al rapido scioglimento delle Camere e ad elezioni non solo immediatamente possibili, ma indiscutibilmente doverose. Anche su questo tema non ci furono divisioni tra i costituzionalisti. La legge c’era – si disse – era la proporzionale come veniva fuori chiara dalla sentenza della Consulta e non c’era alcun bisogno che il Parlamento discreditato intervenisse per farne un’altra. Bastava sciogliere le Camere, che rappresentavano solo se stesse, e tornare a votare, anche perché la famigerata «continuità dello Stato», applicata a scelte pregresse, costituiva di fatto una «ferita necessaria» ma, trasformata in passaporto per una «legislatura costituzionale», sarebbe diventata uno strumento di distruzione della legalità repubblicana e un’arma pronta a colpire a tradimento la Costituzione. D’altro canto, se si fosse giunti a tal punto alla nascita della repubblica, i membri dei Fasci e delle Corporazioni, di fatto, avrebbero conservato il loro seggio in Parlamento.
Sembrava impossibile che accadesse, ma è andata invece proprio così. I «nominati», moralmente discreditati e politicamente delegittimati, stanno cambiando la Costituzione e – tutelati da una «continuità dello Stato» trasformata in oscena ipoteca sul futuro – i sedicenti «grandi elettori», che nessuno ha mai eletto, si sono scelti persino un Presidente della Repubblica, la cui legittimità politica e democratica, al di là del valore personale, è pari a quella di chi lo ha mandato al Quirinale.
Dopo Crispi, gli stati d’assedio illegittimi e la tragedia di Adua il tentativo golpista di Rudinì e Pelloux cozzò contro il muro dell’ostruzionismo parlamentare attuato d’intesa dai socialisti e dai «liberali di sinistra» guidati da Zanardelli e Giolitti. Una via parlamentare, quindi, è storicamente esistita, ma l’anemia perniciosa che affligge la rantolante democrazia ha fatto sì che nemmeno l’ostruzionismo fosse più consentito. Il secondo esperimento autoritario della nostra storia, quello fascista, finì come si sa: liquidato da una terribile guerra partigiana. Cosa accadrà stavolta non è facile dire ma, chiusa definitivamente la via parlamentare, la violenza del colpo assestato ai diritti metterebbe i nostri giovani davanti a una tragico dilemma: o una servitù rassegnata o una durissima e orgogliosa disobbedienza. La via d’uscita c’è: sciogliere le Camere, restituire la delega al delegante e consentirgli di esercitare la sovranità nelle forme prescritte dalla Costituzione. Mattarella ha un’occasione irripetibile per tornare alla legalità repubblicana e conquistare una legittimità che questo Parlamento non poteva e non può dargli.

Da Fuoriregistro, 19 febbraio 2015 e Agoravox, 20 febbraio 2015

Read Full Post »

imagesUn vecchio antifascista, negli anni della mia giovinezza, provò invano a spiegarmi che, ben più del manganello, a favore del regime in camicia nera giocarono a un certo punto il conformismo dilagante e l’isolamento del dissenso rispetto alle opinioni correnti. Ne derivava un doloroso senso di straniamento e il dubbio che tormenta le minuscole minoranze, quando giungono al punto in cui una manifestazione di dissenso rischia di apparire snobismo o esibizionismo persino al dissenziente o, peggio ancora, un segnale allarmante che annuncia squilibri mentali. Più che strumento di repressione, diceva, il manicomio poteva diventare così l’esito «naturale» d’un disagio che era stato politico e sociale, ma era approdato, poi, sul terreno minato della salute mentale.
Oggi capisco bene cosa volesse dire l’antifascista quando mi descriveva la sua sensazione di straniamento: «mi sentivo come il passeggero di un treno che torna a casa», diceva, «ma come arriva alla stazione e si guarda attorno, avverte il senso di sbandamento di chi ha sbagliato fermata ed è finito in un mondo che non è il suo».
Se tutto quanto si legge in questi giorni sul «nuovo Presidente della Repubblica» è la «normalità» – e come dubitarne? – chi riflette sulle ragioni della sua totale illegittimità morale, politica e in ultima analisi giuridica dà a se stesso l’esatta misura della piega preoccupante assunta dalle sorti del dissenso. Un dissenso che, visto con gli occhi del mio lontano antifascista, si va facendo a giusta ragione patologia: non ha voluto interessarsi della storia politica e della vicenda umana di Mattarella, del quale ricordava bene il ruolo ai tempi dei nostri bombardamenti su Sarajevo e ha dovuto riconoscere con se stesso che, lui o un altro, anche un angelo sceso dal cielo, l’avrebbe ritenuto un diavolo e si sarebbe rifiutato di considerarlo un legittimo Presidente della Repubblica.
Non è forse patologico questo comportamento, se si guarda alla quotidiana «normalità»? Certo, ci sono stati dietro un ragionamento e una domanda apparentemente razionale: la sua elezione è stata legale? E’ vero, la risposta negativa ha una sua logica: non può essere legale l’elezione di un Presidente da parte di «grandi elettori» che nessuno ha mai eletto e che il Presidente stesso, quand’era giudice della Corte Costituzionale, ha riconosciuto «abusivi» del Parlamento. «Grandi elettori», che nessuno ha eletto e si sono insediati alle Camere in virtù di una legge costituzionalmente fuorilegge, come afferma una sentenza della Consulta che reca la firma dello stesso Mattarella. Tutto questo è vero, ma a che serve e quanto è sana una verità che non interessa a nessuno?
Quando il neopresidente e i suoi colleghi giudici emisero la loro sentenza, gli scienziati del Diritto, tennero subito a precisare che, in nome della «continuità dello Stato», la sentenza non metteva in discussione le decisioni già adottate dagli «abusivi». Per quanto amara fosse la medicina, le vergognose scelte precedenti avevano, quindi, piena validità. In un Paese di senza storia, poi, la distinzione tra passato, presente e futuro s’è annullata e sono due anni che le Camere moralmente e politicamente delegittimate dalla sentenza di Mattarella, hanno spostato in avanti l’idea di «passato» e ipotecato il futuro. Come se la sentenza non fosse mai stata pronunciata, le Camere hanno continuato ad esercitare, in nome del popolo sovrano che non li ha mai eletti, tutti i poteri che la Costituzione gli attribuisce e sono giunte al punto di metter mano alla Costituzione e modificarla. Questa è stata l’indiscussa «normalità» che abbiamo vissuto.
In questa situazione anomala, che la totalità della popolazione ritiene «normale», si sono avute le «elezioni» di Mattarella. Ed è parso a tutti «normalissimo» che il giudice costituzionale abbia accettato di giurare la sua «fedeltà alla Costituzione» e diventarne garante. Di quale Costituzione si tratti, il dissenso, sempre più patologico non è riuscito a capire. Se si è trattato di quella nostra del 1948, il nuovo Presidente avrebbe forse potuto assumere le sue funzioni solo a condizione di sciogliere immediatamente le Camere e indire le elezioni politiche. L’articolo 88 della Costituzione glielo consente e lo spirito col quale i Costituenti gli riconobbero questa prerogativa sembra imporglielo. Nella discussione, infatti, il principio attorno a cui ci si confrontò era chiarissimo: tutti coloro che non intendevano riconoscere al Presidente della Repubblica questa prerogativa ritenevano che nessun atto individuale possa soverchiare e dissolvere la legittima rappresentanza della Nazione. Vittorio Emanuele Orlando ricordò addirittura il caso francese del 1878, quando il Presidente della Repubblica Mac Mahon sciolse le Camere e il popolo reagì rieleggendo tutti i deputati decaduti e delegittimando così il ruolo e la figura del Presidente della Repubblica. Qui, però, siamo di fronte al caso opposto e paradossale: il popolo non ha rappresentanza, i pretesi rappresentanti non sono stati mai eletti e la Consulta li ha delegittimati. Vallo a spiegare alla “normalità” da manicomio che governa il Paese.

Da Fuoriregistro e Agoravox, 5 febbraio 2015

Read Full Post »

« Newer Posts