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Posts Tagged ‘Conti’


A dar retta e Scanzi, un giornalista che ritenevo obiettivo e di qualità, Luigi De Magistris e gli elettori di «Unione Popolare» sono stati velleitari e infantili. Sapevano che non avrebbero superato la soglia di sbarramento e si sono ostinati, poveri idioti, a rifiutare il ricatto del «voto utile», scegliendo chi pensavano e pensano che li rappresenti.
Seguendo il principio di Scanzi, qualora fossimo chiamati a votare con una legge che – in nome del feticcio della «governabilità» – ponesse lo sbarramento al 26 %, per non rischiare di essere giudicati velleitari e infantili, dovremmo limitarci a scegliere tra la Meloni o il Letta di turno.
Questo passa il convento, dice insomma Scanzi, al quale vorrei chiedere però, di spiegarmi perché ai primi del 2021 il bipresidente Mattarella, caduto Conti, chiamò Draghi. Perché eravamo in un mare di guai? Perché c’era il Covid, avevamo tagliato il numero dei parlamentai e non si poteva votare con una legge mille volte peggiore della fascista «legge Acerbo»? E perché stavolta ha sciolto le Camere e ci ha mandati a votare? Eppure il Covid c’è ancora, i guai sono aumentati, la fame ci minaccia, Draghi ci ha messo l’elmetto e la legge elettorale è sempre la stessa. Perché Mattarella non ha incaricato la Presidente del Senato di formare un «governo del Presidente» con l’incarico di dare al Paese una legge elettorale democratica, magari proporzionale e senza sbarramento?
A Scanzi non pare che, se il presidenza della Repubblica e quello del Consiglio, l’infallibile Draghi, avessero consentito alla gente di scegliere davvero chi votare, oggi non avremmo il 63 % di astenuti e molti piccoli partiti sarebbero entrati in Parlamento?
Scanzi, giornalista liberale, indipendente e colto, non sa che, quando i Presidenti rispettavano e facevano rispettare la Costituzione, la cosiddetta «legge truffa» non passò? Piero Calamandrei, Ferruccio Parri e Tristano Codignola, infatti, si presentarono con un piccolo e neonato partito – «Unità Popolare» – presero l’1 % e con la manciata di voti presi (meno di quelli ottenuti oggi da «Unione popolare»), impedirono che la legge avesse il suo drammatico effetto: il progetto autoritario, infatti, fu battuto per poco più di 34.000 voti.
Parri, Calamandrei e Codignola erano anch’essi velleitari e infantili?
No. Più semplicemente e molto più democraticamente il garante della Costituzione era Luigi Einaudi e il popolo – sovrano baluardo della democrazia costituzionale – potevano votare chi li rappresentava e i voti non andavano sprecati.

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Detesto la violenza, ma riconosco il diritto alla legittima difesa. Il governo Draghi (definito anacronisticamente «di unità nazionale») costituisce un’arrogante e violenta forzatura delle regole costituzionali. Non a caso l’unico precedente risale all’immediato dopoguerra, alla realtà d un Paese uscito battuto e distrutto dalla seconda guerra mondiale, dopo vent’anni di fascismo. Di «unità nazionale» furono il primo governo De Gasperi (formato, però, durante l’agonia delle Istituzioni monarchiche) e il secondo terzo governo De Gasperi, che unì temporaneamente partiti molto diversi tra loro, subito dopo la nascita della Repubblica.
Quella «unità» ebbe un senso, perché c’erano da fare scelte collettive legittimate da tutti i partiti che avevano combattuto il fascismo: scrivere la Costituzione – la prima dell’Italia unita – e firmare il trattato di pace. Nessuna forza politica avrebbe potuto procedere da sola e da soli non avrebbero potuto muoversi nemmeno una coalizione di forze laiche e di sinistra o un blocco di forze moderate, cattoliche e liberali. Nel maggio 1947, però, nel momento stesso in cui questi due problemi furono risolti, De Gasperi aprì la crisi di Governo da cui nacque l’esecutivo che collocò all’opposizione le forze della sinistra. Da una condizione di necessaria patologia della democrazia, si passò così al funzionamento «normale» della vita repubblicana.
Quali condizionamenti agirono sulla nuova Italia e quanto pesantemente la sua crescita ne risultò frenata, non è il tema di questa riflessione. Ciò che risulta subito evidente dalle brevi note sulla realtà che giustificò la formula dell’«unità nazionale» è, però, più che sufficiente per dimostrare quanto sia falso e strumentale il ricorso alla stessa formula per giustificare la miserabile operazione da cui nasce il governo Draghi. Un governo moralmente illegittimo, formato per lo più da figure squallide e di parte – primo tra tutti il Presidente del Consiglio dei Ministri – lontani mille miglia dai valori che animano la Costituzione e in buona parte privi della legittimazione di un voto popolare. Un governo nato da un’operazione che ricorda da vicino più i modi e le tecniche ignobili di un golpe bianco, che la nobiltà di intenti di quella «unità nazionale» che legittimò la Repubblica antifascista, la cui distruzione è il primo, concreto quanto naturalmente inconfessato obiettivo del proconsole dell’Europa neoliberista.
Gli incontri segreti e gli interessi inconfessati che si celano da tempo dietro Draghi e il suo governo, il modo in cui è nato, l’insalata russa che lo compone e ne rende impossibile un programma condiviso dai suoi ministri, aprono una pagina buia della nostra storia, ma producono anche un progressivo, crescente e spero inarrestabile bisogno di luce.
Chi ha pugnalato alla schiena il governo Conti e dichiarato guerra alla democrazia, chi ha umiliato la nobiltà della politica e ha adottato principi che segnano il confine tra civiltà e barbarie, potrebbe essere schiacciato dal peso delle sue immense responsabilità. Quando metti da parte la politica, lasci aperta solo la via della violenza. L’ultima volta che abbiamo affrontato una situazione simile a questa, la risposta popolare è stata violenta, ma giusta e necessaria. I libri di storia la ricordano con un nome sacrosanto: guerra di liberazione. Nessuno lo vorrebbe, ma da questo momento in poi chi ama la democrazia non può far altro che prepararsi a lottare. Lo deve a se stesso e a chi sacrificò la sua vita perché nascesse la repubblica che vanno distruggendo. Guerra di liberazione, quindi, feroce quanto quella che preparano i golpisti reazionari. Senza quartiere e con tutte le armi possibili.

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Non so se il sovranis­mo sia qualc­osa che di per sé esista realmente o abbia bisogno di un contesto in cui collocarsi e trovare alimento. Sarebbe interessante provare a capirlo. L’ho cercato nel dizionario del­la politica curato da Bobbio e non mi so­no meravigliato di non trovarlo. Qui però voglio far conto che esista e prov­are a capire che ne viene fuori.
Spinelli denunciò come i primi e più pericolosi nemici di un’Europa unita «i ceti che più erano privilegiati» e i «dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali». Essi, profetizzò, si sarebbero posti alla testa di un falso eu­ropeismo, per sabota­re la nascita di un’­Europa politicamente unita. Da tempo i fatti gli danno ragione, tant’è che se dovessi riconoscere l’esisten­za del sovranismo, direi che oggi i suoi maggiori esponenti sono Macron, la cancell­iera tedesca e quanti come lo­ro, hanno reso l’Europa un mostro de­ciso a lasciare immu­tati i rapporti di forza economica e politica tra i Paesi eur­opei, utilizzando trattati che, nonostante il fervore unitario di facciata, non sono mai​ dive­ntati Costituzio­ne. Salvini e soci sono solo figli di questa violenza. Togli Merkel, resuscita Spinelli e d’un colpo cancelli Salvini.
Io non sono sovranis­ta, ma sono legato alla nostra Cost­ituzione che utilizza con grande coraggio la parola sovranità. E’ la sovranità che assegna al Popolo. Mi chiedo se per questo abbiamo una Costituzione sovranista o populista. Se sia sovranis­mo o populismo ritenere che​ Dr­aghi e Trichet, affaristi privi della legittimazione di un voto popola­re, non avevano titoli per rivolgersi a un gover­no democraticamente el­etto, per «consiglia­re» politiche economiche ispirate a prin­cipi in netto contra­sto con la Costituzi­one di quel popolo. Il mio profon­do disprezzo per Dra­ghi, Trichet e l’Europa delle banc­he è sovrani­smo o legittima risp­osta a una violenza? Se il sovr­anismo è rifiuto di regole scritte da funzionari banc­ari in contrasto con la Costituzione ant­ifascista, bene, io sono sovranista. Lo sono a giusta ragione perché, anche grazie a re­gole inaccettabili come il pareggio di bila­ncio in Costituzione e il fiscal com­pact sono state distrutte scuola, università e sanità nel nostro Paese e si è dato fiato alla polemica separatista di finti sovranisti alla Salvini, che hanno usato per una causa ignobile ragioni sacrosante.
La verità è che io sono antifascista, Meloni fascista e Mac­ron nazionalista. Il sovranismo è un ast­uto imbroglio che ha avuto successo graz­ie a una sinistra pa­ssata da Marx agli economisti neoliberis­ti.
Conte è un borghese onesto, che ha colto le sacrosante ragioni dello scontento pentastella­to (diffuso in buona parte della popolaz­ione) e per un gioco beffardo della storia si è tr­ovato a governare un Paese sfasciato della miseria morale delle classi dirigen­ti locali e internaz­ionali. Uno sfascio da cui, per onestà intellettuale, vanno esclusi i 5Stell­e, che hanno esercit­ato il potere solo quando l’opera era già compiuta.
Conte ha commesso tanti erro­ri, ma molti li ha poi corretti. È andato con Salvini, per esempio, ma l’­ha poi ridicolizzato. In quanto alla pandemia, l’ha affrontata con le casse vuote e la Sanità sfasciata. Ha fatto quanto poteva, circon­dato da lupi. Lo pro­vano i li­cenziamenti anc­ora bloccati imposti alla Confindustria. Come ha scritto il vecchio democristiano Rotondi,  Conti «ha avuto un grande merit­o: ottenere miliardi e miliardi da un’Eu­ropa che non si fida degli italiani. Ha avuto poi un grande deme­rito: non ha voluto darli in mano ai soli­ti impostori». Questo compito toccherà a uno squallido figuro il cui inconfessato programma è scritto da tem­po nella lettera fir­mata con Trichet. Co­nti, che non è né un politico, né un pol­iticante, stava destinando una parte di quei soldi alla gente. Di qui la pugnalata nella sc­hiena e l’arrivo del «salvatore della pa­tria» così efficacem­te descritto da Co­ssiga, cialtrone che di cialtroni era un indiscutibile conos­citore:
«Un vile affarista. Non si può nominare Presidente del Consiglio dei Ministri chi è stato socio della Goldaman & Sachs, grande Banca d’Affari americana. E Male, molto male io feci ad appoggiarne, quasi a imporne la candidatura a Silvio Berlusconi. Male, molto male. E’ il liquidatore, dopo la famosa crociera sul «Britannia» dell’industria pubblica, ha svenduto l’industria pubblica italiana, quand’era Direttore Generale del Tesoro. E immaginati che cosa farebbe da Presidente del Consiglio dei Ministri. Svenderebbe quel che rimane: Finmeccanica, L’Enel, L’Eni e certamente ai suoi comparuzzi di Goldman & Sachs».

Agoravox, 5 febbraio 2021

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