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Archive for luglio 2017

COORDINAMENTO NAZIONALE DEMA
NAPOLI – LICENZIAMENTI HITACHI

71148_argine_2Il Coordinamento Nazionale del movimento DEMA (Democrazia Autonomia) esprime la piena solidarietà agli operai licenziati dalla Hitachi e si schiera al loro fianco nella lotta per la dignità dei lavoratori e la stabilità del lavoro. Mai come oggi – continua la nota del Coordinamento – in una fase selvaggia di liberismo e di drammatica crisi delle tutele democratiche del lavoro, è attuale e necessaria la piena realizzazione dell’articolo 41 della Costituzione e la rivendicazione della priorità dei vincoli che l’attività imprenditoriale ha in questo nostro Paese riguardo alla funzione sociale dell’impresa privata ed al rispetto della dignità dei lavoratori”.

Coordinamento Nazionale DEMA
Napoli, via Toledo 156

 

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BOCCHE-Sketch26322130E’ una domanda che non si può più ignorare: l’anomalia Napoli è ormai al capolinea? Sono in molti a pensarlo tra quanti ne sono stati protagonisti, sia pure marginali e perciò fanno pesare il voto e alzano la posta per un consenso che non è leale. Ci sperano in tanti, soprattutto quanti vedono in questi anni napoletani una minaccia per camarille e comitati d’affari che prosperano all’ombra delle maggiori forze dalla destra: il PD e Forza Italia.
Ci sono dati incontestabili che hanno conseguenze immediate – negarlo sarebbe inutile e controproducente – e si riassumono in una oggettiva e crescente difficoltà di dare risposta a bisogni che fanno capo a diritti costituzionalmente riconosciuti: la sanità pubblica praticamente cancellata, i tagli pesanti ai servizi sociali, i trasporti pubblici vicini al collasso, l’emergenza abitativa, la marginalità delle periferie. Sullo sfondo, gli elementi storici caratteristici della società senza diritti figlia del neoliberismo: lavoro nero, disoccupazione, sfruttamento selvaggio dell’uomo sull’uomo, precarizzazione della vita, crescita devastante del disagio mentale. In prospettiva, ma in tempi tutt’altro che lunghi, la cancellazione delle realtà produttive, la riduzione di fatto a realtà coloniale, in cui la metropoli diventa “città di consumi” e campo di battaglia di una guerra tra i poveri da cui vengono fuori solo sconfitti.

Tutto questo, però, che non chiama in causa l’Amministrazione della città, costretta a “fare le nozze con i fichi secchi”, ha naturalmente un “prima” e un “dopo”. A monte c’è l’Europa dell’ingiustizia sociale e del razzismo, con le regole imposte dal capitale e la riduzione a colonia dell’Italia e della Grecia, equivalenti a una sorta di Libia dell’Unione, area di parcheggio della disperazione che rompe gli argini. Anche qui, sullo sfondo, la gabbia di accordi paralizzanti: fiscal compact, pareggio di bilancio, patto di stabilità, armi che sanciscono una velenosa priorità dell’economia rispetto alla politica e costringono i governi nazionali a scaricare sugli Enti locali le conseguenze delle politiche di “austerità” e gli effetti dell’ingessatura dei bilanci. Renzi prima, Gentiloni poi, hanno utilizzato, come strumento bellico l’erogazione dei già miseri fondi, praticamente negati agli avversari politici.
Se questa è la situazione a monte, si capisce perché a valle l’Amministrazione di Napoli, gravata dall’ennesimo, pesantissimo debito, che non ha contratto ma deve saldare, diventa il bersaglio di mille proteste. Nei movimenti, l’obiettivo politico diventa sempre più quello di “far esplodere le contraddizioni da un punto di vista di classe”. Così, per esempio, si è scelto di occupare Palazzo San Giacomo per il problema del disagio abitativo. In realtà, spazio per il confronto ce n’era, come hanno dimostrato l’incontro successivo e l’apertura di un tavolo di confronto. Resta il fatto che si è voluta rompere una prassi, negare un  metodo, mettere da parte un patto non scritto. Una scelta che rischia di silurare quel “modello Napoli”, del quale i movimenti stessi sono stati coprotagonisti. Non c’è dubbio: la scelta è figlia di ragionamenti politici in linea con la storia e la tradizione dei movimenti. Produrrà risultati apprezzabili? E’ molto difficile che accada. Di certo, però, c’è che intanto agevola il gioco di chi punta a liberarsi di un’Amministrazione che non si è allineata.

Esistono vie di uscita? Sostanzialmente ce n’è una sola, ma non può essere di tempo breve: quella che vede l’Amministrazione assediata tornare su posizioni di rottura e “disobbedienza”, legittimate dalla volontà di stare nei binari della Costituzione, che ha la netta prevalenza sulle leggi ordinarie, nonostante le gravi manomissioni al testo costituzionale volute da un Parlamento la cui legittimità è molto discutibile. Una via che richiede una maggioranza compatta, che ti segua e non ti lasci per strada. Se l’agitazione di piazza non diventerà una regola – un bersaglio ben più comprensibile c’è ed è la Regione – ci sarà tempo per mettere ordine, consolidare la maggioranza e sfidare gli eventuali opportunisti.
Intanto, uscire dalla realtà locale, guardarsi un po’ intorno e riflettere su ciò che accade non farà male a nessuno. Basterà fermarsi per un attimo sulla sorte di un giornalista, Marco Lillo, sottoposto a perquisizione domiciliare e al sequestro del cellulare. Il reato? Ha colpito il potere di Renzi e il suo familismo amorale. Chi aspetta il manganello e l’olio di ricino, per parlare di crisi della democrazia, invecchierà nell’attesa. Il fascismo moderato di Minniti è più che sufficiente a fare terra bruciata del dissenso, mentre una domanda è lì che si pone inascoltata e non trova risposta: a chi conviene massacrare la “città ribelle”?

Contropiano“, 7 luglio 2017

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Mi chiedono di diffonderlo, lo faccio volentieri e spero che tutti guardino il filmato. Aspetto poi l’Episodio 2, una risposta che – ho buone ragioni per crederlo – non mancherà, per quanto la dimensione del problema sia enorme. Ogni giorno che passa dimostra qual è la scelta delle destre, quelle di governo, come il PD, e quelle di ispirazione più o meno nascostamente autoritarie, che tentano di imporre la loro egemonia sui territori e spezzare l’asse su cui si sono costruiti alcuni ottimi risultati. I movimenti a Napoli, come credo ovunque, hanno, in questo senso, una funzione essenziale e penso che nel rispetto dell’autonomia di tutti, il dialogo, anche e soprattutto quello critico, con l’Amministrazione sia decisivo. E qui mi fermo, perché Insu Tv e chi mi propone questo filmato non ha alcun bisogno delle mie chiacchiere.

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Riprendo, senza nulla aggiungere, un articolo che fa parte della newsletter dei Clash City Warkers. La domanda che viene spontanea è una, apparentemente banale, ma fondamentale: perché la grande stampa ignora tutto questo? Perché tanto spazio per il meteo e per l’indice mibtel e un silenzio così ostinato sulle persone in carne e ossa e sulla loro immensa dignità? A che servono oggi giornali e televisioni? A incensare i padroni? A farci pagare una tassa per telegiornali che non vogliamo vedere? 

Da una parte turni massacranti, straordinari obbligatori, trasferimenti forzati. Dall’altra cassa integrazione, esuberi annunciati, licenziamenti mascherati da mancati rinnovi. Questo avviene in questi ultimi mesi nei diversi stabilimenti Fiat, da quando è sdoganato il modello Marchionne.

O anche nello stesso stabilimento, come quello di Cassino, dove sono iniziati i primi licenziamenti (ops mancati rinnovi) per i centinaia di interinali presenti e al contempo continuano i trasferimenti forzati da Pomigliano verso lo stabilimento laziale! Per La Repubblica questi sono processi “fisiologici” nell’azienda Fiat. Per chi viene spremuto in linea di montaggio, per chi deve rinunciare a stare con la famiglia la Domenica, per chi si ritrova a fare le notti, per chi di punto in bianco si trova senza lavoro o a stipendio dimezzato, di “fisiologico” non c’è niente.

Le cose allora sono due: o noi ci adattiamo alle esigenze dispotiche di aziende assetate di profitti, oppure le costringiamo ad adattarsi alle esigenze della nostra vita, visto che si riempiono la bocca di parole come “flessibilità” – che evidentemente è a una sola direzione.

sciopero fcaPer questo la giornata di lotta di oggi davanti alla Fiat di Cassino organizzata da diverse sigle del sindacato di base – che segue gli scioperi molto riusciti dei trasferiti da Pomigliano -, era una giornata importante, anche nelle sue dimensioni ridotte. E che ha registrato momenti significativi di solidarietà da parte degli altri stabilimenti, non solo attraverso le varie rappresentanze presenti, ma anche per le discrete adesioni allo sciopero arrivate sin da Mirafiori. Questa giornata dimostra che c’è ancora chi resiste al modello Marchionne, ora che questo si esprime con tutta la sua violenza e dilaga nell’intero mercato del lavoro. Ancor più importante, indica una via da seguire per trasformare la rabbia che cova tra chi ne sta subendo gli effetti perché si trasformi in lotta e non in senso d’impotenza o, peggio, in gesti di violenza contro sé stessi – come nel caso dei diversi cassintegrati suicidi. Visto che a questa rabbia i sindacati confederali hanno rinunciato a dare ascolto, dicendo addirittura che va tutto bene.

Per questo La Repubblica termina il suo articolo parlando delle limitazioni del diritto di sciopero, delle varie beghe sulla rappresentanza sindacale… perché il timore che la corda stia per spezzarsi agita i sogni felici di padroni e portavoce.

Questa giornata insieme a quelle di sciopero di domani e dopodomani a Termoli contro gli straordinari obbligati nel weekend, possono allora essere un inizio. Al modello di sfruttamento e arroganza di Marchionne dobbiamo cominciare a opporre il nostro modello, l’unico razionale in un mondo sviluppato, ricco (per pochi) eppure pieno di disoccupati, mentre chi lavora si ammazza di fatica: lavorare meno, lavorare tutti!

Qui sotto vi riproponiamo il video che realizzammo l’anno scorso proprio in sostegno della lotta dei lavoratori FCA contro i “sabati comandati”. Che sia di buon auspicio per lo sciopero di domani e per il proseguimento della lotta contro il “Modello Marchionne.

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images (1)Proviamo a immaginare un ministro, uno vero naturalmente, non un “figlioccio” di Napolitano e nemmeno il servo sciocco di Draghi o un ragioniere del Fondo Monetario; uno che rappresenti un governo nato dal voto di fiducia di un Parlamento legalmente eletto.
Lo so, un ministro così non ce l’abbiamo da quasi dieci anni, però mettiamoci un poco di fantasia, lasciamolo prender posto a un di quei tavoli così grandi, che Piazza San Pietro pare un angiporto in fondo a un vicolo dell’antica Pompei. Non è una bella compagnia, ma è là che deve sederdi, tra un mariuolo lussemburghese, un francese costruito in provetta, i nazifascisti dell’Est e gli “onesti tedeschi” targati Volkswagen. Immaginiamo che parli, dopo due o tre usurai e godiamoci la festa.
Più va avanti, il “ministro normale”, e più Piazza San Pietro diventa un mare in tempesta; l’imbroglione lussemburghese, la provetta francese, i fasci magiari e i motori tedeschi truccati drizzano le antenne e più furiosa di tutti è la Merkel, devastata da un insolito tic, con la palpebra destra che si stringe  verso il basso, fa l’occhiolino all’angolo sinistro della bocca, che per suo conto, pulsa a più non posso e coinvolge il viso contratto.
“Noi, le soffia all’orecchio irrequieto il traduttore istantaneo, abbiamo rispetto di una Germania che sembra infine capire il valore della democrazia, ma non abbiamo dimenticato ciò che i tedeschi hanno combinato settant’anni fa e siamo stati molto sfavorevolmente impressionati dal contegno adottato con la Grecia. Vogliamo esser franchi: non è stato certo per consentirvi questi riprovevoli ritorni di fiamma, che il nostro Spinelli le ha preparato la poltrona su cui siede qui con i suoi colleghi, signora Merkel”.
Il tic assume a questo punto ritmi forsennati, ma il ministro italiano prosegue senza incertezze. “Noi conosciamo bene, l’abbiamo attentamente studiata la sua Costituzione e ci conforta l’idea che abbiate inserito al suo interno un giusto monito: se qualcuno intendesse violarla, la difenderete in tutti i modi e con ogni mezzo. Poiché crediamo che questa decisione accomuni tutti i colleghi presenti rispetto alle loro Costituzioni, non ci pare nemmeno il caso di ribadirlo: gli italiani hanno un sacro rispetto per i principi espressi dalla loro Costituzione. Quella che state prendendo qui oggi, colleghi”, prosegue il ministro “normale”, “è una decisione che passerà nonostante la nostra assoluta contrarietà, ma la vostra scelta non potrà modificare la nostra ed è bene sappiate che in Italia essa non potrà avere alcun effetto concreto. Non sarà mai attuata. Noi siamo certi che voi capirete e concorderete: non ci lasciate scelta”.
Nemmeno chi conosce il gelo dei poli può immaginare l’effetto di quelle parole, piombate inattese e improvvise su Piazza San Pietro.
“Noi non mettiamo in discussione l’Euro, non minacciamo uscite e non diventiamo antieuropeisti dopo aver insegnato per decenni a tutti voi il significato di Europa unita. Più semplicemente chiediamo se c’è tra i presenti chi in buona fede possa sostenere che dalle sue parti il governo può legittimamente imporre una norma contraria allo spirito e alla lettera della Costituzione. Da noi non funziona così e perciò non sottoscriviamo decisioni europee contrarie alla legge fondamentale del nostro Paese. Da noi non c’è legge ordinaria che abbia più valore di quelle costituzionali e questo principio vale anche per ciò che si decide qua, in un organismo multinazionale che non ha saputo o voluto darsi una Costituzione approvata dai popoli. Se qualcuno tra voi pensa che questo sia un problema di poco conto, commette un errore molto grave. Questa questione non avrà soluzione, finché non sarà affrontata con spirito europeista. Se la Germania ha tanto a cuore la sua Costituzione, ci aspettiamo che rispetti la nostra e non solo sia d’accordo, ma si faccia promotrice di una radicale trasformazione di questa ormai malaticcia Unione. Se lo farà, avrà la piena collaborazione dell’Italia. E’ giunto il tempo che l’Europa si dia una Costituzione votata e approvata dai popoli che ne fanno parte. Senza l’Italia, questa Unione non sarebbe mai nata. Oggi è l’Italia a dirvelo; se non vuole morire, l’Unione deve ripartire da dove abbiamo iniziato. Deve ripristinare un principio fondamentale: il primato della sovranità popolare o, se preferite, degli intessei pubblici, sociali e collettivi su quelli individuali e privati”.
Quando avremo un ministro normale, questo discorso non sarà fantapolitica.

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Arriva l’ondata di caldo africano. L’INPS raccomanda di portare gli anziani nelle piazze assolate tra le 11 e le 15.

 

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eurostop-25-marzo-apertura-720x300Il dado è tratto e la giocata fa ben sperare: dopo una lunga, necessaria fase di studio, costruzione teorica, confronto ed esperienze comuni di lotta, la Piattaforma Sociale Eurostop si costituisce in movimento organizzato.

L’assemblea è prevista a Roma oggi 1 luglio ed è un appuntamento al quale non dovrebbero mancare la presenza e il contributo, foss’anche critico ma costruttivo, di tutte le forze che mirano alla ricomposizione di una sinistra autentica, in grado di affrontare una sfida che diventa purtroppo di giorno in giorno più feroce.

Non importa su quali numeri potrà immediatamente contare, quali forze potrà mettere in campo al momento. Questo non dipende solo dai promotori.

Importa che finalmente qualcosa di concreto si muova a sinistra e per la sinistra di classe, per i movimenti sociali che hanno come stella polare il conflitto e per quanti hanno ormai maturato la convinzione, pienamente fondata, che l’Unione Europea non solo non è la soluzione dei nostri mali, ma rappresenta la causa principale dei problemi e delle sofferenze dei ceti subalterni.

La definizione che Eurostop dà di se stesso è allo stesso tempo aperta, inclusiva, ma anche così netta, da non lasciare spazio ad equivoci ed ambiguità. Il nascente movimento si definisce «sociale e politico» e chiama a raccolta «persone, organizzazioni sindacali e politiche, movimenti civili, sociali, ambientali, che agiscono sulla base della democrazia e del consenso, in coerenza con gli obiettivi, i principi e i valori […] delle regole condivise».

Di fronte a un’iniziativa che riconosce come sua prima trincea quella della rottura con la NATO, arma puntata contro la sicurezza di chiunque si azzardi a contrastare le rinascenti velleità imperialiste del capitalismo, è difficile scegliere di stare altrove.

Anche perché Eurostop, preso atto della irreversibile trasformazione dell’UE, che non è più, se mai lo è stata, «l’Europa dei popoli», ma ha il volto inaccettabile dell’«Europa delle banche», riconosce in questo autentico mostro liberista il principale pilastro delle politiche di austerity.

La scelta di campo è inevitabile e conseguente: Eurostop si schiera contro una globalizzazione intesa come processo di distruzione di diritti e conquiste sociali che costituivano la sola e più autentica eredità della migliore storia della sinistra.

Una convinzione che non lascia spazio a dubbi: Eurostop intende costruire la via per l’abbandono dell’Euro e la rottura dell’Unione Europea, non per questioni di «nazionalismo», ma come unico, indispensabile strumento in grado di rovesciare le politiche di austerità e mandare in frantumi la globalizzazione liberista, che non solo ha fatto tabula rasa dei diritti dei lavoratori, ma mette in discussione la stessa democrazia borghese e le costituzioni di ispirazione antifascista, nate dopo la seconda guerra mondiale.

Anche qui è onestamente difficile capire eventuali riserve che non riguardino eventualmente i tempi e gli strumenti con cui giungere allo scopo. Sugli obiettivi, non c’è più tempo per discutere. Al di là di ogni comprensibile prudenza, la contemporanea presenza a Roma dell’appuntamento voluto da Giuliano Pisapia, non consente titubanze. La sedicente sinistra del cosiddetto «Campo progressista» non è solo una iniziativa di riciclaggio di fuorusciti dal PD renziano, ma il tentativo di passare una mano di vernice rossa sui protagonisti di quell’autentica macelleria sociale messa in azione al grido osceno che ancora risuona nel Paese semidistrutto: «l’Europa lo vuole».

Una responsabilità storica che nessun appuntamento romano potrà mai cancellare!

Il processo che si apre ha dalla sua la sola forza che assicura la vita di una iniziativa politica: la sua necessità storica. Su questa base potrebbe ben presto diventare un invito a riflettere per quanti, in buona fede, seguono le speranze suscitate da Varoufakis, destinate a fare i conti con una realtà che purtroppo non consente a nessuno di inseguire sogni.

Contropiano, 30 giugno 2017

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