Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Hitachi’

20431228_1587818637936770_4576207973740777424_n

Forza compagni! Voi non lo vedete, ma lo sapete: la gente, quella che ancora pensa e ha cuore, quella che ancora capisce cosa significhi dignità, tutta questa gente è con voi, perché con il vostro coraggio e la vostra dignità voi la rappresentate.
Hitachi, vergogna!
https://www.facebook.com/mimmo.mignano/videos/1587855661266401/

https://www.facebook.com/mimmo.mignano/videos/1587849264600374/

Annunci

Read Full Post »

Hitachi lotta“Bisogna creare le condizioni per attirare i capitali e agevolare gli investimenti”. Ce lo ripetono da anni politici, giornali e televisioni, ma nessuno si ferma a spiegare alla gente quanta ingiustizia sociale, quale violenza, dolore e disperazione si nascondono dietro questa nuova “verità di fede”, utilizzata da governi di dubbia legittimità. Governi che hanno avuto e hanno per programma la bibbia firmata da Draghi e Trichet nel 2011. Si sono così create le condizioni per giungere alla cancellazione dello Statuto dei lavoratori e alla sostanziale inutilità dei contratti a tempo indeterminato, si è lasciata mano libera ai padroni nei licenziamenti, si è creato uno sterminato esercito di disoccupati ricattabili e privi di potere contrattuale, si sono espulsi dai luoghi di lavoro i sindacati conflittuali e si sono ferocemente ridotti i salari.

I risultati di queste scelte sono sotto gli occhi di tutti. La “civiltà del lavoro”, figlia di decenni di durissime lotte, è diventata ormai aperta barbarie e il lavoro stesso, da diritto costituzionalmente garantito, si è trasformato in una nuova intollerabile servitù. La povera gente, massacrata da leggi vergognose, ha imparato a sue spese cosa voglia dire in concreto “creare le condizioni per attirare gli investimenti”: significa espulsione violenta della Costituzione dal mondo del lavoro, giovani generazioni derubate della speranza e del futuro, lavoro e vita precarizzati, diritti negati, dolore, disperazione, suicidi e una sostanziale, drammatica colonizzazione.

In questo clima di violenza reazionaria e di impunita prevaricazione si inserisce la vicenda dei licenziamenti decisi a Napoli dall’Hitachi, la multinazionale che, invitata per l’1 agosto in Prefettura per un esame della questione, sprezzante non solo nei confronti delle regole della democrazia, ma dei più elementari sentimentidi umanità, ha già annunciato che non si presenterà. L’Hitachi non ha alcuna intenzione didiscutere degli odiosi licenziamenti decisi a danno di quattro operai, le cui situazioni familiari non consentono di accettare le condizioni capestro imposte dall’azienda: trasferimento a Porto Marghera per un corso di formazione senza garanzia di assunzione, per nuclei familiari in cui sono presenti disabili e una bambina malata di tumore al cervello. Tutto questo accade in una città come Napoli, in cui le conseguenze della disoccupazione sono drammatiche, le condizioni dei lavoratori terribili e la disgregazione sociale è giunta ben oltre i livelli di guardia.

La risposta dei lavoratori in lotta è stata immediata e coraggiosa e un presidio si radunerà il 28 luglio davanti alla Prefettura per fare il massimo della pressione possibile e indurre l’azienda a partecipare alla riunione.  A questo punto, però, la vinceda dell’Hitachi non è più una lotta come tante in questi tempi di malafede. Essa ha ormai il valore emblematico di uno scontro tra arroganza padronale e giustizia sociale ed è bene sia chiaro: i lavoratori non stanno difendendo solo il  sacrosanto diritto al lavoro, ma affermano un principio sociale e politico di importanza capitale: Napoli non può perdere altri posti di lavoro e le multinazionali non possono continuare a utilizzare il nostro Paese, il Sud in particolare, come terreno di caccia per mano d’opera a bassi salari e senza diritti. Lo scontro delinea così due campi, due mondi e due sistemi di valore contrapposti. Da una parte la prepotenza e la violenza di un capitalismo che non riconosce limiti alla logica del profitto, dall’altra la dignità del lavoro e di lavoratori e le regole che stanno alla base della nostra democrazia.  Uno scontro tra civiltà e barbarie. La città non può  lasciare soli i lavoratori e la politica non può chiamarsi fuori. C’è un limite a tutto e la storia ce l’ha insegnato: quando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo pretende di diventare schiavismo, i rischi per la civile convivenza diventano altissimi. Ognuno perciò faccia la sua parte e si assuma le responsabilità che gli competono, perché i limiti sono ormai superati. Tutti. Anche quello della decenza.

 

 

Read Full Post »

downloadMimmo Mignano lo introduce con poche parole chiarissime a cui non aggiungo una virgola: CHI NON FIRMA E’ SOLO UN SERVO DEI PADRONI

Appello per fermare i lavoratori della Hitachi… di Giuseppe Aragno.

C’è stato un tempo in cui la stabilità del lavoro e la tutela della dignità dei lavoratori davano un senso all’idea che in qualche misura esistesse davvero un modello di “civiltà del lavoro”.
Cancellata ogni tutela, ridotti i lavoratori in condizioni di servitù, precarizzati vita, speranze e futuro di intere generazioni, quella civiltà ha ceduto il posto a una inaccettabile barbarie.
Intollerabile e barbaro è quanto accade alla Hitachi di Napoli, che ha licenziato quattro operai, nonostante il contratto a tempo indeterminato, senza altro motivo, se non l’intento di risparmiare sui salari, assumendo lavoratori interinali.
Nel gioco di scatole cinesi, in cui aziende che producono aziende si spartiscono lavoratori come fossero macchine, ai quattro operai era toccato in sorte un fantomatico corso di formazione a Porto Marghera, in un limbo che annunciava licenziamenti, e si era chiesto di firmare una lettera “volontaria” di dimissioni con la classica formula del “nulla a pretendere” poi dall’azienda. A rendere più odiose e disumane le arbitrarie scelte dell’Hitachi, ci sono le condizioni personali e familiari dei lavoratori, con disabilità fisiche proprie o dei figli. Uno di loro ha addirittura una bambina di pochi mesi con un tumore al cervello.
Con un gesto disperato, ma anche con coraggio e dignità, gli operai hanno rifiutato, sono stati licenziati e hanno incatenato ai cancelli della fabbrica i loro corpi, le loro speranze e il loro futuro.
In questa orribile vicenda tutto sa di vergogna e violenza – le regole violate e la dignità calpestata, nonostante le drammatiche condizioni familiari – e tutto ci ricorda che la “legalità” senza giustizia sociale è solo una volgare prepotenza.
Noi chiediamo all’azienda di tornare sui propri passi, in nome di quanto prescrive la Costituzione della repubblica che, con l’art. 41, impone all’iniziativa economica di svolgersi in piena armonia con l’utilità sociale e di non creare danno alla libertà e alla dignità umana.
Nello stesso tempo, chiediamo con forza alle Autorità politiche nazionali e locali di intervenire, per affiancare i lavoratori, far sentire la loro solidarietà e imporre il rispetto di quella Costituzione che è la migliore eredità della Resistenza.

Primi firmatari

Giuseppe Aragno, storico;
Francesca Fornario, giornalista e autrice satirica;
Marcella Raiola, Diritto e Istituzioni, Università Parthenope e Coord. Docenti Precari NA
Valeria Pinto, Filosofia Teoretica, Università “Federico II” NA.
Alessandro Arienzo, professore di storia delle dottrine politiche, Università Federico II di Napoli
Daniela Padoan, scrittrice
Guido Viale, sociologo
Valeria Parrella, scrittrice
Giuseppe De Marzo, attivista e scrittore, coordinatore della campagna “Miseria Ladra” di Libera
Gianfranco Borrelli, docente Università Federico II di Napoli
Ugo Maria Olivieri, docente Università Federico II di Napoli
Laura Bismuto, consigliera comunale di Napoli
Don Peppino Gambardella, parroco Chiesa S. Felice di Pomigliano
Giuseppe Antonio Di Marco, docente Università Federico II di Napoli
Annamaria Rivera, antropologa, Università di Bari
Maurizio Acerbo, segretario PRC
Stefano Galieni, responsabile immigrazione PRC
Paolo Ferrero, vice presidente Sinistra Europea
Rosa Rinaldi, PRC
Raffaele Tecce, PRC
Roberta Fantozzi, PRC
Enrico Flamini, PRC
Don Peppino Gambardella, parroco di S. Felice di Pomigliano
Giuseppe Antonio Di Marco, docente Università Federico II – Napoli
Alex Zanotelli, missionario comboniano
Nello Niglio, operaio FCA Pomigliano, direttivo FIOM regionale
Claudio Cimmino, musicista
Musicisti indipendenti campani del Collettivo Insorgenza Musicaù
Sandro Pescopagano, responsabile CAF AUTOGESTITO “WIDERSTAND”- VENEZIA-TRIESTE
Andrea Di Paolo, operaio FCA Termoli – SOA Sindacato Operai Autorganizzati
Aldo Castellano, operaio FCA Pomigliano
Luigi DeMagistris, sindaco diNapoli

Per aderire all’appello:
https://appellolavoratorihitachi.wordpress.com/ oppure inviare una mail a: appello.lavoratori.hitachi@gmail.com od un messaggio alla pagina Facebook: https://www.facebook.com/Appello-Per-i-Lavoratori-della…/

 

Read Full Post »

IMG-20170719-WA0005.jpgUna donna trova la solidarietà dei benpensanti, se qualcuno la stupra. C’è chi s’inventa parole nuove per indicare una violenza che uccide e allora è un riempirsi la bocca di “femminicidio”, la parola che esorcizza fantasmi maschilisti e costa poco o nulla. Una donna diventa “quota rosa” e il bravo borghese si lava la coscienza, mentre tutte le sozzure del maschilismo restano lì a colpire chi è debole e ricattabile. Una donna esiste se non si impone come caso di coscienza, non mette in discussione il sistema, non utilizza il suo corpo come strumento di estrema protesta, scalando i tetti di una fabbrica, rischiando la vita e urlando sua disperazione.
La moglie di uno degli operai licenziati dalla Hitachi è appena salita sui tetti della Hitachi. Dovrebbe avere attorno migliaia, migliaia e migliaia di uomini e donne decisi a dire basta. Dovremmo vedere scrittori in fila per darle una mano, i grandi nomi della stampa, gli artisti, gli storici, i filosofi e gli “intellettuali”, tutti vicini a lei in una gara di solidarietà, impegnati a scrivere e firmare appelli composti di parole taglienti.
Invece è lì, con i suoi compagni di lotta. Tutto intorno è uguale a sempre e persino trovare la firma per un appello diventa difficile. A volte ti chiedi se tutto questo non sia solo un incubo, se nel sonno non ti sia capitato di immaginare un viaggio e un errore: sei sceso a una fermata sbagliata e ti sentiti spaesato, sperduto, straniero in una terra che ti respinge. Inutilmente attendi il risveglio. Inutilmente speri di sentire qualcuno che parli la tua lingua. Non stai dormendo. Sei sveglio. Il Vesuvio brucia e respiri veleni, gli operai vanno quotidianamente al macello e la gente vive la sua vita. Indifferente.
Lo sai da sempre, ma ora capisci meglio perché odi gli indifferenti.

 

Read Full Post »

Laura Bismuto Consigliera Comunale DemA tra gli operai

Laura Bismuto, consigliera comunale DemA tra i lavoratori dell’Hitachi

I “CAUR”, i “Comitati d’Azione per l’Universalità di Roma”, furono gli strumenti operativi per la realizzazione di un incubo: l’internazionalizzazione del fascismo e la sua egemonia culturale. Gli errori del “duce” e la coraggiosa Resistenza popolare impedirono che si realizzasse, ma c’è un volto della “globalizzazione” che sembra aver resuscitato quell’incubo, dandogli la forza dell’esperienza e il vantaggio di un contesto internazionale più favorevole. Lì, ai CAUR, infatti, sembra condurre difilato il dramma che si consuma all’esterno dei cancelli di quella “Ansaldo”, che per anni produsse il 75/32 Mod 1937, non solo un cannone, ma la fortuna di padroni, in grado di accumulare incalcolabili profitti.

Guerra, cannoni e carne da macello. Ansaldo, Perrone e prima ancora Armstrong e il capitale straniero, fanno la storia di famiglie che hanno vissuto di questi principi e di queste tragedie: guerra e sfruttamento. Sono quelli che le guerre non le hanno mai perse, nemmeno quella distruttiva che dal 1940 al 1943 ridusse Napoli in un cumulo di macerie. Basta chiudere gli occhi, per vederle, le lunghe file di operai che nel “secolo dei lavoratori” hanno prodotto ricchezza, entrando in fabbrica quotidianamente attraverso quei cancelli ai quali oggi quattro lavoratori hanno incatenato la loro vita e quella dei loro familiari. Sono i cancelli della Hitachi, ultima arrivata nel manipolo dei “prenditori”, per usare una felice espressione di De Magistris.

Dove non giunse il capitale straniero, accolto in Italia con tappeti rossi e invitato a massacrare i lavoratori in cambio di agevolazioni fiscali e materie prime a prezzi stacciati assicurati dalla protezione dello Stato, dove non ci condussero gli effetti drammatici per il Sud della rivoluzione industriale all’italiana negli anni di Giolitti, dove non si spinse il fascismo, che un’anima sociale l’aveva conservata, passa oggi il padronato senza orbace, forte della “Carta del lavoro” in formato Marchionne, della benedizione di Draghi e delle sanguinose scelte di Renzi: il Jobs Act, le “tutele crescenti” e l’abolizione dell’articolo 18. E non è un caso che nessuna forza politica, tranne DemA, si sia fatta vedere. Chi vuol capire quanto avanti abbia spinto lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di quanti secoli indietro ci abbia condotti sulla via di una nuova e barbarie la “sinistra” del centro sinistra – o, per dir meglio, il più efficace strumento della reazione mai visto all’opera dall’Unità ad oggi – vada in via Argine, a Napoli, ai cancelli di quella Hitachi, che oggi può fare ciò che vuole della dignità dei lavoratori e del destino delle loro famiglie. Ci troverà operai incatenati ai cancelli, vite mortificate, sogni infranti e un futuro negato senza alcuna ragione, per volontà di padroni che fanno cartastraccia della Costituzione e del suo articolo 41 che invano impone all’attività economica privata di non “svolgersi in contrasto con l’utilità sociale” e di non “recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Oltre il paravento delle menzogne – la fine del conflitto, la sparizione degli operai, l‘Eden capitalista dopo la fine del “male comunista”, l’età dell’oro e il mito dell’imprenditore di se stesso – attraverserà il labirinto delle responsabilità rimpallate – i padroni? I sindacati? La politica? – e troverà, avvolto nella nebbia della disinformazione, uno dei gironi di un nuovo inferno: il mondo del lavoro così come l’ha voluto il neofascismo che ci governa, più duro e più violento di quello “storico”. Dietro – e contro – i quattro operai incatenati, che un lavoro da difendere ce l’hanno, c’è l’esercito di chi un lavoro non l’ha mai avuto ed è pronto a vendersi per fame; l’esercito di chi ormai pensa al lavoro che non ha come rinuncia alla dignità e sottomissione ai limiti della schiavitù.

La lezione che viene da via Argine è chiara; o ripristiniamo la Costituzione, invano difesa con il recente referendum, o il salto nel buio ci condurrà a destra. Quella peggiore, quella guidata da Renzi e dal PD, che fa le prove generali nel genocidio mediterraneo.

Contropiano, 10 luglio 2017

Read Full Post »