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1919_-_PRIMO_ATTACCO_SQUADRISTA_ALL'AVANTI!!Due parole, partendo da una constatazione amara: la prima risposta al risveglio popolare durante il biennio rosso la diedero i fascisti con l’occupazione dei liberi giornali e dei Municipi. In perfetta buona fede, questo va detto, la maggior parte degli assalitori pensava allora al fascismo come alla “rivoluzione” e la presenza socialista nel movimento sansepolcrista fu consistente. E’ un dato di fatto che, di fronte ad alcuni eventi recenti, dovrebbe fare da campanello di allarme.
Oggi a Napoli c’è stato un nuovo assalto al Municipio e la domanda diventa perciò obbligata: le forze estromesse da Palazzo San Giacomo nel 2011, quelle che intendono cancellare dal panorama politico la Giunta comunale di Napoli hanno una posizione critica rispetto al neoliberismo? Nei loro programmi c’è un rafforzamento dello stato sociale, la valorizzazione dei beni comuni, la riqualificazione dell’ambiente, la prevalenza del pubblico sul privato, un riconoscimento dei centri sociali? La risposta è semplice: il blocco di potere che ridusse Napoli alla disperazione, si propone l’esatto contrario: vuole la distruzione di ciò che resta dello stato sociale, le privatizzazioni e la mano libera per la speculazione. Queste forze hanno il dente avvelenato perché, con i limiti che pure ha, ma nelle condizioni impossibili in cui opera, la Giunta De Magistris lavora per la città, impedisce intrallazzi e mercimoni, dà la parola a chi finora non l’ha avuta e spesso, nei limiti del possibile, ha deciso e decide assieme si cittadini.
La guerra feroce sui fondi, i tagli, la volontà di negare le risorse per far fronte ai problemi, il lavoro di disinformazione dei grandi giornali, delle televisioni, dei vecchi partiti, dei gruppi di potere economico e del crimine organizzato basterebbero da soli a dimostrare che la direzione in cui si muove Napoli irrita fortemente chi ha una concezione gerarchica della società e un’idea centralistica della politica. L’esperienza dice che questa è l’idea della politica più adatta ai comitati d’affari e agli inconfessabili scambi con il malaffare.
Si poteva fare meglio? Può darsi. Ci sono state promesse disattese? E’ evidente, ma ci sono stati anche dati di fatto che hanno reso il percorso estremamente accidentato. Per i movimenti l’analisi del contesto nel quale ci muoviamo non basta a spiegare ritardi e difficoltà? E non conta nemmeno il volto di un regime autoritario che si profila sempre più nitido e sempre più vicino sulla linea dell’orizzonte? Il nemico numero uno è ora il Comune e le occupazioni del Municipio risolveranno i problemi che essi pongono? Non c’è modo di impedirlo.
La storia del passato racconta di altri risultati. L’altra, quella che scriviamo ogni giorno tutti assieme, costruendo il futuro, ha regole inviolabili e ognuno si assume le responsabilità che gli toccano. Andando avanti di questo passo, i movimenti napoletani, protagonisti di una stagione di grande crescita politica, dovranno assumersi la responsabilità di aver sparato a zero sul più avanzato esperimento di Amministrazione locale dichiaratamente ostile al modello neoliberista, col rischio di aprire la pista alla contestazione organizzata da destra. Si vedrà poi se questa maniera di affrontare i problemi avrà giovato alla causa della povera gente o avrà fatto un regalo alla reazione capeggiata dal PD.
Molto probabilmente, però, e non sarà male dirselo, quando tutto sarà chiarito, a Napoli non esisteranno più centri sociali.

 

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Tira aria di regime, leggo, e si fa cenno alle “leggi fascistissime“. Condivido pienamente. Di mio, però, aggiungo che siamo di fronte a un progetto repressivo diversamente pensato, più articolato e incisivo. A monte della repressione, c’è la costruzione di un “consenso” che non è passata per una sorta di “guerra civile“. Noi non veniamo fuori da un “biennio rosso“, nessuno ci ha barbaramente ammazzato un Matteotti, non abbiamo sepolto gli Amendola e i Gobetti, caduti in nome della libertà, e siamo molto più soli e isolati politicamente e culturalmente. Il manganello che oggi ci colpisce non è in piazza. E’ la diabolica fascinazione che chiamiamo televisione. L’olio di ricino creava vittime e sedimentava odio. Si trasformava in un boomerang e apriva prospettive nel tempo lungo. L’informazione asservita, invece, per un verso costruisce miti fasulli come Monti e Napolitano, per l’altro produce servi che si ritengono liberi e sedimenta indifferenza. Il nostro vero problema, a mio modo di vedere, è questo. Lo è, perché indebolisce le prospettive di una futura e inevitabile resistenza. La via, però è questa. Lunga, da costruire, ma obbligata: organizzare la resistenza, imparando a utilizzare tutti gli strumenti. Legali, finché si può – obiezione di coscienza, lotta sindacale, opposizione sociale in piazza e quanto altro sia utile – avendo chiaro, però, che alla fine del percorso deve esserci la propaganda clandestina nell’esercito e tra le forze dell< pubblica sicurezza, i collegamenti internazionali,  l’organizzazione militare, il sabotaggio, la violenza. E se vi sembro impazzito, vi sbagliate.

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