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Posts Tagged ‘Bagnoli’

Si può copiare se stessi? Talvolta può essere utile perché il tempo cambia o conferma un punto di vista. Di Bassolino oggi riscriverei tutto com’è, con in più lo sconcerto per il minacciato ritorno. Lo stato d’animo che mi spinse a scrivere, quello sì, quello è cambiato e tra le vie “liberate” mi pare di vedere vecchie ombre che si ripresentano. Di questo, però, per ora preferisco non parlare.
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NEWS_133533-400x266Del “primo Bassolino”, quello “miracoloso” del ’94, ho ricordi diretti e precisi e trovo singolare che il “Corriere del Mezzogiorno” non abbia nulla da obiettare, quando l’ex ministro sostiene che con la sua elezione a sindaco Napoli, ridotta al buio, si illuminò di lampi improvvisi, ritrovò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte.
“Ci fu una rivalutazione e tanti ragazzi cominciarono a tornare per strada”, afferma il giornale, ed è vero, sì, i ragazzi si riversarono in strada, ma ce li portò, in realtà, un movimento di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università. Il 14 novembre del 1994, però, il movimento si scontrò con la vocazione autoritaria e repressiva del neo sindaco, la stella polare sparì, il buio divenne pesto e l’esito fu disastroso e premonitore. Ricordo come fosse oggi la sirena della Camera del Lavoro che allertava i dirigenti e l’inutile corsa verso il corteo di studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia: la Questura non ascoltò ragioni e all’altezza di via Medina si scatenò. Il bilancio fu pesantissimo. Un giovane investito da una volante della polizia, decine di studenti fermati e soprattutto un segnale chiaro: Bassolino non gradiva.
Ignorando arrogantemente le ragioni dei manifestanti, la Napoli-Museo mostrava così sin dall’inizio di rifiutare la vita e di volersi chiudere nella campana di vetro di un artificio. Invano Jean Nöel Schifano, acuto osservatore di uomini e cose, osservò che l’idea del salotto buono conteneva in sé un germe reazionario; Napoli, scrisse, “è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia”. Mai, aggiunse, “mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no”. Bassolino, però, non ascoltò. A lui della gente non interessava nulla. Preferiva le mummie.
Dopo le cariche e gli inseguimenti, dopo che uno studente, trattato peggio di una bestia, fu trascinato per i capelli in Questura, i ragazzi sparirono dalle strade. E non solo i ragazzi. Per il sindaco il “nuovo rinascimento napoletano” era incompatibile con tutto ciò che si muoveva. I movimenti guastavano l’immagine e non consentivano di vendere fumo. Bisognava mummificare e non a caso Francesco Festa ha potuto scrivere che “la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente: “Bassolino conosce bene i movimenti di lotta, avendo una formazione comunista; non concede nulla ai movimenti, in questo modo smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati”, con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. E’ la via che condurrà difilato alle violenze del 2001 che, non a caso, ebbero il loro laboratorio sperimentale nella Napoli dell’ex funzionario comunista.
Sindaco o Presidente di Regione, Bassolino ha incarnato più di chiunque altro il berlusconismo di sinistra, quella mutazione genetica che ha prodotto una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che pure erano e sono espressione di bisogni reali dei ceti subalterni. Il rifiuto di incontrare gli esponenti del dissenso non fu solo un colpo mortale alla partecipazione democratica. Contribuì a produrre una caligine densa, che avvolgeva e copriva i processi di deindustrializzazione, promettendo a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio, e aprendo così la via che conduceva i bisogni della povera gente verso l’unico canale possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche. In questo senso, la tragedia della spazzatura non è stato un incidente di percorso, ma l’esito fatale di una scelta politica, che conteneva in sé le ragioni e i valori fondanti della peggiore destra. Non ha torto chi scrive che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Non ne ricava, però, la logica conclusione: egli l’ha spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro è caduto sulle spalle di De Magistris, che l’ha affrontato al meglio, tornando a dialogare con i movimenti. La proposta di riportare Napoli al ’93 non è solo anacronistica. E’ fuori dalla storia, è reazionaria e costituisce un oltraggio a cui occorre dare risposta, rifiutando la tentazione di non votare. In discussione ci sono dignità e futuro.

Agoravox, 7 febbraio 2016

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biennio1Si dice che la storia non si fa con i se ed è vero. Non meno vero è, tuttavia, che spesso i se aiutano a capire quello che veramente si nasconde dietro i cosiddetti “documenti”.
Partendo da questa funzione del “dubbio”, rispetto alle presunte “certezze” dei fatti, tenterò, per una volta, contro le regole del gioco, una breve analisi alla rovescia, fondata su di una “ipotesi impossibile”: se la Giunta De Magistris non fosse mai esistita, quale sarebbe stata la sorte di Napoli in questi anni? Quale, per fare un esempio, il destino di Bagnoli, rispetto a quello che, dopo il recente accordo, si delinea per sommi capi persino nelle dichiarazioni più critiche dei movimenti? In altri termini, e per essere chiari, Bagnoli avrebbe avuto la grande spiaggia pubblica, il parco verde di 130 ettari, l’indietreggiamento della Città della Scienza, del Circolo Ilva, la rimozione della colmata e gli impegni per la bonifica, che tra le mille critiche si danno per acquisiti persino nei commenti dei comitati più radicali?
Se questo sia un risultato significativo o una Caporetto, come pare ritengano alcuni comitati, non si può decidere in base a criteri soggettivi o, peggio ancora, a tentazioni massimalistiche che storicamente hanno sempre causato disastri. C’è un solo criterio valido per definire l’esito di una trattativa, a meno che non si abbia in mente come modello la “presa del palazzo d’inverno” che è una prospettiva affascinante ma al momento irrealizzabile. E’ il contesto in cui ci si è mossi che dà la misura del risultato. Avendo di fronte un governo di ampia visione democratica, popolare nel senso costituzionale della parola, e cioè rispettoso della sovranità che la Costituzione assegna al popolo, diremmo tutti che si sarebbe potuto fare di più. E qualcuno potrebbe anche parlare di una parziale “sconfitta”. Qui però di governi democratici non si vede l’ombra; i conti si fanno con esecutivi di dubbia legittimità, in un panorama nazionale e internazionale di neofascismo dilagante.
La domanda, quindi, per restare nel campo dei se e dei ma, è un’altra: che avrebbe mai fatto concretamente un’Amministrazione comunale diversa da quella di De Magistris, oggi, con i rapporti di forza reali e nel momento storico in cui ci muoviamo? Quale sarebbe stato il risultato della trattativa, se il Comune si fosse schierato contro i movimenti, dalla parte del Governo centrale, giocando nel campo designato da Renzi, con il regolamento scritto dal pupo fiorentino, nel quadro del “pensiero romano” fissato in quel provvedimento legislativo che si chiama “Sblocca Italia” ed è una cambiale firmata in bianco vantaggio della speculazione? I movimenti, da soli, senza alcuna copertura istituzionale, avrebbero avuto la “forza militare” e la capacità politica di vincere la partita? Non c’è la controprova, ma non è azzardato supporre che il Governo avrebbe imposto l’espropriazione totale e incondizionata dell’intera area con il consenso del Comune, con la prepotenza di chi sa di essere forte. Oggi parleremmo di un trionfo assoluto della speculazione, delle logiche di profitto e di una totale ignoranza di ogni benché minima richiesta di bonifiche e di tutela per la salute.
L’assalto ai forni e il controllo popolare sulla produzione e sui prezzi, l’occupazione delle fabbriche e la tragedia conclusiva del movimento operaio nel “biennio rosso”, non furono come ha preteso poi la vulgata comunista dopo Livorno e il 1921, la conseguenza fatale dei “tradimento dei riformisti”. I rivoluzionari sbagliarono l’analisi della fase storica e aprirono la porte al fascismo. Noi questa lezione non l’abbiamo mai appresa. Fu Matteotti a cadere sotto il pugnale fascista. Di ferro fascista morì Rosselli – il socialfascista – per aver portato per primo l’antifascismo armato nella Spagna repubblicana. Non sapremo mai quale distanza si era prodotta tra Gramsci carcerato e i “compagni” che ne fecero un’icona, ma sappiamo che Buozzi, il “traditore”, morì per mano tedesca mentre tentava di riorganizzare il sindacato. Di formule e formulette astratte è costellata la storia dei grandi sogni e delle tragiche sconfitte.
Napoli, per uscire dall’esperimento dei se, con le sue mille contraddizioni, è un baluardo contro la reazione. Si dovrebbe stimolare l’Amministrazione a fare meglio, si può lavorare per spostare equilibri a sinistra, si può e si deve puntare il dito sulle scelte sbagliate, quello che non si dovrebbe fare è il tiro a segno sulla croce rossa, mentre il Vesuvio brucia non solo perché si vuole creare l’emergenza e fare soldi. Quello che veramente si sta cercando di fare è più semplice e più tragico: si vuole che la tensione salga fino al punto che la popolazione stanca, disorientata e impaurita, invochi di sua “spontanea volontà” leggi liberticide, cercando scampo nello “Stato forte”. E’ per questo che il “Mattino” se la prende con i disoccupati organizzati e ogni giorno spara addosso all’Amministrazione.
Forse l’accordo non realizza i sogni. E’ certo però che impedisce un incubo in un momento storico tra i più oscuri e lascia aperti spazi di manovra. C’è tempo per guardare avanti? I movimenti programmano assalti al Comune e parlano di “fiato sul collo”. Domani la Corte dei Conti potrebbe chiudere un’altra partita e mettere fuori gioco De Magistris. Una città compatta avrebbe avuto un peso politico sulla decisione? E’ una domanda che sarebbe stato necessario porsi, perché se questa Giunta sarà battuta, la normalizzazione di Napoli richiederà pochi giorni ed è difficile credere che i movimenti possano far sentire il loro fiato sul collo di qualcuno. Nella migliore delle ipotesi, respireranno a fatica.

 

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Da tempo la forza dei sindaci fa paura a chi ci ha trascinati nella miseria e c’è solo un modo per indebolirli: trasformarli in bersaglio della rabbia popolare. Ti taglio le risorse, i problemi marciscono e tu sei responsabile di tutti i mali. Per le strade dissestate, per i disabili maltrattati, per i mezzi pubblici che non ci sono, per tutto ciò che non va – tuonano i giornali dei padroni, aizzando la piazza – per tutto quello che ha combinato il governo dei padroni, ecco i colpevoli: i sindaci.
La forza dei sindaci dipende anche e soprattutto dalla capacità di riflettere di chi li ha votati. Prima di marciare compatti sui palazzi municipali, fermiamoci a pensare e ricordiamo che chi oggi punta il dito, ieri accumulava debiti, scialacquava e vendeva la città a faccendieri e malavitosi. Cambiamo il bersaglio, indirizziamo i colpi sugli amici di Marchionne, sui complici dei padroni, sul PD e sui servi sciocchi dell’UE.
Non abbocchiamo all’amo e ragioniamo. Se a Melendugno, i sindaci sono stati manganellati, una ragione c’è e la gente l’ha capito…

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Dove sono i microfoni e i giornalisti, i cronisti d’assalto e le colonne di prima pagina che puntano il dito? Perché per le cariche di Melendugno non si chiedono Commissioni d’inchiesta? Quando si parla di violenza sovversiva per un pugno di giovani, stanchi di subire angherie, ci vorrebbe poi, se non altro, il coraggio della coerenza e bisognerebbe chiedere conto al Governo della scene vergognose che si tenta di ignorare e coprire.
Quali interessi toccano i manifestanti di Melendugno, per costringere Gentiloni, proconsole dell’Europa, non solo a mettere in campo le forze antisommossa in difesa della «Trans Adriatic Pipeline-Tap», ma a passare a vie di fatto contro i noti e pericolosi bolscevichi salentini, travestiti da sindaci con fascia tricolore? Perché si applica alla Puglia il modello di violenza di Stato sperimentato in Val di Susa contro la No Tav? E quanti secoli di galera, grazie all’uso sapiente del Codice fascista di Rocco, si sommeranno assieme alle manganellate sulle spalle di cittadini onesti per insegnare a tutti gli altri che bisogna obbedire, credere e combattere? Se qualcuno non l’ha capito, lo sappia: qui da noi ormai chi si oppone alla continua, inaccettabile espropriazione dei diritti, o impara a star zitto, o  rischia percosse e galera. E se si tratta di intere collettività, meglio mettere in conto l’esproprio delle risorse: il PD non ti manda soldi – né romani, né europei – e ti seppellisce sotto il peso di debiti che non hai contratto.   
Senza pretendere di improvvisare lezioni di storia, val la pena di ricordare che l’Azerbaigian, il Paese da cui giungerà il gasdotto che mette sottosopra il Salento, è giovane – si è staccato dall’URSS nell’ottobre del 1991 – ma ha un singolare record: nel 1848, a Baku, vi è nato il primo pozzo dell’Europa contemporanea. Chi conosce la storia sa che quando dici petrolio, dici guerra ed è certo perciò che lì, a Baku, in Azerbaigian, ha origine l’infinita sequela di guerre e di tragedie legate al possesso dell’«oro nero». In questo senso, c’è una verità che non si dice: a San Foca non sbarca solo un veleno sul quale tra qualche decennio si porrà la pietra tombale del segreto di Stato. A San Foca sbarcano la guerra e suoi obiettivi, quella guerra nella quale siamo dentro fino al collo nonostante la Costituzione; sbarca un colpo assestato alle energie alternative e sbarca quel modello autoritario di gestione dei beni comuni che l’Unione Europea, garante di interessi inconfessabili, impone all’Europa dei popoli che non rappresenta. Popoli che ormai – anche questo è bene dirlo chiaro – hanno ormai nei Consigli Comunali legalmente eletti il loro autentico Parlamento. Un Parlamento  che ha sede nelle piazze. Al momento, la sola, vera casa della democrazia.
Qualcuno si chiederà che c’entra la guerra. C’entra. I più giovani non lo ricorderanno, ma la guerra ci accompagna ormai dal lontano 1991, da quando in Iraq scatenammo i Tornado. E’ la guerra per le risorse energetiche, non solo il petrolio, ma il gas, i cui fronti insanguinati conducono all’immenso macello mediorientale, alla tragedia libica e a quella siriana. Questo sbarca a San Foca. Conflitti di cui gli immigrati sono vittime quanto gli impotenti manifestanti di Melendugno, perché storicamente, nello scontro tra imperialismi contrapposti, ci possono essere dubbi sui vincitori, ma c’è una certezza: perde sempre la gente, perdono i lavoratori, i precari, i disoccupati e perde la democrazia. Si pensò all’Unione Europea per evitarle le guerre e battere i fascismi, ma di guerre se ne fanno oggi più di quante non se ne facessero prima di Maastricht. In quanto ai fascismi, con i soldi di Bruxelles si tiene in piedi il nazismo in Ucraina.
Si dirà che l’«oro nero» non c’entra, perché il sensibile spostamento verso le energie rinnovabili sta riducendo il peso relativo del petrolio, ma non è vero. Basta poco per capire che guerra e risorse vanno di pari passo nella storia dell’uomo, sicché c’è sempre uno stretto dei Dardanelli che uno chiude e l’altro forza. In questo senso, il conflitto siriano, cui più di ogni altro è legata la partita su gas e petrolio, non è una «guerra nuova»; dietro ci sono gli idrocarburi sepolti in tre giacimenti al largo delle coste siriane, che, sommati alle risorse presenti in un’ampia rete di giacimenti mediterranei, costituiscono un’opportunità per abbattere la subordinazione dell’Unione Europea al gas russo e aumentare l’indipendenza di Israele in tema di risorse energetiche. Altro che organismo sovranazionale che impedisce la guerra. A San Foca sbarca una Unione per la guerra, che va in rotta di collisione con la Russia, guarda caso, paladina di quella Siria che, nei piani di Putin, dovrebbe essere il ponte tra Russia ed Europa. Due gasdotti alternativi, insomma, sui quali non mette conto fermarsi troppo, se non per dire che noi dovremmo puntare su energie alternative e che, in perfetto stile coloniale, Gentiloni manganella i sindaci e i cittadini che li hanno eletti, per difendere multinazionali e affaristi che hanno le mani sporche di sangue.
Questo è. A questo dovremo piegarci o disobbedire. Se dalle piccole storie locali è possibile, infatti, capire la cosiddetta «grande storia», bene, Bagnoli con il suo commissariamento, i nostri ragazzi manganellati e criminalizzati, il governo cittadino costretto a vivere in apnea nonostante la sana amministrazione, sono, su scala ridotta, la prova dell’abisso morale in cui ci sprofondano il PD e i suoi complici. E’ necessario perciò che Melendugno senta di non essere sola, è necessario che i movimenti e le lotte che percorrono il Paese da un capo all’altro della penisola, si saldino e comincino a far sentire forte e alto il loro no. Non più e non solo, quindi, una «città ribelle», ma tante, tantissime realtà territoriali decise a reagire alla violenza eversiva che viene dall’alto. Abbiamo un’arma sperimentata: la Costituzione, che hanno tentato invano di cancellare. C’è ancora, invece, il colpo non è riuscito. Costituzione in pugno, quindi, diamo battaglia. E’ questa la nostra guerra. L’unica consentita e la sola che vogliamo combattere.

Ultima Voce, 30 marzo 2017

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corteo-bagnoli-3A Napoli si discute sulla questione Bagnoli, un affare da miliardi da cui il Comune è stato tenuto fuori perché rompe le uova nel paniere della speculazione e non consente imbrogli. Gli scandali a raffica provocati dai ministri, che qualche volta si dimettono e qualche altra no, dai fidanzati e dalle fidanzate dei ministri e dalla scia puzzolente di sedicenti cerusici, aspiranti chiromanti, prestigiatori, giocatori d’azzardo, pennivendoli e velinari spiegano a sufficienza chi è Renzi e che cosa cerca a Bagnoli.
Il sindaco messo alla porta e il Comune commissariato senza un perché devono partecipare?
Ognuno dice la sua e, come spesso accade, i sì e i no hanno entrambi le loro ragioni, talora fondate, spesso campate per aria, ma pare ci sia un fatto nuovo: qualcosa si è mossa e si colgono segnali di cedimento.
Intanto, una premessa. Ho un’idea della storia che a qualcuno potrà sembrare eccentrica, ma per me è regola di vita: non ci vedo la scienza del passato, ma una chiave di lettura del presente. E che ti dice la storia? Ti dice che gli accordi con chi mette mano alle regole senza averne il diritto non hanno mai fatto bene alla povera gente e male, invece ne hanno fatto molto a tutti, tranne che ai padroni del vapore. In questo senso e sulla scorta di questa concezione della storia, un’opinione sulla vicenda Bagnoli me la sono fatta da tempo, ma lo so: è molto impopolare e una ragione c’è. Il fatto è che parliamo spesso della necessità di un “cambiamento radicale”, poi, però, va a capire che intendiamo per “cambiamento” e che vuol dire davvero “radicale” per ognuno di noi. Lo dico per dire , tanto so che resta lettera morta ed è facile contestare: “tu parli, che ti costa? Alla fine sono gli altri che devono decidere”. Ed è vero. Quello che penso, però, voglio dirlo. A molti darò fastidio e sembreranno sciocchezze, ma lo metto nel conto e pazienza, non me la prenderò e dico di più: “fantapolitica” sarà il commento più generoso e qualcuno dirà che è “delirio”. Va bene anche questo e me lo terrò.
Si dice spesso che a Napoli si può fare una rivoluzione. Lo so, va a capire poi che intende ognuno per rivoluzione, ma questa di Bagnoli è una di quelle occasioni in cui si prova a costruire un percorso che renda possibile se non altro una svolta importante. Si è fatta una battaglia sulla costituzionalità che non credo conclusa, perché non si tratta di un singolo provvedimento come pensa o finge di pensare qualche costituzionalista. Forse non si può sperare di vincerla, però va continuata, si doveva fare e qualcosa alla fine pare si sia mossa. E si è mossa mentre il Comune se ne stava fuori. Questo è importante averlo presente. I risultati ottenuti bastano a giustificare un cambiamento di atteggiamento? Proviamo a capirlo, partendo da un dato di fatto: se c’è un cambiamento vero, il sindaco lo saprà solo se ci va. Quando arriva, però, una domanda la fa: io qua ci sto con un ruolo e dei poteri, o faccio da tappezzeria? Personalmente penso che gli risponderanno con molte chiacchiere, ma lo lasceranno fuori per due ragioni:
1) perché lo vogliono isolato, così i loro giornali lo attaccano: non fa politica, non pensa alla città e bla bla bla;
2) perché se gli danno un ruolo, il giocattolo si rompe e gli affari non si fanno. E se a Bagnoli non si fanno affari, allora di Bagnoli a Renzi e soci non interessa niente, come non gli interessa un cazzo della gente che soffre e del Paese che si sfascia.
Andarci, quindi. Anzitutto per non farsi cucire addosso il vestitino del signornò, dell’ uomo solo al comando che si appoggia esclusivamente sui movimenti e tutte le altre sciocchezze velenose, che non significano niente, però fanno danno. Andarci e aprire, però, con una premessa chiara: io rappresento una Istituzione democraticamente eletta. Il Governo, invece, è figlio di un imbroglio: ha la fiducia di un Parlamento di nominati, che non ha nessuna legittimità morale e politica. Non lo dico io, lo ha detto la Corte Costituzionale. Io sto qua perché ne ho diritto, il Governo no. Ne discendono due dati di fatto decisivi: anzitutto, che io ci sia o no, i pezzi di carta firmati Renzi e compagni sono carta igienica di contrabbando, merce pezzottata e chi firma costituisce – a voler essere beneveoli – una banda di “portoghesi”, di abusivi che se ne devono andare. Dal momento che Renzi sta qua, aggiungo per chiarezza: dopo le elezioni, che vincerò, qui a Napoli non vi riconosceremo e non riconosceremo la vostra carta igienica di contrabbando, finché non vi mettete in regola con elezioni politiche fatte con una legge elettorale costituzionale: proporzionale, preferenze e niente premi da legge truffa. Nel frattempo ci governeremo come ci pare giusto e come chiede la gente che in piazza vi sta contestando e ha ragioni da vendere. Ricavatene le conseguenze, se vi riesce, dimettetevi, votiamo secondo le regole oppure prendetevi la responsabilità di mandarci l’esercito e i carri armati, così sarà più chiaro chi siete. Golpisti. Detto questo, volete fare i tavoli e vi sentite registi? Accomodatevi. Io sto qua prendo appunti e poi faccio neri.
Lo so, non sarà d’accordo nessuno, ma io la penso così e così farei. Ci sono milioni di italiani che non votano più e sarebbero d’accordo. Non aspettano altro che un movimento che faccia da riferimento

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NEWS_133533-400x266Del “primo Bassolino”, quello “miracoloso” del ’94, ho ricordi diretti e precisi e trovo singolare che il “Corriere del Mezzogiorno” non abbia nulla da obiettare, quando l’ex ministro sostiene che con la sua elezione a sindaco Napoli, ridotta al buio, si illuminò di lampi improvvisi, ritrovò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte.
“Ci fu una rivalutazione e tanti ragazzi cominciarono a tornare per strada”, afferma il giornale, ed è vero, sì, i ragazzi si riversarono in strada, ma ce li portò, in realtà, un movimento di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università. Il 14 novembre del 1994, però, il movimento si scontrò con la vocazione autoritaria e repressiva del neo sindaco, la stella polare sparì, il buio divenne pesto e l’esito fu disastroso e premonitore. Ricordo come fosse oggi la sirena della Camera del Lavoro che allertava i dirigenti e l’inutile corsa verso il corteo di studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia: la Questura non ascoltò ragioni e all’altezza di via Medina si scatenò. Il bilancio fu pesantissimo. Un giovane investito da una volante della polizia, decine di studenti fermati e soprattutto un segnale chiaro: Bassolino non gradiva.
Ignorando arrogantemente le ragioni dei manifestanti, la Napoli-Museo mostrava così sin dall’inizio di rifiutare la vita e di volersi chiudere nella campana di vetro di un artificio. Invano Jean Nöel Schifano, acuto osservatore di uomini e cose, osservò che l’idea del salotto buono conteneva in sé un germe reazionario; Napoli, scrisse, “è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia”. Mai, aggiunse, “mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no”. Bassolino, però, non ascoltò. A lui della gente non interessava nulla. Preferiva le mummie.
Dopo le cariche e gli inseguimenti, dopo che uno studente, trattato peggio di una bestia, fu trascinato per i capelli in Questura, i ragazzi sparirono dalle strade. E non solo i ragazzi. Per il sindaco il “nuovo rinascimento napoletano” era incompatibile con tutto ciò che si muoveva. I movimenti guastavano l’immagine e non consentivano di vendere fumo. Bisognava mummificare e non a caso Francesco Festa ha potuto scrivere che “la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente: “Bassolino conosce bene i movimenti di lotta, avendo una formazione comunista; non concede nulla ai movimenti, in questo modo smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati”, con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. E’ la via che condurrà difilato alle violenze del 2001 che, non a caso, ebbero il loro laboratorio sperimentale nella Napoli dell’ex funzionario comunista.
Sindaco o Presidente di Regione, Bassolino ha incarnato più di chiunque altro il berlusconismo di sinistra, quella mutazione genetica che ha prodotto una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che pure erano e sono espressione di bisogni reali dei ceti subalterni. Il rifiuto di incontrare gli esponenti del dissenso non fu solo un colpo mortale alla partecipazione democratica. Contribuì a produrre una caligine densa, che avvolgeva e copriva i processi di deindustrializzazione, promettendo a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio, e aprendo così la via che conduceva i bisogni della povera gente verso l’unico canale possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche. In questo senso, la tragedia della spazzatura non è stato un incidente di percorso, ma l’esito fatale di una scelta politica, che conteneva in sé le ragioni e i valori fondanti della peggiore destra. Non ha torto chi scrive che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Non ne ricava, però, la logica conclusione: egli l’ha spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro è caduto sulle spalle di De Magistris, che l’ha affrontato al meglio, tornando a dialogare con i movimenti. La proposta di riportare Napoli al ’93 non è solo anacronistica. E’ fuori dalla storia, è reazionaria e costituisce un oltraggio a cui occorre dare risposta, rifiutando la tentazione di non votare. In discussione ci sono dignità e futuro.

Agoravox, 7 febbraio 2016
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Dipinto di Lino D'Antonio

Dipinto di Lino D’Antonio

Presso la sede del Consiglio Comunale di Napoli – Sala Nugnes, Via Verdi 35
Lunedì 26 gennaio 2015 alle ore 17,30
Verrà presentato il libro di Aurelia del Vecchio

Un luogo preciso esistito per davvero – l’Italsider di Bagnoli
Editore Polidoro

Interverranno:

Il sindaco di Napoli dott. Luigi De Magistris

Gli storici prof. Francesco Soverina

e prof. Giuseppe Aragno

Modererà la dott.ssa Giulia Buffardi
Direttrice dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea
“Vera Lombardi”

Sarà presente l’autrice

Silvana Iovine leggerà alcuni brani tratti dal libro

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IMAG0158Lo sanno tutti: l’intelligenza critica terrorizza il potere. A Socrate, che insegnava alla gioventù ateniese il valore del dubbio e l’autonomia di pensiero, la “democratica” Atene riservò la cicuta. Non stupisce perciò se oggi una democrazia autoritaria che sfocia in regime, sia particolarmente interessata al significato e al ruolo della storia e provi a chiuderla nella gabbia del passato. Per quel che riguarda Napoli, nulla più di una memoria manipolata, che ci soffochi tutti nello stereotipo della “città di plebe” , torna utile al malaffare politico. La storia, infatti, è una preziosa chiave di lettura del presente e non è vero che non insegni nulla: non si spiegherebbe perché ogni dittatura miri a falsificarla.
A leggerla con la lente deformante della vulgata storica, Napoli vive fuori dal tempo: l’eterna camorra, la plebe sanfedista quasi per vocazione, la borghesia mai veramente nata, una classe operaia inesistente. Una città incline alla collusione, che il ’99 priva delle sue più lucide intelligenze e perciò storicamente incapace di stare al passo coi tempi. A Napoli il vento viene sempre dal Sud: è africano, languido e dissolvente. Vento del Sud persino le “Quattro Giornate” degli scugnizzi, sicché pare quasi che l’altro vento, quello del “cambiamento”, il “vento del Nord”, si spenga al Sud non perché la mancata epurazione, decisa nel cuore del Paese, ricicla il fascismo, ma per il sudaticcio scirocco che aiuta il trasformismo dei notabili, produce i Lauro e la corruttela che la città si porta nel Dna come male genetico. Una banda di neofascisti ci ammazza un ragazzo a Roma, nell’inspiegabile torpore della Forza Pubblica che poco prima, a Piazza Barberini, aveva massacrato di botte i movimenti antagonisti? Per l’immaginario collettivo la cicuta è pronta: “Genny ‘a carogna” è il colpevole vero e con lui Napoli, che sta coi camorristi. Sul tasto della plebe si torna, quando un carabiniere uccide a sangue freddo un ragazzo di periferia. Colpo “accidentale” che non indigna nessuno. Scandalosa, ammonisce Serra dal pulpito di Repubblica, è la città che pretende le scuse dei carabinieri.
Mentre fiumi di soldi per “riqualificare” Bagnoli mettono in moto camarille e comitati d’affari politico-malavitosi, questa tragica sceneggiata fa da sfondo alla sospensione del sindaco e scatena l’attacco concorde della “libera stampa”. Il sindaco è l’ennesimo pulcinella napoletano e i suoi elettori la consueta zavorra che frena lo “sviluppo,” in omaggio alle solite logiche clientelari. E poiché la faccenda allarma la parte più viva della città, centri sociali, movimenti di lotta, comitati per l’acqua e l’ambiente che l’hanno portato a Palazzo San Giacomo fuori dalla tutela di sedicenti partiti, è un gioco da ragazzi: il sindaco è un disperato che si aggrappa persino a estremisti e “sovversivi”, i movimenti e i collettivi hanno accantonato le critiche all’Amministrazione, “ben consapevoli che gli spazi che da tempo occupano, potranno essere sgomberati con l’arrivo di un nuovo inquilino a Palazzo San Giacomo”.
La storia, però, quella vera, insegna ben altro e rimanda all’alba del Novecento, a una pagina tra le più belle della vita politica della città: un giornale, “La Propaganda”, una pattuglia di fuorusciti dalla borghesia che si raccoglie attorno alle sue colonne – Arturo Labriola, Arnaldo Lucci, Enrico Leone, per far dei nomi – e quelli che allora erano “sovversivi”: le prime leghe operaie, più o meno “fuorilegge”, i gruppi di internazionalisti, la pattuglia di lavoratori che tra domicilio coatto e patrie galere mettono insieme un’idea di sindacato. E’ un accordo politico forte, che scrive una pagina di storia della città. Da lì trova forza il nucleo operaio che per la prima volta siederà a Palazzo San Giacomo con un programma per quei tempi rivoluzionario, scritto da una commissione di militanti di base. Oggi nessuno ricorda più il tipografo Arcangelo Botta e il guantaio Michele Balsamo, nessuno ricorda Giovanni Bergamasco, al quale si riservò il trattamento De Magistris, per buttarlo fuori dal Consiglio comunale con una legge-vergogna: ineleggibile perché “ex coatto”, condannato da una legalità che non aveva nulla a che spartire con la giustizia. Lo scontro fu aspro, ma ne nacque una Commissione d’inchiesta parlamentare – la Commissione Saredo – che decretò la momentanea sconfitta della cupola delle mafie istituzionali del tempo: la “triade Casale- Summonte-Scarfoglio”. Il deputato Aniello Casale fuggì in Grecia, Summonte fu battuto alla Camera e il direttore del “Mattino” Scarfoglio fu coinvolto in una storia di fondi occulti, giunti al giornale perché sostenesse il “sistema”.
E’ in un contesto di questo tipo che occorre leggere la vicenda De Magistris e il suo tormentato rapporto con i “movimenti”. Ai primi del Novecento la “battaglia morale” si riempì dei contenuti politici di cui erano portatori i “sovversivi”, per scrivere una pagina di storia che fa piazza pulita del cliché della città di plebe. Giolitti “ministro della malavita”, parò poi il colpo, ma non tutto fu vano. Arturo Labriola, poi sindaco della città, diventato ministro del Lavoro, fece approvare una legge sulla previdenza che fu alla base del nostro stato sociale e tra i “sovversivi” passati per quella esperienza, ci fu chi costituì il nucleo di quella sinistra che, raccolta attorno a Bordiga, fu protagonista della nascita del PCI. Da quella scuola veniva Enrico Russo, protagonista della più bella battaglia per un sindacato di base mai combattuta in Italia.
Nel solco di questa esperienza storica, può nascere un rapporto nuovo tra Amministrazione e movimenti. Nel clima di crisi della democrazia, che Renzi incarna con venature neofasciste, collettivi e movimenti – i nuovi “sovversivi” – hanno l’occasione per sperimentare con l’Amministrazione De Magistris un percorso nuovo, che faccia di Napoli un modello nazionale e rappresenti un argine contro la reazione che avanza. Cessione di potere verso il basso è formula impegnativa, che rischia di essere retorica, ma un rapporto organico tra base e vertice, l’impegno al reciproco rispetto, a non prendere decisioni sui temi scottanti dell’ambiente, dell’acqua, della riqualificazione del territorio, senza aver ascoltato chi sul territorio spende la vita in nome di un sistema di valori profondamente democratico, antitetico alla speculazione politica e alle sue intese con la malavita, non è solo possibile, ma necessario e realizzabile. Nessuno chiede a nessuno di snaturare se stesso e la propria storia. C’è davanti una strada. Occorre percorrerla assieme con grande lealtà. Non farà male a nessuno e sarà, anzi, ossigeno e vita entro e fuori i confini di Napoli.

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