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Posts Tagged ‘Viola Carofalo’

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Ho letto e riporto qui una di quelle note incantate di Viola Carofalo, da cui tra l’altro emerge in pochi efficacissimi tratti la figura di un uomo ormai anziano che non è né comprimario, né protagonista. Come al solito al testo facevano seguito riflessioni e commenti attenti e talora pregevoli e ho sentito anch’io il bisogno di dire la mia.
Noi vecchi  – e non per merito nostro – abbiamo avuto la buona sorte di vivere un tempo molto diverso da quello attuale. Una «primavera della storia», dopo l’inverno gelido del fascismo. Erano anni difficili, in cui, tuttavia, si poteva sognare e lottare per conquistare diritti. Noi sognammo e diritti ne conquistammo.  Le stagioni però cambiano e non ce ne accorgemmo. Trascorsi rapidamente l’estate e l’autunno, la nostra esperienza si è conclusa con una grave responsabilità collettiva:  non abbiamo saputo evitare che tutto giungesse al punto in cui siamo. Ai giovani purtroppo lasciamo Salvini, Di Maio e un nuovo e forse più terribile inverno della storia.
Credo che sbaglieremmo a fermarci, però, sui giovani e sui vecchi e nel dibattito che segue il suo intervento Viola lo intuisce. Per quanto mi riguarda, ho conosciuto e conosco vecchi decisamente osceni. Fascisti incalliti e mai pentiti, vecchi malati d’indifferenza, scaduti ai livelli più bassi dell’abiezione. C’erano e ci sono, nello stesso tempo, vecchi che gli anni hanno reso irriconoscibili, ma non hanno saputo o potuto cambiarli dentro; vecchi dai pensieri ancora giovani, che lotteranno finché potranno per cambiare il mondo. Ieri come oggi, poi, esistevano ed esistono giovani nati vecchi di dentro e di fuori. Morti e convinti di essere vivi. L’umanità non cambia, modifica però il tempo nel quale vive.  
Ecco, questi pensieri mi ha suggerito il brano che riporto. Viola ha questo di bello, per me: non scrive così, per il gusto di farlo. Ti invita a pensare.   

Viola Carofalo
13 giugno alle ore 12:00 ·
CONVERSAZIONI IN METROPOLITANA ovvero Cosa mi fa paura del decreto sicurezza bis?

https://www.facebook.com/viola.carofalo/posts/848631958869816

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arfepartigianoIn alcune riflessioni inedite di inizio secolo, inserite poi in un libro uscito per i suoi ottant’anni, con il lucido rigore che Paolo Favilli conosce meglio di me, Gaetano Arfè segnalò un problema ancora aperto: la necessità di «sottoporre a giudizio storico l’operato dei gruppi dirigenti dei maggiori partiti politici» – ai quali non è arbitrario aggiungere quelli sindacali, CGIL in testa – «precipitati tutti in uno stato confusionale, che ha spianato la via all’irrompere di un’ondata torbida», che ci ha travolti. Benché consapevole della necessità di rivedere un sistema degenerato, Arfè colse subito gli elementi potenzialmente eversivi presenti in una richiesta di cambiamento, «percorsa da fermenti ideologici di reazionarismo antico e nuovo che trovavano il loro denominatore comune in una volontà di riscossa di una cosiddetta […] società civile, i cui umori reazionari percorrono tutta la storia dell’Italia unita e che emergono, prepotenti, in ogni fase di crisi».
Negli ultimi anni di vita, Arfè capì che la fase storica aperta dall’insurrezione del 25 aprile si era ormai chiusa e sentì che una grave frattura divideva le generazioni, ma non puntò il dito sui giovani. Partigiano e grande storico del socialismo, sapeva che negli anni della sua giovinezza il dialogo tra generazioni era stato fertile perché, nonostante la diversità di fedi religiose e politiche, uomini e donne della Resistenza avevano avuto caro il valore delle esperienze collettive comuni e difeso l’antifascismo come naturale luogo d’incontro di valori conquistati lottando tutti assieme a costo di indicibili sofferenze: il lavoro posto a fondamento della Repubblica, le libertà civili e politiche, il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle vertenze tra i popoli, il ruolo assegnato ai partiti nella vita dello Stato democratico, la pari dignità delle razza e di sesso, l’autonomia della magistratura. Anche quando il dialogo diventò difficile, i giovani non si sentirono traditi e nei momenti più duri e laceranti della vita del Paese si attestarono attorno alla Costituzione. Valgano per tutti il caso della rivolta contro il governo Tambroni e il suo rovesciamento o, nonostante le contraddizioni, la tenuta di fronte alla tragedia del terrorismo.
Per Arfè la Costituente era stata «il prolungamento e il coronamento politico della lotta armata». Figli di quella lotta erano il PCI, «il più forte e il più maturo partito comunista dell’Occidente europeo; […] un partito socialista che aveva […] conservato prestigio e credito presso le classi popolari e che, anche quando assunse responsabilità di governo […] tentò di portare in quella sede, e in qualche misura vi riuscì, la volontà di rinnovamento viva e diffusa in larghi strati del paese, al punto che forze occulte, ma ben identificabili, giunsero a tessere trame contro gli ordinamenti democratici»; da quella lotta provenivano «formazioni minori di democrazia liberale e socialista, di indiscussa lealtà nei confronti delle istituzioni e aperte a1 dialogo culturale e politico», e il partito d’azione che ebbe «una influenza […] diffusa […] su tutta la cultura democratica»; per non dire di quello cattolico, appesantito da «ipoteche clericali, conservatrici e finanche reazionarie, ma caratterizzato anche da presenze antifasciste, democratiche, laiche che in più circostanze avevano concorso a impedirne 1’involuzione e a determinarne le scelte politiche».
I germi della crisi hanno radici troppo lontane, per parlarne in un breve intervento, ma Arfè non sbaglia: il crollo del comunismo e la crisi Tangentopoli aprono un’offensiva ideologica programmata nei tempi lunghi, con respiro largo e dovizia di mezzi. L’attacco, partito non a caso dalla storia, ha poi investito l’intero campo delle scienze umane – filosofia, diritto, economia – e ha avuto effetti devastanti, soprattutto perché i gruppi dirigenti dei partiti o «sono stati travolti senza neanche accorgersi che battaglia c’era stata» o, peggio ancora, si sono illusi di uscirne indenni assecondando gli assalitori. Alle destre si devono il «triangolo della morte», l’antifascismo come maschera del comunismo, l’8 settembre come morte della patria, ma da sinistra è partita la formula dei ragazzi di Salò, che, in nome della legittima revisione della conoscenza storica, ha conseguito il fine politico e non scientifico dell’equiparazione tra fascismo e antifascismo; è stato Sergio Luzzatto, storico di sinistra, a negare agli antifascisti – tutti a suo dire compromessi col gulag – la statura morale per parlare ai giovani. Si è aperta così – e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti – la via per l’attacco alla Costituzione e ai partiti che dalla Resistenza avevano ricavata la loro legittimazione storica.
Quasi vent’anni fa, quando la sinistra sposa le tesi della destra liberista su un ordinamento dello Stato ricavato dal modello dell’azienda, Gaetano Arfè descrive con amarezza una società in cui «l’interesse del padrone coincide con quello generale, i suoi collaboratori possono essere licenziati senza ‘giusta causa’, le leggi sono piegate a suo vantaggio, il lavoro è precario, flessibile, servile, il mercato prende il posto della divina provvidenza e risana per virtù propria le piaghe che produce». Conseguenza diretta di scelte scellerate, la disgregazione sociale «avanza con la degradazione della figura del lavoratore, depauperato di ogni diritto, ridotto all’accattonaggio di un posto di lavoro, messo nella condizione di non poter programmare il proprio futuro, mentre si fomenta il conflitto tra generazioni e si ignora che il peggior crimine che possa esser consumato contro i nostri figli e contro i nostri nipoti è quello di mettere in pericolo la salvaguardia dei beni indispensabili alla sopravvivenza, l’aria e l’acqua, di creare le condizioni per una rivolta catastrofica dei miliardi di affamati contro la minoranza che affoga nella opulenza e nello spreco».
In quanto al sindacato, meno precocemente, con minore efficacia ma con uguale amarezza, dopo il penoso accordo del 28 giugno 2011, in un articolo intitolato Susanna Camusso e il nuovo patto di Palazzo Vidoni, dalle colonne del Manifesto, scrissi sconsolato: «la civiltà  fa luogo nuovamente alla barbarie. Sacconi non vale Bottai, ma la lezione l’ha appresa bene: l’interesse nazionale coincide con quello dell’impresa. […] Oggi come ieri, […] si trova modo di vietare lo sciopero, si affida agli imprenditori il compito di certificare le deleghe e si riduce il contratto nazionale a una pantomima messa in scena per oscurare il peso decisivo di una contrattazione aziendale che potrà  legittimamente stravolgerne il contenuto a seconda degli interessi delle aziende. Si apre così l’era nuova del sindacato nero. Peggio del peggiore corporativismo». Un’era in cui, come rappresentanza unica dei lavoratori, la Triplice sindacale, «cinghia di trasmissione delle scelte del capitale» non «si è semplicemente piegata alla dottrina Marchionne. Ha accettato senza riserve l’intimo significato del pensiero di Alfredo Rocco che, qui da noi, fu alla base dello Stato totalitario: la proprietà privata e il capitale hanno una funzione insostituibile nella vita sociale e il sindacato esiste solo per disarmare e addormentare i lavoratori».
Per noi è forse possibile imporsi di non ricordare. Per i giovani no. Questa sinistra e questo sindacato conosce Viola Carofalo, precaria della ricerca ed esponente di una generazione a cui sindacati e partiti hanno precarizzato la vita. Perché dovrebbe sentirsi rappresentata da Landini e dalla CGIL, che va in piazza con Calenda e soci?
Ai giovani, traditi da chi doveva tutelarli e ridotti in servitù, che preferiscono andare in piazza da soli, «per dignità e non per odio, come i loro nonni che salirono sulle montagne», Arfè non muove rimproveri. Capisce che «limitarsi a sopravvivere […] non è più possibile: la scelta è tra vivere, e lottare, o sparire» e spera che siano «i pacifici e vittoriosi combattenti di una lotta che ha per posta il rispetto di ogni essere umano e la libertà di tutti». Essi, scrive, «capi della nuova Resistenza, scopriranno la grande figura di Ferruccio Parri e il sacrificio dei fratelli Cervi, così come i loro vecchi scoprirono quella di Giuseppe Mazzini e i martiri di Belfiore».  E si schiera: «i vivi e i morti dell’antica Resistenza stanno con loro».

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Credo di poterlo dire senza temere smentite: mi sono battuto a viso aperto perché «Potere al Popolo!» diventasse quello che è e tornerei a farlo. Quando si è trattato di scegliere tra due concezioni della politica, sono stato tra i più duri con la vecchia sinistra, ho attaccato senza mezze parole Rifondazione e non ho avuto dubbi nemmeno quando si è trattato di rompere i rapporti politici con Luigi De Magistris, un amico, un uomo che stimo e che, tuttavia, provava a costruire una coalizione estranea alla sua storia e inconciliabile con la visione della politica da cui siamo nati.
Per ragioni di coerenza, pur essendo convinto che l’isolamento sarebbe stato un peso estremamente gravoso, ho ritenuto che nelle condizioni in cui versa il Paese, ci toccasse l’obbligo morale di presentarci alle elezioni: eravamo l’unica forza che affrontava la battaglia dal punto di vista delle classi subalterne con la capacità di assumere una posizione propositiva.
Sarei rimasto di quest’avviso, se sul filo di lana una trattativa avviata e condotta dal nostro Coordinamento con demA e in prima persona con De Magistris, non avesse dato risultati inattesi e soprattutto estremamente positivi. A demA abbiamo posto quattro condizioni che riassumono il punto di vista di «Potere al Popolo!» sull’Europa, indicano i suoi riferimenti e le sue ricette. Tutt’e quattro le condizioni sono state accettate e questo per me ha un valore enorme. Dimostra che una sinistra autentica, che sa cosa vuole e ha il coraggio di osare, non solo è in grado di spostare equilibri, ma ha spazi da occupare.
Conosco De Magistris, è mio amico, lo stimo e gli credo. Per quanto mi riguarda la sua scelta cancella d’un sol colpo le ragioni per cui eravamo giunti alla conclusione di presentarci da soli e ci consente di prendere posizione là dove le nostre idee possono parlare non solo ai militanti. Si apre un processo, si creano occasioni e le nostre proposte diventano strumenti di egemonia.
Per essere coerenti ci vuole coraggio e a noi non è mancato. Abbiamo messo in campo un’organizzazione autonoma, nuova e adeguata agli obiettivi che si propone. Ora ci vuole di nuovo coraggio: quello di fare alleanze. A me questo coraggio non manca, perciò, nel pieno rispetto di chi la pensa diversamente, darò il mio voto all’alleanza con Luigi De Magistris.  E lasciatemelo dire: questa scelta allontana per ora un’immagine che farebbe bene solo alle destre: un dibattito tra due trincee nemiche, una con Viola Carofalo e  l’altra con Luigi De Magistris.

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presentazione Marx

Domani, martedì 18 dicembre, h 17.30, Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo
Marcello MustoViola Carofalo presentano il saggio Karl Marx. Biografia politica e intellettuale

Il 2018 è stato l’anno del bicentenario di Marx. Ma il grande filosofo, economista, pensatore politico tedesco, è da molti punti di vista ancora uno sconosciuto. Negli ultimi anni la pubblicazione di inediti di Marx, il lavoro di ricerca sui suoi appunti, l’approfondimento critico, ha fatto sì che venissero in luce molti aspetti finora trascurati.

Marcello Musto, classe 1976, nato a Napoli ma professore all’Università di Toronto, è da quasi vent’anni impegnato, con una comunità internazionale di ricercatori, nella pubblicazione della nuova edizione delle opere di Marx ed Engels e nel diffondere il pensiero e l’opera di Marx oltre le interpretazioni, spesso un po’ dogmatiche, del secolo scorso.
Musto, già autore di Ripensare Marx e i marxismi (2011), Marx for Today (2012), L’ultimo Marx 1881-1883 (2016) e di altri testi tradotti in venti lingue, sarà a Napoli, all’Ex OPG “Je so’ pazzo”, il 18 dicembre alle 17, per presentare, insieme a Viola Carofalo, il suo ultimo lavoro: Karl Marx. Biografia intellettuale e politica (1857-1883), uscito nemmeno un mese fa per Einaudi.

Il libro si annuncia un best seller, perché da un lato è una biografia degli ultimi 25 anni di vita di Marx, che funziona benissimo anche come introduzione all’autore, da un altro ci presenta un Marx inedito ai più. Spesso infatti la critica si è occupata del “giovane Marx”, o del ” Marx del Capitale”, mettendo un po’ da parte quello che, subito dopo aver sviluppato il metodo dialettico e aver individuato la contraddizione che dà forma alla società, quella fra capitale e lavoro, si mette a capire come questo rapporto si articola sul piano antropologico, culturale e politico.
Musto invece consulta l’immensa mole di appunti elaborati dopo il Capitale, gli scritti sulle forme di proprietà comuni antecedenti al capitalismo, quelli sulla Russia e sull’Asia, gli articoli contro il colonialismo e il razzismo… E ci presenta un Marx ben diverso da quello che in questi anni è stato accusato di “economicismo” (poiché ridurrebbe tutta l’esperienza umana alla sfera dell’economia), di “eurocentrismo” (poiché le sue categorie, elaborate in un contesto specifico, non avrebbero tenuto conto e non sarebbero applicabili al resto del mondo), o recuperato addirittura dalle tendenze di destra e rossobrune, che lo vorrebbero arruolare nella loro crociata anti-immigrati… Marx invece è un autore vivo, che ci aiuta a capire e soprattutto trasformare il nostro tempo!

Sarà l’occasione per fare un po’ di formazione e di dibattito teorico, perché per cambiare il mondo ci vuole la pratica, le braccia e i corpi, ma senza teoria rivoluzionaria non può esserci movimento rivoluzionario!

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Viola

Scrive a ragione Salvatore Prinzi con orgoglio giustificato che «Ognuno ha il capo politico che si merita… C’è chi predica odio da una poltrona di governo e chi come Viola Carofalo sta da vent’anni in piazza con gli ultimi, con i lavoratori e i migranti, con gli studenti e i disoccupati.
Oggi con il gilet giallo, perché vogliamo fare come in Francia!
Abbassa la Lega,, viva Potere al Popolo!
»
Desidero riportare e confermare queste sue parole e aggiungere di mio la breve riflessione di un vecchio militante che ne ha viste di tutti i colori, ma conserva una infinita fede nell’umanità. A me non piacciono i capi»; sono forse un male necessario e antico, ma non danno mai l’immagine esatta di ciò che guidano e di quello che rappresentano. Viola smentisce questa regola. Non è solo la portavoce di «Potere al Popolo!» ma è la sua più aderente e autentica rappresentazione fisica. Immagino Potere al Popolo come una luce piccola ma forte e tenace che attraversa il buio profondo di uno dei più gelidi inverni della storia. Quella luce io la vedo sempre negli occhi di Viola.

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ImmagineUn anno non passa invano e alla mia età lo senti bene che se n’è andato. Se ci sei ancora perciò un bilancio non puoi evitarlo. Io l’ho fatto. Ne ho parlato con la mia coscienza e ci siamo trovati perfettamente d’accordo: siamo cresciuti molto e di più non si poteva sperare. Potere al Popolo ha appena compiuto un anno. L’ha speso bene e soprattutto ha lavorato per il futuro. E poiché il futuro è figlio del passato, voglio tornare indietro al 18 novembre scorso e ricordare.
La prima emozione forte – questo non lo dimenticherò più – fu il teatro Italia gremito come non avrei creduto. Un’emozione così forte, che, quando mi toccò parlare, in mente c’era solo lei, l’emozione. Solo salendo sul palcoscenico mi chiesi che avrei detto. Non avevo un appunto scritto, una “scaletta” o la traccia di un ragionamento preparato. Evidentemente però ero così convinto della mia adesione al progetto, che come giunsi davanti al microfono, le parole cominciarono a giungere tutte assieme alle labbra dal cuore e dalla mente. Lo capii subito: erano tutte pronte a farsi sentire.
Un anno dopo non mi sono pentito di niente. Sono orgoglioso di me e dei miei compagni di strada. Rifarei tutto daccapo e cambierei solo una data: il decreto Minniti è davvero una sorta di fotocopia di un provvedimento fascista, l’anno in cui fu scritto però era il 1932, non il 1934. Un errore marginale, che non cambia la sostanza del ragionamento. Capita quando si sceglie di essere immediati, come fui quel giorno. Quando lo fai però poi ti ci ritrovi: dici sempre parole che ripeteresti e che ti piace di riascoltare:

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io e Viola

Cresce e si fa sempre più violenta la campagna di stampa orchestrata ad arte contro la portavoce di Potere al Popolo. Non solo il patetico Primato Nazionale, ma Il Giornale, Il Messaggero , Il Mattino  e chi più ne ha più ne metta. Sono attacchi barbari e feroci rivolti con furia crescente a Viola Carofalo, con me nella foto con cui ho voluto aprire questo articolo perché senta la mia affettuosa solidarietà. E’ un coro osceno: Viola Carofalo contro le ragazze bionde, contro una malata di cancro, contro Desirée, la 16enne stuprata e uccisa da immigrati africani a Roma. Una serie di stupidaggini che tutto sommato farebbero sorridere, se qualcuno tra i militanti del giovane movimento, colpito dalla virulenza dell’aggressione, non suggerisse di studiare meglio parole e forma dei messaggi. Voglio dirlo chiaro: questa miserabile “normalità italiana” non mi preoccuperebbe più di tanto, se non temessi che Potere al Popolo abbocchi all’amo e dia una lettura sbagliata al tema della “comunicazione”.
Mi pare evidente: se ormai non ci aggrediscono più solo fisicamente ma anche e ripetutamente sul piano mediatico, è perché hanno riconosciuto un nemico pericoloso. Da questo riconoscimento ricavo una verità semplice, ma incontestabile: Viola Carofalo è stata all’altezza della situazione anche sul piano comunicativo. Conviene che cambi registro per evitare gli attacchi, o prendiamo atto che l’attaccano proprio perché vogliono costringerla a cambiare?
Pensiamoci bene. A chi ha parlato finora Viola? A gente disgustata di una sinistra che cerca consensi facendo la controfigura delle destre. Gente che comincia ad ascoltare. Che facciamo, cambiamo? Regaliamo a chi attacca il risultato che cerca e lo facciamo subito dopo i primi colpi tirati? Sarebbe un errore imperdonabile: Proprio perché è sempre e comunque se stessa Viola ha intelligentemente evitato la trappola in cui intendono cacciarla gli scienziati della comunicazione pagati dai neofascisti.
Certo, se continuerà per la sua strada, la riempiranno di insulti, ma tutti gli sputi che le indirizzeranno finiranno in faccia a chi sputa. Tenga la rotta, piuttosto, come ha fatto finora, li faccia correre appresso a lei sempre più affannati e i risultati continueranno a venire. Quelli che sputano vanno controvento. Sputano perché sentono che la forza di Potere al popolo è la loro debolezza, sentono che c’è un treno sul quale corriamo, un treno che insegue una necessità della storia. Coraggio, perciò. Nessuno tocchi il freno e non offriamo tregue: chi oggi sputa domani sarà travolto.

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