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Posts Tagged ‘Riace’

img-20181110-wa0037Con la chiusura dello SPRAR di Riace, capofila nei progetti italiani, divenuto modello di inclusione riconosciuto a livello internazionale grazie al coraggioso lavoro del sindaco Mimmo Lucano, si manifesta in piena evidenza la matrice persecutoria delle politiche adottate, dal governo attuale e da quelli che l’hanno preceduto, nei confronti dei migranti e dei settori legati all’accoglienza e alla cooperazione.
Una politica vile e disumana che, in palese violazione dei principi fondanti della civile convivenza, assurge a legge dello Stato con il decreto “insicurezza” voluto dal ministro Salvini.
Una legge fatta di sgomberi e deportazioni, che mostra tutto il suo machismo, la sua cecità e la sua disumanità con il recente trasferimento coatto di alcune centinaia di richiedenti asilo dal CARA di Castelnuovo di Porto: uomini, donne e bambini trasferiti senza preavviso e senza conoscere le loro destinazioni, alcuni lasciati letteralmente in strada da un giorno all’altro, senza tenere in alcun conto le diverse situazioni giuridiche e personali, rischiando di scatenare quei problemi sociali e di ordine pubblico che il ministro degli Interni afferma di voler eliminare.
Inoltre, in contraddizione con la martellante retorica del “prima gli italiani”, un’altra conseguenza di questa operazione, per la quale viene mobilitato addirittura l’esercito, è il fatto che un centinaio di lavoratori/trici – in gran parte autoctoni – che operavano nel Cara e nelle attività ad esso collegate, rimarranno ora senza lavoro.
Tutto questo accade mentre in tutte le scuole d’Italia i docenti e le docenti sono impegnati nella preparazione delle manifestazioni per il Giorno della Memoria.
Abbiamo il dovere di esercitare la memoria. Quindi ben vengano i cartelloni con le stelle gialle e i racconti dei bimbi con i pigiami a righe, ma solo ad alcune condizioni, per non ridurre la Storia, spezzandone il legame vitale con il presente e il futuro, ad innocuo quadretto di maniera.
Che si spieghi, ad esempio, che i campi di concentramento esistono ancora, sulle coste della Libia, per tenere lontano dai nostri occhi le atroci violenze cui sono sottoposti uomini e donne che fuggono da guerre, fame, persecuzioni e catastrofi ambientali, per trovare futuro in quegli stessi Paesi che sono in gran parte responsabili delle cause che li spingono a migrare!
Che si spieghi, ad esempio, che il filo spinato e i forni crematori sono stati strumenti del XX secolo e che a noi, sì a NOI, basta il mare.
Che si spieghi che oggi, nel 2019, si separano gli uomini dalle donne, si portano via i bambini e le bambine da un centro di vera accoglienza e, in nome della sicurezza, li si getta in strada come rifiuti umani.
Che si spieghi che domani, sempre nel 2019, nelle classi di quelle bambine e di quei bambini ci saranno dei banchi vuoti, perché sono nere e neri, e soprattutto perché non sono italiani e italiane.
Ricordare significa impedire che il non umano ritorni e non accettare che cambino solo i personaggi di una storia ugualmente atroce, ugualmente non umana.
Crediamo che in questo momento storico, in cui la marea nera della barbarie sta pericolosamente dilagando, la Scuola abbia il dovere inderogabile di ripristinare i principi e i valori costituzionali, che prevedono la rimozione – non la creazione! – degli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana.
Crediamo che avere memoria, ricordare, significhi in prima istanza riconoscere e contrastare – prima che sia troppo tardi – la deriva razzista di una storia che rischia di ripetersi. Invitiamo pertanto tutto il personale della scuola ad accompagnare gli studenti e le studentesse di ogni ordine e grado nella complessa e purtroppo dolorosa ma ineludibile lettura critica di un presente in cui si spaccia l’accanimento contro gli ultimi, i più deboli, per difesa di una presunta identità nazionale che si costruisce sulla falsa opposizione tra gli italiani e non italiani, tra un noi e loro costruito con l’intento di dissimulare il solo autentico distinguo che governa le relazioni tra gli uomini: quello tra chi sfrutta e chi è sfruttato.

COBAS NAPOLI

Fuoriregistro, 31 gennaio 2019

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Ieri avevo scritto queste poche parole per Mimmo Lucano:

Caro Mimmo,
quando la legalità cancella la giustizia, le persone oneste, coraggiose e coerenti finiscono fatalmente agli arresti e c’è un solo nome adatto agli imputati che commettono i reati che tu hai commesso: perseguitato politico.
Le ragioni per cui cui sei stato colpito tu, sono le stesse per cui furono arrestati e condannati uomini come Antonio Gramsci. Tu oggi ti aggiungi alla nobile schiera degli antifascisti. Sei anche tu un perseguitato politico e finora purtroppo – per quanto è dato sapere – ti fanno compagnia Lavinia Cassaro, l’insegnante di Torino brutalmente licenziata e Mimmo Mignano, Marco Cusano, Antonio Montella, Massimo Napolitano e Roberto Fabbricatore, cinque operai della Fiat di Pomigliano, licenziati anch’essi perché non hanno voluto barattare la dignità con il principio fascista dela fedeltà all’azienda.
Come per loro, anche per te, finora ho sentito tante, troppe parole di solidarietà, ma nessuno ha tradotto in un gesto concreto questa parola bellissima, per la quale tu stai soffrendo e di cui sei un maestro. Ho aspettato invano un tuo collega che non ti stesse vicino a parole, ma riprendesse nella sua città il lavoro che tu sei stato costretto a interrompere a Riace. Nessuno l’ha fatto.
Credo di non sbagliare se immagino che nelle mille difficoltà del momento che vivi, questa solitudine sia la più grande delle tue amarezze. Io non ho nessun modo per seguire il tuo esempio, se non questo: scrivere quello che penso. Mattarella non ha strumenti legali per intervenire? Può darsi, ma questa legalità che ha divorziato dalla giustizia gli imponeva di fare la sola scelta compatibile con il suo mandato: dimettersi. Non lo ricorderemo tra gli antifascisti.

Le avrei pubblicate qui sul mio Blog, da sole, quando mi è giunta, con la richiesta di dare massima diffusione, una lettera inviata da Massimo Napolitano a Paola Esposito e Antonio Di Maio, genitori del ministro Luigi Di Maio. La metto assieme al mio messaggio per il sindaco di Riace e mi domando fino a quando assisteremo indifferenti all’omicidio della democrazia che si commette ogni giorno davanti ai nostri occhi.

Mi chiamo Massimo Napolitano. Sono uno dei cinque licenziati FIAT di Pomigliano che dopo la sentenza della Cassazione ha definitivamente  chiuso con la FIAT.
Sono un operaio e sempre questo ho fatto, lavorare con le mani. Non so fare altro. Questa lettera è stata scritta con l’aiuto di compagni che hanno più confidenza con la penna di me. Sono pensieri miei,  condivisi con i compagni che sono stati licenziati insieme a me.
Perché siamo stati licenziati? Perché ci siamo permessi di criticare la politica aziendale dell’allora amministratore delegato, Sergio Marchionne. L’abbiamo fatto inscenando il suo finto suicidio. Perché si suicidava? Per il rimorso. Per il rimorso delle tragedie personali che la sua politica aziendale aveva determinato in molti di noi e tra le nostre famiglie e che aveva portato al suicidio di due nostri compagni: Peppe De Crescenzo e Maria Baratto. E al tentato suicidio di diversi altri.
I piani industriali di Marchionne hanno risanato i debiti della FIAT e hanno fatto guadagnare montagne di soldi agli azionisti, ma per gli operai sono stati una catastrofe. La metà di noi è stata a cassa integrazione per anni e l’altra metà ha lavorato con ritmi inumani.
Io ero stato trasferito a Nola nel 2008 insieme ad altri 315 operai. Eravamo tutti “limitati fisici”, per patologie maturate in anni di lavoro sulle linee di montaggio, o “sindacalizzati” che per il padrone è la malattia più grave che un operaio può avere. Il nostro era un reparto dove stavamo li a fare niente. Per chi mastica un po’ di cose di fabbrica sa che uno stabilimento che non produce niente è prossimo alla chiusura. E noi vivevamo questa drammatica attesa con i quattro soldi che ci venivano dati per la cassa integrazione, aspettando la chiusura. Qualcuno di noi non ha resistito, dopo un po’ sono iniziati i problemi in famiglia, la depressione, l’isolamento, fino alla scelta senza ritorno di farla finita. 
Il finto suicidio di Marchionne è avvenuto nello stesso giorno dei funerali di Maria Baratto. Eravamo esasperati e arrabbiati. Morivano nostri compagni e nessuno se ne fregava. L’unica cosa che valeva era il rilancio della FIAT, la conquista dell’America. Marchionne era il personaggio più osannato dai politici, dai giornalisti. Cosa contavano due operai morti e la sofferenza silenziosa di migliaia di altri? Niente.
Abbiamo scelto di denunciare quello che stava succedendo utilizzando un’arma pacifica. Non siamo stati violenti, non abbiamo organizzato picchetti e manifestazioni. Forse perché siamo napoletani, abbiamo utilizzato le vecchie armi di Pulcinella, accusare il responsabile dei nostri guai con lo scherzo. Quelli che ne sanno più di noi la chiamano satira.
Non lo sapevamo ancora, ma anche questo non ci era consentito. Mettere al centro di una rappresentazione il nostro capo, anche se fuori dallo stabilimento non ci era consentito. Ci hanno dato addosso la stampa, i giudici, la FIAT. Ci hanno accusato di aver intaccato la dignità dell’amministratore delegato. Abbiamo verificato praticamente che in una società dove si dice che siamo tutti cittadini, ci sono persone che sono più cittadini degli altri. Due compagni morti valevano meno della “dignità” di un padrone.
Siamo stati condannati alla miseria della disoccupazione. Quando abbiamo cercato di far conoscere la nostra situazione abbiamo preso altre mazzate. L’ultima è stata quella di essere stati allontanati da Roma per due anni con quello che chiamano un Daspo. Cosa avevamo fatto? Anche qui nessuna violenza, siamo saliti su un tetto di un palazzo pubblico di Roma per attirare l’attenzione. Tre parlamentari del partito 5 Stelle sono venuti a parlare con noi e a darci la loro solidarietà. Subito dopo siamo scesi e le guardie ci hanno fermati e portati per ore in questura. Dopo il Daspo.
Ho capito che c’è poco da fare per gente come me in Italia. Si, molti dicono che le cose stanno cambiando, ma io tutti questi cambiamenti non li vedo. Ho lottato nel mio piccolo contro quelli che oggi chiamano i “poteri forti” e sono stato stritolato. Oggi che i “poteri forti” sono sotto accusa, sono sempre io e quelli come me a prendere le bastonate.
Mi dispiace. Abbandonare i compagni è brutto. Abbandonare il mio paese mi riempie di malinconia. Ma io non posso più rimanere qui. I miei figli e mia moglie sono già partiti. Forse hanno capito prima di me che non era aria per gente come noi. Sabato parto anch’io. Me ne vado in Inghilterra dove i miei figli mi dicono che è ancora possibile vivere una vita dignitosa, con un lavoro. E senza dover sempre abbassare la testa.

Agoravox, 27 ottobre 2018

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L’internazionale delle destre non è solo una minaccia, ma un fatto compiuto. Dopo l’arresto di Riace, la chiusura alle 21 dei negozi etnici e il divieto per i migranti di uscire fuori dai centri di accoglienza dalle 20 alle 8 – una sorta di coprifuoco – l’attacco delle destre si sposta in Francia. Apprendo in questo momento con angoscia e stupore che a Parigi è in corso una perquisizione in casa di Mélenchon, leader di France Insoumise. Non c’è contestazione  di reato. Ecco un drammatico filmato in cui Mélenchon parla di repressione politica.
Mentre scrivo, anche i collaboratori di Mélenchon subiscono perquisizioni domiciliari. Tutto ormai somiglia a un incubo, ma è purtroppo la realtà. Mentre mi domando in che mondo vivranno i nostri figli e come si possa provare a fermare la reazione che ci sta travolgendo, Mélenchon chiama alla mobilitazione i francesi davanti alla sede della France Insoumise. Viene in mente la lucida analisi di Piero Grifone che ci regalò una bussola: il fascismo è il regime del capitale finanziario. Forse quella bussola avremmo dovuto utilizzarla meglio e ora non c’è più tempo. Che fare? Anzitutto questo: ragionare in termini di resistenza.

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Riace-MuralesHanno arrestato Mimmo Lucano!
Ora tutto diventa terribilmente chiaro: Di Maio si dimostra più fascista di Salvini, Fico balbetta, ma è complice e il governo dei neofascisti comincia a fare le sue prime vittime. Bisogna fermarlo. Ce l’hanno con tutti noi, vogliono ammanettare la solidarietà e l’umanità. Facciamo come i nostri nonni e ricordiamoci ciò che scrissero:
Occorre che ciascuno come individuo reagisca e si prepari alla resistenza civile! Si faccia il vuoto intorno ai fascisti e al fascismo […] Sia con cura evitato ogni contatto! Non si compri merce nei negozi fascisti o filo-fascisti! […] Chiudete il vostro uscio al loro passaggio […] e ritraetevi dai balconi! […] Nel nome […] della Libertà […] tutto il popolo si prepari a trarsi in salvamento“.
Comincino i sindaci anzitutto, quelli democratici almeno; seguano l’esempio di Mimmo Lucano in ogni parte d’Italia. Benché imprigionato egli indica una via. I suoi colleghi la seguano e ogni città diventi Riace!
Vedremo se avranno il coraggio di metterli tutti in manette e affrontare poi la reazione popolare.

Agoravox, 3 ottobre 2018.

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