Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Potere al popolo’

Berta___Casetta_del_Popolo_1-1«Potere al Popolo» sa bene che negli anni del fascismo storico, quando si assaltava una «Casa del Popolo», i fascisti manganellavano e i carabinieri, che assistevano imperturbabili alle violenze squadriste, si lanciavano sui lavoratori inermi pronti a perquisirli.
E’ vero, talora qualche milite dell’Arma difese un lavoratore aggredito, ma ebbe la sorte segnata: «era immediatamente traslocato il giorno dopo d’ordine dei fasci», riferiscono oggi gli Atti Parlamentari.
Partiti e giornali «moderati», come sostenne a viso aperto Giacomo Matteotti, finché i fascisti non l’ammazzarono, assistevano allo scempio senza parlare. In quegli anni però, quale che ne fosse la tendenza, gli uomini e la stampa della sinistra reagivano assieme e nessuno vi fu che, colpito, poté mai lamentarsi per la mancanza di solidarietà.
Oggi le «Case del Popolo» sono assalite direttamente dal Ministro dell’Interno o dai governi degli enti locali guidati dal PD, complici i 5 Stelle. I carabinieri eseguono gli ordini che ricevono e ciò che procura il vomito è il silenzio dei traditori vestiti di rosso. Né LEU, entrato senza esitare nel Governo che scioglie le «Case del Popolo», né Rifondazione, che briga per entrarci, si lasciano sfuggire una parola di solidarietà e condanna.
Zingaretti non tema: nessuno ha mai creduto che la scissione di Renzi avrebbe trasformato il PD nel partito di «Bella Ciao». Tutto quanto c’è di sinistra oggi nel nostro Paese fa capo a «Potere al Popolo», a cominciare dalle «Case del Popolo disciolte», per timore che il movimento continui a crescere : quella di Catania, di Padova e di Palermo. Bisogna riconoscerlo e denunciare il crimine: oggi Matteotti non avrebbe di fronte i neri, ma le marionette rosse del neoliberismo.

 

Annunci

Read Full Post »

ricetta medica-3Non ho una ricetta perché non ho idee del tutto chiare, non conosco bene ciò che accade a telecamere spente e non amo schematizzare.
Fino alla rottura provocata da Salvini, avevo alcune certezze: la crisi economica era destinata a pesare in maniera sempre più dura sulle classi popolari e un governo chiaramente reazionario stava facendo a pezzi i Cinque Stelle e andava sempre più decisamente assumendo connotati neofascisti. Questo non mi meravigliava: il fascismo – quello vecchio o quello nuovo importa poco – è il regime del capitale finanziario. Nutrivo poi una convinzione: il PD di Minniti è un partito di destra con tentazioni autoritarie. Non un’opposizione alla Lega di Salvini, ma una possibile alternativa, più digeribile per quella parte di elettorato che ha radici lontane nella DC e nel PCI.
Avevo un’altra certezza: a livello internazionale la crisi economica sta accentuando tendenze nazionaliste e militariste, creando rischi di guerre, mettendo in scacco le sempre più deboli forze democratiche e trasformando la già gravissima situazione climatica in un disastro irrimediabile.
In questo contesto il compito di Potere al Popolo mi sembrava duplice: costruire tra la gente e nelle lotte un’alternativa di sinistra, dialogare – e se possibile collaborare – con tutto ciò che nella sinistra e nella società teme il neofascismo di Salvini e non si lascia ingannare dalla finta alternativa proposta da Zingaretti. Dissidenti dei Cinque Stelle compresi.
Che è cambiato davvero, ora che Salvini ha fatto cadere il governo?
Il campo internazionale è quello di prima. Nel nostro Paese. alla necessità di stare nelle lotte per costruire una alternativa reale di sinistra, si aggiunge quella di contrastare sul terreno elettorale le due destre e il pericoloso qualunquismo grillino. Mi chiedo se questo si possa fare più efficacemente andando da soli alla battaglia, o cercando convergenze là dove si rivelino possibili. Non abbiamo fatto così – e con buoni risultati – alle recenti amministrative?

classifiche

Read Full Post »

logo-potere-al-popolo-29446.660x368

Il 16 maggio 2019, si è svolta la riunione costituente dell’Organo di garanzia di Potere al popolo. All’ordine del giorno c’erano i punti seguenti.
1. Elezione del presidente
2. Elezione del segretario
3. Prima analisi del caso relativo all’assemblea territoriale di Bari, giunto in email il 6 maggio scorso
4. Decisione circa la data della prossima riunione “di persona”

Alle 21:55 inizia la riunione.
Sono presenti Giuseppe Aragno, Virginia Amorosi, Didier Contadini, Federica Illiano, Pierluigi Luisi, Francesco Piccioni, Giulia Venia. Risultano assenti per problemi di connessione Biagio Borretti e Massimiliano Tresca. Risultano assenti con comunicazione preventiva Monica Natali e Maria Rachele Via.
Per quanto riguarda il primo punto, Giulia Venia propone l’elezione a presidente di Giuseppe Aragno. L’assemblea approva all’unanimità.
Giuseppe Aragno ringrazia e propone l’elezione a segretario di Pierluigi Luisi, che l’assemblea approva all’unanimità.
Al termine della riunione si decide di darsi un appuntamento di persona il giorno precedente a quello dell’assemblea nazionale. La prossima riunione è quindi fissata in presenza a Roma il 22 giugno prossimo, al pomeriggio.
L’ordine del giorno sarà trasmesso nei giorni precedenti la stessa riunione.

classifiche
 

 

Read Full Post »

Spyware-Android-768x432Pochi giorni fa, a Napoli, al tavolo di lavoro che Pap ha dedicato al sistema formativo, la presenza di collettivi studenteschi disposti a dialogare coi docenti ha suscitato una motivata soddisfazione; non è mancato, tuttavia, chi ha osservato che quella particolare circostanza non modificava una realtà in cui gli studenti che partecipano sono pochi, così come, per quanto riguarda i docenti, gli «anziani» prevalgono sui giovani.
Per cogliere le ragioni profonde che hanno determinato questa situazione sarebbe stata probabilmente utile una riflessione sulle condizioni in cui versano oggi università e ricerca, argomenti di cui però finora Pap si è occupata davvero poco. Eppure da tempo l’università è il laboratorio in cui il neoliberismo crea i suoi «intellettuali», forma i futuri docenti alla sua filosofia e ne fa preziosi veicoli di quel «pensiero unico», che essi poi insegnano nelle scuole alle giovani generazioni. Com’è ovvio, i contenuti di questo insegnamento sono quelli consentiti da un sistema di valutazione che, di fatto, costituisce uno strumento di controllo sulla cultura.
Quando diciamo Invalsi, sappiamo bene di che parliamo e non a caso lottiamo. Molto meno nota è l’Agenzia di valutazione del sistema universitario, l’Anvur, l’equivalente dell’Invalsi a livello universitario; figlia di questa scarsa conoscenza è la sottovalutazione del ruolo decisivo che l’agenzia svolge non solo per quanto riguarda l’Università, ma anche per la scuola. L’Anvur, l’invisibile gabbia che imprigiona la ricerca e i ricercatori, ha un ruolo centrale nell’attuale sistema formativo, perché costruisce sacerdoti del pensiero unico, che non hanno alcuna capacità di organizzare resistenza. Il principio ispiratore dell’Anvur è semplice e pericoloso: la quantità della produzione scientifica è la misura della qualità dei testi che le commissioni valutano senza leggere. Per l’Anvur, un lavoro vale se l’editore conta molto – meglio se straniero – se c’è chi lo cita –  gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore «produce» molto e partecipa a convegni internazionali.
Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a una sorta di «speedy gonzales» della ricerca che dalla laurea al concorso, in tredici anni, ha firmato otto saggi e «curato» nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo come Cristo moltiplicò i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. A conti fatti, rigo più rigo meno, 200 pagine all’anno per tredici anni. Un impegno che non gli ha impedito di organizzare undici convegni, dire la sua in ventinove simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali, svolgere il ruolo di revisore per valutare «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, presentare quattro progetti di rilevanza nazionale e internazionale e, dulcis in fundo, trovare modo di partecipare alle attività di otto comitati scientifici. La commissione, che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, avrebbe dovuto porsi la domanda cruciale: quanto tempo il candidato ha potuto dedicare alla ricerca? Non l’ha fatto e anzi l’ha premiato.

Poniamocela noi qualche domanda. A che serve questo meccanismo in base al quale lo Stato finanzia la ricerca e quali effetti produce sull’insegnamento? Perché l’Anvur, con la sua logica produttivistica, impone alla ricerca vincoli temporali, se i progetti di qualità richiedono spesso anni di lavoro e tutti sanno che il valore reale della ricerca è la qualità, che si misura in relazione alla metodologia, all’originalità, alla capacità innovativa e alla ricchezza creativa?
Le risposta sono semplici e illuminanti: l’Anvur sa che il forte legame tra «grandi editori» e «baroni» che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se decido di studiare gli anarchici, per esempio, è difficile che trovi grandi editori; rischio di non pubblicare i risultati delle mie ricerche e quindi di non vincere concorsi. Così stando le cose, è naturale che io scelga di studiare altro, ma è chiaro anche che di questo passo nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Non diversamente vanno le cose a chi si occupa di salute mentale; se sceglie di seguire la scuola di Basaglia e Piro, non ha speranze di ottenere cattedre perché con le sue ricerche non troverà editori. O rinuncia o si rassegna a battere la via organicistica e farmacologica della «malattia mentale». La conseguenza è un ritorno a scelte repressive, narcotici e letti di  contenzione e una università dai cui insegnamenti sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del sofferenza mentale come male sociale.
Si potrebbe continuare, ma credo sia chiaro. Valutare con i criteri scelti dall’Anvur, vuol dire anzitutto controllare, imporre dall’esterno «obiettivi di valore», selezionare temi, decidere ciò che dicono e ciò che non devono dire i libri di testo; significa soprattutto creare docenti che – quanto consapevolmente conta davvero poco – formati ai principi e agli insegnamenti del pensiero dominante, tutelano potere e mercato. La conseguenza più seria di questo processo di sedicente valutazione sono scuole sempre meno capaci di formare intelligenze critiche e giovani incapaci di sfuggire alla conoscenza prescritta dal potere. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto stretto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava solo sugli studenti, ma è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica.

classifiche

Read Full Post »

24897

Va bene, basta. Diciamolo e poi superiamo le discussioni inutili, che si fanno ad arte per giustificare i «bravi ragazzi che rischiano la vita»: ci sono carabinieri perbene o, per dir meglio, ci sono persino carabinieri perbene che perdono la vita in servizio. Diciamolo e però ricordiamo quanti lavoratori muoiono ogni anno uccisi da imprenditori che non rispettano le norme di sicurezza. Non ce n’è uno che uccida i padroni. Qui da noi si muore di lavoro e la vita la rischiano in tanti, a cominciare dai pompieri e non risulta a nessuno che il pompiere-mela-marcia pesti di botte chi ha chiesto soccorso.
Non ho scelto per caso «Potere al Popolo!» e vorrei che lo dicessimo: quando si trattò di costruire la Repubblica sulle ceneri del fascismo, Guido Dorso, che non frequentava centri sociali, ma conosceva la nostra storia, fu netto e coraggioso: se vogliamo che sia davvero una democrazia, dobbiamo sciogliere l’Arma dei carabinieri. Basta andare a cercare in archivio per sapere come finì: i carabinieri sono ancora al loro posto e Dorso finì segnalato come se il fascismo non fosse caduto, la libertà di pensiero costituisse ancora un reato e il grande meridionalista non fosse altro che il solito «pericoloso sovversivo».
Diciamolo chiaro anche noi e non abbocchiamo all’amo dei ciarlatani dei salotti televisivi: non si tratta solo di Stefano Cucchi, che di per sé sarebbe già un caso inaccettabile. E’ che non sappiamo a quanti Cucchi è stata spezzata la vita con una scarica di botte, con un rapporto che ti mandava e ti manda in carcere, al soggiorno obbligato e al manicomio, finché i manicomi sono stati aperti. Non sappiamo quante siano state dall’unità d’Italia a oggi le vittime di una violenza che non ha un nome, un cognome o un indirizzo. Quante siano e quante purtroppo saranno. Sappiamo che quando è accaduto non è mancato il servo sciocco di un potere capace di stritolare, il quale se n’è venuto fuori con i bravi ragazzi che rischiano la vita. L’intellettuale del «particulare», per dirla con Guicciardini, è nel DNA della nostra storia: ci siamo abituati e la memoria è corta.
Qualcuno si è accorto che sotto l’ultimo appello a marciare contro il razzismo, c’è la firma di Marco Rossi Doria, che pochi anni faceva il paladino del dialogo  con Casapound? No. Non se n’è accorto nessuno, perciò diciamolo chiaro, Guido Dorso, messo d’un tratto sotto controllo, non è impazzito. Sa bene, lo studioso antifascista, quanta miseria umana ha prodotto il fascismo. Sa che i carabinieri, folgorati sulla via di Damasco e convertiti all’idea repubblicana, hanno cominciato a incarcerare partigiani e «dissidenti» di sinistra. Glielo consentono il Codice Rocco – che nessuno provvederà mai a bandire – e di lì a poco l’amnistia, di cui si parla da tempo e che Togliatti firma, dopo averne affidato il testo a un vero campione di democrazia: Gaetano Azzariti, compromesso con la Magistratura fascista fin dal 1928, zelante collaboratore del ministro Dino Grandi nell’elaborazione dei codici civile e di procedura civile, Presidente del Tribunale della razza, ministro con Badoglio  e – perché no? – giudice della Corte costituzionale nel 1955. Giudice e poi presidente.
Dorso sa. Per questo a novembre del 1945, mentre la repubblica è in gestazione, mette sotto l’obiettivo della sua critica l’essenza dello Stato italiano; vengono fuori così le due figure chiave: il «Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico» e il «Maresciallo dei RR. CC.», l’equivalente di «quello che gli architetti chiamano la voltina». Nonostante la guerra partigiana e il sommovimento tellurico che l’ha lesionata «la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio», prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa.
Cucchi non è morto per le botte. L’ha ucciso questa struttura rimasta intatta. Oggi come allora, la quasi totalità dei Magistrati, proprio come scriveva Dorso nel 1945, giura «in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele». Per questo elementare motivo, che ha radici profonde nella nostra storia, Dorso riteneva che occorresse sciogliere l’Arma. E’ ancora oggi un capolavoro di giornalismo l’ironico ricorso ad Anatole France, e al suo Crainquebille – un venditore ambulante protagonista di un caso giudiziario caratteristico di una giustizia sciocca, feroce e vendicativa, al quale un vigile intima di circolare per non intralciare il traffico. Ne nasce un battibecco e la guardia, che non ammette di essere contraddetta, denuncia, imprigiona e conduce al processo, Crainquebille non ha scampo: è condannato, malgrado un medico testimoni a suo favore in maniera più che convincente. Scontata la pena e tuttavia isolato, perde i clienti, il lavoro e presto anche la testa. Era un brav’uomo, diventa cattivo, non ha di che vivere – né un tetto né un tozzo di pane – e quando pensa che è meglio farsi arrestare ancora, per cercare scampo a spese dello Stato che l’ha distrutto, scopre che nemmeno la galera è disponibile ad accettarlo.
Sono «di moda nelle nostre Corti di giustizia», le considerazioni «che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille». Così scrive Dorso. La parola del maresciallo dei Carabinieri è verità di fede per il giudice e se il maresciallo ti vuole rovinare, lo fa. Il giudice, i benpensanti, la società perbenista optano sempre per «il potere costituito». E’ stata questa la morte che ha ucciso Cucchi, la stessa che uccide i «dissidenti», i «diversi», i Rom, gli immigrati e chiunque si metta di traverso. L’Arma è la migliore garanzia di questa feroce continuità dello Stato. Credo che Potere al Popolo!, nato per «fare tutto al contrario», non possa contentarsi della pietà per Cucchi e della solidarietà per la sorella Ilaria. Come Dorso, deve chiedere lo scioglimento dell’Arma, il miglior alleato di un potere costituito, rappresentato alla perfezione dai due ultimi ministri dell’interno: Minniti, che ha consentito la partecipazione di Casapond alle elezioni, e Salvini amico dichiarato dei fascisti del terzo millennio.

Agoravox,  12 aprile 2019

classifiche

Read Full Post »

arfepartigianoIn alcune riflessioni inedite di inizio secolo, inserite poi in un libro uscito per i suoi ottant’anni, con il lucido rigore che Paolo Favilli conosce meglio di me, Gaetano Arfè segnalò un problema ancora aperto: la necessità di «sottoporre a giudizio storico l’operato dei gruppi dirigenti dei maggiori partiti politici» – ai quali non è arbitrario aggiungere quelli sindacali, CGIL in testa – «precipitati tutti in uno stato confusionale, che ha spianato la via all’irrompere di un’ondata torbida», che ci ha travolti. Benché consapevole della necessità di rivedere un sistema degenerato, Arfè colse subito gli elementi potenzialmente eversivi presenti in una richiesta di cambiamento, «percorsa da fermenti ideologici di reazionarismo antico e nuovo che trovavano il loro denominatore comune in una volontà di riscossa di una cosiddetta […] società civile, i cui umori reazionari percorrono tutta la storia dell’Italia unita e che emergono, prepotenti, in ogni fase di crisi».
Negli ultimi anni di vita, Arfè capì che la fase storica aperta dall’insurrezione del 25 aprile si era ormai chiusa e sentì che una grave frattura divideva le generazioni, ma non puntò il dito sui giovani. Partigiano e grande storico del socialismo, sapeva che negli anni della sua giovinezza il dialogo tra generazioni era stato fertile perché, nonostante la diversità di fedi religiose e politiche, uomini e donne della Resistenza avevano avuto caro il valore delle esperienze collettive comuni e difeso l’antifascismo come naturale luogo d’incontro di valori conquistati lottando tutti assieme a costo di indicibili sofferenze: il lavoro posto a fondamento della Repubblica, le libertà civili e politiche, il ripudio della guerra come mezzo di risoluzione delle vertenze tra i popoli, il ruolo assegnato ai partiti nella vita dello Stato democratico, la pari dignità delle razza e di sesso, l’autonomia della magistratura. Anche quando il dialogo diventò difficile, i giovani non si sentirono traditi e nei momenti più duri e laceranti della vita del Paese si attestarono attorno alla Costituzione. Valgano per tutti il caso della rivolta contro il governo Tambroni e il suo rovesciamento o, nonostante le contraddizioni, la tenuta di fronte alla tragedia del terrorismo.
Per Arfè la Costituente era stata «il prolungamento e il coronamento politico della lotta armata». Figli di quella lotta erano il PCI, «il più forte e il più maturo partito comunista dell’Occidente europeo; […] un partito socialista che aveva […] conservato prestigio e credito presso le classi popolari e che, anche quando assunse responsabilità di governo […] tentò di portare in quella sede, e in qualche misura vi riuscì, la volontà di rinnovamento viva e diffusa in larghi strati del paese, al punto che forze occulte, ma ben identificabili, giunsero a tessere trame contro gli ordinamenti democratici»; da quella lotta provenivano «formazioni minori di democrazia liberale e socialista, di indiscussa lealtà nei confronti delle istituzioni e aperte a1 dialogo culturale e politico», e il partito d’azione che ebbe «una influenza […] diffusa […] su tutta la cultura democratica»; per non dire di quello cattolico, appesantito da «ipoteche clericali, conservatrici e finanche reazionarie, ma caratterizzato anche da presenze antifasciste, democratiche, laiche che in più circostanze avevano concorso a impedirne 1’involuzione e a determinarne le scelte politiche».
I germi della crisi hanno radici troppo lontane, per parlarne in un breve intervento, ma Arfè non sbaglia: il crollo del comunismo e la crisi Tangentopoli aprono un’offensiva ideologica programmata nei tempi lunghi, con respiro largo e dovizia di mezzi. L’attacco, partito non a caso dalla storia, ha poi investito l’intero campo delle scienze umane – filosofia, diritto, economia – e ha avuto effetti devastanti, soprattutto perché i gruppi dirigenti dei partiti o «sono stati travolti senza neanche accorgersi che battaglia c’era stata» o, peggio ancora, si sono illusi di uscirne indenni assecondando gli assalitori. Alle destre si devono il «triangolo della morte», l’antifascismo come maschera del comunismo, l’8 settembre come morte della patria, ma da sinistra è partita la formula dei ragazzi di Salò, che, in nome della legittima revisione della conoscenza storica, ha conseguito il fine politico e non scientifico dell’equiparazione tra fascismo e antifascismo; è stato Sergio Luzzatto, storico di sinistra, a negare agli antifascisti – tutti a suo dire compromessi col gulag – la statura morale per parlare ai giovani. Si è aperta così – e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti – la via per l’attacco alla Costituzione e ai partiti che dalla Resistenza avevano ricavata la loro legittimazione storica.
Quasi vent’anni fa, quando la sinistra sposa le tesi della destra liberista su un ordinamento dello Stato ricavato dal modello dell’azienda, Gaetano Arfè descrive con amarezza una società in cui «l’interesse del padrone coincide con quello generale, i suoi collaboratori possono essere licenziati senza ‘giusta causa’, le leggi sono piegate a suo vantaggio, il lavoro è precario, flessibile, servile, il mercato prende il posto della divina provvidenza e risana per virtù propria le piaghe che produce». Conseguenza diretta di scelte scellerate, la disgregazione sociale «avanza con la degradazione della figura del lavoratore, depauperato di ogni diritto, ridotto all’accattonaggio di un posto di lavoro, messo nella condizione di non poter programmare il proprio futuro, mentre si fomenta il conflitto tra generazioni e si ignora che il peggior crimine che possa esser consumato contro i nostri figli e contro i nostri nipoti è quello di mettere in pericolo la salvaguardia dei beni indispensabili alla sopravvivenza, l’aria e l’acqua, di creare le condizioni per una rivolta catastrofica dei miliardi di affamati contro la minoranza che affoga nella opulenza e nello spreco».
In quanto al sindacato, meno precocemente, con minore efficacia ma con uguale amarezza, dopo il penoso accordo del 28 giugno 2011, in un articolo intitolato Susanna Camusso e il nuovo patto di Palazzo Vidoni, dalle colonne del Manifesto, scrissi sconsolato: «la civiltà  fa luogo nuovamente alla barbarie. Sacconi non vale Bottai, ma la lezione l’ha appresa bene: l’interesse nazionale coincide con quello dell’impresa. […] Oggi come ieri, […] si trova modo di vietare lo sciopero, si affida agli imprenditori il compito di certificare le deleghe e si riduce il contratto nazionale a una pantomima messa in scena per oscurare il peso decisivo di una contrattazione aziendale che potrà  legittimamente stravolgerne il contenuto a seconda degli interessi delle aziende. Si apre così l’era nuova del sindacato nero. Peggio del peggiore corporativismo». Un’era in cui, come rappresentanza unica dei lavoratori, la Triplice sindacale, «cinghia di trasmissione delle scelte del capitale» non «si è semplicemente piegata alla dottrina Marchionne. Ha accettato senza riserve l’intimo significato del pensiero di Alfredo Rocco che, qui da noi, fu alla base dello Stato totalitario: la proprietà privata e il capitale hanno una funzione insostituibile nella vita sociale e il sindacato esiste solo per disarmare e addormentare i lavoratori».
Per noi è forse possibile imporsi di non ricordare. Per i giovani no. Questa sinistra e questo sindacato conosce Viola Carofalo, precaria della ricerca ed esponente di una generazione a cui sindacati e partiti hanno precarizzato la vita. Perché dovrebbe sentirsi rappresentata da Landini e dalla CGIL, che va in piazza con Calenda e soci?
Ai giovani, traditi da chi doveva tutelarli e ridotti in servitù, che preferiscono andare in piazza da soli, «per dignità e non per odio, come i loro nonni che salirono sulle montagne», Arfè non muove rimproveri. Capisce che «limitarsi a sopravvivere […] non è più possibile: la scelta è tra vivere, e lottare, o sparire» e spera che siano «i pacifici e vittoriosi combattenti di una lotta che ha per posta il rispetto di ogni essere umano e la libertà di tutti». Essi, scrive, «capi della nuova Resistenza, scopriranno la grande figura di Ferruccio Parri e il sacrificio dei fratelli Cervi, così come i loro vecchi scoprirono quella di Giuseppe Mazzini e i martiri di Belfiore».  E si schiera: «i vivi e i morti dell’antica Resistenza stanno con loro».

classifiche

Read Full Post »

52598440_617736112056508_9109896320834863104_n

Chi  mi conosce sa che questo blog è «casa mia», che qui scrivo io e non lascio spazio ad altri. Qui piange, ride e vive il mio pensiero. Molto raramente e solo per mia scelta ospito le parole di altri. Quando accade è perché qualcosa mi colpisce davvero e merita che le apra la porta. Ecco perché stasera ospito una riflessione sul voto regionale che si è appena concluso in Sardegna. L’ha scritta Salvatore Prinzi, un giovane amico a cui voglio davvero bene, del quale conosco e ammiro la lucida capacità di analisi e l’immensa onestà intellettuale.
Ci sono due punti nel suo ragionamento, dai quali capisci perché «Potere al Popolo!» ha un futuro. Il primo, piaccia o no, più o meno crociano, fa tornare alla mente il legame strettissimo che lega la storia alla politica, se la storia si legge come pensiero e azione. Un legame evidente in queste parole: «Capisco che molte compagne e compagni pensino che la situazione non sia eccezionale e che si possa continuare ‘come al solito’, ma a mio avviso il 4 marzo 2018 ha aperto le fogne, e la parte più schifosa del paese è uscita alla luce senza più remore, sentendosi invincibile. Perciò penso che non possiamo permetterci un altro 4 marzo: la barbarie avanzerebbe e potremmo trovarci rapidamente in una situazione tipo Ungheria di Orban…».
Il secondo punto, più difficile da cogliere, è un invito alla riflessione rivolto molto garbatamente a quanti, riferendosi al passato, lo utilizzano come un strumento attraverso il quale emettere sentenze, affannarsi a «fare giustizia», condannare gli altri e assolvere se stessi, quasi che il passato al quale si appellano avesse il compito di giudicare ed emettere sentenze. Basta leggere, per capire che dietro la proposta di cercare un’intesa con altre forze politiche, non c’erano accordi preconfezionati, imbrogli e retropensieri. Ora che tutto sembra concluso, cercare una soluzione, mentre assistiamo al naufragio sardo, sembra praticamente impossibile. Eppure mai come oggi c’è bisogno di una soluzione e mai come oggi appare chiaro che «La soluzione l’abbiamo sotto gli occhi, si era quasi arrivati a stringerla nei tavoli con De Magistris: non può essere una lista accozzaglia con dentro tutto e il contrario di tutto, perché già il PD farà il listone europeista.
Non può essere una lista della sinistra identitaria, che taglia fuori i giovani e le esperienze oggi più interessanti.
Deve essere una lista chiaramente di rottura con quest’Europa, che sia il versante italiano della proposta della France Insoumise, di Podemos e di altre forze innovative della sinistra europea.
Una lista che dia voce soprattutto ai movimenti, alle figure degne della resistenza, alla forze civiche, alle esperienze locali come quella di Napoli, che ha la caratteristica di rompere con i diktat ma anche di parlare a vasti strati popolari».
«Potere al Popolo!», scrive Salvatore Prinzi, «ha fatto nelle settimane scorse questa proposta, perché non si rassegna alla miseria del presente, alla depressione, e ama aprire spazi di movimento e di incontro. Sappiamo di non essere i soli a pensarla così. E allora facciamoci sentire!».
Egli si mostra così molto generoso con chi ha remato contro e dimostra che le opposizioni preconcette vengono quasi sempre da chi manca di senso storico. C’è ancora tempo per capirlo? Non lo so, ma sono d’accordo con lui: «Facciamoci sentire».

Ecco la riflessione di Salvatore:

https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=617745738722212&id=100014603741995&__tn__=K-R

classifiche
 

Read Full Post »

Older Posts »