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Posts Tagged ‘Potere al popolo’


Ho insegnato nelle scuole statali quando coltivavano intelligenze critiche ed erano un’efficace ascensore sociale. Dagli anni Sessanta a oggi ho sempre lottato per un mondo migliore e non ho rincorso sogni. Ho partecipato a lotte che hanno consentito grandi conquiste sociali. Quelle conquiste che, in nome del profitto, il neoliberismo dilagante sta cancellando, assieme all’equilibro dell’ambiente, mettendo a rischio la sopravvivenza del genere umano.
Di mestiere faccio lo storico, che non significa occuparsi del passato, ma fornire chiavi di lettura del presente e quella autonomia di pensiero che consente ai giovani di progettare il futuro.
Mi candido alle imminenti elezioni amministrative, convinto che amministrare Napoli e i suoi quartieri significhi anzitutto fare una scelta politica: rifiutare la logica devastante del neoliberismo e opporsi, se necessario, anche con la più intransigente disobbedienza. E poiché è necessario, noi diremo no.
Mi candido perché intendo contribuire alla sconfitta delle foglie di fico di forze politiche che qui a Napoli fingono di combattersi e a Roma governano con Draghi e dicono sì a leggi che massacrano la povera gente. Questa gente promette che farà il bene di Napoli, ma si è già accordata sull’autonomia differenziata, che assegna incalcolabili risorse al Centro-Nord e lascia Napoli e il Sud nella più nera miseria.
Mi candido con Potere al Popolo, a sostegno della candidata sindaca Alessandra Clemente, perché quando dice città, Potere al popolo non pensa ai salotti buoni di quei ceti sociali che si arricchiscono col lavoro nero e l’evasione fiscale. Pensa anzitutto ai territori in cui decenni le politiche neoliberiste hanno portato miseria, camorra, disoccupazione e disperazione.
Potere al Popolo è una forza politica apertamente antiliberista, non appoggia il tragicomico governo Draghi, rifiuta il devastante progetto di impoverimento di Napoli e del Sud e da anni dimostra coi fatti di avere un modello alternativo a quello che unisce tutti gli altri candidati. Potere al Popolo non promette “miracoli” e non si prepara a distruggere Napoli. Da anni offre gratis a migliaia di persone attività solidali, assistenza legale a lavoratori e immigrati colpiti dalle leggi di Salvini, Draghi e compagnia cantante, da anni fa funzionare doposcuola, ambulatori medici e attività teatrali e sportive e dai tempi del lockdown distribuisce pacchi spesa a chi ne ha bisogno.
Questo è il nostro modello di riferimento e questo faremo se ci voterete. Sarà più facile, perché avremo strumenti più efficaci e una più ampia possibilità di conoscere problemi e intervenire.

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Del Bassolino «miracoloso» – quello del ’94 – ho esperienza diretta e trovo singolare che la stampa stia zitta quando l’ex sindaco afferma che con la sua elezione la città ridotta al buio si illuminò di lampi inattesi, intercettò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte. Cantando a coro, gli immancabili adulatori ricorrono alle solite mezze verità: la luce ritrovata fece tornare ben presto per le strade deserte i ragazzi che s’erano rintanati. Ed è vero, sì, me lo ricordo anch’io: i ragazzi riempirono le strade, ma non ce li portò Sant’Antonio Bassolino. Si ritrovarono in piazza, spinti da un moto di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università.
Il coro di adulatori smemorati non ricorda più che i ragazzi, appena tornati in strada, si trovarono a fare i conti con la vocazione autoritaria e repressiva del sindaco «miracoloso», sicché il 14 novembre 1994, la stella polare sparì, tornammo al buio pesto e si giunse allo scontro violento e premonitore. Ricordo con angoscia la sirena della Camera del Lavoro allertare i dirigenti e l’affannosa e inutile corsa verso gli studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia, riuniti in corteo. Giungemmo in tempo, ma la Questura non sentì ragioni e a via Medina si scatenò. Un attimo e il bilancio divenne pesantissimo: un giovane travolto da una volante, studenti fermati in massa e un messaggio che emergeva chiaro: Bassolino non gradiva.
Rifiutato l’ascolto ai ragazzi tornati in strada e respinti con la violenza, dietro il «Rinascimento» si intravide così il rifiuto della vita democratica e la volontà di trincerarsi nell’immagine artificiosa di una  campana di vetro. Invano Jean Nöel Schifano, acuto interprete della natura di uomini e cose, lacerò il manto conformista degli elogi e individuò precocemente le radici del fallimento: l’idea del «salotto buono» conteneva in sé germi reazionari. Napoli, ebbe a dire, «è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre, con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia. Mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no».
Bassolino lo ignorò. Lui non voleva la gente. Preferiva le mummie.
Dopo il delirio di cariche e inseguimenti, dopo che uno studente, colpevole di essere tornato in strada, fini in Questura trascinato per i capelli come una bestia, dalle vie sparirono i ragazzi. E non solo loro. Per Bassolino il «rinascimento napoletano» era incompatibile con ciò che si muoveva. I movimenti sociali rendevano smossa l’immagine e non permettevano di vendere fumo. Occorreva perciò mummificare, sicché Francesco Festa ha potuto poi scrivere che «la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente». Avendo una formazione comunista deteriore, «Bassolino conosce bene i movimenti di lotta», e gli toglie l’ossigeno per respirare. Il sedicente democratico «smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati», con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. Di fatto, imbocca così la via che conduce difilato alle violenze del 2001, che, non a caso, ebbero il loro più autentico laboratorio sperimentale nella città di un «Rinascimento» scivolato progressivamente e inesorabilmente nelle sabbie mobili di una nuova «Restaurazione».
Alla tragedia spazzatura non si giunse per caso. Nelle diverse tappe della sua carriera politica nessuno ha saputo incarnare meglio di Bassolino il berlusconismo di sinistra, la mutazione genetica da cui è nata una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che erano e sono l’autentica espressione dei bisogni reali dei ceti subalterni. Rifiutando il colloquio con gli esponenti del dissenso popolare, Bassolino non solo colpì duramente la partecipazione democratica, ma produsse la caligine densa che avvolse e coprì i processi di deindustrializzazione. Grazie a quella nebbia impenetrabile, fu possibile promettere a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio e aprire la strada che incanalava i bisogni della povera gente verso l’unico sbocco possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche.
Inserita in questo contesto, al di là delle inadeguate verità giudiziarie, la vicenda della spazzatura non fu un incidente di percorso, ma l’esito inevitabile di una scelta politica, che aveva fatto propri i disvalori della peggiore destra; non basta scrivere perciò che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Occorre ricavarne la logica conclusione: quella domanda è stata spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro cadde sulle spalle di De Magistris, che, per quanto possibile, provò a girare pagina, tornando a dialogare con i movimenti. Una scelta che scavò un abisso tra le due esperienze. Non mi avventuro sul terreno di una comparazione, ma una cosa la dico: l’ennesima candidatura di Bassolino, che riporta Napoli al 1993. non solo è anacronistica e fuori dalla storia, ma ripropone formule reazionarie. E’ perciò una sfida pericolosa, cui occorre rispondere rifiutando la tentazione di non votare. La sinistra quella, vera, è oggi rappresentata da Potere al Popolo che non a caso si presenta in una coalizione che sostiene la candidatura a sindaco di Alessandra Clemente. La sfida vera infatti è questa: dignità e futuro contro passato e reazione, contro un blocco di potere in cui tutti fanno il gioco delle tre carte: a Napoli sono avversari e a Roma alleati nell’inaccettabile governo Draghi.

Candidato di Potere al Popolo

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Mi chiamo Giuseppe Aragno e ho di che vivere: ho insegnato nelle scuole dello Stato e di mestiere faccio lo storico.
Sono candidato al Consiglio Comunale e alla Municipalità Vomero Arenella con «Potere al Popolo!». Non sono più giovane, ma non sono nemmeno uno dei tanti «giovanilisti» che riducono la complessità della politica a un dato anagrafico. D’altra parte «Potere al Popolo» si presenta con tanti giovani candidati, che la presenza di qualche vecchio può essere più utile di quanto sembri. E vi risparmio qui uno sproloquio sugli antichi Romani, maestri di amministrazione e governo, che fondarono la loro grandezza anche sul ruolo degli anziani, riuniti nel «Senatus», un organismo di grande peso politico.
Vivo da cinquant’anni nella II municipalità e sono nato a Napoli, una città che da bambino ho visto rinascere dalle rovine dei bombardamenti Alleati. Ho lottato per tutta la vita per un mondo migliore e giunto alla fine del percorso non ho paura di dirlo: contro «Potere al Popolo» – che sostiene la candidata sindaca Alessandra Clemente – è schierata la peggiore classe dirigente che abbiamo avuto nella storia della Repubblica. La peggiore destra – quella di Salvini – che si nasconde invano dietro Maresca: tutti voi sapete che è stata ed è una vostra feroce nemica. Una nemica di Napoli. C’è poi il PD, un partito che ha rinnegato la sua origine democratica e di sinistra ed è diventato il peggior nemico della povera gente; questo PD vi chiede di votare Gaetano Manfredi, che ha accettato la poltrona di ministro dell’Università, dopo che altri l’avevano rifiutata, perché non c’era un soldo per farla funzionare.
Questa gente si finge avversaria, ma è alleata del governo neoliberista guidato da un banchiere figlio della fallita Unione Europea. Di fatto, questa gente è alleata e lotta per spartirsi il potere.
Nemica di «Potere al Popolo» e della coalizione che appoggia Alessandra Clemente, questa classe dirigente finge di voler fare il bene di Napoli, ma mente spudoratamente, perché si è messa d’accordo da tempo sulla cosiddetta «autonomia differenziata». Non sapete cos’è? Per spiegarlo, bastano poche parole. I sedicenti «amici di Napoli e del Sud» non ve lo diranno mai, ma l’accordo è chiarissimo: terranno per sé l’80 % delle tasse riscosse nelle regioni del Centro-Nord e lasceranno Napoli e il Sud nella miseria più nera.
Noi di «Potere al Popolo», schierati nella coalizione della Clemente, possiamo dirlo chiaro: se ci voterete non riconosceremo questo accordo, non pagheremo debiti che non abbiamo fatto, disobbediremo e pretenderemo il rispetto della Costituzione. Siamo il solo schieramento che lotta per una città che abbia ciò che le spetta, una città giusta in un Paese giusto e solidale, un Paese in cui la lotta per l’ambiente non sia affidata ai padroni, ai venditori d’armi e di fumo, come fa il governo che Salvini, il PD e i 5 Stelle sostengono. Forse non lo sapete, ma quest’anno hanno speso 25 miliardi di euro per comprare armi, un miliardo per la vostra salute che non gli interessa e meno di un miliardo per la formazione. Se siete vecchi, vi dovete togliere dai piedi, perché costate troppo. Vi vogliono ignorati, perché siate pecore rassegnate, che non capiscono ciò che accade  e si lasciano portare al macello.
«Chiacchiere», direte voi, giustamente diffidenti. Lo direte, ma sbaglierete. «Potere al Popolo» ha dimostrato coi fatti che esistono altri modi di amministrare e governare.  Ha realizzato e realizza ogni giorno un modello più giusto e solidale. Noi veniamo dall’«ex OPG je so’ pazzo», una realtà strutturata, in cui vive una comunità che ha dimostrato coi fatti cosa significhi difendere i diritti che ci stanno negando e la giustizia sociale sempre più calpestata. Da anni offriamo gratis a migliaia di persone attività solidali, assistiamo legalmente lavoratori e immigrati colpiti dalle leggi di Salvini, Draghi e compagnia cantante, da anni facciamo funzionare doposcuola, ambulatori medici, attività sportive e dai tempi del lockdown distribuiamo pacchi spesa a chi ne ha bisogno.
Questo è il nostro modello di riferimento e questo faremo se ci voterete. Sarà più facile, perché avremo strumenti più efficaci e una più ampia possibilità di conoscere problemi e intervenire.
Gli altri che vi chiedono il voto li avete sperimentati e sapete che vi aspetta. Non avete perciò nulla da perdere: votateci, metteteci alla prova e non ve ne pentirete.

Giuseppe Aragno

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safe_imageAbbiamo costruito una lista che rappresenta la casa di tutti.  C’è tutto un tessuto che non vede l’ora di mettersi alla prova e di mettere alla prova le proprie capacità. Per farlo, però, dobbiamo prima far saltare questo tappo, questa classe dirigente che costituisce una trama soffocante a livello politico e di economia criminale.

Giuliano Granato, candidato di Potere al Popolo alla Presidenza della Regione Campania: Intervista a Fanpage:
http://fanpa.ge/MMiQT

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Aruìianna organoTutta la mia solidarietà ad Arianna Organo, candidata sindaco di Potere al Popolo a Giugliano, denunciata – guarda caso – in piena campagna elettorale.

Il reato? Diffamazione. Chi avrebbe diffamato? L’uomo delle “fritture di pesce”, Vincenzo De Luca, presidente della Regione Campania!

Vuoi vedere che qualcuno comincia ad aver paura?

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104878659_1205373393144045_7686879872872718270_o-1Diciamolo francamente: un movimento politico nuovo, che due anni dopo la nascita vive, definisce sempre meglio la sua identità, cresce, si rafforza e allarga costantemente il suo orizzonte è per sua natura una realtà destabilizzante. Venendo al mondo, ha rotto equilibri che, pericolanti o stabili che fossero,  avevano sin lì tenuto il campo. Senza dichiararlo, insomma, un movimento politico nuovo è di per sé una critica all’esistente. Sparisce in breve, se non risponde a una necessità della storia, si afferma, se ne coglie l’inarrestabile corso, unisce alla forza impetuosa del presente la lezione che viene dal passato e getta le basi del futuro.
Un movimento così fatto non consente mezze misure: lo ami perché dentro ti suscita speranze, lo prendi in odio, se ti pare una minaccia. Dal 2018 a oggi, chi ha sentito «Potere al Popolo!» come una minaccia, per un bisogno di difesa che si può riconoscere legittima, ha costruito una narrazione tossica, nella quale probabilmente ha finito col credere. Una narrazione fondata su una formula sperimentata, che – fatte le debite differenze – ricorda da vicino il comportamento del PCI nei confronti di tutto quanto nascesse alla sua sinistra: «Potere al Popolo!» è settario, autoreferenziale, ostile alle alleanze, non si apre agli altri e in ultima analisi divide.
Come accade nella vita e nella storia, ciò che è nuovo fa la sua strada, al di là dei nemici dichiarati e dei falsi amici. Se corre col treno della storia nella direzione del futuro, non sente il bisogno di smentire e correggere narrazioni false. E’ un compito che spetta ai fatti e alle loro leggi ferree e immutabili.
In questi caldi giorni di prima estate, circola con meritato successo un intelligente video sulle regionali in Campania, che presenta due livelli di lettura: il primo ha una funzione «comunicativa»: annuncia la candidatura di Clementina Sasso e Marco Manna, attivisti storici del «Movimento 5Stelle» nella lista di «Potere al Popolo!» accanto a Giuliano Granato, Arianna Organo e altri noti militanti; il secondo, sfumato ma di grande impatto, smantella alla radice la narrazione tossica e fuorviante sul settarismo isolazionista di Pap.
Da quelle candidature e dalle parole con cui i due militanti spiegano una scelta che avrà di certo una ricaduta notevole sul futuro dei «5Stelle» delusi e di «Potere al Popolo!», emergono i caratteri reali del nuovo movimento: quel suo essere «comunità» che sa parlare alla gente di sinistra delusa da promesse mancate e pratiche ormai superate. Certo, siamo agli inizi, ma il risultato potrebbe essere sorprendente. «Potere al popolo!» comunque una vittoria l’ha già registrata, rivelando la sua evidente attitudine a proporsi come riferimento per classi subalterne che condividono i valori della sinistra, ma non li trovano più praticati. Classi subalterne e popolari, che non sono sparite solo perché non votano più o votano scegliendo il meno peggio.
C’è chi ha scritto che «Potere al Popolo!» è la casa di chi non si arrende. Ed è vero. C’è da aggiungere che in quella casa trova porte sempre aperte chi per troppo tempo si è sentito battuto e tradito, chi ritrova il senso della lotta. Con l’efficacia dei primi propagandisti socialisti, Pap dimostra ogni giorno che  i padroni non sono invincibili e chi soffre non è debole e non è destinato a perdere.
Clementina Sasso e Marco Manna l’hanno capito subito e non ci hanno pensato due volte: in quella casa non c’è rassegnazione. Dietro i nuovi candidati c’è un mondo, ci sono i sogni suscitati e delusi dai leader di Grillo, ci sono lotte reali, storie di militanza e tanti, tantissimi militanti. In ultima analisi, ci sono sorrisi e speranze ritrovate. Questo è il significato profondo della candidatura dei militanti storici dei 5Stelle, e questo davvero è oggi Pap: la casa di chi, ridotto in ginocchio, ritrova la sua dignità e si leva in piedi. Quando questo accade, quando si alza in piedi chi lotta perché è stanco di subire, un miracolo si ripete puntuale: di fronte ti trovi un gigante.

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104878659_1205373393144045_7686879872872718270_oConosco da molto tempo Giuliano Granato. Ci uniscono anni di lotte condivise, di approfonditi scambi di opinioni, di sguardi rapidi ed eloquenti, incrociati in piazza nei momenti di tensione, di ore serene nelle belle giornate dell’Ex Opg e le esperienze recenti della campagna elettorale per le suppletive, quando mi ha regalato la sua preziosa collaborazione.
Dopo dieci anni, vivo più di tutti rimane il ricordo di un affannoso ritorno all’Orientale, dopo una violenta aggressione della polizia entro e fuori il San Carlo, ai primi di dicembre del 2010. Mentre percorrevamo via Toledo, le forze dell’ordine in assetto da sommossa ci tenevano dietro. Ricordo come fosse oggi la mia preoccupazione. Ormai anziano, non avevo lasciato il gruppo, perché per nulla al mondo  avrei dato a quei giovani l’esempio negativo di chi molla i compagni e bada a se stesso; sapevo bene però che la polizia ci tallonava con un intento preciso: staccare qualcuno dal gruppo, isolarlo, prenderlo e trascinarlo in Questura. Temevo perciò d’essere d’impaccio e di rallentare i miei giovani e ben più veloci compagni. Preso da questi pensieri, mi muovevo come un corpo estraneo al gruppo in ritirata e più che un impaccio diventavo un peso. Fu Giuliano Granato a urlarmelo senza esitare:
“Prof., stia nel gruppo, per favore, si tenga dentro!”.
Era giovanissimo, ma aveva un gran carattere e una personalità così forte che mi colpì moltissimo. Senza fiatare, feci sì con la testa, entrai disciplinatamente nel gruppo e giungemmo così assieme fino all’Orientale.
Gli anni sono passati; Giuliano li ha attraversati tutti in prima linea: studente, emigrato in Inghilterra, precario dopo esser tornato tra noi, lavoratore consapevole dei suoi diritti e perciò licenziato, ha dimostrato di essere uno che non si tira indietro e paga di persona. Se mi avessero chiesto chi candidare per Pap alla presidenza della regione, non avrei avuto dubbi: avrei fatto il suo nome. Rappresenta come pochi la sua generazione ed è un esempio non comune di quella sintesi attiva tra teoria e pratica che garantisce la crescita di un militante.
Sabato scorso, quando per la prima volta ha parlato da candidato, gliel’ho detto abbracciandolo: “Potere al popolo” ha scelto un candidato che fa pensare davvero e fino in fondo al mondo che vogliamo. Sono orgoglioso di poterlo sostenere.

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Chi erano gli sponsor e quali obiettivi aveva il “rinnovatore della politica” lo sapevano tutti.
Tutti, nessuno escluso, sapevano che “l’uomo nuovo”, candidato con Ingroia contro Zingaretti, da buon trasformista, era passato improvvisamente col segretario del PD – il partito di De Luca – accettandone la candidatura. Lo sapevano tutti che con quella scelta svendeva la sua storia per un posto in Senato.
Tutti sapevano, nessuno escluso, che a sostenerlo c’erano, tra gli altri, il PD e Renzi, con la sua Italia Nuova e con Graziella Pagano: alcuni tra i principali carnefici della povera gente.
Si sapeva anche – lo sapevano tutti – che se il “rinnovatore” avesse vinto, non avrebbe fatto nulla di ciò che prometteva; sarebbe immediatamente finito tra i galoppini di De Luca, l’uomo della trasparenza e delle “fritture di pesce”.
Lo sapevano tutti, insomma, che votarlo era un’autentica vergogna, eppure quasi tutti scelsero di comportarsi vergognosamente. Perché?
Perché odiavano Potere al Popolo e speravano di affondarlo. Per questo nobile motivo votarono un amico dei peggiori nemici della gente di sinistra. Poi, come spesso accade, la storia presenta il conto.

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Quando l’epidemia “cinese” si è presentata in Lombardia, gli opinionisti esperti di manipolazione delle coscienze hanno posto subito l’accento sul carattere inedito della tremenda esperienza che stiamo affrontando e la popolazione si è lasciata convincere facilmente: dalla nostre parti una condizione così terribile e pericolosa, una minaccia così subdola e devastante non s’era mai vista.
L’insistenza feroce dei media è facile da spiegare: una minaccia più è sconosciuta e più ci fa paura. Avremmo dovuto rispondere con uguale prontezza che le cose non stanno così, che i più vecchi tra noi hanno ascoltato genitori e nonni raccontare le agghiaccianti tragedie vissute per anni e una vita fatta di paura, violenza, fame e disperazione. Avremmo dovuto rispondere subito, perché anche chi non ha ascoltato il racconto in famiglia ha trovato nei libri di storia i milioni di morti della “febbre spagnola”, l’infinita sequela di civili barbaramente uccisi dai bombardamenti e il terrore che ha attanagliato l’Italia negli anni interminabili del secondo conflitto mondiale. In questo senso, il primo insegnamento che ci viene da questa epidemia è chiaro: la memoria dei popoli è corta e la Storia, per quanto maestra si sforzi di essere, solo raramente trova allievi capaci di coglierne il messaggio più profondo, che di fatto riguarda il presente.
Gli opinionisti, che la storia l’hanno imparata e riescono a stravolgerla, sanno bene che nei momenti terribili della vicenda umana la paura non solo può fare più danni della sventura da cui nasce, ma può essere molto utile alle classi dirigenti. Trasformare in rischio mortale i meridionali, insorti per reazione alle contraddizioni del processo di unificazione, consentì alle classi dirigenti del neonato Regno d’Italia di varare la legge Pica, sospendere di fatto le garanzie dello Statuto albertino e non suscitare particolari problemi di coscienza nell’Italia “liberale”.
Si sente dire – e non senza fondati motivi – che quando la pandemia sarà passata, nulla tornerà com’era: l’Europa, che sta dimostrando fino in fondo la sua ferocia, sembra infatti avviata alla bancarotta e qui da noi, più il virus colpisce, più le responsabilità delle classi dirigenti neoliberiste nello sfascio della Sanità diventano evidenti. Tuttavia, i comportamenti della popolazione saranno certamente influenzati dall’andamento e dall’esito della tragedia che attraversiamo. Se la situazione si cristallizzerà e l’epidemia sarà domata in tempi più o meno “cinesi”, è probabile che la gente, più che ricordare le responsabilità del passato, si mostrerà riconoscente verso chi l’ha tirata fuori dalla sciagura e finirà col pagare costi “greci” alla terribile crisi economica che è dietro l’angolo.
In questo caso, molto probabilmente le destre, soprattutto quelle leghiste, chiederanno per il Nord la luna nel pozzo e il problema dell’autonomia indifferenziata si proporrà con forza rabbiosa.
Ben altro scenario nascerebbe da una malaugurata breccia aperta dal virus verso un Sud totalmente indifeso e trasformato ben presto in un inferno. Quanti sventurati si aggiungerebbero ai morti già registrati? Quale situazione di ordine pubblico ne nascerebbe? Non è da augurarselo, ma in questo caso le responsabilità di chi ci ha condotti a questa tragedia avrebbero un peso immane sullo sviluppo degli eventi; non per caso – e certo non per imporre “regole di distanziamento”, da più parti, in particolare al Sud, si sente invocare l’intervento dell’esercito.
Mentre gli eventi scorrono quotidianamente sotto i nostri occhi e l’Italia è in quarantena, una forza piccola come “Potere al Popolo” ha bisogno di analisi attente e di un lavoro di propaganda attivo ed efficace. Certo, il rischio che si sgretoli esiste e va tenuto presente, ma occorre aver chiaro che esistono anche notevoli opportunità di crescita e di radicamento. Dietro la retorica del personale che si batte eroicamente negli ospedali, per esempio, ci sono lavoratori stremati, che rischiano ogni giorno la vita e non hanno gli strumenti necessari per difendersi e difendere gli sventurati che il virus colpisce. I segnali della loro amarezza, della stanchezza e dei timori che li attanagliano, emergono sempre più spesso con forza crescente, così come scioperi spontanei hanno portato alla luce le ansie degli operai, costretti a entrare in fabbrica senza alcuna tutela e i timori di tutti i lavoratori abbandonati a mille incredibili rischi. Pap può e deve essere al loro fianco, organizzando una propaganda capillare, che vada al cuore dei problemi, utilizzando tutti gli strumenti che il mondo dei social mette a disposizione per zittire la retorica sugli “eroi” e dare voce a chi soffre e rischia. Se lo farà, comunque evolva questa terribile esperienza, Potere al Popolo non solo eviterà i rischi determinati dalla quarantena, ma coglierà tutte le possibili opportunità e si troverà accanto quella parte di popolazione che sta pagando sulla propria pelle la ferocia del capitalismo.

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A partire dal minuto 41 del confronto tra gli  esponenti delle forze in campo in lotta per un posto al Senato nel Collegio 7 di Napoli, Giuseppe Aragno, di Potere al Popolo, sostituisce Sandro Ruotolo – il latitante candidato del sindaco – e nei limiti del possibile difende De Magistris dagli attacchi della destra e dei 5Stelle.
A pensarci, l’atteggiamento del giornalista è decisamente strano. Prima dichiara che, se sarà eletto, siederà nel gruppo misto, poi lascia che siano altri a difendere De Magistris. E’ triste pensarlo, ma sembra quasi che Ruotolo si vergogni di chi l’ha candidato…

 

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