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Posts Tagged ‘precari scuola’

Ricevo, volentieri pubblico e domando una firma chi legge. Mi preoccuperò di comunicarla personalmente ai redattori dell’appello.
I padroni utilizzano la scuola avendo chiari due obiettivi:
a) senza una buona scuola gli uomini si lasciano facilmente ingannare;
b) la scuola è un luogo in cui è facile attaccare i diritti di tutti, colpendo apparentemente solo quelli di pochi. E’ opinione diffusa, infatti, che gli insegnanti siano solo dei fannulloni privilegiati. Nessuno perciò è solidale con loro.
Penso che tutti dovrebbero firmare.

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Appello-petizione per l’abrogazione del decreto 356. Rispetto per la scuola e per i diritti di chi lavora!

I precari iscritti nelle graduatorie ad esaurimento denunciano con questo testo-petizione, lo stravolgimento delle regole in base a cui è stato espletato l’ultimo concorso a cattedra – regole allora difese strenuamente, per quanto inusitate, dal Ministero e dal TAR – operato con l’emissione del decreto 356 dello scorso 23 maggio, e ne chiedono il ritiro immediato. Non vogliamo negare i diritti di nessun precario, ma crediamo che la certezza minima del diritto sia da riconquistare e riaffermare, in questo Paese, perché altrimenti sarà la guerra di tutti contro tutti, il che andrà ad esclusivo beneficio di chi ha interesse a massacrare lo Statuto dei Lavoratori e a renderli ricattabili e schiavi.
Quel che torna utile, oggi, a una categoria di precari, sarà ritorto contro la stessa domani, a seconda delle opportunità elettorali, politiche o economiche. E’ inaccettabile! I diritti non sono variabili del mercato né merce di scambio! Siamo stanchi di combattere per rivendicare il nostro sacrosanto diritto all’assunzione a suon di ricorsi, controricorsi e logoranti iniziative di lotta (ormai siamo in piazza costantemente dal 2008). Per di più, l’Europa, quella stessa che ci imporrebbe le manovre “lacrime e sangue”, obbliga il nostro Paese, minacciando salate multe, ad assumere quanti abbiano stipulato almeno tre contratti di lavoro continuativi (Direttiva n°70/1999CE).
Basta con gli scontri tra disperati! Devono ridarci tutte le cattedre e le ore tagliate dalla nefasta Gelmini e devono assumere chi da lustri, con abnegazione, garantisce alla scuola pubblica la possibilità di andare avanti… “sgarrupatamente”! Sul futuro del Paese non si improvvisa e non si scherza! Siamo il solo Paese che, insieme all”Estonia, ha tagliato sull’istruzione anziché investire!

INVITIAMO TUTTI GLI INTERESSATI A FIRMARE LA PETIZIONE, A TITOLO PERSONALE O CON LA SIGLA DEL GRUPPO EVENTUALE DI APPARTENENZA, E A DIVULGARLA, NON PER “DELEGARE” AI LORO REDATTORI LA LOTTA, MA PER CONFERIRE ALLA LOTTA COMUNE MAGGIORE FORZA E INTENSITA’. GRAZIE.

TESTO DELLA PETIZIONE:

Poche ore prima dalla tornata elettorale che ha visto il partito del ministro Giannini, il partito dell’austerity e dei sacrifici inutili e unilaterali, subire una pesante sconfitta, il sottosegretario alla P.I. Fusacchia rendeva noto il testo di un atto amministrativo destinato a sconvolgere i difficili assetti ed equilibri del variegato mondo dei precari della scuola. Il decreto in questione, l’ormai famigerato D.M. 356, è stato effettivamente pubblicato, poi, nella tarda serata di venerdì 23 maggio. L’unico articolo di cui esso consta, crea dal nulla una nuova graduatoria di aspiranti al ruolo, individuandoli in quei candidati che hanno superato le prove relative all’ultimo concorso a cattedra, ma che non si sono collocati in posizione tale da risultarne vincitori.
Il decreto sconfessa e stravolge quanto previsto dal bando del concorso stesso, il Ddg. n. 82 del 24 sett. 2012, che, all’art. 13, fa riferimento ai soli vincitori del concorso quali destinatari legittimi di una proposta di contratto a tempo indeterminato. Le stesse obiezioni sollevate dai molti ricorsi che fioccarono, all’epoca, contro il bando, e che sottolineavano la sua incompatibilità con il Testo Unico, furono nella maggior parte dei casi respinte dal TAR, sulla base della presunta necessità di assegnare a docenti “meritevoli” i posti in palio (un numero risibile!), senza dare adito alla formazione di nuove liste di precari.
Appare dunque sconcertante, nella sua incoerenza, oltre che inusitata, la rettifica del bando di un concorso – già fatto oggetto di denuncia, a suo tempo, da parte dei precari, in quanto assurdo e mortificante – che è stato ormai espletato con regole fissate e accettate tanto dai partecipanti quanto da quelli che, invece, non vi hanno preso parte proprio in ragione del fatto che esso non prevedeva l’inserimento in una Graduatoria e che, inoltre, non era abilitante. Non solo. Il decreto 356, con la sua sospetta tempistica, è stato emesso a conclusione delle operazioni di aggiornamento delle Graduatorie ad esaurimento, cioè dopo che molti precari hanno già scelto la provincia in cui trasferirsi pur di ottenere il ruolo, calcolando la propria posizione sulla base dei posti riservati ai soli vincitori del concorso. Il nuovo capovolgimento di regole, ora, rischia di vanificarne il sacrificio non lieve!
I precari proscrivono con fermezza questa modalità operativa del ministero, che piega il Diritto alla necessità di demolire funzionalmente i diritti dei lavoratori, che calpesta la professionalità dei docenti, illusi, allettati o esclusi a seconda delle circostanze e delle congiunture politiche, e che scatena guerre “all’ultimo posto” tra diverse categorie di insegnanti parimenti sfruttati, mentre vengono prospettati tempi biblici per l’assorbimento di chi garantisce il funzionamento della Scuola da più lustri (i 10 anni di cui parla il ministro sono un’eternità: molti docenti rischiano di “morire” precari!), e vengono colpevolmente disattese le direttive di quell’Europa verso cui il ministro Giannini si è proiettata, e che impongono la stabilizzazione del personale che abbia stipulato tre contratti consecutivi di lavoro (70/1999CE).
Considerando, dunque, l’effetto destabilizzante e gli iniqui portati del provvedimento in oggetto, nonché la drammatica condizione in cui versa la Scuola Pubblica, che di certo non ha bisogno di nuovi conflitti, a detrimento della continuità e qualità della didattica, chiediamo con forza il ritiro immediato del decreto 356 e l’avvio di quel processo di “normalizzazione” e uniformazione del reclutamento che i precari inseriti nelle Graduatorie ad esaurimento invocano da tempo, assieme al ritiro dei feroci tagli effettuati nel 2008, che è il presupposto-base di ogni piano di recupero e valorizzazione della Scuola Pubblica Statale, la Scuola che garantisce la mobilità e la giustizia sociale, l’inclusione, il pluralismo, l’emancipazione di tutti.
Vogliamo regole certe e certezza dell’assunzione per tutti i precari!

Coordinamento Precari Scuola di Napoli
Precari organizzati di Torino
Precari Uniti contro i Tagli – Roma

ADESIONI:

Giuseppe Aragno, docente in pensione, storico

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“Non ho fatto nulla per peggiorare la situazione dei precari nella scuola” ha dichiarato Profumo, respingendo l’accusa di aver cancellato le loro speranze, .che gli ha rivolto il prof. Carmine Cerbera prima di togliersi la vita. I casi sono due: o il ministro soffre di amnesia e non ricorda la disperata rabbia dei precari che a settembre, accampati davanti al Ministero, invano gli chiesero udienza, per convincerlo a non cancellare le graduatorie permanenti, o il concorso l’ha voluto a sua insaputa il Direttore Generale Luciano Chiappetta.

Aveva ragione Don Milani: “La politica è orribile quando chi la fa crede d’essere dispensato dal sentir bruciare i bisogni immediati di quelli cui l’effetto della politica non è arrivato” e non c’è dubbio: il dramma di Cerbera è figlio di un clima di arroganza, persecuzioni e disprezzo per il corpo docente che non ha precedenti nella nostra storia. Per un anno, incurante dei costi umani delle sue scelte, il ministro ha fatto della pretesa “necessità dei tagli” l’alibi per un vero e proprio massacro della scuola poi, d’un tratto, s’è messo a sperperare i soldi dei contribuenti con un concorso inutile, iniquo e fuorilegge. Senza godere del voto di un solo elettore, scialbo, incompetente e autoritario, Profumo ha sbandierato il mussoliniano binomio “carota – bastone” ed è diventato ad un tempo il peggior ministro dell’Istruzione e il carnefice delle giuste speranze dei lavoratori della scuola. E’ un primato cinicamente voluto e ampiamente meritato: passeranno alla storia la farsa del “referendum” sul valore legale del titolo di studio, il crescente sovraffollamento delle classi, l’inaudito attacco al diritto allo studio, ai disabili, al tempo pieno, il polverone delle “24 ore” levato ad arte per coprire la privatizzazione ormai quasi approvata e il progetto di annientamento degli insegnanti precari.

Si chiude oggi un cerchio aperto molti anni fa e basta percorrere a volo radente le tappe del calvario di studenti e lavoratori della scuola, per capire che il “ministro tecnico” è giunto al capezzale della scuola agonizzante dopo provvedimenti inqualificabili. E’ del 15 marzo 1997 la legge 59 che trattò la scuola come una qualunque attività produttiva e decretò la fine di numerose istituzioni scolastiche in base a indecenti parametri numerici. Da quel momento, serva o no al territorio in cui opera, una scuola muore se non ha “una popolazione, consolidata e prevedibilmente stabile almeno per un quinquennio, compresa tra 500 e 900 alunni“. Per gli istituti “sottodimensionati” è stata “pena capitale” e di lì sono nate feroci unificazioni orizzontali tra scuole dello stesso grado esistenti in ambito territoriale e accorpamenti verticali in istituti “comprensivi” che, fu promesso, avrebbero rispettato esigenze educative e progettualità del territorio. Mentre un’autonomia pezzente apriva la via alla fuga verso il “privato” e iniziava lo stillicidio dei posti perduti, nelle zone “a rischio” la criminalità organizzata ringraziava per l’inatteso regalo: la scuola sbaraccava là dove più necessaria appariva la sua presenza. Per usare il linguaggio aziendale caro a Profumo e soci, tra miseri risparmi e crollo della qualità, il rosso in bilancio sul piano etico ebbe così un’irresistibile impennata.

In una sorta di “cupio dissolvi“, tra giugno e luglio del 1998 seguirono a ruota il regolamento che perfezionò il dimensionamento e il Decreto 331 che sconvolse la già disastrata rete scolastica e le regole per la formazione delle classi e degli organici. In nome del dio del risparmio e in base ai soliti parametri quantitativi, si unificarono istituti di diverso ordine o tipo, si cancellarono sezioni staccate e plessi, si proibì di costituire una classe quando le iscrizioni previste erano meno di 30. Il numero degli alunni per classe, anche in presenza di portatori di handicap, violò così ogni norma di sicurezza in scuole da sempre malconce. Cancellate senza ritegno classi su classi e lasciati i docenti senza lavoro, gli studenti, ridotti a carne da macello, furono sparpagliati nelle “scuole viciniori” e in quanto alle “eventuali iscrizioni in eccedenza“, si pensò bene di dividerle tra “le sezioni della stessa scuola“. A parole si mise l’alt sul limite estremo di “28 unità per sezione“, ma il confine fu poi violato e saltò persino l’impegno di escludere dalla spartizione le sezioni con alunni in situazione di handicap, che subito giunsero a 25 ragazzi stipati in classi per lo più inadeguate e fatiscenti.

Bisogna far quadrare i conti, non ci sono soldi“, fu il ritornello, ma per le private di quattini ce ne furono sempre. Agli studenti ormai non badava nessuno e nelle scuole cominciarono a “sparire” i docenti. Sulla via dell’aziendalizzazione, l’8 marzo 1999 il DPR 275 inserì nel linguaggio comune la “domanda delle famiglie“, cui la scuola finì col soggiacere, confezionando la sua “offerta” ai fini di un ambiguo “successo“. Il calcolo dei “crediti” giunse a coprire il rischio dell’analfabetismo e nacquero attività di ogni tipo, dalla concorrenza sul mercatino delle pulci, alla “giornata del cuore”. In un tripudio di scuole parificate, legalmente riconosciute e pareggiate, tutte a carico dello Stato alla faccia dei famosi “risparmi”, ai giovani docenti esclusi e in difficoltà si offrì lavoro sottopagato e spesso gratuito in cambio di “punti” per un’assunzione che non sarebbe mai venuta. In quanto alle famiglie, le più abbienti trovarono una vasta gamma di diplomifici pagati coi soldi dello Stato. Il valore legale dei titoli di studio non fu toccato, ma fece fortuna il mercato dei “crediti”. Era iniziata l’età dell’oro delle convenzioni con università private, enti e agenzie sorte come fossero funghi, per dare il loro “ineludibile apporto” alla realizzazione delle più stravaganti aspirazioni. La bandiera della “qualità” annunciò il mito del merito, a cui, nella pratica quotidiana, diede, in realtà il colpo di grazia la riduzione in servitù dei supplenti, persi nel gioco al massacro di assunzioni a cottimo e licenziamenti, e dei docenti appartenenti a classi di concorso che presentavano esuberi di personale, i “soprannumerari“, costretti a corsi di riconversione professionale, pena il licenziamento.
Aperta la breccia e trasformati i presidi in riluttanti o complici “dirigenti”, nel mirino entrò presto la dignità dei lavoratori.

Chi andasse a cercare oggi nomi e partiti, troverebbe schieramenti variopinti: Scalfaro, Berlinguer, Prodi, Flick. Centrosinistra per lo più. Gli ingenui stupiranno, ma è un dato storico: dove si ferma la destra, perché occorrerebbe la forza, ecco in soccorso l’inganno della sedicente “sinistra riformista”.
Profumo è ultimo dopo Moratti, Fioroni e Gelmini, ma molto ci ha messo del suo, ispirandosi al modello Marchionne e creando un clima di irresponsabile e crescente insicurezza. Nessuno come lui ha cancellato diritti acquisiti nel corso di una vita in nome di un becero giovanilismo ed è chiaro che non lo sa: chi ha ragione non invecchia. E’ stata la precarietà condotta alle estreme conseguenze la molla che ha indotto Carmine Cerbera al suicidio, questo è certo, ma non meno certo è che a togliere ogni certezza ai docenti precari è stato Profumo. Farfugli se vuole la sua impossibile difesa, il ministro. Uno più uno fa due e le conclusioni può tirarle chiunque. 

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 novembre 2012

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L’esaltazione dei “giovani docenti” da assumere come rimedio all’inefficienza biologica dei vecchi ha le tinte fosche di un occulto razzismo. Forse per questo ho ascoltato con rabbia impotente le parole che desidero condividere con chi avrà voglia di leggere e ascoltare. E’ un messaggio che non giungerà certo ai “tecnici scienziati politici” cui sono rivolte, ma questo è il male minore. Monti, Profumo e compagni sono figli di una sorta di impalpabile sospensione della democrazia, realizata grazie a un ex comunista, ormai sacerdote del neoliberismo, e ad un patto scellerato tra maggioranza e opposizione, apertamente fuse in maggiominoranza nel tradimento del mandato elettorale. Condividendole, dirò fino in fondo ciò che penso: credo che un paese – e scrivo apposta con la minuscola – un paese che non sente la gravità dei colpi inferti alla scuola, estremo baluardo di civiltà contro la barbarie che incombe, meriti il peggio. Sì, credo proprio che meriti il peggio e lo scrivo a futura memoria. Credo anche che l’assenza dei mille movimenti che rappresentano poco più di se stessi dal terreno su cui i precari della scuola lottano da anni assuma, a questo punto, la dimensione sciagurata della diserzione o peggio ancora, della complicità. Attorno agli insegnanti cacciati dalla scuola con motivazioni che assumono toni da propaganda totalitaria, si sarebbe dovuto far quadrato subito. E’ accaduto il contrario, i docenti precari, come del resto gli studenti, hanno portato in ogni lotta la loro bandiera, ma sono stati sempre lasciati soli. Troppo borghesi, forse, per i rivoluzionarissimi che attendono le barricate per mostrare chi sono. Vorrei sbagliarmi, ma temo che quella dei docenti sia una solitudine che pagheremo tutti. Battuta la scuola, ogni partita sarà persa. Un popolo di ignoranti non solo si lascia ridurre in servitù, ma ringrazia i padroni.
Il messaggio di Marcella Raiola merita una rispettosa lettura e un attento ascolto. Chi è interessato, clicchi e leggerà:

Fuoriregistro” 29 agosto 2012

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 E’ cominciata così, con gli auguri di buone vacanze indirizzati dal Prof. Profumo al personale docente, a studenti, genitori, ricercatori, impiegati del personale amministrativo, tecnico e ausiliario e infine ai dirigenti. Al prof. Profumo è sfuggita evidentemente in questi mesi la portata, la qualità e lo spessore del dissenso che l’ha accompagnato passo dopo passo, errore dopo errore, imposizione dopo imposizione, in un’esperienza che si è segnalata soprattutto per i limiti culturali e l’autoritarismo.
Profumo stranamente non ha sentito il disagio insopportabile e l’inimicizia profonda di buona parte del mondo a cui ha rivolto gli auguri. Non così avventata è stata, andando in vacanza, la sua collega Fornero, che non si è azzardata a inviare i suoi auguri a pensionati e lavoratori massacrati. Profumo, invece sì. Dopo aver abbandonato al loro destino studenti, genitori e docenti, smantellando quel tanto che ancora si teneva in piedi della scuola e dell’università, il ministro ha avuto la malaccorta arroganza di firmare i suoi auguri di buone vacanze.
Val la pena leggere la sua lettera e poi dare dare uno sguardo alle reazioni che ha scatenato.

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Cari studenti, cari insegnanti e professori, cari ricercatori, cari genitori, cari impiegati del personale amministrativo, tecnico e ausiliario, cari dirigenti.

Prima della breve pausa estiva desidero condividere con voi alcune riflessioni su questi mesi passati, così densi di impegno e di duro lavoro quotidiano per la salute e l’ammodernamento del nostro sistema formativo e della ricerca, così come su quelli che ci aspettano alla ripresa autunnale, che saranno senz’altro intensi ma che possono nondimeno, se tutto il nostro sforzo sarà collettivo, rivelarsi perfino entusiasmanti.
In questi mesi ho infatti potuto toccare con mano la forza di questa grande comunità, il suo grande giacimento di risorse interiori fatte di generose disponibilità e di grandi slanci, la sua capacità di contribuire in modo determinante alla formazione dell’identità nazionale. Ricordo in particolare due momenti tra i tanti importanti: il centocinquantenario dell’unità nazionale, dove la scuola italiana ha mostrato la sua centralità anche nelle celebrazioni, e i tragici fatti dell’attentato alla scuola Falcone-Morvillo di Brindisi, dove la giovane vita di Melissa è stata innaturalmente stroncata e altre fra le sue compagne hanno sofferto e stanno ancora soffrendo. L’unità che il Paese ha potuto sperimentare in quei momenti costituisce al contempo un monito per i suoi detrattori e una ricchezza per tutti noi, anche se il mio pensiero non cessa di andare a chi ha visto la sua vita sconvolta in un luogo che dovrebbe essere di serenità e di impegno verso il futuro.
Ed è al futuro che voglio dunque invitarvi a guardare, oggi nel momento del riposo come domani in quello della ripresa. Tutto il ministero, a cominciare dai direttori e dai dirigenti impegnati negli uffici centrali e periferici, così come con eguale convinzione e sforzo tutti i funzionari e i lavoratori che collaborano con la nostra azione, è infatti dentro questo sforzo da molti mesi. Lo dimostra il successo avuto per esempio dalla modernizzazione delle procedure per la maturità, che per un momento hanno unito nell’orgoglio di essere italiani e parte del mondo della scuola centinaia di migliaia di persone. A tutti voi va la mia personale gratitudine ed un augurio di serene festività, oltre che il ringraziamento dell’Italia.
La ripresa autunnale non sarà del resto priva di sfide. Il nostro programma di azione nei prossimi mesi è quasi temerario, se si pensa alle fragilità del nostro Paese. Eppure sono certo che esso è alla nostra portata. Troppo spesso infatti le fragilità italiane sono invocate come alibi e non, invece, usate come stimolo a fare di più e con maggior impegno. E’ nella storia del nostro Paese sia la prima sia la seconda possibilità. Noi scegliamo la seconda!
Del resto, non partiamo da zero. Alcune azioni sono state già impostate. Per esempio, il nuovo sito Universitaly, che mette a disposizione le informazioni sempre aggiornate su tutti i percorsi di studio in Italia. Così come il sito Scuola in chiaro arricchito di nuove informazioni. Saranno anche disponibili dati sul mercato del lavoro ed in particolare sulla domanda delle aziende in modo da collegare meglio formazione e lavoro. Una accelerazione importante avrà anche il piano di innovazione digitale nella scuola, che vedrà anche un primo passo verso la costruzione di un ambiente assai ambizioso e innovativo: una “nuvola della scuola”. Un ambiente non solo di contenuti digitali ma anche di spazi personali e sociali.
Il processo di innovazione vedrà poi un deciso impulso alla “dematerializzazione” dei processi, eliminando progressivamente la carta e facilitando in questo modo le iscrizioni, che dal prossimo anno si faranno solo online, così come tutti i processi amministrativi, l’archiviazione e la gestione documentale delle scuole e di tutto il Ministero.
Lo possiamo progettare e fare perché i lavoratori pubblici sono una risorsa preziosa del paese e non certo un ramo secco da tagliare, capace – spesso in condizioni di lavoro assai difficili – di grande spirito di servizio e perfino di sacrificio. Per questo ho deciso di programmare molto presto un nuovo concorso per insegnanti: perché è giusto ed anzi necessario per la salute di tutto il sistema formativo che anche le generazioni più giovani possano dare il loro insostituibile ed originale apporto alla formazione dei futuri italiani. Una scelta che ha molto pesato nella mia decisione di sbloccare il sistema di reclutamento anche nel sistema universitario, con il varo qualche settimana fa dell’abilitazione nazionale. Insomma, stiamo lavorando ad una scuola e ad un sistema di formazione e di ricerca al passo con i tempi e capace di primeggiare in Europa e nel mondo, non solo come già accade per casi individuali ma anche per la complessiva forza stessa del sistema.
Si tratta di una sfida ardua ma alla nostra portata. Perché quando siamo capaci di unirci siamo davvero un grande paese. E allora nulla ci è precluso.
Buone ferie
Francesco Profumo”

Troppo, per non provocare risentite risposte. La prima, bella e pienamente condivisibile, è venuta dal precari della scuola. E non poteva mancare.

Signor Ministro,

I Precari della Scuola, docenti, amministrativi, ausiliari e anche studenti, visto che il loro iter educativo è stato vieppiù precarizzato dall'”epocale” controriforma basata sulla falcidie di posti di lavoro e materie portanti che è stata attuata dall’arrogante e incompetente Gelmini, da Ella molto ammirata, sono spiazzati e si sentono francamente insultati dal Suo impudente e incredibile “augurio” di buone vacanze, ulteriore contrassegno della siderale distanza esistente tra la percezione ministeriale, deamicisianamente stucchevole ed irenistica, della vita scolastica attuale e prefigurabile, e la percezione drammaticamente sofferta e conflittuale che della Scuola hanno i precari, che da anni ci lavorano con passione in condizioni estreme, e che stanno profondendo tutte le loro energie nello sforzo di scongiurare la deriva privatistica e la rifunzionalizzazione antidemocratica di una Istituzione cruciale per i destini del paese, che gli ultimi governi, del tutto indifferenti ai valori della cultura e incapaci di riconoscerne la peculiare “produttività”, hanno avuto l’ardire di degradare a “servizio”.
Controbattere alle Sue affermazioni allegramente parenetiche e alle Sue rosee prospettazioni significherebbe costringerLa ad uno sforzo troppo prolungato e articolato di analisi e di meditazione, se non altro in ragione del fatto che parlare di futuro come se il passato non concorresse a ispirarne e condizionarne la costruzione è già di per sé un assurdo storico e teoretico.
Ci limitiamo, perciò, alla sola intestazione della sua surreale letterina, che a noi suona già come una provocazione. Vorremmo infatti sapere a quali studenti Ella si rivolga quando dice “Cari studenti “: forse a quelli che l’hanno contestata in diverse sedi e che sono scesi in piazza cento volte, sfidando i Suoi manganelli, per protestare contro l’azzeramento del diritto allo studio? O a quelli che quest’anno si sono visti aumentare le tasse regionali del 120% e che Ella ha insultato e ferito, in Sicilia, pochi giorni fa, attribuendo esclusivamente a loro, in quanto “fuoricorso”, il tracollo di un’Università piagata dal baronato, vergognosamente depauperata, ridotta ad un laureificio seriale e vanificata, nella sua azione, da una società sempre meno disposta ad accogliere personale altamente qualificato, trovando più comodo e funzionale brutalizzare i lavoratori e farli morire precari?
E a quali insegnanti e professori si rivolge quando dice “Cari insegnanti e professori”, di grazia? A quelli di ruolo, che rischiano di tornare, a settembre, in una scuola violentata e balcanizzata dalla Legge “ex Aprea”, il cui passaggio proditorio abbiamo scongiurato con le nostre recentissime proteste, che si configura come strumento-cardine della dissoluzione di quell’unità d’Italia tanto celebrata a chiacchiere e che esautora i docenti, riducendoli a burattini ricattabili da presidi-padroni e da privati finanziatori abilitati anche ad espropriarli della dignità professionale, stabilendo quali argomenti trattare e quali no, allo scopo di creare non più cittadini consapevoli, ma perfette macchine da sfruttamento aziendale?
Oppure si rivolge a noi precari, decrepiti quarantenni da spazzar via per far posto a quei “giovani” tenuti tuttavia con tracotanza e per prudenza fuori da tutti i palazzi del potere; a noi, che siamo inseriti in Graduatorie faticosamente scalate che Ella vuole capricciosamente e irresponsabilmente “sparigliare” con un concorso che violerebbe qualunque norma giuridica sui diritti acquisiti e che cozza contro il più elementare buon senso?
Noi siamo sgomenti e restiamo davvero basiti, non solo nel constatare l’illegittimità, la pericolosità e l’inconsistenza delle motivazioni che La inducono ad annunciare, nelle condizioni in cui i governi dal ’97 ad oggi ci hanno messo, un nuovo concorso (troviamo sia permeato di pericolosissimo razzismo eugenetico l’assioma assurdo che un “giovane” sia necessariamente portatore di valori e metodi “innovativi”!), ma anche nel rilevare l’assoluta strafottenza che Ella ostenta rispetto alle tremende falle e ai feroci limiti che hanno caratterizzato i sistemi di reclutamento fin qui posti in essere per “fare cassa” sulla precarietà, di cui non dobbiamo essere e non saremo certo noi (questo glielo promettiamo senz’altro!), a pagare definitivamente lo scotto, facendoci da parte in silenzio dopo anni e anni di attesa, di esperienza maturata, di dolore patito nel lasciare in sospeso, per violenza istituzionale, il dialogo appena instaurato con i nostri studenti e di furto legalizzato delle nostre spettanze.
A chi dice “Cari genitori “, poi? Alle madri-maestre licenziate e rispedite a fare le casalinghe perché surroghino quel welfare che il permanere dei privilegi di pochi speculatori rendono “insostenibile”? Ai genitori che si sono visti tagliare il tempo pieno e che sempre più sono costretti a iscrivere i loro figli nelle costose scuole private del pensiero unico? Alle madri e ai padri degli alunni disabili buttati fuori dall’aula-Taigeto quando vengono “somministrati” alle classi i velenosi e stolidi quiz dell’odioso e odiato Invalsi, rigettati dai loro stessi creatori per la loro inefficacia e da voi adottati a dispetto dell’opposizione strenua di docenti e famiglie?
E a chi si rivolge, ancora, quando dice “Cari impiegati del personale amministrativo, tecnico e ausiliario”? Ha forse dimenticato che la spending review, da Ella certamente approvata con quell’alto senso di responsabilità che vi impegna moralmente a scaricare i costi della crisi sui più deboli e a massacrare il settore pubblico, obbliga i docenti inidonei e i tecnici a svolgere le mansioni degli amministrativi, che restano, così, senza lavoro?
L’avete chiamata “riconversione”… ricorda? E’ quell’infamia con cui si equipara il lavoro di operatori scolastici specializzati a quello di fungibili lavapiatti! 10.000 docenti, “in esubero” per i tagli pregressi, andranno ad insegnare materie che non conoscono e 4000 docenti circa, gravamente ammalati, saranno costretti a improvvisarsi segretari!
E tutto questo mentre si parla, con retorica melensa ed “efficientista”, di merito e di competitività! Quindicimila lavoratori tutelati dalla legge e dalla Costituzione verranno barbaramente umiliati e defunzionalizzati per raggranellare 200 milioni di euro, cioè poco più del costo di un solo maledetto bombardiere F-135!
Non staremo a rimarcare, per noia e per stanchezza, la fallacia e vacuità della Sua puerile fede nella biunivoca corrispondenza tra informatizzazione e “ammodernamento”: Le ricordiamo che anche le immagini pedopornografiche viaggiano, oggi, attraverso i “dematerializzanti” canali telematici, e La sfidiamo a sostenere che anche in questo caso siamo di fronte ad una “modernizzazione”!
Anche noi Le auguriamo buone vacanze, Signor Ministro, senz’ombra di ironia, dal fondo della nostra angoscia crescente. Le auguriamo un periodo di riflessione profonda sulla devastazione e sui molteplici guasti che l’estensione indebita, alla Scuola, del modello produttivo mercantilistico sta generando, compromettendo l’organicità strutturale del sistema scuola e rinnegando la finalizzazione disinteressata, umanistica e civica dei processi educativi, cioè mettendo fortemente a rischio l’unità del paese, l’uguaglianza costituzionalmente sancita tra cittadini e, in prospettiva, la pace nazionale.
Le suggeriamo di fare letture proficue, magari di rileggere i passi in cui Quintiliano, primo professore di “Stato”, elogia la scuola pubblica e ne illustra i vantaggi rispetto alla privata, o di rileggere quel passo del Siddharta di Herman Hesse in cui il protagonista dimostra concretamente, a un imprenditore, quanto una superiore cultura filosofica e umanistica “implementi” anche il guadagno materiale, consentendo di anticipare intuitivamente le reazioni dei partner d’affari,
oppure ancora di leggere qualche libro-testimonianza di Erri de Luca, scugnizzo assurto al rango di osservatore acuto e geniale delle dinamiche del vivere e dell’essere grazie alla Scuola della Repubblica, a quella Scuola statale che, tra le sue mura, come egli ha scritto, ha fatto “il pari ” dal dopoguerra a oggi, emancipando chi altrimenti sarebbe rimasto eterna vittima del fattuale e brutale “dispari ” economico-sociale.
Noi precari in vacanza non ci andiamo, in massima parte: molti di noi non possono permetterselo; altri non hanno il coraggio né l’animo predisposto ad andarci, pensando che, dopo anni di abnegazione e di insegnamento nonostante tutto gratificante, di aggiornamento a proprie spese e di sacrifici personali e familiari, non riusciranno ad entrare in classe, forse mai più; altri ancora sono alle prese con la pianificazione laboriosa ed estenuante delle necessarie azioni di contrasto al progetto governativo di smantellamento totale della Pubblica Istruzione, surrogando la quasi inesistente opposizione parlamentare.
Auspichiamo che Ella, Signor Ministro, che può godersele senza ansie né timori, torni dalle Sue serene vacanze con un minimo di pudore e con un massimo di dovuta resipiscenza.

I Precari Uniti contro i tagli.

Se è probabile che il ministro dei quiz non abbia capito molto della colta, appassionata e politicamente articolata risposta dei precari, non ci sono dubbi che l’anonimo commento dedicato da Tuttoscuola all’intervento dei precari somigli molto alle infauste veline del Minculpop:

L’ottica è quella della corporazione che si difende
Quei contro-auguri dei precari al ministro
.

Una lunghissima lettera aperta, genericamente firmata ‘I precari uniti contro i tagli’, fa i contro-auguri di Ferragosto al ministro Francesco Profumo facendo la summa di tutte le critiche mosse all’attuale titolare del Miur dall’ala più militante e ideologizzata del mondo del precariato scolastico.
Il ministro è intanto accusato di aver implementato la “epocale controriforma” attuata dalla “arrogante e incompetente Gelmini, da Ella molto ammirata”, ragione per cui i precari “sono spiazzati e si sentono francamente insultati dal Suo impudente e incredibile augurio di buone vacanze, ulteriore contrassegno della siderale distanza esistente tra la percezione ministeriale, deamicisianamente stucchevole ed irenistica, della vita scolastica attuale e prefigurabile, e la percezione drammaticamente sofferta e conflittuale che della Scuola hanno i precari, che da anni ci lavorano con passione in condizioni estreme”.
Ma fin qui, se si prescinde dal carattere colto-ridondante del linguaggio (le affermazioni del ministro sono definite ‘parenetiche’, ‘surreali’, e compaiono citazioni di Erri De Luca e di Siddharta), non si è lontani dalle critiche che anche altre organizzazioni muovono alla linea del governo. In più i ‘precari uniti contro i tagli’ mettono una visione del ruolo della scuola pubblica totalizzante, ostile a ogni innovazione di carattere organizzativo-amministrativo (il ddl Aprea è definito “strumento-cardine della dissoluzione di quella ‘unità d’Italia’ tanto celebrata a chiacchiere e che esautora i docenti, riducendoli a burattini ricattabili da presidi-padroni e da privati finanziatori”), e frontalmente avversa alla valutazione di sistema che attraverso i “velenosi e stolidi quiz dell’odioso e odiato Invalsi” pretende di sostituirsi alla valutazione dei docenti.
Ma soprattutto i precari, o almeno quelli che si riconoscono nelle posizioni espresse in questa lettera di contro-auguri, sono assolutamente contrari ai concorsi aperti ai giovani aspiranti insegnanti: a chi si rivolge il ministro quando scrive ‘cari insegnanti’? Forse “a noi precari, decrepiti quarantenni da spazzar via” per far posto ai giovani? “A noi, che siamo inseriti in Graduatorie faticosamente scalate che Ella vuole capricciosamente e irresponsabilmente ‘sparigliare’ con un concorso che violerebbe qualunque norma giuridica sui diritti acquisiti e che cozza contro il più elementare buon senso?”
Per le argomentazioni addotte, come si vede, questo movimento non può che essere definito ‘corporativo’ in senso tecnico: ostile alle innovazioni, al mercato, all’ingresso di nuove leve (e nuove idee), come lo furono altre corporazioni nella storia. Ma per fortuna, vorremmo aggiungere, persero tutte.

Nemmeno il tempo di rimediare e due risposte, una diretta e l’altra indiretta sono giunte al ministro e ai suoi difensori d’ufficio:

Gent.mi Operatori del sito Tuttoscuola

Sono Marcella Ràiola, docente di Lettere classiche (classe di conc. A052, latino e greco al triennio di quel che resta del liceo classico e materie letterarie, latino e greco al ginnasio), precaria da dieci anni e in servizio come supplente dal 2002 nei licei della provincia di Napoli.
Sono l’autrice della risposta agli auguri del Ministro Profumo, firmata, per sintesi, “Precari Uniti contro i tagli” – che non è il nome di una “corporazione” ma di uno dei tanti gruppi facebook creato dai precari e dai docenti per dibattere di quelle riforme che ci cadono addosso di continuo e che stanno devastando la scuola – in quanto i colleghi in lotta e in piazza con me da cinque anni, condividendone tono e contenuti, hanno espresso la volontà di aderire al documento, corroborandone, così, le tesi e le posizioni.
Il Vs. commento alla mia lettera, astioso e accusatorio, palesa lo stesso fastidio per la cultura “alta” e per l’argomentazione retoricamente curata e logicamente serrata che si riscontra negli appartenenti a certe sétte i quali vedono (e giustamente) nella cultura e nell’emancipazione un pericolo mortale per la sussistenza e l’accettazione acritica dei propri dogmi, sicché direi che proprio il Vs. atteggiamento può essere a buon diritto definito, “tecnicamente”, come piace a Voi, “corporativo”!
Che reato si commette, poi, nel servirsi della cultura, della letteratura, della grande arte, insomma, come puntelli del proprio discorso? Non voglio credere, dato che svolgete una delicata funzione, sia pure in una posizione antitetica rispetto alla mia, che apparteniate a quella cerchia di persone semplicistiche, allergiche al dubbio e al confronto che considerano la cultura una dotazione da saccenti, un prodotto del temibile demone rosso dell’ideologizzazione oppure una frivola chiacchiera da salotto… Sarebbe assai triste, in verità!
I docenti precari non sono un partito né difendono interessi personali e privati, ma un bene comune e valori costituzionali quali la libertà d’insegnamento sancita dall’art. 33 della Cost., la laicità, il pluralismo delle posizioni e le pari opportunità, parimenti previste e difese da quella stessa Carta fondativa che i “modernizzatori” del sistema a Voi tanto graditi stanno trasformando in carta straccia, accanendosi in particolare sull’istituzione che ha garantito, appunto, quel po’ di mobilità sociale che l’Italia, malgrado tanti ostracismi corporativi veramente nocivi alla vita democratica, ha potuto e voluto sperimentare.
Quanto al misoneismo (Oh! Scusi: ho usato un altro parolone! E’ che quando andavo a scuola mi hanno persuaso che avere tante parole significa avere tante risorse in più e che le parole sono tutte uguali: basta usarle nei contesti giusti!) che ci imputate, con riferimento al concorso, Vi invito serenamente a considerare quanto vecchia e usurata sia la formula ministeriale del concorso, che apre la via a giochi clientelari, a nepotismi e ingiustizie di ogni genere, come dimostra la recente clamorosa vicenda del concorso a preside e, insieme, a valutare con obiettività la nostra posizione: siamo vincitori di più di un concorso e, nel 90% dei casi, detentori di titoli post-lauream (dottorati di ricerca, corsi di perfezionamento, masters); siamo nel pieno della maturità esistenziale e professionale; abbiamo garantito il funzionamento della scuola per più e più anni, in attesa della stabilizzazione; abbiamo consentito allo Stato di risparmiare, sulla nostra pelle e su quella degli alunni, privati della continuità didattica, migliaia di euro all’anno.
Vi pare decente costringere dei 40enni umiliati da anni e anni di precariato a “rigiocarsi” alla lotteria del concorso il posto che spetta loro di diritto e per legge, adducendo come giustificazione la sola, opinabile e assurda idea che bisogna “svecchiare” una scuola che intanto, paradossalmente, trattiene fino a 67 anni i docenti sulla cattedra, per non pagare loro la pensione?
Non hanno dunque alcun valore, per Voi, di fronte alle presunte “magnifiche sorti e progressive” additate da un ministero che ha tagliato 8 miliardi all’istruzione, i diritti acquisiti, la Giustizia, la coerenza logica e morale?
Qualcuno chiederebbe mai a un chirurgo con 10 anni di attività di rifare l’esame di anatomia e un test per stabilire quali siano le sue “attitudini” a stare in corsia? Come mai l’esperienza è un valore per tutte le categorie ed è un deterrente per i professori? Ve lo siete chiesti? Vi siete chiesti come mai solo per i prof. valga la “presunzione di ignoranza”? Vi siete chiesti come mai sugli scranni di questi signori politici che postulano lo “svecchiamento” della scuola non siede quasi nessuno che sia sotto i 55-60 anni?
Tra i “Precari uniti contro i tagli” ci sono moltissimi docenti “giovani”; Vi assicuro, che aborrono l’idea di salire in cattedra scavalcando colleghi illusi per anni e che, fortunatamente, sono tanto intelligenti da capire che la “giovinezza” non è affatto una garanzia di maggiore entusiasmo o preparazione a livello didattico, perché ci sono giovani retrivi e pigri e, viceversa, “anziani” dinamicissimi e sempre pronti ad aggiornare le proprie metodologie!
Quanto all’Invalsi e alla Legge Aprea, non ho bisogno di diffondermi, perché l’articolato della legge e il boicottaggio attuato da migliaia di docenti e studenti che quest’anno hanno rifiutato i quizzetti (pieni di errori) propinati loro, bastano a denunciarne la pericolosità e l’intento snaturante e destrutturante per la Scuola così come vogliamo continuare a percepirla e concepirla.
Nella “chiusa” del Vs. articolo avete auspicato che la nostra “corporazione” perda le sue battaglie. Non so come finirà la dura lotta che stiamo conducendo contro i mistificatori del senso dell’educazione, contro questi finti modernizzatori che fanno coincidere il progresso con uno sviluppo meramente economico e che chiamano “merito” la traduzione in modelli pedagogici asimmetrici e meccanizzanti dell’egoismo delle privilegiate èlites produttive; so per certo, però, che che la nostra eventuale sconfitta sarebbe una grave sconfitta per la vera “autonomia” e per la democrazia.
Grazie per l’attenzione riservata a me e ai Precari Uniti.

Prof.ssa Marcella Ràiola (Napoli)

Poco da replicare per il malaccorto anonimo, tanto più che a rincarare la dose è giunta a Profumo una replica che, al di là delle difese d’ufficio di veline e velinari, va agli atti e servirà agli storici domani. Si tratta di una lettera aperta, firmata dal gruppo de “L’università che vogliamo”, autore di un documente intitolato “Carta di Roma”, in cui si delinea un sistema formativo del tutto alternativo a quello promosso da Profumo. La lettera, sottoscritta da un folto gruppo di universitari, rafforzati da una valida pattuglia di docenti delle scuole pubbliche, smantella letteralmente l’accusa di “corporazione” mossa ai precari da “Tuttoscuola” e mostra quanto culturalmente valida e politicamente fondata e condivisibile sia l’opposizione al ministro Profumo e alle politiche per la formazione del governo Monti.

Lettera aperta a Francesco Profumo da “L’Università che vogliamo”

14 agosto 2012

Caro Ministro,
all’inizio della pausa estiva (per chi se la può permettere, e tra noi non tutti possono), vorremmo anche noi condividere alcune riflessioni con Lei.
Prendiamo atto del fatto che Lei abbia “potuto toccare con mano la forza di questa grande comunità” che è il sistema dell’istruzione pubblica italiana. Questa, però, non mostra “la sua centralità” solo in occasione delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale, bensì lo fa tutti i giorni, nella sua dimensione ordinaria. Lo fa accogliendo i figli dei migranti che entrano nelle classi senza conoscere una parola di italiano; lo fa aiutando le persone diversamente abili; lo fa divulgando il sapere senza alcuna distinzione di classe, religione, sesso e lingua; lo fa all’interno di poche e sovente vetuste strutture, con poco personale, in condizioni di lavoro sempre più difficili, con stipendi inadeguati e tra l’indifferenza generale della politica.
Non è il caso, Ministro, di riempirsi la bocca con la retorica della patria. Una retorica ingannevole volta a rappresentare un’unità di intenti indotta la quale cozza con l’immagine che oggi l’Italia dà di se stessa: un paese iniquo che discrimina i suoi cittadini in base alla loro condizione di partenza; un paese che costringe quotidianamente chi fa parte del nostro mondo a una concorrenza deteriore cui riesce a fare fronte solo chi ha più le spalle coperte per adeguare le proprie speranze a un presente improbo.
Di fronte all’immagine di una pubblica istruzione vilipesa dalla chiusura degli istituti scolastici, offesa dalla perdita progressiva di importanza e di investimenti che il sistema del sapere pubblico subisce ciclicamente, noi non ci sentiamo in dovere di celebrare l’unità armonica della patria, quanto semmai di ripensarla. E non per quella che le potrebbe sembrare una malintesa volontà antinazionale, ma perché abbiamo la piena consapevolezza che non in questa armonia, bensì nella rivendicazione costante e puntuale dei nostri diritti – campo in cui Lei ci sembra debole – si cementano le migliori democrazie nazionali e le “patrie” più robuste. Gli intenti comuni, signor Ministro, non esistono per mera buona volontà, né per quella virtù taumaturgica della retorica cui Lei – con una punta di cattivo gusto – fa ricorso citando l’atroce delitto di una ragazzina per dipingere ai nostri occhi il mondo dell’istruzione pubblica come idilliaco ed entusiasta.
Il mondo dell’istruzione pubblica è quello delle scuole con organici insufficienti, con classi sovradimensionate, con i muri scrostati e i banchi spaccati. È il mondo degli studenti “meritevoli”, usando un vacuo termine di cui tanto si è usi riempirsi la bocca, e che però vivono il diritto allo studio come un miraggio, come l’ennesimo riflesso di una concorrenza che non sta allenando i corpi ma li sta uccidendo. Studenti costretti, signor Ministro, ad attacchinare manifesti sui muri delle città o a lavorare sera per sera non per desiderio di autonomia, ma per costrizione che toglie loro possibilità altrimenti concesse a chi, agiato, può concedersi il lusso dell’istruzione.
Sì, signor Ministro, nella patria dei cui destini noi dovremmo essere partecipi, l’istruzione è un lusso, come sanno bene i ricercatori precari, inquadrati dentro Università dagli enormi deficit. Donne e uomini spesso costretti a lavorare gratis, che riescono a sopravvivere solo grazie a introiti esterni a quelli ottenibili con la propria professione e che per questo o la vedono dequalificata oppure sono costretti ad abbandonarla.
Il mondo dell’istruzione pubblica è fatto di docenti oberati da pratiche amministrative e impossibilitati a svolgere le loro attività didattiche e di ricerca.
E quale futuro ci prospetta Lei? Un futuro in cui l’istruzione pubblica torni a essere il fulcro del progresso morale e materiale dell’Italia, spereremmo tutti.
Tuttavia si può garantire tale futuro se le notizie che riguardano questo settore ci riferiscono con dolorosa regolarità di tagli e di provvedimenti che devono tradursi in realtà “con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”?
Si può garantire tale futuro se alla parola “docenti” si associa sempre e comunque il concetto di “esubero”?
Si può garantire tale futuro se ai recenti test di ammissione al cosiddetto Tfa si è assistito a una pagina che definire vergognosa è dire poco, con le commissioni ministeriali che hanno mostrato la loro completa non-conoscenza delle materie sulle quali avrebbero dovuto essere specializzati? Come è possibile che nelle classi di concorso relative alle scienze naturali, all’elettronica e al francese oltre il 40% dei quesiti fosse errato? Come è possibile che nella classe di concorso relativa alla filosofia fossero errate le domande relative a Hume, Pascal, Feuerbach, Descartes e Leopardi (solo per dirne alcune)?
Non si può garantire un futuro all’istruzione se i meccanismi selettivi del futuro corpo insegnante sono modellati sul modello dei quiz a premi, svilendo anni di educazione critica alla complessità del sapere che è così ridotto a un offensivo e inutile nozionismo, figlio di una cultura, i cui risultati bene oggi stiamo vedendo, che annichilisce il pensiero critico, e con esso il fondamento del pensiero scientifico, ossia la continua revisione delle nozioni apprese.
Signor Ministro, prima ancora che ricercatori e studiosi, noi siamo uomini, non automi. Come tali vogliamo essere trattati e pretendiamo rispetto. Altrimenti la Sua patria è un dato a priori, una nozione come le tante, inutili e spesso anche sbagliate, su cui siete arrivati a richiedere anche un offensivo obolo, dopo anni di studio non garantito e sempre più costoso, ad alcune delle migliori generazioni di studiosi mai nate nel nostro Paese.
Non è possibile garantire un futuro in cui l’istruzione pubblica torni a essere il fulcro del progresso morale e materiale dell’Italia se ogni anno agli studenti universitari viene proposto un aumento delle tasse di iscrizione in una escalation che, di fatto, costituisce una lesione al diritto di studio universale così come viene riconosciuto e garantito alla Costituzione Repubblicana.
Non esiste futuro per l’istruzione se il mondo della docenza universitaria è precluso ai ricercatori trenta-quarantenni, se il nuovo concorso per le abilitazioni alle docenze universitarie si basa su bizantinismi astrusi (le cosiddette mediane) e non su una valutazione quantitativa e organica del percorso scientifico dei singoli candidati.
Non esiste futuro per la pubblica istruzione se non si procede a quella che oggi è la primaria esigenza della istruzione in Italia: un investimento decente, che inverta la consolidata e fallimentare tradizione dei tagli, per consentire un futuro non tanto ai tanti e preparati ricercatori giovani cresciuti grazie al sapere pubblico, ma per consentire che, attraverso la salvaguardia e la riproduzione di quel sapere l’Italia tutta possa quantomeno vivere una stagione di decenza che da anni le manca.
Questo cerchiamo e questo vediamo mancare, stupiti dal propagandismo con cui si eludono i problemi concreti del sapere per giocare con dei semplici palliativi quali il tentativo di imporre lezioni universitarie solo in lingua inglese, cancellando con singolare spirito provinciale e omologazionista non solo quell’identità nazionale che a parole tanto si dice di voler difendere, ma secoli e secoli di storia.
Il mondo dell’istruzione pubblica non è, come qualcuno vorrebbe far credere, un luogo improduttivo e parassitario. Dall’istruzione primaria all’università, esso concentra le migliori intelligenze di questo paese, donne e uomini su cui qualsiasi governo mediamente illuminato punterebbe per tentare di farci uscire da una crisi che non è solo economica, ma è anche morale e intellettuale. Un paese che volesse rilanciarsi fornirebbe a queste persone motivazioni e risorse, in assoluta discontinuità con gli esecutivi che hanno preceduto quello di cui Lei fa parte. Invece assistiamo a provvedimenti di facciata quali le pagelle elettroniche, i portali internet che non servono a nulla e a nessuno.
Non servono, caro Ministro, novità difficilmente definibili come la “nuvola della scuola” da Lei promessa, bensì elementi tangibili che servano a risollevare l’istruzione pubblica dalla polvere in cui è stata fatta precipitare.
Servono investimenti, serve considerazione, serve una ridefinizione dell’istruzione pubblica che svincoli quest’ultima dalla sudditanza al mercato.
Non serve un “programma di azione… temerario”, bensì certezze, se non vogliamo affondare definitivamente.
Senza una radicale inversione di tendenza rispetto al passato, il momento della ripresa si tradurrà nella più significativa opposizione del mondo della scuola e dell’università che si sia registrato in questi anni.
Buone ferie anche a Lei.

L’Università che vogliamo

Non basta. Ai malaccorti auguri del ministro hanno replicato il professor Luciano Canfora, un’autorità nel campo della Filologia Classica, che ha stroncato i test, defindoli «antieducativi» e la “rivolta” dei 27 decani della cultura umanistica, che hanno scritto a Napolitano, per chiedere l’abolizione dei quiz per l’abilitazione all’insegnamento, definiti senza mezzi termini avvilenti, “degradanti, buoni per i cretini” e ‘“nozionismo di bassa lega“.
Chissà se al ministro Profumo comincia a sorgere il dubbio che ad aver bisogno di auguri siano soprattutto lui e i suoi due ineffabili sottosegretari.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 agosto 2012

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Stefano Esposito e Mario Pittoni sono stati “nominati” rispettivamente deputato e senatore nell’aprile del 2008. Il primo l’ha imposto agli italiani il segretario del Partito Democratico, il secondo ce l’ha regalato il padre padrone della Lega Padana. Negli anni vituperati della “prima repubblica” non sarebbero mai entrati alle Camere, in quelli nostri, che politologi, pennivendoli e velinari definiscono della “transizione“, godono di laute prebende, vasti privilegi e conseguenti onori. Accomunati dalla fede liberista, Esposito è pagato per far l’opposizione al governo, Pittoni, per sostenerlo, ma la fatica che fanno per dimostrare le contrapposte appartenenze ricorda Sisifo e il suo impossibile macigno. Entrambi federalisti, entrambi liberali e liberisti, più spesso d’accordo che divisi, s’occupano tutt’e due, nessuno sa bene in nome di quali titoli conquistati sul campo, di questioni legate alla scuola e anche qui, dietro le differenze sbandierate, dietro gli scontri sanguinosi recitati nell’aula sorda e grigia e le diverse linee ufficiali dei partiti, le vicinanze spurie sono ben più marcate delle distanze ostentate.

Lo sanno tutti. In tema di politica ormai vige il principio antico della regia marina: ciò che dici stasera non vale domattina. Non fa meraviglia, perciò, se oggi, mentre sul dramma dei precari della scuola Bersani punta il dito sul Governo e la Lega s’attesta a difesa, il democratico Esposito s’incontri a Torino col leghista Pittoni per un’intesa sulla questione delle graduatorie a pettine e sulla proposta di emendamenti legata al “bonus di permanenza“. Qui non conta entrare nel merito della proposta. Il trattamento ricevuto dai precari della scuola dalle due destre che in Parlamento recitano a turno i ruoli di maggioranza e opposizione basta da solo a giustificare centomila piazze italiane occupate e una rivolta ben più che nordafricana. Importa notare due cose: tra divergenze sbandierate e convergenze realizzate, questa maggioranza e questa opposizione hanno smantellato assieme scuola, università e ricerca. Non importa se alla fine la spunteranno Pittone e la Lega, sicché gli insegnanti che non hanno lasciato la propria provincia riceveranno un punteggio aggiuntivo, o se le cose rimarranno com’erano e ogni docente otterrà in graduatoria la posizione che gli spettava in base al punteggio maturato. Pettine o no, l’oltraggio sanguinoso al lavoro e ai diritti, l’attacco micidiale alla scuola, il disprezzo delle regole e della funzione decisiva del sistema formativo è tale, che non saranno Esposito e Pittone a migliorare o peggiorare il quadro. Conta invece, questo sì, nel clima euforico delle vittorie elettorali e nei legittimi sogni legati ai referendum, la consapevolezza che la via elettorale non produce automaticamente la soluzione della crisi, che fortissimo, anzi, è il rischio che tutto si riduca all’ennesima trucco dei gattopardi.

Abbiamo di fronte due destre consorziate per il potere contro i diritti. Due bande che si spalleggiano da anni, sceneggiando lo scontro nel palazzo e soffocando la rabbia nelle piazze. Abilmente Esposito e Pittone segnano confini inesistenti per ingannare i polli, ma in Parlamento siede gente che, da Genova 2001, copre sistematicamente le spalle a ogni prepotenza dell’ordine costituito, gente che ha lasciato passare ogni vergogna e in dieci anni, destra o sinistra è stato lo stesso, non ha voluto mettere insieme una Commissione d’inchiesta sulla macelleria cilena, sulle guerre incostituzionali condotte con armi proibite, sui bilanci di scuola e sanità criminalmente dissestati per incrementare la spesa militare. Gente che s’è assunta in solido la responsabilità del dissesto idrogeologico e delle sue tragiche conseguenze. Si può anche credere, è legittimo e la speranza è l’ultima a morire, che una marea di voti antisistema produca un pacifico terremoto, sicché finalmente poi si volti pagina. Si può e si deve crederlo. Dopo il 14 dicembre del 2010, tuttavia, con i giovani in piazza come a Tunisi e i deputati barricati nel palazzo per vendere e comprare voti, quel “golpe bianco” procede strisciante. Bene sarebbe, perciò, se Esposito e Pittone potessero sentire che non è più tempo di trucchi, che l’unità alla base s’è saldata: precari, lavoratori ancora “garantiti“, disoccupati e cassintegrati. Si parla da giorni di “un nuovo modo di fare politica“; sembra riguardi leader e partiti e non è vero. Il “nuovo modo” è antico e riguarda noi: dietro i gentili “Cahiers de Doléances “, c’è la rabbia che incendiò la Bastiglia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 3 giugno 2011

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Quasi sera. Ombre sempre più lunghe. Dante imbronciato nel suo mantello di marmo fluente, tracce di volantini calpestati e l’eco dell’ultimo intervento che ancora batteva sul tasto morale:
Donne di nuovo in campo, ripeteva, donne per dire no a questo scempio e ricordare: si lavora, si suda, si vive e tutto si conquista. Dignità!
Perché far chiudere ad Angela, col suo cappotto rosa e il basco di sghimbescio, nessuno saprà mai, ma un ingegno acuto, di quelli che vanno dritto al sodo, aveva commentato con amarezza tagliente:
Questa qui nella sua vita non ha mai lavorato. Io me la ricordo sempre “amica” di chi contava molto. E che scalata! Le manca il Parlamento, ma verrà.
Un filo di vento prendeva via Toledo dal mare d’infilata, girava per la piazza in mulinelli larghi e freddi e sfiorava il gruppo delle dissenzienti, “donne in rosso” per l’occasione, quelle che nelle lotte ci stanno sempre, e la carezza pareva eccitarle. Da giorni avevano messo su le mille iniziative di chi protesta: artiste da strada, balli provocanti, musica un po’ gitana con le chitarre pizzicate e battute e un coro greco di maschere squadrate che ripeteva in toni cavernosi:
Si vede che siam donne inferocite,
pronte a mordere chi ci viene incontro…

Occasione perduta, esplose stizzita Antonella, con occhi di fuoco sotto l’onda dei capelli neri. E tu, poi, perché non hai parlato?
Ce l’aveva con me.
Io? E parlare dove, scusa?
Dal palco! E dove sennò? Sono tre giorni che abbiamo dato il tuo nome alle organizzatrici. Per noi precari della scuola, parla lui…
Si vede che siam donne inferocite,
pronte a mordere chi ci viene incontro…
, ripetevano con un ritmo crescente, girandoci attorno in un cerchio elegante le splendide “donne in rosso“.
Nessuno mi ha detto nulla. Non mi hanno mai informato, borbottai.
Ma come? fece Antonella, inalberandosi. Che è questa vergogna?
Si vede che siam donne inferocite,
pronte a mordere chi ci viene incontro…

E’ la nostra vergogna. Lo sai. Avrei detto quello che oggi pensavamo in tanti: non muoviamoci di qui, la piazza è nostra. Prima se ne vadano a casa e poi sbaracchiamo. Evidentemente non hanno voluto.
E chi?
Chi? Voi con chi avete parlato? Chi in piazza ci sta per una sceneggiata!
Il resto lo tenni per me. Come racconti alla gente che questo governo parafascista vive dei silenzi complici e dei puntelli di un’opposizione speculare, di un “fascismo rosso”, tutto bibbie, parrocchie e potere? Come lo dici che ci sono mille modi di prostituirsi?
Nessun popolo può ragionevolmente credere che i disastri della storia siano colpa esclusiva di chi vince e governa, mi dicevo sconsolato, lasciando la piazza e aprendomi cortesemente un varco nel cerchio provocante delle “donne in rosso“.
Si vede che siam donne inferocite,
pronte a mordere chi ci viene incontro…

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 febbraio 2011

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Lo spot che Tg1 intende far passare per notizia, dopo cenni confusi al “cinque in condotta” e un’esibizione da Bagaglino dell’avvocato Gelmini, l’ha offerto l’altra sera, tra squilli di trombe e rullar di tamburi, un Sacconi formato imbonitore, con la storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ti lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterni passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Un provvedimento che certo rassicura, ti assicura Vespa, rassicurato dal salotto buono in crisi d’astinenza per la penuria di catastrofi naturali, di omicidi morbosi su cui montare un caso e l’inflazione di violenze carnali su cui già troppi mostri si sono sbattuti in prima pagina per rinnovare i primati d’ascolto.

Lo spot ha un suo obiettivo; è una tiritera ipnotica che varca l’invisibile soglia della coscienza, fa breccia nell’inconscio e tu ci credi: tutto va bene, tutto è veramente normale, madama la marchesa. Tutto va bene ma, calato il sipario e terminata tra applausi prezzolati l’opera dei pupi, i precari della scuola della Campania si ostinano a far circolare notizie sediziose e tendenziose sul taglio degli organici previsto nella misura del 10%, perché, spiega un indecifrabile Direttore Generale della scuola targata Gelmini, la regione ha il 10% degli organici nazionali e le tocca pertanto – qui c’è un empito di giustizia sociale – il 10% dei tagli. A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia: tre ispettori di polizia – sottratti alla via consegnata a scippatori, ladri e stupratori – per tenere a bada la pericolosissima commissione d’insegnanti ricevuta durante un sit. E’ durato un’ora il colloquio coi precari e, sotto lo sguardo vigile e rassicurante dei solerti funzionari di Pubblica Sicurezza – la sicurezza è un’ossessione di questo governo sicuro delle sue insicurezze – il Direttore Generale d’una scuola che minaccia di andare avanti senza più insegnanti ha trovato il coraggio di sputare il rospo. Numeri approssimati per difetto: 5000 insegnati tagliati come spighe nei campi che, sommati ai 3500 dello scorso anno, raggiungeranno il totale impressionante di 9000 docenti tagliati definitivamente fuori da ogni possibilità d’insegnare. Il colpo più duro tocca per ora alla scuola primaria, che dovrà vedersela poi col maestro unico e col pensionamento delle compresenze.

– Cinque in condotta, blatera l’avvocato, perché noi amiamo la scuola.
– Dal 10 al 20 % per cento spara al vento Sacconi, come fosse al mercato delle vacche. In quanto al Direttore Generale, anima pia, si stringe nelle spalle rassicurato dagli ispettori di Pubblica Sicurezza, incuranti dell’insicuro futuro dei lavoratori.

A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia e, a dire il vero, in barba alla sicurezza, la rappresentazione assume toni poco rassicuranti: gli esuberi basteranno a coprire tutte le cattedre vacanti e per i precari è sicuro: non c’è più speranza.
La crisi, ripete da Arcore il presidente Fregoli, sedicente operaio e normalmente padrone, è un’esagerazione cattocomunista. E di rincalzo Brunetta, che si muove a comando, ripete con voce chioccia e sprezzante: fannulloni!
– Nulla da sperare nemmeno per quanto riguarda trasferimenti e assegnazioni provvisorie in ingresso, sussurra il Generale Direttore. L’elevato numero di esuberi è una barriera insormontabile e in forte dubbio, per mancanza di fondi, risultano ormai anche gli incarichi regionali.
– Supplenze? Chiede la delegazione sotto ammonitore dei tre ispettrori.
– Assolutamente da escludere, risponde l’alto funzionario della scuola che non c’è più.
Inutile porre il problema delle continue violazioni della 626. Il governo del “pacchetto sicurezza” ritiene che a scuola la sicurezza sia un lusso e gioca a un rassicurante scaricabarile: la sicurezza dell’edilizia scolastica è competenza dei Comuni.
Rimangono le graduatorie a esaurimento che nella scuola primaria campana sono, “un bruttissimo quadro appeso alle pareti e alle bacheche degli Uffici Scolastici Provinciali della regione. Un elenco di nomi e cognomi che nessuno convocherà più e che pertanto possono anche riciclare per le fotocopie. Un lungo elenco di esseri umani di cui, nessuno, ha avuto considerazione, che nessuno ha rispettato, nessuno ha tutelato” [1].
Nessuno lo dice, nessuno se ne interessa e se chiedete a Cota vi dirà con inquietante sicurezza inquietante che la soluzione migliore è il federalismo fiscale. Cota, Bricolo, Bossi e Borghezio hanno una ricetta per tutto: hai la febbre? Il federalismo fiscale te la farà passare. Hai sonno? Il federalismo fiscale ti sveglia; vuoi dormire, il federalismo fiscale ti addormenta. Di tutto e per tutto.
Nani, mercanti, ballerine, cantano a coro:

La scuola? Federalismo fiscale!
Il lavoro? Federalismo fiscale!
L’immigrazione? Federalismo fiscale!
Ll’inquinamento? Federalismo fiscale!
La crisi economica? Federalismo fiscale!
Il maltempo? Federalismo fiscale
Federalismo, federalismo e federalismo. E si danno il cambio: se Cota è cotto, passa la palla a Bricolo, se Bricolo è alla frutta appoggia a Bossi e Bossi la dà a Borghezio.

Federalismo federalismo e ancora federalismo: è la ricetta per tutti i possibili mali.

Tradotta in termini lavorativi, in Campania, per gli insegnanti precari, la ricetta non significa solo disoccupazione, ma internamento, divieto e clausura: nella Repubblica un tempo fondata sul lavoro, oggi ai precari si nega il lavoro. Ridotto il Paese a un’accozzaglia di repubblichette, l’una arroccata attorno alla sua ricchezza, l’altra circondata dal muro invalicabile della sua povertà, i precari non hanno più diritto di cercar lavoro fuori della propria città e non possono assicurare un’esistenza dignitosa alla famiglia. Mariastela Gelmini di certo non lo sa, ma è peggio, molto peggio di quanto riuscì a fare quel nobiluomo di Mussolini, il duce del fascismo, quando decise la “disurbanizzazione degli immigrati privi di possibilità di lavoro“. Conquistatori d’imperi ma stranieri a casa loro, benché cittadini italiani, gli “immigrati” furono così espulsi e “rimpatriati” con foglio di via obbligatorio se non residenti e privi di lavoro. Gelmini taglia il male alla radice: il precario è internato nella sua provincia e non ne esce, anche se altrove può trovar lavoro.

Cancellato così così il principio di solidarietà e negata la libertà garantita dalla Costituzione, questa sorta di delirio va facendo lentamente il suo percoso, come una malattia dal decorso lento ma ineluttabile, danneggiando la qualità della scuola e minando alla radice il senso etico dei nostri giovani: Certo, l’avvocato Gelmini offre momenti di vero cabaret e Sacconi formato imbonitore insiste sulla storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ci lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterno passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Tutto va bene, madama la marchesa e, tuttavia, ci vuol poco a capirlo: questa gente sta seminando vento. Prima o poi, raccoglierà tempesta.

[1] Da una mail di Antonella Vaccaro, che ha fatto parte della delegazione di precari che ha incontrato il Direttore Generale Bottino.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 marzo 2009

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