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Posts Tagged ‘Forcella’

vicoloPer me smoke significa Forcella alla fine degli anni quaranta.
Vuoi sapere cos’è Forcella? Se hai un’idea tua di una bellezza divina, sciupata e maltrattata, se sai riconoscere un incubo, ma non hai paura di sognare, mettili assieme, paradiso e inferno, e saprai cos’è Napoli. Forcella è una strada di Napoli, Via Vicaria Vecchia c’è scritto sulle carte, una strada che scende verso un bivio e non è lontana dal mare. Di Forcella ricordo una chiesa caduta, che non c’è più, nera di fumo e di crepe che parevano rughe. Una bomba l’aveva centrata e pareva l’occhio guercio e bendato di un bucaniere. Era lì per fare la guardia a un antico budello: Vico Sant’Agostino alla Zecca, di fronte a Via delle Zite, vico di monache forse, certamente di zitelle, che si chiamava un tempo «Capo di Vico». Le conoscevo come le mie tasche quelle viuzze senza sole. Sono nato a Vico Zuroli, dove qualcuno conservava ciò che rimaneva d’una scatenata «devozione» popolare e ricordava Armelinda d’Ettore, la «santa», che in una casa di quel budello aveva vissuto.
Smoke per me è la divisa bianca dei marinai americani, le loro scarpe nere, lucide di «cromatina» e i lacci legati tra loro per farli inciampare, quando una mano svelta sfilava portafogli.
Smoke, per me, sono le bancarelle colorate del contrabbando di sigarette, pronte a sparire nell’ombra malata assieme ai cartoni variopinti delle “stecche” con le scritte inglesi storpiate dalla pronuncia scugnizza: «Pallaman! Lucstrai! Cammell!»
Questo è stato per me smoke e anch’io l’ho urlato come tanti. Urlavo, vendevo e se per caso ci piombava addosso« ‘a finanza», sfidavo la paura e facevo l’eroe. Tre passi e sparivo: «‘int’e vicoli ‘a finanza non nce trase…»
Smoke vuol dire pallore di ragazzini fatti solo di occhi grandi, svegli e profondi.
Smoke vuol dire per me occhi tristi.
Sono stato così, me lo ricordo bene; pronto a segnalare «a polisse» e «a finanza», convinto che il mondo avesse i suoi confini tra Via Duomo e le mura greche di Piazza Calenda, dove il malconcio «Cinema Teatro Trianon» m’incantava. Ci aveva recitato mia madre prima della guerra e anche a me piaceva recitare; per palcoscenico avevo la strada e ci mettevo in scena la commedia del coraggio che non avevo nella sfida precoce alla vita. Il cuore in petto mi batteva forte per la paura che non confessavo e correvo, correvo senza meta, avanti e indietro, dal barbacane che accecava il vicolo e mi metteva al riparo, alla strada di fronte, l’antica Via delle Zite, che misurava la forza delle mie gambe magre negli scatti improvvisi, nei salti sempre più lunghi oltre i cumuli di verdura di scarto che si allungavano da un marciapiede all’altro.
Correvo. Oltre i banchi di frutta e di pesce, a tutta velocità verso l’antico Sedil Capuano, assieme a compagni abituati alla diffidenza e alla solidarietà della strada. Compagni senza nome, che avevano solo soprannomi pittoreschi e barbari. Due più di tutti ricordo, sciupati, malaticci e subito affaticati, caratteristi per istinto, nati su quella scena improvvisata e sempre pronta a cambiare: Zé Monaco e l’inspiegato e rachitico Auccetiello. Recitavamo assieme, da artisti consumati, imitando l’andatura e i modi della gente che passava e riempiva la via di voci, colori e odore di vita; la gente che ci ignorava e scivolava via come fanno i tronchi sulla corrente dei fiumi, senza parlare, conservando gelosa i suoi segreti. Eravamo noi a decidere, a seconda dell’umore e dell’ora, se il pubblico dovesse amare o lottare, sperare o disperare. Noi, pronti a sberleffi e capriole, usavamo la gente come ispirazione, copione e pubblico d’occasione.
Smoke, per me, è Sant’Agostino alla Zecca, dove una sera scura piansi le lacrime che avevo – avevo appena visto sparire su, verso Sedil Capuano, mia madre in lite con mio padre – e sperai di morire. Mi trascinarono via i due compagni barbari, Zé Monaco e Auccetiello, con le parole incomprensibili d’una lingua che non era mia, ma dolci, sorprendentemente dolci – sono così in ogni lingua le parole della solidarietà: dolci come una musica – e non mi lasciarono più finché non mi tornò un sorriso anemico e non presi a recitare l’uomo forte, come facevo sempre per paura che si scoprisse la paura. Non avevano mamma, quei due, e Vico Sant’Agostino alla Zecca li aveva adottati. Io una mamma, invece ce l’avevo e la mia guerra un giorno finì.
Me ne andai una sera d’inverno. All’angolo del vicolo, i pantaloncini corti legati con lo spago, i gambali di gomma telata, le magliette di lana consumata, slabbrate e penzoloni, gli occhi più grandi del solito, due compagni disperati mi salutarono, piangendo.
«Nce vedimme».
Non ci tornai mai più. Ora è cambiato tutto, c’è chi conta le repubbliche e dice che siamo alla terza., Se ci passate, però, li trovate. Le repubbliche cambiano, ma loro sono sempre là, sessant’anni dopo.
Zé Monaco e l’inspiegato e rachitico Auccetiello. Per loro non è mai cambiato niente.

Da Fuoriregistro, 9 agosto 2003.

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Il Comitato Anticolonialista si riuniva a Vico Zuroli, a Forcella, cuore della città malavitosa, in un palazzo nuovissimo con un passato breve ed emblematico – se ne è persa la memoria di storie così, ma furono per anni vicende ordinarie – che a ricordarlo oggi, nel futuro remoto in cui sprofonda la civiltà dei diritti umani, getta fasci di luce accecante sulle chiacchiere libertarie dei signori della guerra preventiva ed infinita.
Da bambino l’avevo odiato, perché in una città da affollamento arabo – e araba assai spesso è la mia gente – che non ha spazi per i bambini nel reticolo stretto e buio dei cardini e dei decumani, sepolti nell’ombra degli edifici levati al cielo in cerca d’aria e luce, quel palazzo era venuto a cancellare un mondo. Prima che nascesse con i suoi pilastri di cemento armato, i suoi balconcini affiancati e gli ascensori silenziosi all’ingresso delle due scale, c’erano cumuli di macerie – i monti fantastici dei miei giochi infantili – pareti pericolanti e brandelli di scale d’un vecchio palazzo seicentesco sventrato pochi anni prima da una bomba angloamericana decisa a spazzar via i fascisti ad ogni costo, pur di liberarci. A costo di buttar giù la città casa per casa.
Su quella disperazione dimenticata correvano i miei sogni nei lunghi pomeriggi della mia prima infanzia. Corse, capriole, battaglie tra improvvisate trincee, gare spericolate e rischiose tra gradini incerti e muri pericolanti erano il palcoscenico sul quale io e i miei compagni rappresentavamo noi stessi e ci sentivamo padroni del mondo. Ci venivano talvolta disastrate compagnie di attori che regalavano sogni fatti di luci e colori e ci lasciavano a bocca aperta sulle sedie portate da casa e sistemate come si poteva nel breve pianoro tra i monti prodotto dal capriccio del bombardamento, dalle insondabili leggi che avevano disposto le rovine secondo un progetto di funzionalità condotto a termine dal nostro tenace lavorio di scavo e consolidamento.
Là, tra le rovine lunari prodotte dalla guerra, ho conosciuto la magia del teatro e m’è rimasta dentro – era Natale e davano la popolare “Cantata dei Pastori” – l’emozione d’un duello coloratissimo tra un arcangelo velato di blu, con la spada e lo scudo scintillanti, che una fune conduceva dall’alto sino a terra contro un drappello satanico, agitato e minaccioso nei mantelli rossi come il fuoco, e subito messo in fuga dal trionfo della luce celeste e dalla voce fuori campo d’un dio onnipotente che ci conquistava ed atterriva, fino all’apoteosi finale delle musiche e dei balli scoordinati, che ci mettevano la voglia irrefrenabile dell’applauso e suscitavano la passione mai più sparita per la “recita“.
Eravamo seduti, si scoprì poi durante i lavori di scavo delle fondamenta, su di una enorme bomba inesplosa che ci aveva minacciato per anni. “Liberati” dagli alleati, nutriti di latte in polvere e cotognate del piano Marshall – lo pagavamo in fondo con il riciclaggio dei fascisti, la tutela del Vaticano e la devitalizzazione del sogno partigiano – non saltammo in aria perché l’arcangelo Gabriele, tirato su coi fili magici dagli attori da strada, si era messo evidentemente in testa che no, non poteva accadere che la guerra appena finita diventasse infinita.
Gli angeli non fanno la storia e Gabriele lo sta imparando. Non poteva saperlo, ma la guerra infinita era là che attendeva lui e noi. C’era, in quel futuro che non conoscevamo ancora, ma si poteva intuire nelle rovine d’una guerra che aveva ancora una volta mentito ed ucciso. Era un passato che si è fatto presente e torna a mentire di liberazione.
Liberazione, dopo i disastri provocati dai liberatori vittoriosi ai popoli del pianeta ingannati.
Il Comitato Anticolonialista era lì, a quattro passi da casa, misterioso quanto bastava per attirare la curiosità d’un ragazzo che si portava dentro la storia d’un nonno socialista perseguitato e forse ucciso dai fascisti, una passione politica precoce ed estrema, irrimediabilmente sbilanciata verso i deboli e gli oppressi, alimentata da amore per la storia, spirito d’avventura, foscoliana passione per le “egregie cose” che comportavano il desiderio fermo di morire per nobili ideali. E nobile ideale mi pareva in quei tempi lottare per la liberazione di mia madre dalla prepotenza di mi padre. Nobile, soprattutto – ma non me ne rendevo conto – perché mi consentiva di trovare una causa razionale all’irrazionale “opposizione” che organizzavo scientificamente contro il potere paterno ed altro forse non era se non voglia di sentirmi uomo.
Ci giunsi, al Comitato, seguendo le indicazioni di un manifestino ciclostilato che accennava alla lotta di liberazione del popolo algerino e chiamava alla “solidarietà” democratica. “Liberazione” fu la parola magica che mi convinse. Giovanissimo – quindici, sedici anni appena – mi ritrovai così nel palazzo sorto sul palcoscenico delle mie avventure infantili, in una camera piena di fumo, illuminata da una lampadina fioca e insufficiente. Il Fronte di Liberazione Nazionale, il colonialismo, l’Algeria e De Gaulle, ogni cosa mi giungeva incomprensibile e tutto mi pareva finto.
C’erano regole non scritte. Lo capii subito. Un linguaggio specifico, con intercalari comuni e differenze che pretendevano di essere significative ed erano impercettibili. C’era soprattutto una inconciliabile contraddizione tra l’intento dichiarato – discutiamo, quindi chiariamoci – e i soliloqui che ascoltavo intimidito.
Mi guardai attorno. L’abbigliamento era costoso, l’aria trasandata era ricercata e le sfumature rivelavano un malcelato bisogno di esibirsi. Davanti a me, pipa in mano, sciarpa scozzese al collo, basco di feltro, lenti spesse di tartaruga e un pantalone di velluto bleu su polacchine consunte, il segretario del Comitato riassumeva la discussione in una sequela di “farci carico”, intercalate a “compagni algerini” e succhiate annoiate della pipa spenta e riaccesa tra incomprensibili ed aromatici segnali di fumo, che facevano il paio con una complicata serie di misteriosi e ricorrenti tic. Avrei maledetto la decisione di presentarmi alla riunione se una provvidenziale interruzione non avesse spento sulla bocca del segretario l’ennesimo “compagni” – e non saprò mai se fossimo noi o gli algerini – per scandalizzare i presenti con un intervento chiaro, fatto di parole semplici e concetti articolati senza eccessi di intercalari, senza esibizioni eccentriche e con il dono delle cose concrete che trasformano gli ideali in idee e quest’ultime in iniziative.
Giuseppe – Pino avrei detto dopo, diventato suo amico – rimproverò le troppe chiacchiere inconcludenti, riferì di un suo “contatto politico” con i guerriglieri del Fronte. Una lettera in francese letta in italiano con un invito accettato e la tragedia della tortura, che mi prese d’un tratto allo stomaco molto più che la pipa aromatica del segretario, condussero la riunione alla fase operativa: due guerriglieri da ospitare, una mostra con foto, manifesti e documenti, un possibile coinvolgimento di esponenti politici e sindacali che però avrebbero cercato di “mettere il cappello” all’iniziativa. Sicché, concluse, meglio sarebbe fare da soli.
Pino era fatto così. All’opposizione sempre – anzitutto contro me stesso, diceva sorridendo – una fiducia senza limiti nelle ragioni della democrazia, una irrimediabile rottura col padre dopo la morte della madre infelice, Marx studiato e tradotto – ed era davvero amore ed odio – tremila e più libri di critica d’arte portati faticosamente in giro nei frequenti traslochi, e le splendide schede per i cataloghi alla villa Floridana, era l’anima bellissima in un corpo infelice; grasso, fortemente miope, d’una sensibilità fine che gli faceva amare l’arte e lo esponeva alle grandi passioni e alle delusioni disperate, non ebbe nella sua vita altro amore femminile corrisposto se non quello impossibile per la madre, morta assai giovane e fu davvero per me il sogno chiuso nella realtà. Mi insegnò la sofferenza della coerenza – che ho più volte tradito – mi fece intuire – e forse intuì – la solitudine della genialità e mi regalò un’amicizia che il tempo e la morte non hanno mai cancellato.
Dopo quella riunione divenni il suo pupillo. Sognò per me un futuro di storico militante, mi diede da bere e mangiare Marx e l’antidoto a tutte le bibbie e mi lasciò anni dopo, professore in fondo al Cilento, dove l’aveva condotto la lotta col padre che fu anche lotta per l’indipendenza economica. Lui, ricco, si nutrì poco e male, spese quanto aveva nei libri e nelle utopie d’una generazione che ebbe momenti altissimi di generosità e si ammalò lentamente, senza mai domandare un aiuto. Morì e non me ne accorsi e si lasciò condurre alla tomba senza saluti: all’ultimo incontro giungemmo distratti. Io al bivio che non gli confessai – ma poi non fu lotta armata e ci entrava Giuseppe, Dio sa se c’entrava – lui che stava già malissimo, mentre tornava in Cilento, e sorrideva con tristezza. Spese gli spiccioli della sua vita a Celle di Bulgheria e tornò a Napoli senza dirmi che moriva.
So dov’è sepolto e non ci sono mai andato. Non se n’è dispiaciuto. La morte divide per sempre – diceva disperato – e la sola tomba che ebbe un senso per lui fu quella della madre.
Uscii dalla riunione rianimato. Il Comitato mi mise al lavoro, imparai a diffidare degli intellettuali, mi legai moltissimo a Giuseppe e partecipai alla realizzazione di quella che in fondo fu un’impresa: due militanti del Fronte di Liberazione a raccontare la loro esperienza, raccogliere consensi e aiuti, una mostra di foto eloquenti e tragiche, con gli effetti della tortura che fanno la storia del civilissimo Occidente e un breve dibattito. Lasciata la sala mi trovai in strada con il cuore gonfio di emozione e gioia; portavo sul viso i miei sedici anni, l’assoluta inesperienza e una grande fierezza. Poco, evidentemente, per sfuggire alla celere. Attorno non avevo quasi più nessuno. In un attimo tutti spariti. Non ci furono squilli di tromba: la prima manganellata giunse precisa e dolorosa e attorno agli occhi una luce innaturale, come un fulmine nuovo, mi fece pensare alla corrente elettrica. Quella usata dai francesi per gli algerini. Ad un metro Giuseppe urlava come una furia e mi chiamava: era tornato indietro, quando non m’aveva visto: polizia fascista urlava e lo portavano via.
Rimasi seduto a terra. Vomitai. Avevo intorno manifesti strappati e passanti curiosi. Sentii che la gente mi guardava con diffidenza, come si guardano i ladri.
Nell’Italia sonnolenta si inaugurava solennemente il centenario dell’Unità. La retorica patriottarda saliva alla gola. Quando tornai a muovermi senza dolore, strappai pagina a pagina il libriccino oleografico delle celebrazioni. Preso da una incontrastabile passione, mi sentivo molto più algerino che italiano.
E’ trascorsa una vita. Italiano non sono più tornato.

Uscito su “Fuoriregistro“il 21 aprile 2003

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Una vita “recitata” fuori dei teatri, da spettatori che s’improvvisano attori è un fenomeno banale, un inganno comunemente accettato, una maniera d’essere. Negare di aver recitato da professionisti su tavole di palcoscenico può apparire agli spettatori un’intollerabile violazione delle regole, una diversità sediziosa, un disordine inaudito: mia madre negò, disordinata e diversa, e gli inesorabili ammiratori sparirono.
Apparentemente impassibile, ella tenne però lealmente fede, con coerenza destinata ad apparire poi patologica, ai patti scellerati siglati con le nozze, che già sono in fondo commistione sciagurata di sentimenti e legge: abbandonò il teatro, secondando l’orgoglio geloso e improvvido di mio padre, si violentò come e quanto le fu possibile e si calò in un ruolo che non sentiva. Recitava la vita: una fatica mentale che non conobbe pause e la stremò.
Teatrante d’istinto, visse da quel momento su un palcoscenico senza luci, e si fece sicuramente del male, perché, di norma, accade il contrario: ci percepiamo – e forse siamo – come luce nel buio. Mia madre sentì invece di essere un cono d’ombra imprigionato in una compatta massa di luce, materia irrimediabilmente spenta nella notte dell’universo, buio costretto in una gabbia fosforescente, buco nero nel cuore d’una stella nova, menzogna oscura che non può sperare riscatto dalla confessione. Senza possibilità di provare, non apprese mai bene l’ingrata parte che si era scelta per il resto dei suoi giorni e presto disperò. Avrebbe potuto rifiutarsi d’invecchiare, restar giovane dentro, dar battaglia. Non tentò. Accettato per illusione d’amore – e come, se non per amore, si potrebbe sottoscrivere un accordo che ci schiavizza? – rifiutato ben presto per insopprimibile bisogno di libertà, quel ruolo la indusse infine a sdoppiarsi e fu recitato, sul piano emotivo e psicologico, in termini di paranoia. Sono casi ben più frequenti di quanto si creda e non c’è scampo: se la libertà rende umano l’amore, l’amore per la libertà spinge agli estremi: per desiderio di libertà il pugnale riottoso di Bruto si levò su Cesare amato ed Ettore si separò dall’abbraccio struggente di Andromaca per andare incontro alla morte in attesa dietro Achille insanguinato. Dall’insostenibile scontro tra amore e libertà due donne nacquero nella testa sventurata di mia madre, l’una nemica dell’altra, desiderose reciprocamente di sopprimersi, ma consapevoli di poter solo vivere assieme o assieme sparire. Con sorprendente duttilità quel povero cervello, confuso e presto mortalmente stanco, costretto dal bisogno di regole, seppe darsi un’organizzazione dicotomica, in cui gli opposti convivevano e gli eccessi si toccavano. Un circolo vizioso, un andamento schizofrenico che solo la rottura del contratto avrebbe potuto interrompere. I tempi però non erano adatti a rotture di quella natura e solo i cattolici ricchi, o i clienti di prelati influenti, potevano sperare in una libertà riacquistata al prezzo fissato dalla “Sacra Romana Rota”, non per divorzio, s’intende, ma per bizantinismi procedurali che “annullavano” ad un tempo nozze, contratto e sacramento. Mia madre, cattolica povera e senza patroni, non poteva contare sulla Chiesa, non aveva forze bastanti ad affrontare l’immancabile condanna sociale, e non intendeva fare del male ai suoi figli. Danni in realtà ne faceva, numerosi, reiterati, gravi e irreversibili, ma non ne aveva alcuna consapevolezza: pensava che bastasse esserci perché i figli diventassero praticamente invulnerabili. Ridotta allo stremo, si smarrì sul suo palcoscenico senza luci, dimenticò di possedere ancora la chiave della sua prigione e lentamente cominciò a pensare che i carcerieri fossero fuori di sé. Dapprima senza volto, poi fantasmi più o meno noti che le agitavano le notti, gli aguzzini si moltiplicarono, assunsero identità e volti noti, si fecero massa, folla di visi identici, umanità di sosia: da un lato un’innocente incatenata, dall’altro un’infinità di guardie carcerarie.
In quanto a mio padre, in teoria avrebbe potuto restituirle la libertà rubata e forse l’avrebbe fatto, se il fascismo non gli avesse fatto pagare sino in fondo le “colpe” di mio nonno. Costretto dalla miseria a combattere per la vita, era destinato invece a perdersi fatalmente in quel micidiale labirinto. Alla libertà di mia madre, comunque, non intendeva e non intese mai sacrificare il suo orgoglio di maschio. Groviglio inestricabile di contraddizioni, come accade assai spesso agli insicuri, non seppe mai pensare in prospettiva larga e, senza cogliere la differenza profonda che corre tra forma e sostanza, non ebbe mai dubbi: scelse la forma. Così – figlio d’antifascista – era riuscito a non iscriversi al partito fascista e sembrava avesse il culto della memoria del padre. Di fatto, aveva in odio gli antifascisti perché era monarchico e mostrava disprezzo per i partigiani. Per lui “Aragno” non fu mai roccaforte di democrazia – come l’aveva sognato suo padre – ma l’agiatezza che la storia gli aveva sottratto, sicché la lezione, male appresa, si ridusse ad un mito fuori dal tempo, la cui sola concretezza si chiamava coraggio. Ed era coraggio fisico, non tempra morale. Anni dopo, poco prima che morisse, nelle discussioni finalmente serene che ci accompagnarono lungo la via di una separazione stavolta definitiva e senza rimedi, ridotto ad un vecchio cieco e sofferente, colse lucidamente le contraddizioni che ne avevano regolato i comportamenti e confessò: il nonno era stato per lui un simbolo di libertà, ma spesso la libertà gli era sembrata causa di disordine; lo aveva amato ma non ne aveva compreso le scelte; ne era stato orgoglioso, ma ne aveva avuto anche vergogna. Il passato aveva avuto un peso determinante sulla sua maniera di essere padre, ma ad un certo punto della sua vita, chiedendomi di ritrovarne le tracce e di spiegargli chi era suo padre, aveva inteso gettare un ponte tra noi che ci stavamo separando come due nemici. Io, che pure avevo ormai un figlio, non l’avevo capito, ma non pensai mai di scusarmi. Gli dissi quello che mi pareva più onesto e vicino alla verità: avevamo sbagliato entrambi, forse perché sulla nostra testa erano passati eventi che non avevano consentito scelte. Ci eravamo fatti molto male, ma senza premeditazione, ci eravamo arroccati ognuno a difesa del suo modo di affrontare la vita, ma non c’erano vincitori e vinti. Il mondo se n’era semplicemente andato da un’altra parte. E’ strano come gli anni e le sconfitte ci insegnino a parlare un linguaggio comune e suggeriscano alla comunicazione soluzioni imprevedibili. Ma tutto era alle nostre spalle e a nulla c’era più rimedio.
Prigionieri, ciascuno a suo modo, delle loro storie personali, degli schemi e dei pregiudizi sociali, i miei genitori vissero tristemente in un mondo senza colori, in un cielo senza stelle; condussero la loro navicella nel mare eternamente tempestoso in cui la famiglia nel nostro paese si sfaldava e navigarono a vista sul filo della corrente, senza bussola, senza vele, senza motore o remi. Mia madre mise in scena la sua tragica rappresentazione, fu moglie fedele e frigida amante – incurante della sottigliezza delle pareti, mio padre glielo rimproverò furibondo mille volte nei notturni litigi – e visse per i figli, con dedizione assoluta, che dava per scontata una solidarietà totale e senza condizioni. Con una mano dava tutto ciò che aveva, con l’altra prendeva – anzi pretendeva – tutto ciò che avevamo. Ne era fermamente convinta: ciò che dava era dono d’amore, che non consentiva rifiuto; ciò che prendeva era invece il religioso sacrificio dovuto alla maternità dalle leggi del sangue e della tradizione morale. Essere madre, quindi, imponeva una dedizione totale, ma garantiva diritti illimitati, sicché, per un figlio, dissentire significava tradire. C’era in tutto questo una ferocia indicibile, un illimitato egoismo, eppure, per ragioni misteriose, legate probabilmente ad insondabili processi psichici, per anni fu passione senza limiti capace di riempire ogni vuoto.
Com’ è naturale, il labirinto nel quale ben presto ci perdemmo io, mio fratello e mia sorella, nati con scadenza biennale nonostante il calore dell’inferno in cui eravamo finiti, divenne col tempo un terrificante campo di battaglia. Miscugli di bianco e nero e malinconiche scale di grigi opachi e retinati si sostituirono ai colori della fanciullezza ed un’ansia incombente e maligna produsse osservazioni faticose, comportamenti e pensieri da adulti. Presto la nostra infanzia si ammalò. Ciò che ne rimase – va sempre così in un conflitto e bisognerebbe ricordarlo – non trovò mai più considerazione o rispetto. Come appare talora nei documentari girati in zone di guerra, nel fuoco dello scontro fummo tutti soldati. La mia condizione poi, se possibile, fu resa ancor più difficile dai ruoli che un tempo la famiglia assegnava ai suoi membri; a due anni, un istante dopo la nascita di mio fratello, ed ancor più a quattro, quando nacque mia sorella, mi affidarono supplenze e responsabilità di comando. A seconda delle necessità, la primogenitura mi costò mansioni da aiutante di campo, furiere, portantino e sentinella, cui si aggiunsero ben presto, in caso di estrema necessità, quelle di vivandiere per i “più piccoli” che dovevano mangiare. Nelle famiglie della mia infanzia che prima del divorzio – nessuno se ne ricorda ma è così – andavano avanti con la sofferenza acuta dell’ineluttabile e la rassegnazione che ti insegnano le cose che non possono cambiare, primo figlio significava disciplina. L’anelito di libertà che mi porto dentro da quando ho memoria di me, si accompagna sempre al ricordo di rinunzie dolorosissime e responsabilità precoci, non ultime, quelle derivate dalla disgrazia di esser nato per primo. Cedere nelle liti, badare prima agli altri e poi a me stesso, dare il buon esempio e comportarmi da uomo: una condanna senza appello e, per certi versi, senza fine.
In tanto sfascio, e nonostante l’infinita confusione, le sfere di competenza furono sempre d’una estrema chiarezza. La passione per la lettura e la fede nelle virtù emancipatrici della cultura, ad esempio, fecero di mia madre il riferimento costante della mia crescita culturale. La scuola ed i nostri studi erano un suo indiscusso territorio. E lo difese con grande dignità. Ricordo come fosse oggi il suo disperato coraggio. Puttana per definizione – tali erano per la gente di Forcella tutte in solido le attrici – e ostentatamente tollerata, come educatrice fu bocciata dal clan: debole, anzitutto, molle per la sua cultura da autodidatta e, ciò che più conta, pericolosa per il suo passato. Con scuse maligne le fui strappato. Giorni, settimane, mesi, ospite della nonna paterna per mia libera scelta – una menzogna che intimidito e plagiato confermai spesso quando mia madre protestò smarrita – nella sostanza rapito, consegnato all’economia del vicolo e destinato a “diventare uomo” nella Forcella dei camorristi. Mia mamma veniva a farmi visita, controllata a vista, si ribellava invano, poi andava via sconfitta e pensierosa. Ogni volta era peggio: mentivo e avevo la morte nel cuore. Mettevo radici dove un balcone si affacciava sul breve rettilineo in salita su cui si muoveva la figura snella e graziosa di mia madre e non mi muovevo nemmeno quando spariva, svoltando verso i seicenteschi palazzi di via dei Tribunali a Sedil Capuano. Ho pianto più volte avvinghiato alla ringhiera di quel balcone, senza aver voglia di rientrare, di giocare, di andare avanti, convinto di essere un vile e di meritarmi castighi anche peggiori. La sera stentavo ad addormentarmi in un letto estraneo che nulla valeva a riscaldare, né giocattoli, né carezze, né attenzioni. Pregavo la notte, come m’aveva insegnato mia madre, e domandavo ad un Signore in cui sentivo di non credere, di non aver pietà, di farmi soffrire tutte le pene dell’inferno, perché non avevo il coraggio di chiedere di tornare a casa, di dire che mia madre e mio fratello mi mancavano terribilmente. Dio naturalmente non s’interessò mai al mio caso – non s’interessa ai casi di nessuno – e non ricevetti altri castighi. Un giorno che l’apatia era al culmine e sognavo di morire, mi trovai non so come al muro di tufo che chiudeva il vicolo di Sant’Agostino alla Zecca scosso anni prima da bombe “alleate”, oltrepassai il piccolo arco che forava il muro come un occhio cavo e mi sentii prendere per mano. Tremavo, mentre mia madre mi portava a casa senza parlare, col bel volto pallido d’emozione, col seno ansimante come per una lunga corsa, con gli occhi azzurri asciutti e leggermente stretti, col passo deciso di chi non torna indietro. Non chiesi nulla. Non ce n’era bisogno: stava sfidando i suoi terribili nemici e nessuno aveva osato fermarla.
Quella sera dormii a casa nel grande letto matrimoniale, nascosto nel suo seno. Mi addormentai nel cuore della notte, quando sentii che mio padre si stendeva al mio fianco. Era tornato a casa. Uno dei tanti ritorni che inutilmente sognai definitivo. La mattina dopo, mezzo addormentato, mi trovai addosso un grembiulino azzurro col suo fiocco rosso e tornai a scuola.
Quella sera, l’ho capito anni dopo, morì felice – fortunato e senza rimpianti – uno dei tanti scugnizzi di Forcella. Tutto ciò che di buono sono stato poi, poco o molto che sia, nacque quella sera. Una di quelle sere umide e buie che annunziano l’inverno.
Batteva il cuore di mia madre e la sua carezza nervosa mi metteva tranquillo…

Uscuto su “Fuoriregistro” il 23 ottobre 2002

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