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Posts Tagged ‘Vespa’

downloadNon si fa più differenza tra sostanza e forma. Per esorcizzare l’idea del colpo di Stato, la parola d’ordine è minimizzare e, se possibile, ignorare le lacerazioni prodotte nel tessuto costituzionale da una «legalità», che viaggia in direzione opposta alla giustizia sociale. Affamate le scuole, piegate le università, la storia la scrivono Vespa e compagni e si lavora per rassicurarci: nemmeno la «marcia su Roma» produsse uno strappo nella «legalità costituzionale». Poiché lo Stato non si autosospende, il Capo dello Stato – un gaglioffo con la corona, si potrà dirlo senza rischiare la lesa maestà? – incaricò Mussolini di formare un governo e l’eroe da burletta, messi da parte il manganello e l’olio di ricino, domandò la fiducia al Parlamento. Un piccolo trucco, insomma, e la forma fu salva: la crisi, tutta giocata in piazza, chiuse a Montecitorio la pratica della legalità e lo Stato fascista prese il posto di quello liberale.
Poiché Machiavelli ci ha insegnato che il Principe non si pone problemi etici, chi riflette sulla crisi morale che ne derivò è travolto dalle critiche sferzanti di pennivendoli e politologi. E’ inutile ormai discutere della Legge Acerbo e di un premio di maggioranza spropositato che mise il Paese in mano a banditi da strada. Siamo andati ben oltre, noi, e la saggezza giuridica, d’altra parte, si attacca alla forma e ci cuce la bocca: Acerbo passò in Parlamento e tutto andò secondo le regole del gioco. A ben vedere, anche allora, in fondo, si fece salva anzitutto la « continuità», confermando una linea di tendenza: con le leggi elettorali i liberali non sono mai stati larghi di maniche e, per loro, le ragioni del potere hanno sempre prevalso su quelle della «rappresentanza».
Anche questa è «continuità» e, giacché ci siamo, perché non dirlo? La fascistizzazione della società fu soprattutto ricerca di una «continuità». Dov’è la cesura, se, come ormai si afferma, la riforma Gentile fu il punto di arrivo di un dibattito che aveva impegnato in età liberale pedagogisti e filosofi di diverso orientamento? Dov’è la cesura, se il sistema repressivo fu semplicemente razionalizzato e se elementi chiave del corporativismo erano già presenti nelle pratiche giolittiane di commistione tra pubblico e privato, col sindacato entrato a vele spiegate nella costituzione dei Consigli superiori? In questo senso, «continuità», la magica parola che garantisce la legittimità giuridica del nostro Parlamento, si applica tranquillamente anche alla «fascistizzazione» del Paese, perché il senso profondo dell’operazione mussoliniana fu soprattutto questo: agire in sintonia ideologica con gli elementi strutturali del mondo liberale, della sua concezione autoritaria, nazionalistica e per molti versi gerarchica della società. E’ la «continuità» la parola chiave che consente ai liberali di passare armi e bagagli in campo fascista senza porsi il problema di grandi e complicate conversioni etiche. Una «continuità» che trova la sua più completa espressione in una concezione della sovranità della Stato, nata ben prima di Alfredo Rocco.
Mentre una dottrina dello Stato diventa verità di fede e  bibbia della democrazia e il Paese si sfascia sotto i colpi di una classe dirigente che, priva di ogni legittimità politica e morale, occupa «legittimamente» il potere in nome della «continuità dello Stato», è difficile dimenticare che Rocco, ideologo del fascismo, ne era convinto: «dalla teoria della sovranità dello Stato discende logicamente la teoria dello Stato fascista». Alfredo Rocco, sì, il fascista del quale – sarà solo per caso? – conserviamo gelosamente il codice penale.
Molti anni fa, quando la dignità in politica aveva ancora un ruolo di primo piano, De Gasperi, che di certo non fu un pericoloso bolscevico, ebbe a ricordare ai fascisti che le democrazie distinguono tra Stato e Società e che l’una può sopravvivere, spezzando la continuità dell’altro. Può capitare, ed è purtroppo ciò che sta accadendo, che l’interesse generale diverga dall’interesse del potere costituito e che lo Stato, ridotto a mera espressione del potere di una classe, pur di sopravvivere, in nome della «continuità», pretenda di uccidere la democrazia. Tocca a noi decidere da che parte stare, ricordando, però, che di «continuità» ne abbiamo ormai tanta, che sempre più spesso torna in mente lo Stato fascista.

Uscito su Liberazione.it il 31 gennaio 2014 col titolo Con l’alibi della «continuità».

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Le ragioni profonde del suo crescente nervosismo, dott. Berlusconi, si possono anche capire: l’ei s’è illuso.
Un governo formato da ministri evanescenti, l’acquiescenza dell’opposizione, un Parlamento costruito su misura da una legge elettorale liberticida, un Presidente della Repubblica che non ha la tempra del combattente, il dominio pressoché incontrastato su giornali e televisioni, il momentaneo consenso di larghi strati della popolazione, stanca della politica e intossicata dalla spazzatura televisiva: ce n’era a sufficienza per ritenere di avere in pugno il Paese. Ci ha creduto, dott. Berlusconi e per mesi non s’è accorto che, ingannando la gente, lei ingannava se stesso. “Qualunque grandezza – insegna Montesquieu – qualunque forza, qualunque potenza è relativa. Bisogna far ben attenzione che cercando d’aumentare la grandezza reale non si diminuisca la grandezza relativa“.
Mi creda, dott. Berlusconi, la mediocrità di cui si circondano i capi assoluti sfalsa irrimediabilmente la realtà e, vecchio com’è, per quanto messo a nuovo più volte dai miliardi spesi in plastica e chirurghi, lei s’è trovato a far i conti col rapporto difficile che alla sua età si instaura spesso tra miopia e presbiopia; tutto le si è così confuso davanti, quando ha provato a guardare da vicino, e poco o nulla ha potuto vedere quando gli occhi hanno cercato la verità complessiva oltre la punta del suo naso. Ubriacato dall’ubriacatura del Paese, fuorviato dalle veline abilmente confezionate per Vespa e compagni, lei ha cominciato a credere che l’Italia fosse davvero quella che le raccontano Bondi e Cicchitto.
Quando la verità, che nulla ha da spartire coi sondaggi, è venuta a bussare fino ad Arcore, dove ha sede la repubblica dei sogni, il risveglio è stato terribilmente brusco: i giudici, che credeva schiacciati dalle intemerate del suo Alfano, sono in rivolta e la Corte Costituzionale ha buttato giù in un sol colpo il castello di carta che doveva sottrarla al legittimo giudizio della Magistratura. Il tremito che da un po’ le agita impercettibile la mano, ha avuto episodi convulsi e un’ansia senza nome ha preso a divorarla. Come non bastasse, tesori di deferenza e miracoli fiscali assicurati alla Chiesa non sono bastati a piegare i cattolici militanti e invano il papa tedesco ha sconfessato la sua stessa stampa. Come un tarlo micidiale che scava e rode senza mai fermarsi, “Famiglia Cristiana” è giunta ad evocare il fantasma di quel fascismo che l’otto settembre Ignazio La Russa, uno che di Istituzioni Repubblicane capisce quanto lei – ha portato sugli scudi sino al Milite Ignoto.
Le ragioni profonde del suo crescente nervosismo, dott. Berlusconi, si possono davvero capire e ci sono giorni in cui fa persino pena vederla recitare, come un disco incantato, la cantilena dei comunisti che le fanno la guerra. E’ vero, Bondi e Cicchitto continuano a raccontarle un’Italia che esiste solo nei suoi sogni e, tuttavia, più il tempo passa, più tutto diventa un incubo e i comunisti che si era inventati crescono come funghi, sembrano in ogni dove e più la sua polizia li manganella, più il Paese si scuote.
Consigliato male da uomini d’azienda, eroi da burletta abituati ad esercitare potere senza contraddittorio, a vincere col ricatto del licenziamento una guerra che non combattono mai, lei s’è avventurato su un campo minato e, ad ogni passo che muove, dentro le cresce la paura. Trema ogni giorno di più, presa da un’ira impotente, la sua bella voce padronale e invano Feltri e Belpietro intossicano l’aria. Lei non può non vederle le piazze, le famiglie, gli insegnanti, gli studenti, i lavoratori, i precari, in una parola il Paese vero, che si levano sdegnati dalla Sicilia alle Alpi, emergono dal suo difficile rapporto tra miopia e presbiopia, tagliano a fette la nebbia dei sogni di Bondi e Cicchitto e la raggiungono ovunque, la incalzano e le fanno paura. Lei, dott. Berlusconi, pallido, teso, sfida il Paese che pretende di governare e, usando Bossi, suo squallido proconsole, minaccia di ricorrere alla forza. Può farlo signor capo del peggior governo della nostra storia. Nessuno può impedirglielo. E’ un dramma antico quello che lei vive. Antico e tragico. Contro la paura dei diritti rivendicati dalla ragione, ogni anima autoritaria cerca tremando rifugio nella forza. E, tuttavia, più ne fa uso, più suscita coraggio. E più coraggio gli si para avanti, più dentro gli cresce la paura. Faccia, dott. Berlusconi. E’ una condanna che non può evitare. Noi questa storia la conosciamo bene e gliela raccontiamo con poche parole che hanno la forza devastante di un uragano: lei lo sa, non vinceremo subito, ma vinceremo.

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Berlusconi, annotano Vespa e soci per la futura “vita del santo martire“, perdona lo “squlibrato” e non c’è dubbio, l’investimento è buono: poca spesa e molto guadagno. L’uomo di Arcore capitalizza l’indulgenza – i papi ci costruirono San Pietro – ignora, per il momento, la zelante richiesta d’una legge che impedisca ai monumenti di volare – l’aveva sibilata prontamente l’avvocato Gelmini – e si contenta della crociata televisiva di Fede, Minzolini e compagnia cantante. Al tirare delle somme, per un’ammaccatura sempre più chiaramente provvidenziale, il futuro beato intasca inchini e riverenze d’una opposizione vestita Bersani, targata D’Alema e maritata Casini, colta a metà del guado in un balletto osé tra riflessioni universali sull’inciucio produttivo, calcoli da pallottoliere sulla resa elettorale dell’antiberluscnismo, e il “centomilesimo ultimatum” all’amico-nemico Di Pietro.
Questi tempi viviamo e ognuno ha il Cesare che s’è guadagnato. Quello antico e romano affidò nome e onore alla limpida grandezza dei “Commentarii“, al “veni, vidi, vici” con cui stupì il Senato e andò incontro al pugnale mentre riformava profondamente la società e il modello di governo repubblicano. Nessuno saprà mai con certezza se lui fu il rinnovatore e Bruto e Cassio i conservatori o viceversa, ma non ci sono dubbi: ebbe nemici e ne fu consapevole. Gli epigrammi di Catullo consegnavano alla storia un’immagine bieca di lui e dei suoi amici “opprobria Romulei Remique“, “disonore di Romolo e di Remo“, per cui veniva voglia di morire: Quid est Catulle? quid moraris emori?“, “Che c’è Catullo? A che tardi a morire? / […] per governare spergiura Vatinio / Che c’è Catullo? A che tardi a morire?“. Parole sanguinose, ma Cesare non intervenne, “perdonò” e lasciò che parlasse per lui la sua vita anche quando il grande poeta lo sfidò apertamente: “Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere, / nec scire utrum sis albus an ater homo” – “non mi sforzo di piacerti, Cesare, / né di saper se uomo sei bianco o nero“.
Ahimè, a noi il perdono viene da Bossi e Berlusconi e, quel ch’è peggio, ci tocca sperare che da questa tragedia ci tirino fuori D’Alema e Bersani. Una cosa davvero preoccupante. “Amicos medicosque convocate: / non est sana puella“, direbbe Catullo, “I medici e gli amici convocate / la ragazza sta male“.
E mal gliene verrebbe: le aquile di “sinistra” lo trascinerebbero in tribunale.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 dicembre 2009.

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Lo spot che Tg1 intende far passare per notizia, dopo cenni confusi al “cinque in condotta” e un’esibizione da Bagaglino dell’avvocato Gelmini, l’ha offerto l’altra sera, tra squilli di trombe e rullar di tamburi, un Sacconi formato imbonitore, con la storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ti lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterni passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Un provvedimento che certo rassicura, ti assicura Vespa, rassicurato dal salotto buono in crisi d’astinenza per la penuria di catastrofi naturali, di omicidi morbosi su cui montare un caso e l’inflazione di violenze carnali su cui già troppi mostri si sono sbattuti in prima pagina per rinnovare i primati d’ascolto.

Lo spot ha un suo obiettivo; è una tiritera ipnotica che varca l’invisibile soglia della coscienza, fa breccia nell’inconscio e tu ci credi: tutto va bene, tutto è veramente normale, madama la marchesa. Tutto va bene ma, calato il sipario e terminata tra applausi prezzolati l’opera dei pupi, i precari della scuola della Campania si ostinano a far circolare notizie sediziose e tendenziose sul taglio degli organici previsto nella misura del 10%, perché, spiega un indecifrabile Direttore Generale della scuola targata Gelmini, la regione ha il 10% degli organici nazionali e le tocca pertanto – qui c’è un empito di giustizia sociale – il 10% dei tagli. A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia: tre ispettori di polizia – sottratti alla via consegnata a scippatori, ladri e stupratori – per tenere a bada la pericolosissima commissione d’insegnanti ricevuta durante un sit. E’ durato un’ora il colloquio coi precari e, sotto lo sguardo vigile e rassicurante dei solerti funzionari di Pubblica Sicurezza – la sicurezza è un’ossessione di questo governo sicuro delle sue insicurezze – il Direttore Generale d’una scuola che minaccia di andare avanti senza più insegnanti ha trovato il coraggio di sputare il rospo. Numeri approssimati per difetto: 5000 insegnati tagliati come spighe nei campi che, sommati ai 3500 dello scorso anno, raggiungeranno il totale impressionante di 9000 docenti tagliati definitivamente fuori da ogni possibilità d’insegnare. Il colpo più duro tocca per ora alla scuola primaria, che dovrà vedersela poi col maestro unico e col pensionamento delle compresenze.

– Cinque in condotta, blatera l’avvocato, perché noi amiamo la scuola.
– Dal 10 al 20 % per cento spara al vento Sacconi, come fosse al mercato delle vacche. In quanto al Direttore Generale, anima pia, si stringe nelle spalle rassicurato dagli ispettori di Pubblica Sicurezza, incuranti dell’insicuro futuro dei lavoratori.

A luci spente, sipario calato e platea deserta, il teatrino della politica mette in scena la sua quotidiana tragedia e, a dire il vero, in barba alla sicurezza, la rappresentazione assume toni poco rassicuranti: gli esuberi basteranno a coprire tutte le cattedre vacanti e per i precari è sicuro: non c’è più speranza.
La crisi, ripete da Arcore il presidente Fregoli, sedicente operaio e normalmente padrone, è un’esagerazione cattocomunista. E di rincalzo Brunetta, che si muove a comando, ripete con voce chioccia e sprezzante: fannulloni!
– Nulla da sperare nemmeno per quanto riguarda trasferimenti e assegnazioni provvisorie in ingresso, sussurra il Generale Direttore. L’elevato numero di esuberi è una barriera insormontabile e in forte dubbio, per mancanza di fondi, risultano ormai anche gli incarichi regionali.
– Supplenze? Chiede la delegazione sotto ammonitore dei tre ispettrori.
– Assolutamente da escludere, risponde l’alto funzionario della scuola che non c’è più.
Inutile porre il problema delle continue violazioni della 626. Il governo del “pacchetto sicurezza” ritiene che a scuola la sicurezza sia un lusso e gioca a un rassicurante scaricabarile: la sicurezza dell’edilizia scolastica è competenza dei Comuni.
Rimangono le graduatorie a esaurimento che nella scuola primaria campana sono, “un bruttissimo quadro appeso alle pareti e alle bacheche degli Uffici Scolastici Provinciali della regione. Un elenco di nomi e cognomi che nessuno convocherà più e che pertanto possono anche riciclare per le fotocopie. Un lungo elenco di esseri umani di cui, nessuno, ha avuto considerazione, che nessuno ha rispettato, nessuno ha tutelato” [1].
Nessuno lo dice, nessuno se ne interessa e se chiedete a Cota vi dirà con inquietante sicurezza inquietante che la soluzione migliore è il federalismo fiscale. Cota, Bricolo, Bossi e Borghezio hanno una ricetta per tutto: hai la febbre? Il federalismo fiscale te la farà passare. Hai sonno? Il federalismo fiscale ti sveglia; vuoi dormire, il federalismo fiscale ti addormenta. Di tutto e per tutto.
Nani, mercanti, ballerine, cantano a coro:

La scuola? Federalismo fiscale!
Il lavoro? Federalismo fiscale!
L’immigrazione? Federalismo fiscale!
Ll’inquinamento? Federalismo fiscale!
La crisi economica? Federalismo fiscale!
Il maltempo? Federalismo fiscale
Federalismo, federalismo e federalismo. E si danno il cambio: se Cota è cotto, passa la palla a Bricolo, se Bricolo è alla frutta appoggia a Bossi e Bossi la dà a Borghezio.

Federalismo federalismo e ancora federalismo: è la ricetta per tutti i possibili mali.

Tradotta in termini lavorativi, in Campania, per gli insegnanti precari, la ricetta non significa solo disoccupazione, ma internamento, divieto e clausura: nella Repubblica un tempo fondata sul lavoro, oggi ai precari si nega il lavoro. Ridotto il Paese a un’accozzaglia di repubblichette, l’una arroccata attorno alla sua ricchezza, l’altra circondata dal muro invalicabile della sua povertà, i precari non hanno più diritto di cercar lavoro fuori della propria città e non possono assicurare un’esistenza dignitosa alla famiglia. Mariastela Gelmini di certo non lo sa, ma è peggio, molto peggio di quanto riuscì a fare quel nobiluomo di Mussolini, il duce del fascismo, quando decise la “disurbanizzazione degli immigrati privi di possibilità di lavoro“. Conquistatori d’imperi ma stranieri a casa loro, benché cittadini italiani, gli “immigrati” furono così espulsi e “rimpatriati” con foglio di via obbligatorio se non residenti e privi di lavoro. Gelmini taglia il male alla radice: il precario è internato nella sua provincia e non ne esce, anche se altrove può trovar lavoro.

Cancellato così così il principio di solidarietà e negata la libertà garantita dalla Costituzione, questa sorta di delirio va facendo lentamente il suo percoso, come una malattia dal decorso lento ma ineluttabile, danneggiando la qualità della scuola e minando alla radice il senso etico dei nostri giovani: Certo, l’avvocato Gelmini offre momenti di vero cabaret e Sacconi formato imbonitore insiste sulla storiella tragicomica del “raddoppio”: prendere o lasciare. Se il padrone, che noi sovvenzioniamo in nome della crisi, prende i quattrini e, in nome della crisi, ci lascia per strada con le toppe al sedere e la famiglia da mantenere, voilà, il Presidente Fregoli, sedicente operaio, normalmente padrone, quando serve politico, talvolta imputato di questo o quel reato prontamente prescritto, ci garantisce, in nome della crisi, che vivremo da padreterno passando dal 10 al 20% della retribuzione annuale: prendevamo 1000 euro e ne avremo 200, che è come dire mancia competente. Tutto va bene, madama la marchesa e, tuttavia, ci vuol poco a capirlo: questa gente sta seminando vento. Prima o poi, raccoglierà tempesta.

[1] Da una mail di Antonella Vaccaro, che ha fatto parte della delegazione di precari che ha incontrato il Direttore Generale Bottino.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 marzo 2009

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