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Posts Tagged ‘no Tav’

WhatsApp-Image-2019-10-05-at-22.13.56-672x372Se avessi vissuto badando a te stessa, se di fronte alla violenza del potere avessi scrollato la testa, disapprovando, ma nello stesso tempo, messa l’anima in pace, avessi considerato che questa è la vita e così purtroppo va il mondo, nessuno ti avrebbe trascinato in Tribunale e non saresti mai giunta al punto di dovere scegliere tra carcere, coerenza e dignità. Tu hai vissuto lottando. Non ti consiglierò perciò di scegliere il male minore e non ti dirò di non andare in carcere, Nicoletta; se lo facessi, ti dimostrerei affetto, sarei apparentemente solidale, ma probabilmente ti mancherei di rispetto. «Umano sei, non giusto», tu potresti dirmi e sarebbe una risposta meritata.
Tu sei una donna minuta e apparentemente fragile, ma l’apparenza inganna e la tua storia fa venire in mente l’esempio di giganti. Quello che ti accade e il modo in cui lo vivi a me ricordano una grande lezione di coerenza, passione politica e dignità: la vicenda di Maria Muzio, la madre addolorata di Sandro Pertini, malato e prigioniero della galera fascista, per il quale domandò grazia al duce dei fascisti. Se ti spingessi verso un compromesso che giudichi indegno della tua scelta di vita militante, meriterei che tu mi rispondessi con le parole di Pertini:
«Perché? […] Mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu […] hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore, che io sento per la mia idea?».
Credo che questa tua scelta vada rispettata fino in fondo e anzi accettata per quello che è, un atto politico, non solo perché è l’unica che ci si poteva attendere da una compagna con la tua storia, ma perché contiene un forte insegnamento per tutti noi e indica una via irrinunciabile. Non ti dirò perciò di fare in altro modo, benché mi spiaccia moltissimo che tu vada in prigione. Ti dedicherò invece poche e ormai antiche parole, che in qualche modo rendono omaggio alla tua scelta e al suo esemplare valore di regola di vita di cui tutti dovremmo far tesoro:

Amico, se ti compri,
pagati quanto vali.
Non un quattrino in più.
Credimi, non sentirti prezioso,
tanto nemmeno serve e poi si muore.
Ma se ti vendono un giorno per caso,
e magari all’incanto,
tu non avere prezzo.
Stattene duro e il banditore invano
attenda di picchiare il martelletto.

classifiche

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parlamento_illegittimoLa scuola che lotta non è ferma e si discute molto, programmando riunioni persino ad agosto. Non era mai accaduto e non sono gruppi sparuti. Proibito fermarsi. Alla ripresa di settembre, sarebbe necessario che alle riunioni dei comitati partecipassero tutte le realtà di movimento, anche i NO Tav, perché il nemico è uno, la lotta è comune e socialmente trasversale. Il campo di battaglia è il Paese. A settembre dovrà funzionare una rete di riferimenti ampia e differenziata.
Ha ragione chi si preoccupa per la frattura tra gli studenti e quella parte dei docenti che ricorre a pratiche repressive, per impedire le occupazioni. Il problema si riproporrà certamente in termini anche più duri. E’ una situazione da cui uscire, volando alto e trovando un tema unificante per partire dalla scuola e coinvolgere non solo le lotte del lavoro, ma anche e soprattutto i “cittadini”, nel senso più lato possibile della parola.
Inutile negarlo: nelle recenti discussioni sulla scuola c’è qualcosa di non detto. Lasciamo da parte il referendum. Farà la sua lunga via, potrà pure spuntarla, ma difficilmente assicurerà risultati certi, come dimostra la faccenda dell’acqua. Ciò che non si dice perciò va chiarito: a settembre si andrà all’attacco di una legge approvata apparentemente con i crismi della “legalità repubblicana”. Questo vuol dire che – a parte il referendum – sarà facile per la stampa di regime, anche se il movimento si terrà sul terreno delle cose possibili, “scomunicare” le lotte, far passare per “cattivi maestri” i docenti più esposti, disorientare gli incerti e intimidire i “benpensanti”. Il tema di fondo della discussione dovrebbe quindi essere proprio la “legalità”, ma occorrerebbe farlo a parti rovesciate. E’ legale questo governo? E’ legittimo moralmente e politicamente questo Parlamento che cambia la Costituzione, dopo una sentenza della Corte Costituzionale che lo lo ha dichiara eletto con una legge incostituzionale?
Ci fu, nel dibattito sulla Costituente, una proposta di Dossetti – moderatissimo, ma onestissimo e lucido democristiano – che propose di inserire nella Carta il diritto alla ribellione di fronte a leggi incostituzionali. La proposta non passò, ma il tema aveva una sua rilevanza e torna di attualità. E’ su questo problema che va aperto un urgente dibattito, per coprire le spalle a chi lotta. Questo non vuole dire che poi ci si dovrà per forza ribellare; significa solo affermare un principio che da solo fa vacillare le basi del governo. Se ne potrebbe parlare con quelli del Manifesto e, al limite, coi “liberali” del Fatto Quotidiano”; si potrebbe chiedere un incontro con le redazioni, come comitati, spiegare la cosa e vedere se i giornali accettino di fare da cassa di risonanza. Non sarebbe male – avrebbe anzi un valore simbolico altissimo – che si organizzasse una sorta di referendum popolare ufficioso, senza nessuna trafila burocratica, sulla legittimità del governo Renzi; si potrebbe scrivere un “manifesto” delle realtà di lotta – a partire dalla “terra dei fuochi”, per arrivare ai No Mous e no Tav, raccogliere quante più firme possibili e dichiarare Renzi e i suoi decaduti.
Se la raccolta di firme fosse ampia e trasversale, sarebbe una decisione senza valore giuridico, ma di grande impatto politico. Ormai è inutile girarci attorno: è necessario creare un movimento ampio, che al momento la scuola può promuovere e guidare e che potrebbe coinvolgere molta più gente di quanta crediamo, perché la misura è colma e mancano solo parole d’ordine e riferimenti. Anche per i 5 Stelle sarebbe un banco di prova e da qui si potrebbe partire per aprire uno scontro vero.
Cose complicare, certo. Ma complicata e straordinaria è la situazione e non se ne uscirà per le vie ordinarie.

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Ordine pubblico il problema è il governoA bocce ferme, quando la disinformazione programmata scientificamente produce frutti velenosi e l’interesse cala, è difficile tornare su una notizia «consumata». In una logica di mercato, tutto è ormai un prodotto «usa e getta»; se non «stai sul pezzo», non ti legge nessuno e il tempo per la riflessione muore d’asfissia. Inutile girarci attorno: le pistole romane che hanno cercato il morto, non spareranno più notizie e sarà forse la cronaca giudiziaria a tornarci su, coi tempi della giustizia e da un angolo visuale chiuso dall’ingombrante «verità» dei tribunali.  Sul ruolo del circo mediatico nella «creazione» di eventi fittizi  e nell’immediata «distorsione» di quelli reali, per mettere in ombra problemi scottanti o porre al centro dell’attenzione il malessere sociale, invece  delle cause che lo determinano, per imporre strette repressive, fior di studiosi ci hanno fornito efficaci strumenti di analisi che, tuttavia, non sono diventati «patrimonio collettivo».
Quando, in tema di formazione, un’impressionante schiera di sedicenti esperti, nati dal nulla, come per partenogenesi, e un improvviso fiorire di campagne di stampa ha fatto passare l’idea che il «problema dei problemi» fosse un inesistente baraccone di «fannulloni» e privilegiati, ostili alla valutazione, ci siamo trovati a fare i conti con lo smantellamento della scuola statale, le università trasformate in aziende e la ricerca asservita agli interessi delle multinazionali. L’attacco martellante alla corruzione vera e presunta del settore pubblico ha aperto un’autostrada alla svendita dei gioielli di famiglia e s’è capito tardi che il problema vero era la scialo delle «privatizzazioni». In nome dello «spreco» – era quello, no?, il problema della Sanità – si son battuti in breccia i presidi di civiltà conquistati col sangue negli anni Sessanta e Settanta; cosa non siamo stati, noi, giovani di quel tempo? Borghesucci, ragazzini viziati e soprattutto delinquenti. Poi ci si è accorti che di criminale c’era solo il ticket per il pronto soccorso e il diritto alla salute cancellato. Per l’Ucraina – ci hanno detto – il nodo reale è la tutela di una strana autodeterminazione dei popoli che, guarda caso, merita rispetto solo quando volge le vele a Occidente; lentamente si scoprono, però, milizie fasciste armate dalle «grandi democrazie» contro governi eletti e nell’indifferenza generale il nazismo fa ritorno nei Parlamenti.
Di fronte a una «crisi» che il capitale manovra come fosse una clava contro le classi subalterne, dovrebbe esserci chiaro ormai che il vero «problema di ordine pubblico» che affligge il Paese non è la protesta di chi rivendica un diritto calpestato, ma la violenza di chi lo nega, impone tagli, feroci «sacrifici» e uno spietato smantellamento dello stato sociale. Il 12 aprile scorso, a Roma, di fronte a ventimila manifestanti che ponevano domande di natura politica e chiedevano risposte alla politica, il prefetto, il questore e il ministro dell’Interno hanno militarizzato la città e un corteo, volutamente imbottigliato a Piazza Barberini, è stato violentemente caricato. Si sono viste scene cilene, ma si sono registrati anche – piaccia o meno conta poco – un lavoro di «intelligence», fermi preventivi, perquisizioni e  un addestramento «militare» brutale, ma di tutto rispetto, sia sul piano difensivo che offensivo. S’è visto chiaro, insomma, che, se si muovono i «rossi», le forze dell’ordine ci sono, sanno cosa fare e lo fanno senza esitare. Pochi giorni dopo, però, nella stessa Roma, con un movimento di ottantamila persone e un rischio di incidenti incomparabilmente più alto, come hanno poi dimostrato i fatti, lo Stato ha «disertato». E’ mancata anzitutto la prevenzione e un fanatico neonazista con la sua banda di criminali ha potuto muoversi impunemente e sparare indisturbato, mentre televisioni e  stampa ci raccontavano biancaneve e i sette nani.
Dagli scontri di Piazza Navona, con un neofascista impegnato a raccomandare i camerati a poliziotti che li trattavano coi guanti gialli, acqua n’è passata sotto i ponti, ma non s’è fatto nulla per capire e  non è cambiato niente. L’odioso principio che consente a celerini e compagni il monopolio della violenza si è esercitato e si esercita quotidianamente su studenti in lotta per il diritto allo studio, sui lavoratori che si battono per la dignità, sui precari, sui «diversi», sul disagio: i pastori sardi aggrediti a Civitavecchia, i fatti di  Basiano, i morti per polizia che non si contano più, le condanne feroci per inesistenti reati di «devastazione e saccheggio», Erri De Luca inquisito, Giorgio Cremaschi indagato, i No Tav incarcerati per lo spettro d’un inesistente terrorismo, tutto ci parla di una repressione che va sopra le righe, ma il neofascismo, coccolato dalle «destre di governo», si muove impunito.
Da Michele Santoro, il sindaco di Firenze che governa il paese per un tragicomico mistero, si è presentato come il pupo che ha gli incubi e non dorme bene, assediato com’è dai rimorsi, pallido e privo d’appetito. Chissà, s’è chiesto stupito lo spettatore: vuoi vedere che s’è pentito del colpo alla schiena vibrato al suo amico Letta? No, Letta non c’entra nulla e le cause della sofferenza le ha confessate così, senza ritegno: «Mi sento in colpa per non essermi accorto che l’ultrà del Napoli indossava quella maglietta, Speziale libero è un insulto a due ragazzi rimasti orfani».
Che avrebbe fatto, signor Presidente, qualora se ne fosse accorto? E chi le impedisce di metter fuori gioco il neofascismo che a Roma spara e a Milano sfila in piazza in ordine militare, come un incubo che torna? La domanda non è retorica e la risposta è semplice: glielo impediscono gli alleati di governo, che se li tengono buoni. A ben vedere, quindi, il vero problema d’ordine pubblico che abbiamo di fronte  non è il comprensibile malessere delle piazze, ma chi lo crea e lo sfrutta; sono le trame oscure e i fili inconfessabili che legano tra loro chi qui produce rabbia e lì la cavalca in nome del consenso. Il problema d’ordine pubblico, insomma, è il governo.

Uscito su Fuoriregistro il 10 maggio 2014

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651px-Barricate_di_Parma,_l'erezione_in_via_BixioSpero di sbagliare, ma mi pare innegabile. Qui da noi oggi, senza un punto di riferimento e senza un progetto politico di sinistra fondato sulla solidarietà e il conflitto tra le classi, più che scoppiare una rivoluzione, potrebbe consolidarsi la morsa micidiale attorno ai lavoratori e alla povera gente. E’ come se si stesse tentando una sorta di esperimento. La piazza è in mano all’estrema destra e da sinistra non c’è alcuna reazione né minacciata, né pensata. Le forze dell’ordine prendono a schierarsi e lo scontro mi pare tutto interno alle diverse anime della borghesia. Non vedo in lontananza Arditi del popolo o masse lavoratrici pronte a reagire, ma gruppi più o meno alternativi che si mescolano alla piccola borghesia in quella che non è nemmeno un’alleanza meditata, ma una sorta di unione di fatto senza un progetto politico condiviso. A livello istituzionale, poi, si delineano alleanze e percorsi. La Corte Costituzionale è intervenuta tardi, Renzi piomba sul Paese al momento giusto e ci sono i numeri per fare una legge elettorale peggiore di quella bocciata. Sbaglierò ma è un golpe strisciante, lento, inesorabile, conseguenza evidente del disfacimento dell’assetto politoco repubblicano, dell’assenza totale dal campo di una sinistra di classe e persino di uno schieramento deciso a difendere almeno la Costituzione a qualunque costo. La piazza, che poteva essere il Parlamento delle classi subalterne, non ci appartiene e noi non ci siamo.
Ho la sensazione che quello che accade sia tremendo. Non è la marcia silenziosa dei “colletti bianchi”, ma la melma che si agita. La piazza è in mano all’estrema destra, le forze dell’ordine prendono a schierarsi e lo scontro è tutto interno alle diverse anime della borghesia. Non si vedono in lontananza Arditi del popolo o masse pronte a reagire. A livello istituzionale, poi, si delineano alleanze e percorsi. La Corte Costituzionale è intervenuta tardi, Renzi piomba sul Paese al momento giusto e ci sono i numeri per fare una legge elettorale peggiore di quella bocciata. Sbaglierò ma è un golpe strisciante, lento, inesorabile, conseguenza evidente del disfacimento della repubblica, dell’assenza totale di una sinistra di classe e persino di uno schieramento deciso a difendere almeno la Costituzione. La piazza, che poteva essere il Parlamento delle classi subalterne, non ci appartiene e noi non ci siamo. Ho la sensazione che quello che accade sia tremendo. Non è la marcia silenziosa dei “colletti bianchi”, ma la melma che si agita.
Siamo di fronte a qualcosa di inquietante che ci riguarda molto da vicino. Sono in corso arresti in Piemonte tra i No Tav e retate sono pronte a scattare in molte regioni del Paese. Si gioca col fuoco e forse sarebbe ora di provare a capire come evitare una scottatura di terzo grado.
D’accordo, ci sono le smentite, ma lo ha detto chiaramente stasera un “moderato” prudente come Mentana a TG la Sette stasera e lo ha riferito “Repubblica”, anche se poi la notizia dal sito è sparita. Non vedo perché dubitarne. C’è solo da preoccuparsi e riflettere, tanto più che Felice Romano, segretario generale del sindacato di polizia Siulp, conferma l’interpretazione del gesto come “segno di manifesta solidarietà e totale condivisione delle ragioni a base della protesta odierna” contro “i palazzi, gli apparati, e la stessa politica ormai lontani dai problemi reali dei cittadini”.
Dubbi? Ecco quel pensa Felice Romano. Basta cliccare e leggere per capire: “Forconi: plauso ai colleghi e monito alla politica“.

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imagesLegga queste mie parole, direttore, come una lettera aperta a un giornalista indipendente, che d’un tratto mostra i sintomi di un singolare restringimento del campo visivo. Pare ormai che lei osservi il mondo guardandolo dal buco di una serratura e ci racconti la parte per il tutto. Le violenze dei No Tav, per dirne una, che non servono «degnamente una causa democratica». Si direbbe che lei non veda la crisi in cui versa la democrazia nel nostro Paese.
L’incostituzionalità dell’attività di governo è una violenza esercitata su principi fondanti e regole della nostra democrazia; non penso alle occupazioni militari imposte là dove mancano argomenti da opporre alle ragioni incontestabili di chi protesta: dalla Campania del biocidio alla Val di Susa, schieriamo contro i diritti più uomini di quanti combattono guerre sedicenti «umanitarie», talora disumane, spesso in odore di incostituzionalità. Certo, questo sarebbe un tema su cui riflettere, ma io penso piuttosto allo stato comatoso in cui versano le Istituzioni nel Paese. Si fermi solo al 2013. Si va al voto con una legge elettorale incostituzionale, di gran lunga peggiore di quella Acerbo, che consegnò il Paese a Mussolini. Sceglie la destra chi si sente tutelato dall’impegno preso durante la campagna elettorale: mai con la sinistra. Vota il PD chi gli crede: non faremo governi con la destra. Dopo il voto, ecco il ceffone agli elettori: si fa il governo delle «larghe intese»”: destra e sinistra unite con la fiducia accordata da un Parlamento di «nominati», gente che nessuno ha votato, scelta dai segretari di partito secondo criteri che non tutelano l’interesse del Paese. Non basta. La Camera dei Deputati, nata scandalosamente da una legge truffaldina – di fatto illegittima – non si fa scrupolo di contribuire alla rielezione di Napolitano che, a meno di patti col diavolo, diventa così non solo Presidente della Repubblica per la seconda volta – mai accaduto nella storia della Repubblica – ma Presidente a vita.
Ce n’è quanto basta per guardare preoccupati alla salute della democrazia in Italia, tanto più che la violenza esercitata contro il «popolo sovrano» non si ferma qui. Il Parlamento dei «nominati», infatti – un’assemblea autorevole quanto la mussoliniana Camera dei Fasci e delle Corporazioni – decide di cambiare le regole del gioco, modificando l’articolo 138 della Costituzione: proprio quello che ne faceva uno «Statuto rigido». A chiudere il cerchio pensa, infine, Napolitano, che ha già voluto la cancellazione di alcune sue conversazioni con un imputato per reati in cui si vede spuntare la mafia. L’ha fatto, sostiene, per difendere le prerogative del ruolo istituzionale. Una questione di principio, insomma, che non avrebbe minato la sua credibilità, già indebolita dalla vicenda Monti, se, ottenuto lo scopo, avesse avuto la «sensibilità democratica» di divulgare «sua sponte» il contenuto delle telefonate intercettate per caso. Conversazioni di per sé censurabili, dal momento che un Capo dello Stato non dovrebbe intrattenere rapporti con imputati eccellenti, tanto più se indagati per ragioni di mafia. E’ stato proprio lui, Giorgio Napolitano, campione di trasparenza, ad avviare una prassi obliqua, se non incostituzionale, per cambiare la legge fondamentale dello Stato, inventandosi una «Commissione di saggi», qualcuno scelto anche tra i «creduloni» della tragicomica faccenda Ruby-Mubarak. Cambiato l’articolo 138 e affidata la sorte della Costituzione a uomini che nessuno ha eletto, a un Parlamento di «nominati» e a un governo sostenuto da forzitalioti e neocentrisiti di ventennale militanza berlusconiana – è questa la nostra nuova Costituente – il gioco è fatto e la Costituzione rischia l’oltraggio estremo. Non è un’opinione peregrina; lo affermano giuristi di chiara fama come Rodotà e Zagrebelsky, per fare dei nomi.
Un clima di così inaudita violenza verso le Istituzioni del Paese si è registrato solo con l’avvento del fascismo, caro Mentana, ma lei insiste sulla democrazia minacciata dai No Tav. Così, direttore, fa torto alla sua intelligenza e a quella di chi l’ascolta, credendola diverso da pennivendoli e velinari che costituiscono purtroppo il nerbo della sua categoria. La crisi della democrazia esiste, direttore, è gravissima e i No Tav ne sono al più l’inevitabile conseguenza. Le cause, quelle vere e preoccupanti sono da cercare tutte tra partiti e uomini delle Istituzioni. Questo, però, evidentemente non si vede dal buco della sua serratura.

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Naturalmente, chiosano i benpensanti, s’è trattato d’un caso, forse d’una distrazione, e i più “saggi” e “moderati” – quelli che di solito si strappano i capelli per le vittime del terrorismo, per i “nostri ragazzi” uccisi in “missione di pace” mentre, armati fino ai denti, danno una mano a truppe d’occupazione, quelli che di moderazione in moderazione ormai chiudono gli occhi su tutto, sui lager che chiamiamo CIE, sui richiedenti asilo rispediti al mittente, sui cimiteri nei fondali meridionali, su Aldovrandi, su Cucchi e chi più ne ha più ne metta. I più “saggi” e “moderati” invitano a non strumentalizzare. E va bene, non strumentalizziamo. Notizia secca:

Ieri pomeriggio, 29 giugno, un mezzo blindato antisommossa dei Carabinieri diretto a Chiomonte ha investito e ucciso una pensionata a Venaria. Si chiamava , Anna Reccia e aveva 65 anni”.

Note a margine.

Non era libica, la sventurata, e questo è davvero un peccato, perché qualcuno ci avrebbe potuto “informare” con scrupolo professionale: “ecco una vittima di Gheddafi.  Perciò siamo in Libia, per difendere i civili“. Invece, è nata da noi e l’abbiamo “protetta” come meglio sanno fare uomini messi a guidare mezzi militari da guerra in territorio italiano, per accorrere in tutta fretta contro non si sa bene quali pericolosi invasori.

Non sarebbe accaduto, se non fosse ormai del tutto normale vedere le nostre città presidiate da uomini armati, in assetto antisommossa, pronti a far fronte ai tremendi rischi che vengono al Paese da tutto ciò che somiglia a una protesta. Nessuno sa se le nostre efficientissime forze dell’ordine dormono con gli anfibi e gli elmetti per tenersi pronte, come si direbbe girando per le vie. E’ certo, però, che  l’ordine è perfetto: sono stati picchiati i pastori sardi giunti a Civitavecchia dalla Sardegna, i terremotati del’Aquila presentatisi a Roma, gli operai licenziati, gli studenti scippati delle scuole e delle università, le popolazioni che difendono il territorio da speculatori e malavitosi e non si fa un corteo se prima non si concentrano ingenti reparti di forze dell’ordine, schierai contro i cittadini.

E’ vero, sì, ma sono dettagli. Impunemente si organizzano cacce ai gay, tra poco, come sempre col caldo, i piromani manderanno felicemente in fumo i nostri boschi per fare spazio alla cementificazione, le barche da venti e più metri fanno sonni tranquilli nei porticcioli turistici, senza che nessuno si chieda cosa facciano e di che vivano i proprietari, e gli affari della mafia non vanno certamente male. E’ verissimo: se un magistrato chiede l’arresto d’un deputato, le manette non le usa nessuno, se uno ruba, invece, e magari per fame, finisce dentro carceri orrende e qualche volta si suicida. Qui il Parlamento, però, non mette il becco e chi s’è visto s’è visto.

Lo sanno tutti: l’Italia protegge i civili. Nessuno sa farlo meglio.

I civili che ne pensano? I civili sono felicissimi. Non potrebbero non esserlo: in genere, un corteo di protesta si sa come comincia, ma è difficile prevedere come finisce. E fioccano le imputazioni per veri, presunti e comunque pericolosissimi “sovversivi”. I civili pagano senza fiatare i protettori e sono tutti “sinceri” ammiratori del leghista Maroni che combatte così efficacemente i “clandestini”, che sono tutti una gran manica di mariuoli, e atterrisce la malavita organizzata. Ha  efficacemente protetto finora tutti i deputati inquisiti, processati o in attesa di processo. Tutti, perfino uno che la magistratura ha chiesto di arrestare. Il ministro e il suo partito naturalmente non hanno voluto che si eseguisse il mandato di cattura: gli alleati, si sa, sono per definizione anime innocenti. Ricordate Gheddafi? Una gara d’inchini e riverenze… 

Povera donna. L’accompagnerà certamente il dolore del nostro Presidente della Repubblica.

Adelante Pedro…

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Chiamare le cose col loro nome vero è il primo gesto rivoluzionario”, affermava Rosa Luxemburg. Non prenderemo il Palazzo d’inverno, ma non ci farà male. “Il Manifesto” del 12  annunciava una mobilitazione a base di raccolta firme e rotoli di carta igienica. Anche questo va bene se altro non c’è: rotoli e carta igienica. Tuttavia, dietro l’enfasi rituale – prosa brillante, lustrini e pailettes – c’è la sinistra all’angolo, appesa al carro di una nebulosa: la “società civile” dicono gli ottimisti. Lo slogan è efficace, c’è la piazza in armi, un po’ di folclore che peccato non è e la fede illuministica nelle virtù della “ragione”. Senza intenti polemici, però, l’elemento di fondo ha un nome vero: si chiama scollamento e ci separa dalla realtà di un paese che annaspa, mentre sul fronte opposto un governo reazionario sa fare il suo mestiere: alzo zero e fuoco a volontà.

Sarà difetto di memoria, o il difetto riguarda forse gli strumenti d’analisi, sta di fatto che anni fa volemmo l’Italia arcobaleno; manterremo la pace, ci dicemmo, ma navi e soldati andarono in guerra. Se il vento consente, accendiamo candele per la legalità ma la luce non basta e il paese è più marcio; in difesa della libertà ci mettiamo ogni tanto in viola, ma il gregge parlamentare fa come i fascisti: se ne frega e passano in serie leggi liberticide. Ecco allora le firme sui rotoli di carta igienica. Per carità, ognuno a suo modo e, d’altra parte, è segno che ci siamo. In quanto a me, sono vecchio lo so e, più il tempo passa, più questo mondo non mi sembra il mio. Prendetela perciò come un sintomo di senilità e lasciatemelo dire: avanti così, col folclore e le “pensate” illuminate, i conti non li quadriamo.

I precari della scuola urlano dai tetti occupati: non ci stanno, non cedono, e sfidano un governo che schiera manganelli contro i lavoratori e altro non fa. Questo andazzo sa di Cile, hanno gridato, e induce alla sommossa. Il loro nemico, però, non è solo l’avvocato Gelmini. I precari sono un dito puntato anche contro docenti “di ruolo” e genitori più o meno “organizzati”. Gente che sui tetti non va perché è impegnata coi nodi ai  fazzoletti, con le candele accese e con la carta igienica.

C’è un mare di sofferenza, i diritti sono violati, milioni di lavoratori ridotti alla fame. Si fanno leggi che offendono le coscienze, ma per buona sorte c’è un vento che sa di tempesta. Mettiamolo in piazza questo vento. Agiamo dal basso e di concerto. La lotta dei precari della scuola sia quella di chi non ha e non avrà lavoro, dei cassintegrati e dei licenziati, dei commessi che lavorano 24 ore su 24, degli studenti ai quali tolgono scuola e università. Mettiamo tutto questo in piazza senza paura, facciamolo, poi tiriamo le somme. Quante volte si è detto? Ma non c’è stato verso. In piazza c’era l’Onda degli studenti, Gelmini tremava, ma insegnanti e genitori stavano a guardare. Sarebbe bastato affiancarli per aprire la breccia. E invece no. Ognuno per la sua strada e dio per tutti.

Lo dico chiaro, ché male non ci fa: non si può fare una lotta solo per la scuola. E se tutto si riduce a questo, la partita è persa. La battaglia è contro un disegno politico che, con gelida ferocia, colpisce la scuola statale in quanto fucina di pensiero critico, archivio vivente della memoria storica e presidio di democrazia, per colpire diritti e lavoratori. Ragionare per “compartimenti” – protestano i precari, protestano gli immigrati, oggi in piazza c’è la “No tav”, domani il “Comitato acqua”, poi Termini Imerese, poi “Libera”, ognuno col suo dramma – ci condanna. Stiamo assieme, cittadini, genitori e lavoratori. La nostra è la lotta degli operai licenziati, degli immigrati massacrati nel Mediterraneo o internati in campi di concentramento, la lotta della civiltà contro la barbarie. In questo andar da soli c’è qualcosa che sa di un nostro antico male, che ricorda Guicciardini e il “particulare”. Qualcosa che sa di calcolo di bottega. O gli insegnanti e i genitori diventano il collante tra le realtà in lotta per costruire modi e tempi d’una vertenza globale e permanente o la partita tra civiltà e barbarie è persa. E senza appello.

Ci sono momenti della storia in cui l’estremismo cammina alla rovescia, viene dall’alto, dalle istituzioni, nasce dal potere, da ceti dirigenti decisi a perpetuare se stessi. Sono i momenti in cui è necessario e legittimo reagire e chi davvero vuole aprire la gabbia non pensa a salvarsi da solo. Siamo pochi, è vero. Ma vero è anche che la scuola assediata non ha scelta: è chiamata a una lotta che va oltre il suo orizzonte. Sul Parlamento non c’è da sperare. Il Parlamento non c’è, non esiste; ci sono cricche di cooptati, camarille di vassalli che gestiscono il voto in nome e per conto di chi li ha messi a sedere nell’aula stavolta sorda e grigia. Veline, buffoni o scienziati conta poco. Sono “nominati”. Arfè, che la morte ha sottratto all’estremo oltraggio, l’aveva intuito prontamente: qui è la questione di fondo. Ineludibile e decisiva: il rapporto tra governanti e governati, coi governanti che si mettono fuori dalla legge. Il problema cruciale della legittimità di norme sancite da organismi illegalmente costituiti e, quindi, della difficile scelta tra dovere di rifiutarsi e diritto di ribellarsi. Sui modi concreti del rifiuto e sulla sua natura – obiezione pacifica che si appelli alla coscienza, o ricorso alla forza che raccolga la sfida d’un regime e lotti con ogni mezzo per abbatterlo – su questo si potrà poi riflettere e scegliere la via. Intanto occorre prendere atto: la legalità repubblicana è violata. Il governo è figlio di una legge elettorale che ha sottratto al popolo la sovranità e ha cancellato il Parlamento dalla vita politica del Paese.

Talvolta il destino si mostra chiaro alla coscienza di un popolo e gli offre una chance. Potremo far finta di non vedere, ma occorre saperlo: avremo la storia che sapremo costruirci.

Pugnalata alle spalle, la democrazia è in stato comatoso e occorre reagire. Alle leggi ingiuste, ai provvedimenti “pensati” per colpire i deboli, si oppone il rifiuto, si fa appello alla coscienza e si disobbedisce, come ha fatto il Consiglio di Circolo della Direzione Didattica di via Bandiera a Parma. Dovremmo farlo tutti. L’obiezione potrebbe essere la via giusta, ma occorre aggregare le realtà in lotta, costruire la via dello scontro mettendo assieme avvocati e giuristi, far quadrato attorno alle regole come soldati sull’ultima spiaggia, saper dire di no, tenendosi nei binari della legalità e, allo stesso tempo, ammonire: “siamo pronti a lottare”. E’ possibile farlo, milita nella nostra parte una certezza che nasce da immutabili leggi della storia e, si può esser certi, è accaduto e accadrà: non vinceremo in un giorno, ma vinceremo.

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