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Posts Tagged ‘Oreste Scalzone’

Sono orgoglioso dell’invito e fiero di rappresentare, con Jordi Palou-Loverdos, Sylvia Grossi e Oreste Scalzone, il volto migliore di Napoli, la mia stupenda città. Fiero di riportare là, nella Catalogna in cui hanno combattuto la loro battaglia antifascista, Cesare Grossi, Maria Olandese, Ada, Renato e Aurelio Grossi, che tanto hanno dato per un mondo più libero e giusto.

El Memorial Democràtic acull l’homenatge a aquesta família antifeixista italiana

En record de la família Grossi

Ada Grossi

Els Grossi, una família napolitana fugitiva del feixisme, van arribar a Barcelona el 1936. Van muntar una emissora de ràdio, Radio Libertà, que es va convertir, entre el final de 1936 i el maig de 1937, en el mitjà informatiu de referència sobre la guerra a Espanya per a tots els antifeixistes que sobrevivien a la Itàlia de Mussolini o a l’exili.

Arran de la mort d’Ada Grossi, amb 98 anys, el passat mes d’agost, el Memorial Democràtic vol organitzar un homenatge a aquesta família de lluitadors antifeixistes. Tindrà lloc dimecres, 18 de novembre, a la seu del Memorial Democràtic a les 18.30 h.

Hi participaran l’historiador Giuseppe Aragno, amb la ponència “La família Grossi. El seu combat a la Guerra Civil des de Barcelona i el front. L’abans i el després”. A més, el filòsof Oreste Scalzone parlarà de la motivació dels Grossi per participar com a voluntaris en la Guerra Civil i en la lluita antifeixista. Intervindran també la filla d’Ada Grossi, Sylvia Guzmán Grossi, i el director del Memorial Democràtic, Jordi Palou-Loverdos. Durant l’acte també es recordarà el president Companys i la resta de represaliats pel franquisme, i es farà una lectura dramatitzada d’un text de l’obra teatral Radio Libertà, d’Alfredo Giraldi.

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Nicola Pellecchia e Giorgio PanizzariIeri ero solo in casa e non sono uscito. Me ne sono stato zitto e ho cambiato di posto a tutti miei libri. Non ho un passato che mi unisca fortemente a Nicola, ma non siamo stati del tutto estranei e sono molto addolorato.
 Dentro mi rimane soprattutto una consapevolezza che fa male: troppo spesso la storia si scrive sulle carte di polizia, le note degli infiltrati e la “verità” dei tribunali. La morte, come dice il mio amico Oreste, è il solo “futuro certo”, ma ha questo forse di veramente irrimediabile: non c’è più modo di ascoltare l’altra versione. Quella che non raccontano le carte di questura.
Una cosa mi ha confortato. Per la prima volta nella storia del nostro Paese un giornalista onesto, Gigi Di Fiore, ha trovato il coraggio di parlare di un protagonista degli anni di piombo senza usare la parola “terrorista”. Un uomo, ha scritto, un uomo che ha scelto, pagato, mai rinnegato. Con coerenza e, si sa, chi sconta la sua condanna va sempre rispettato. Comunque la si pensi”.
Un passo importante, il primo serio su un giornale di livello nazionale verso la scelta di affrontare la difficile vicenda di quegli anni per quello che è stato: una pagina di storia che va ricostruita, una “guerra civile a bassa intensità”, che come accade sempre non si può leggere con la logica deformante per cui da una parte ci fu il bene, dall’altra il male.
Chi l’ha conosciuto sa che, per quanto dolorosa sia stata la morte, Nicola meritava di andarsene così, ricordato col rispetto che ha saputo guadagnarsi in una vita di lotte.  Ecco l’articolo di Di Fiore. Val la pena di leggerlo.

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CONTROSTORIE
di Gigi Di Fiore

Gli anni di piombo, i Nap a Napoli e la difficile lotta per la vita di Nicola Pellecchia

Venne in redazione vent’anni fa. Da poco era uscito dal carcere, dopo aver scontato, senza essersi mai dissociato dalla sua scelta passata, tutta la pena. Sereno, sguardo da vita intensa, Nicola Pellecchia aveva accettato di raccontarmi la sua esperienza di fondatore napoletano dei Nap prima, passato in carcere con le Br poi.
Anni di piombo, terrorismo, impegno politico. In quel periodo, scrivevo una serie di pagine per Il Mattino sui personaggi napoletani di quegli anni, visti da più angolazioni: ex terroristi, vittime, inquirenti. Nicola mi parlò di una storia, la sua, che non rinnegava se stessa e che lo aveva portato in carcere nel 1975, con una condanna a 21 anni e mezzo. Era stato anche rinchiuso all’Asinara, poi trasferito nei giorni convulsi della trattativa Stato-camorra per il rapimento di Ciro Cirillo. Speravano potesse fare da tramite tra brigatisti fuori e in carcere. Non fece nulla.
Alla fine di una lunga chiacchierata, mi disse: “Ho parlato con piacere con te, ma non mi va che la mia storia faccia parte di quelle che stai scrivendo”. Andava bene così: comunque mi affidò ricordi, chiavi di lettura. Impegno politico, amici, privato. Annamaria Mantini, tra i giovani morti in quell’esperienza Nap, era stata la sua compagna.
Figlio di un avvocato civilista del quartiere Vomero, in quei giorni Nicola Pellecchia aveva cominciato a lavorare nello studio del genitore. Poi, la folgorazione di Procida. Mare, sole, pesca. Un’altra scelta di vita: si trasferì sull’isola, con la mamma e la compagna. Ebbe un figlio. E si schierò a difesa dei diritti dei 200 pescatori procidani, mettendoli insieme. Non era mai successo. Una vittoria. Meditava di scrivere un memoriale, tanti come lui lo hanno fatto. Dopo l’esperienza di quegli anni, alcuni sono diventati scrittori famosi.
Nicola sta male, molto male. Ha di quei tremendi mali contro cui o lotti, o cadi nella disperazione. Un primo intervento chirurgico a Napoli, poi da mesi il trasferimento a Milano per affrontare cure costose. Ai discussi funerali del brigatista Prospero Gallinari era assente e il suo nome è stato pronunciato tra quelli giustificati nel suo non esserci.
In questi giorni, su Nicola Pellecchia è partito un tam tam, soprattutto informatico, di solidarietà. Collettivi, reduci di quegli anni, militanti della sinistra, frequentatori di piazza Medaglie d’oro al Vomero negli anni Settanta: cene a tema, dibattito con Valerio Lucarelli (autore di un bel libro sulla storia dei Nap), concerti come quello di Daniele Sepe. Tutto serve a raccogliere fondi, sotto il coordinamento di Ada Negroni, altra reduce milanese di quegli anni di piombo.
In rete, gira una bella foto del volto di Nicola, baffoni e capelli lunghi ormai grigi, naso deciso. C’è fierezza in quell’immagine, di chi ha scelto, pagato, mai rinnegato. Con coerenza e, si sa, chi sconta la sua condanna va sempre rispettato. Comunque la si pensi. Nicola Pellecchia ora lotta per la vita. Quella che, nel bene e nel male, ha sacrificato alle sue convinzioni. Rispetto, ma non silenzio ora, se si può aiutare in concreto il “vecchio militante dei Nap”. Ora è solo un uomo coerente, che ha bisogno di mani tese.

Il Mattino.it, 12 febbraio 2013

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