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Posts Tagged ‘famiglia Grossi’

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Poiché il PD è impegnato con la storiella degli scugnizzi e gli ordini di Roma sono di stare zitti, sennò si scopre che a Napoli non c’è solo la camorra (dei suoi riferimenti politici Rosy Bindi e i suoi compagni di partito preferiscono tacere)…
Poiché ci pare che sia invece venuta l’ora di parlare…
Poiché pensiamo che sulla memoria storica si combatte una battaglia politica…
Informiamo antifascisti e rivoluzionari che…

col patrocinio del Comune,
La Carrozza d’Oro
ri-presenta

RADIO LIBERTA’
3 ottobre 2015 ore 20:00 Piazzetta Forcella a Napoli
INGRESSO GRATUITO

Per ricordare Ada Grossi e la sua famiglia di antifascisti napoletani, nel 72° anniversario delle Quattro Giornate di Napoli, nella Rassegna di teatro civile (con ingresso gratuito fino ad esaurimento posti
prenotazioni allo 081 239 5666, o 0812395653 dal lunedì al venerdì, ore 97, info info@lenuvole.com)

Per quelli che si sono persi la replica del 15 novembre 2014… …beh, eravamo al centro Cotxeres Borrell di Barcellona…
Per quelli che non sono riusciti a vedere quella del 26 aprile 2015 per il 70° anniversario della liberazione… il Teatro Instabile di Napoli non riusciva a far entrare tutti…
Per quelli che l’hanno già visto, anche più di una volta…
Per quelli che hanno preso un aereo e sono venuti a Barcellona…
Per quelli che non avevano i soldi per il biglietto…
PER QUELLI CHE HANNO FINITO LE SCUSE PER NON ESSERCI…

… il 3 ottobre torna RADIO LIBERTA’ ore 20:00 Piazzetta Forcella
scritto da Alfredo Giraldi con la collaborazione e l’aiuto di Giuseppe Aragno
diretto da Luana Martucci.

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Ricevo e volentieri pubblico una “lettera aperta” del nipote di Ada Grossi. Di mio aggiungo solo che capisco e condivido pienamente ognuna delle sue osservazioni e registro alcuni dati sconcertanti: “Repubblica” mi ha chiesto un articolo, ma mi ha posto limiti incredibili (3600 battute spazi inclusi: poco più di un necrologio, insomma). In quanto al Manifesto, che pure mi ha chiesto di ricordare Ada, deve aver smarrito l’articolo che ho inviato… La nota più dolente, però, viene dalla diserzione degli antifascisti napoletani. Tutti, nessuno escluso: quelli cosiddetti “di base” e quelli “istituzionali”: movimenti, partiti e Amministrazione. Al cimitero, quando l’urna cineraria di Ada è stata collocata nella tomba accanto ai genitori, eravamo presenti in quattro: io, il nipote Aitor, spagnolo che vive a Parigi, Sylvia, la figlia madrilena di Ada e Ida Mauro, una studiosa che vive e lavora a Barcellona. Sembra impossibile e posso anche sbagliare, ma credo che Aitor abbia ragione: Ada e i suoi familiari pagano ancora il prezzo della loro indipendenza di pensiero e la loro militanza nel campo socialista e anarchico che per tanti “compagni antifascisti” è stato e rimane quello del “nemico di classe”. Non dimenticherò mai quello che è accaduto e nessuno mi toglierà più dalla testa che tra tanti che parlano e spesso straparlano di antifascismo, gli antifascisti autentici sono davvero pochi.

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Buongiorno a tutti.

Voglio, dinnanzi tutto, ringraziare fraternamente Ida Mauro, Alfredo Giraldi, Laura Martucci e l’associazione AltraItalia per la loro sensibilità nella rivendicazione senza contropartite, né distorsioni, della figura di Ada Grossi e dei Grossi in generale, così come il professore Giuseppe Aragno, diventato oramai un amico, per il duro, non sempre riconosciuto – ma spesso vampirizzato – lavoro di ricerca e di rivendicazione della verità storica intorno alla famiglia Grossi e all’Antifascismo napoletano, fatto di tantissimi eroi, piccoli e grandi, che la Storia avrebbe dimenticato se non fosse stato per il suo lavoro rigoroso. Tengo a sottolineare che il professor Aragno dispone del “placet” della nostra famiglia (o di quello che ne rimane) per costituirsi in esponente di riferimento per tutto ciò che riguarda le vicende dei Grossi.
Aggiungo ai ringraziamenti il personale del Memorial Democràtic de Catalunya, rappresentato dal suo Direttore il signor Palou-Loverdos.

Siccome, dopo tutto, Ada Grossi era mia nonna e sembra che in questo ballo di articoli, omaggi ed interventi di esponenti diversi – per non dire spesso dispari e purtroppo, in certi casi, addirittura deliranti o peggio: tendenziosi – sia a volte difficile poter dire la mia, colgo la triste occasione del decesso di Ada per esporre una serie di considerazioni personali a suo riguardo – facendo quasi a meno sinora della possibilità di poter, finalmente, elaborare il lutto come lo intendo – di cui spero il lettore saprà perdonare la redazione in un italiano poco più che aprossimativo, data la mia nazionalità spagnuola e cultura fondamentalmente francese.
Sarò forse borioso, ma l’importante e di farmi capire.

Osservo con tristezza alcuni fenomeni inquietanti, endemici, non tanto perché siano impostati stavolta intorno alla figura di mia nonna e della mia famiglia, ma perché si tratta di manifestazioni rivelatrici di un modo di fare che obbedisce, in sostanza, alla pratica triste di sfruttare il contro-potere via l’anti-potere (o che si presume tale) per finanziare il discorso del Potere, o di tante atomizzate espressioni del potere: Il potere di punire e di premiare, il potere di distorcere, il potere di ricordare o di lasciar marcire nell’oblio, il potere di appropriarsi del lutto o dell’operato altrui a mo’ di mattonella per edificare la medesima tribuna nel senso della versione ufficiale della Storia, essendo l’ufficialità un cumulo di menzogne plausibili che si erigono in verità suprema.
Qui abbiamo un mostro bicefalo con due schieramenti ben complici, dentro ai quali qualsiasi essere umano debba venir integrato o, altrimenti, dimenticato o distrutto, senza scordarci che l’integrazione forzata è una forma di distruzione dell’identità individuale, per quanto nega la capacità intrinseca dell’essere umano di decidere “per se”. Uno stupro di “conversione” che nemmeno lo Stato fascista ha operato coi suoi nemici, come nella barzelletta dell’Ebreo que va a Belfast e che viene interrogato alla volta da un tipo del Sinn Fein e da un lealista orangista:
– Sei Cattolico o sei Protestante ?
– No, sono Ebreo.
– Già, ma sei Ebreo Cattolico o Ebreo Protestante?

L’importante è negare l’esistenza delle Terze Vie, quelle che non ubbidirono né agli ordini del Rais, né alle istruzioni dei Comitati Centrali, invece sempre ben considerate attualmente – e con la dovuta preoccupazione – nei calcoli elettorali, quando si tratta di valutare l’impatto della – apparentemente – passiva “maggioranza silenziosa”. Con i Grossi, e attraverso la figura di Ada, si tratta di distorcere l’esistenza di una minoranza attiva, non integrata, non integrista, non integrabile “tale quale”, come se fosse una pedina, nelle eroiche masse del panegirismo stalinista e delle sue successive, ma pur sempre gargantuesche, decaffeinizzazioni, togliattiane o carrilliste esse fossero e così via: Non credo alla sincerità della spogliarellista, ne al suo erotismo di plastica.

Nel caso della famiglia Grossi, la Terza Via è consistita nella semplice logica di tradurre l’impostazione di etica umanista, non serva di fanatismi ideologici, nella logica conseguente dell’azione. Il loro solo “-ismo” collettivo come famiglia combattente è stato l’Antifascismo, un fronte che volendosi unitario è stato poi capitalizzato da chi, sempre ed ancora, insiste nel mettere in testa al plotone dell’Antifascismo la bandiera della vittoria dell’8 maggio del 45, quella che cancella tanto le purghe avvenute in Spagna (e altrove) dal ‘37 fino alla disfatta – chiusura di Radio Libertà e “processi” tentati contro mio bisnonno l’avvocato Cesare Carmine nel campo di Gurs compresi- quanto elimina opportunamente la dozzina di orologi da polso nell’avanbraccio del soldationk che posiziona la citata bandiera di Stalin sul tetto del Reichstag sulla leggendaria foto di propaganda sovietica.

Il giornale spagnuolo EL MUNDO, di destra sensazionalista di stile “hard-fighetto”, mette in atto un articolo che sintetizza in modo cristallino la logica bicefala di quanto esposto prima: Il “patto tra gentlemen” che profitta a tutti, agli Stalinisti e agli Anticomunisti.
Si basano su una serie di distorsioni storiche di fonte “ignota” – io so benissimo quale – che portano mia nonna Ada a diventare una specie di “tigressa rossa”, che avrebbe salutato a Radio Libertà la vittoria di Guadalajara sulle truppe del contingente fascista italiano, avvenuta grazie al concorso di fantasmatiche masse di carri armati sovietici (questo è il processo di stalinizzazione forzata che si paga a modo di “tassa” per esistere virtualmente: Ma i carri sovietici arrivarono più tardi, e di concorso sovietico a Guadalajara non ci fu nemmeno l’ombra: fascisti che pensavano di fare una passeggiata militare in una specie di Abissinia europea si fecero stravolgere dai ben decisi anarchici di Cipriano Mera).

Il discorso è chiaro: Stalinizzata Ada Grossi, stalinizzata ”avant la lettre” la vittoria di Guadalajara, si dispone già di un personaggio fabbricato e schierato col comunismo, quale Uomo di Marmo di Wajda, rivendicabile dall’”ufficialità” polverosa dei perdenti del 48, tutti gli alibi compresi. Un po’ di Brigate Internazionali qui (sembra fossero l’agenzia viaggi monopolistica per venire a combattere in Spagna: Questo si, i Grossi se ne andarono da Barcellona a marzo del 1939 e non un anno prima, senza omaggi Komintern) un po’ di Carlo Roselli qua (mia nonna non lesse mai un discorso di Roselli) e abbiamo già creato l’icona appropriabile ed utilizzabile… Che EL MUNDO, può sfruttare per il suo anticomunismo di natura, li dove anarchici, trotzkisti o terze vie “altrimenti” e fottutamente conseguenti fino alla fine – come quella della famiglia Grossi – non sono orwellianamente mai esistite o costituiscono, casomai, “un point de détail dans l’Histoire” come direbbe Le Pen, tra i due papponi monopolizzatori della Storia, della “destra” e della “sinistra”.

Ada Grossi, cosi stal-impacchettata, diventa già rivendicabile, “politically correct and integrated, Ldt.” (come-volevasi-dimostrare), affinché l’eterna tribuna stalinista, paleo o neo che sia, possa rendere omaggio a se stessa, così come la destra può continuare con la sua demonizzazione “réac” d’ufficio.
Se non sei né Burger King né MacDonald’s, te lo facciamo diventare lo stesso: Scegli o taci.

Non cito EL PAIS se non per dire che codesto giornale, diventato da tempo un misto tra Sorrisi & Canzoni e le Selezioni del Reader’s Digest, fa di Ada Grossi una specie di Marco di De Amicis, partita “da se”, “indignata” (ora tutto è stile hesseliano, dans l’air du temps) per un “breve lasso di tempo” (in realtà, 10 anni) in Argentina (A soli 9 anni ! Da sola!) forse a cercare la sua mammina cara nella Pampa prima di andare in Spagna a combattere, sí, ma soltanto con la voce (pacifista indi, rivendicabile dalla socialdemocrazia “light” che odia “gli spargimenti di sangue o di detersivo”). “Radio Libertà emetteva dall’Italia” (sic!), immagino Mario Appelius fosse un nobile e leale concorrente inter pares. Ada Grossi, già anziana, “era timida” e “passeggiava da sola” nel quartiere a Napoli, sotto lo sguardo (si suppone che intenerito, forse chissà, anche lacrimoso) di fantasmatici vicini del rione.
Ebbe comunque il tempo, secondo alcuni (ancora fantasmatici) storici di influire, nel dopoguerra, nella redazione dell’articolo 21 della Costituzione (nientemeno! E questo dalla Spagna franchista e col marito Enrique in carcere, caspita !). Sicuramente fece ancora in tempo di aiutare Armstrong a sbarcare sulla Luna, chissà. Non si merita un articolo ne EL PAIS se, almeno, non si sono fatte tutte queste cose “veramente importanti”.

Creare un alone iconico e fantasioso che sia pubblicitariamente rivendicabile, il tutto per seppellire l’unica verità intorno alla figura di Ada Grossi, indissociabile da quella dei suoi genitori e dei suoi due fratelli: Nella modestia che porta ad accompagnare spontaneamente il pensiero con l’azione, senza bandiere vittoriose, né benedizioni dei potenti del momento, da soli e per propria iniziativa, avendo perso tutto per non guadagnare altro che la dignità che emana dal silenzio, la famiglia Grossi risulta troppo esemplare, troppo modesta, troppo indipendente, troppo inclassificabile e indi, troppo scomoda per potersela appropriare così come essa fu.
Non sia che altri, guidati dal loro senso etico, ne prendano esempio, mandino affanculo le eterne bandiere rosse de “la rivoluzione domani, compagno, oggi no, già sai come funziona” e così un business di truffa politica che dura da quasi un secolo finisca qui, “per mancata clientela”. Capisco sembri meglio fare i Frankenstein-panegiristi che chiudere bottega.

Il lutto altrui non è una successione di sufflè, consommabili e rinnovabili. Ci vuole il cuore, che non sa di calcoli ne di buone ragioni. Altrimenti, meglio che i corvi, così discreti quando non si avventurava carogna da inghiottire, se ne stiano oggi in silenzio.

Aitor Fernández-Pacheco y Guzmán, nipote di Ada Grossi.
Paris (France).

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La memoria ritrovata di una rivolta morale
Rossana Rossanda
Il Manifesto 24.07.2009

STORIA – Giuseppe Aragno , «Antifascismo popolare», Manifestolibri

Quanto grande fu in Italia il consenso al fascismo? Renzo de Felice afferma che era grandissimo, anzi maggioritario. Giuseppe Aragno, ricercatore all’Università Federico II di Napoli, ha pubblicato presso la manifestolibri una ricerca che dubita di questa tesi, nella quale vede anche un’origine della rivalutazione o, almeno, della minimizzazione delle antifascismo-popolarecolpe del fascismo. Aragno ha certamente ragione, non fosse che per la impossibilità di valutare consenso e dissenso in un sistema totalitario, dove il consenso è obbligato e il dissenso sanzionato da pene severe. Egli però non si limita a questo ragionamento, ma ha compiuto una ricerca negli archivi di Napoli per accertare come la stessa polizia e il Ministero degli Interni fascisti si formulassero la domanda, e ha raccolto una messe insospettata di schedature e pratiche su dissenzienti, singoli o famiglie, individuati e perseguiti, con itinerari di vita disperanti fra sorveglianza, carcere e confino. E lasciati fuori dalla storia dei più noti. Antifascismo popolare ha titolato il suo lavoro, che se fosse esteso ad altre città, come sarebbe dovere del paese, fonderebbe molti dubbi sull’opinione di de Felice.
Quel che Aragno ha trovato, anche su suggerimento di Gaetano Arfè che gli è stato maestro, dimostra quanto il regime si preoccupasse dell’ampiezza del rifiuto e quanto aspramente lo reprimesse. Qualsiasi idea, libro o foglietto che venisse rintracciato, qualsiasi espressione di disaccordo, anche se non seguita da azioni specifiche, venivano perseguiti da una polizia occhiuta che, una volta afferrato un sospetto «sovversivo», non lo mollava. Istituiva un «fascicolo» a suo nome e lo spediva a tribunali che condannavano al carcere o al confino. Dal 1924 in poi i «fascicoli» hanno riempito armadi su armadi, e sono stati duri a morire se per molti non è stato agevole farsi restituire onore e libertà neanche a guerra finita.

Dolorose testimonianze 
La documentazione raccolta (l’apparato di note non è meno interessante, non fosse che per il linguaggio e l’argomentazione dei commissari e prefetti) disegna figure sociali diverse, da popolani a professionisti, uomini e donne di differente formazione e appartenenza politica, spesso senza un’appartenenza politica vera e propria, individui o interi gruppi familiari che sono perseguiti per quel che pensano, per qualche contatto che mantengono, o fin per una battuta che nell’esasperazione gli è scappato di dire. Al minimo gli capitava una «ammonizione», che significava essere sorvegliato per la vita e impedito di accedere a una carriera. Chi poteva cercò di emigrare ed ebbe sorti diverse: in Francia non ebbe vita facile, in Argentina un poco di più, chi partì in Spagna sarebbe stato coinvolto nella guerra civile e sarebbe dovuto alla fine fuggire incalzato dalle truppe di Franco, e appena passata la frontiera francese veniva internato.
Un filo immaginario costituisce l’architettura formale del volume: l’autore figura di trovarsi, in un giorno del 1937 alla stazione di Napoli e scorgervi un gruppo di persone in catene, i «politici» destinati al confino o al carcere dopo lunghissime tradotte. Da quella stazione e in quel tempo le persone che Aragno nomina passarono realmente, ed egli le ha scelte fra molti altri incontrati nel corso del suo lavoro perché si ritroveranno tutti, salvo un vecchio anarchico perito nel 1931 in solitudine – («apparente solitudine» perché fu un anno di numerose persecuzioni) – nelle Quattro giornate di Napoli contro i tedeschi del 1943.
Sono profili rapidi, ma ognuno è una storia – potrebbe essere un romanzo. Prendiamo quello dal quale Aragno comincia: la famiglia Grossi. La giovane annunciatrice italiana di Radio Libertà di Barcellona, Ada, è figlia di un avvocato di idee socialiste che nel 1926 è vessato al punto da dover chiuder lo studio, parte con i suoi in Argentina dove scrive contro il regime; poi vanno in Spagna, padre e figlia lavorano nell’emittente repubblicana, un fratello è ferito a Teruel, dovranno fuggire separatamente in Francia dove saranno separatamente internati, un altro fratello impazzisce, dopo l’armistizio cercano di rientrare in Italia, vengono arrestati e condotti in manette a Napoli e condannati al confino. Dopo l’armistizio, insisto. Non basta: padre e figlia hanno fatto in tempo a vedersi cacciare da Radio Libertà non da Franco ma dai comunisti – i bolscevichi, come li chiama Aragno. La famiglia Grossi è un cristallo sul quale si è sfaccettata la tragedia dell’Europa. E ancora gli è andata bene, scrive Aragno, perché molti di coloro che avevano incrociato sono finiti uccisi.
E questa era una famiglia sia pur vagamente socialista. Ma Ezio Murolo, giornalista e partigiano alle Quattro giornate, è un inquieto, un ribelle, uno che ha perfino partecipato all’impresa fiumana di d’Annunzio, ma dubita di Mussolini. Al confino è preso dai dubbi, poi non dubita più e si ributta nella lotta. E Luigi Maresca, commesso delle Poste, che viene licenziato dalle medesime nel gennaio 1928 per avere scritto una lettera di ammirazione a Nitti, dovrà fuggire con la moglie in Francia e poi in Belgio a vivere di stenti, sarà tentato di arruolarsi nella guerra d’Etiopia per uscirne, ma si ferma prima di compiere il passo e sarà sulle barricate napoletane nel 1943. E coloro che ha incontrato?
Dai moltissimi rimasti fuori dal volume, Aragno si sente rimproverato negli ultimi capitoli, per averli trascurati. Sono pagine emozionate, nelle quali non nasconde più la polemica, fino ad allora tenuta sotto tono, verso le forze più grosse della resistenza che nel dopoguerra hanno confiscato la storia ufficiale. Sono soprattutto i comunisti, che oscurano non soltanto gli avversari interni, i bordighiani (un gruppo dei quali resterà a Napoli a lungo, avversato da quell’Eugenio Reale che sarà poi espulso dal partito per ragioni opposte), ma i socialisti e gli anarchici, intransigenti, irriducibili al comunismo «stalinista».

Una guerra di popolo
Non è stata la sofferenza minore, in questo antifascismo, la diffidenza e fin l’odio fra gente che stava dalla stessa parte. A Togliatti Aragno rimprovera, come si può immaginare, la svolta di Salerno. Le figure che ha rintracciato sono, sì, anche di militanti comunisti, ma perlopiù gente che segue altri ideali, spesso persone mosse da una diffusa «rivolta morale» che, appena se ne presentano le condizioni con lo sbarco e l’avanzata degli alleati, si battono con coraggio – popolo autentico, scontri durissimi, con molte perdite inflitte e ricevute, un popolo che una vera strategia di classe non avrebbe consegnato «all’ex fascista e criminale di guerra» Badoglio per compiacere gli alleati. L’opinione cui Luigi Cortesi non ha mai rinunciato in tutta la sua opera (si veda specificamente Mezzogiorno 1943. La scelta, la lotta, la speranza, Edizioni Scientifiche Italiane, a cura di Gloria Chianese) è anche quella di Aragno: una linea insurrezionale, più simile a quella di Tito che ai tempi lunghi di Togliatti, non solo sarebbe stata più giusta, ma era possibile: lo testimoniano quei nomi, quelle storie. Il Pci è accompagnato dall’ombra della repressione del Poum spagnolo, dei trotzkisti, di tutto ciò che è alla sua sinistra e gli appare estremista in Italia e in quel momento; anche quando Aragno ricostruisce le figure dei comunisti con lo scrupolo di sempre, non nasconde che a suo parere le loro priorità sono non quelle del popolo ma del partito e dei suoi legami con l’Unione Sovietica.
Delle molte colpe di cui si accusano oggi i comunisti italiani e che, a mio parere, non reggono a un’analisi ce n’è una assolutamente vera, e della quale il Pci, finché è esistito e i suoi propri seppellitori poi, non hanno mai fatto l’autocritica: la diffidenza e sovente l’attacco alle forze minori che combatterono il fascismo e la resistenza. E non tanto, per ovvi motivi, i socialisti o i pochi trotzkisti italiani, presto valorosi nella resistenza, quanto Giustizia e Libertà. I recenti lavori di Giovanni de Luna, specie il carteggio fra Dante Livio Bianco e Aldo Agosti e i molti studi di Mimmo Franzinelli testimoniano d’una grande realtà e di un grande occultamento. Ma non è questo il nocciolo del lungo lavoro di Aragno: è il bisogno morale di restituire alla memoria i troppi dimenticati di una rivolta, anch’essa anzitutto morale, degli italiani della prima metà del Novecento, e lo sdegno per l’odierna disinvoltura dello stato attuale e delle sue istituzioni su quanto concerne il fascismo. Disinvoltura che non sarà la prima né l’unica ragione del degrado politico di oggi, ma non ne è sicuramente l’ultima.

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Bottega Scriptamanent
Mensile di dibattito culturale e recensioni

Direttore responsabile: Fulvio Mazza
Direttore editoriale: Graziana Pecora
Anno VII, n. 65, gennaio 2013

Repressione fascista e resistenza al Duce. I danni della scienza usata a scopi politici . “Pazzia indotta” vs “ragion di stato”: da Bastogi editore, otto storie di vite annientate dalla psichiatria di regime
Federica Lento

Quando la Storia assume quasi i caratteri del romanzo, pur non essendo purtroppo invenzione; quando il sacrificio di vite umane diviene racconto, messo nero su bianco e reso disponibile ai lettori, non si può fare a meno di riflettere su una pagina triste del nostro passato.
Durante la Repressione fascista molti uomini, donne, ragazzini decisero di non abbassare la testa, di continuare a lottare per la propria libertà e per le proprie convinzioni, nonostante l’incombente minaccia di privazioni e addirittura di morte. Non si trattava solo di privazioni materiali e di mancanza di libertà ma di perdita della vita, brutale o graduale, giorno dopo giorno, quando spesso accadeva di essere rinchiusi nei manicomi perché le proprie idee non erano affini a quelle del regime.
Giuseppe Aragno, storico napoletano scrittore di numerosi testi sulla lotta antifascista rivoluzionaria e sul movimento operaio, ha recentemente pubblicato il saggio Antifascismo e potere. Storia di storie (Bastogi editore, pp. 154, € 15,00), in cui la cornice della Storia durante il periodo fascista non può escludere gli otto racconti privati dei singoli che della Repressione sono stati vittime lucidamente e coraggiosamente consapevoli.

La psichiatria: strumento di repressione politica
Le vicende raccontate sono storie di reclusione presso manicomi di persone non malate ma considerate pericolose agli occhi del regime, per le proprie idee antifasciste; dei “folli” che non possono camminare liberi per strada ma devono essere segregati, censurati, stretti da una camicia di forza che non blocca solo i movimenti ma anche i pensieri. Un utilizzo dunque politico della psichiatria. Tra le varie storie c’è quella di una donna, Clotilde Peani figlia della “Italia liberale” di Depretis e Crispi. Torinese e ben lontana dal cliché di sartina pallida e buona madre e moglie, frequenta già da adolescente i circoli socialisti, tacciata subito dalle autorità di essere una donna “audace e pericolosa”. La sua vita di militante e attivista è condannata dal sistema repressivo fascista. Clotilde sarà epurata come “schizofrenica”, così come tanti altri suoi compagni, improvvisamente ritenuti “mentalmente instabili”, quindi rinchiusa a vita in manicomio; morirà nel 1942 nell’Ospedale psichiatrico di Napoli.
C’è poi la storia di Nicola Patriarca, beffato da ben due “ragioni di stato”, quella russa prima, quella italiana poi. Nato infatti a Voronež, non distante dal confine ucraino, Kolia (così come sua moglie Varia ama soprannominarlo) è fedele al Partito comunista sovietico, ma viene “eliminato” dal governo staliniano nel 1937 semplicemente per la sua “nazionalità inaffidabile”. Rifugiatosi a Napoli, ben presto i suoi ideali gli causano l’internamento da parte delle camicie nere al confino di San Costantino Calabro. Straziante la sua corrispondenza epistolare con la moglie e con il figlio, che trasmette tutta l’umanità e la sofferenza di un uomo incompreso e punito due volte per il proprio credo. Arrestato nel 1939, si perdono le sue notizie nel 1941, proprio a pochi mesi dalla fine della sua pena, arrivata grazie all’insperata amnistia sovietica.
Ancora, c’è la vicenda di un giovane, Umberto Vanguardia, che da adolescente forse inconsapevole, forte dei propri ideali contro il regime da urlare giustizia già tra i banchi di scuola del ginnasio, viene internato ancora una volta per la sua “utopia”. E poi le storie di Luigi Maresca, Emilia Buonacasa, Pasquale Ilaria, Giovanni Bergamasco e l’intera famiglia Grossi, tutte accomunate dallo stesso triste finale, quello dell’internamento.
Nel raccontarle, Aragno non si accontenta di mettere sotto accusa l’apparato repressivo totalitario della dittatura mussoliniana, ma insiste sui meccanismi di un’Italia liberale prefascista, che aveva concepito e costruito i rudimenti del sistema di controllo e repressione, usati prontamente poi in epoca fascista. Protagonisti delle biografie presentate sono attivisti delle forze minori, ma che appaiono al contrario rappresentativi di una vicenda di dimensione nazionale e internazionale, delle classi subalterne, che rompono gli schemi consolidati.

Lo scontro tra “ragion di stato” e utopia antiregime
Quello che emerge dalle vicende raccontate da Aragno è una riflessione sulla dicotomia tra la “ragion di stato” – quella che Benedetto Croce descriveva come la «legge motrice» di un paese e che assume nella realtà l’ideologia di un regime come rinuncia al singolo in nome degli interessi dei gruppi dominanti – e l’utopia antifascista, uno scontro tra «l’eccesso di realismo», come lo definisce l’autore, e l’eccesso di speranza. Non a caso l’utopia rasenta il limite sottilissimo della pazzia che, in questo saggio, è pazzia indotta, pazzia inventata, giustificazione o alibi a dei moti e ideali da reprimere e controllare. L’isolamento, la paura, la scelta di opporsi comunque e resistere in un libro che tiene assieme il rigore della ricerca scientifica e i ritmi e le parole della narrazione, un “romanzo storico” che, partendo dalla varietà di situazioni, aspirazioni, relazioni e intenti, si focalizza sui volti, le voci, le vicende umane e politiche di una militanza sofferta.

(www.bottegascriptamanent.it, anno VII, n. 65, gennaio 2013)

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Il Manifesto, 16 gennaio 2013

Memoria- «Antifascismo e potere. Storia di storie» di Giuseppe Aragno
Frammenti ribelli all’ordine costituito
Piero Bevilacqua

Gli studi di storia del movimento operaio, che in Italia hanno conosciuto una fase di effervescenza nei primi decenni dopo la seconda guerra mondiale, sono da gran tempo trascurati dagli studiosi dell’età contemporanea. Il lavoro e la lotta di classe non sono alla moda, appaiono estranei e stridenti con lo spirito del tempo, e gli studiosi italiani, per lunga tradizione, si guardano bene dall’urtare il perbenismo dominante nella nostra accademia. Solo da alcuni anni sono ripresi gli studi di storia del sindacato, che segnalano una rinnovata attenzione a quello che è senza dubbio un carattere saliente della storia politica italiana nel XX secolo.
La presenza di un grande sindacato di classe come la Cgil, e talora un ruolo incisivo delle formazioni minori, accompagna originalmente la vita e l’evoluzione dei ceti popolari nel corso del secolo. Ma la storia del sindacato non è la storia del lavoro e dei lavoratori, anche se la riguarda molto da vicino e la coinvolge. La classe operaia, come corpo sociale e i movimenti popolari non hanno conosciuto l’ampiezza degli studi riservati dagli storici italiani ai contadini e alle loro lotte. E oggi men che mai tornano ad attrarre l’attenzione degli storici. Perciò appare come uscito da un età remota il recente saggio di Giuseppe Aragno, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi Editrice Italiana, pp. 145, euro 15). Per la verità Aragno aveva già pubblicato per Manifesto-Libri Antifascismo popolare. I volti e le storie (2009). Ora continua in quel filone di studi che riprende la tradizionale storia del movimento operaio, esaminata non quale fenomeno collettivo – sempre presente come sfondo storico – ma sotto forma di vicende biografiche, storie individuali, avventure politiche ed esistenziali dei singoli. E, per quest’ultimo aspetto, va anche rilevato che i personaggi ricostruiti nel loro percorso non sono i grandi leader, non portano nomi illustri, ma sono protagonisti oscuri o semiuscuri che hanno dedicato la loro vita alla lotta politica, pagando un caro prezzo personale. Sfilano in questo testo, preceduti da una nota di inquadramento storico, le vicende di uomini e donne irregolari, trasgressivi, che lo Stato liberale e quello fascista spesso bollano come pazzi, reietti, violenti eversori dell’ordine costituito. Referti che Aragno registra con particolare soddisfazione, perché il suo impegno di storico è tutto mirato a portare alla luce personaggi che sin nella loro esperienza esistenziale appaiono come antisistema, fuori e contro ogni ordine costituito.
Esemplare sotto questo profilo è la storia di Emilia Buonacosa d’ignoti, trovatella di Pagani, nel salernitano, che diventa organizzatrice sindacale a Nocera Inferiore nei primi decenni del Novecento e poi entra nel giro europeo degli esuli antifascisti. Ma nel testo troviamo anche le vicende di personaggi meno oscuri, come quella di Luigi Maresca, partigiano durante le Quattro giornate di Napoli, che ha un profilo intellettuale e politico più evidente e maturo. Le storie iniziano con la vicenda di una donna, Clotilde Peani, anarchica, nata a Torino, che finisce i suoi giorni a Napoli dopo anni di persecuzione fascista, e proseguono con la vicenda di altri sette personaggi.
Di queste storie non si può dar conto se non in maniera frammentaria, per suggerire un’idea del materiale che il lettore trova nel libro. Certamente val la pena ricordare la vicenda di Kolia (Nicola) Patriarca, un italo-russo che, come ricorda l’autore «vede la sua vita, i suoi affetti e la sua famiglia colpiti dalla furia ideologica di due dittature». Patriarca, infatti, comunista, è costretto ad espatriare dall’Urss, dove infuria la repressione staliniana, e a rifugiarsi in Italia. Qui è accolto di buon grado dalle autorità del regime, che possono utilizzare la sua posizione in funzione antisovietica. Ma Patriarca ha alle spalle una storia di condivisione della rivoluzione sovietica e non lo nasconde. Viene perciò denunciato dalla polizia, nel 1938, «come persona pericolosa per gli ordinamenti sociali e politici» dell ‘Italia. Finisce al confino a San Costantino Calabro.
Le storie ricostruite da Aragno hanno il sapore di una giustizia postuma resa a personaggi travolti dalla storia e poi e dall’oblio, talora politicamente intenzionale, di chi è venuto dopo. Vi si osserva evidente una determinata volontà di risarcimento della memoria. È una operazione moralmente e storiograficamente degna, che merita plauso. Credo, tuttavia, che la qualità storiografica dell’operazione sia alterata dal linguaggio che l’autore ha scelto per narrare queste storie. Appare evidente un eccesso di partecipazione ideologica di Aragno alla vicenda dei suoi eroi. Sicché le parole dei protagonisti, i loro punti di vista, le loro recriminazioni, il loro intero mondo vissuto di persecuzione e di lotta, diventano il materiale diretto della narrazione storica, con poco filtro emotivo e la misura che sarebbe stata necessaria.

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