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Posts Tagged ‘Primo Levi’

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Un ormai lontano 27 gennaio nelle parole scritte per Fuoriregistro.  Anche la critica alla “memoria di Stato” è ormai memoria e mi piace poter dire a me stesso che non modificherei di una virgola ciò che scrissi. Avevo e ho di Napolitano una pessima opinione e di ministri come Mastella conservo immutato il disgusto più profondo.

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Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica grazie al voto di deputati che nessuno ha mai eletto – i precedenti di questo Parlamento vanno cercati nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni – s’è nominato paladino ritardatario della Shoa e difensore d’ufficio del sionismo. Va bene così. Ho fondati motivi per temere che non durerà ancora molto, ma per il momento ognuno è libero di esprimere le sue opinioni e ne approfitto per ricordare a Napolitano come, grazie all’amnistia firmata da Palmiro Togliatti, segretario del suo partito politico, la stragrande maggioranza degli italiani responsabili dell’Olocausto l’hanno fatta franca. Non so se ne ha memoria, ma mi creda, persino i firmatari del “Manifesto degli scienziati razzisti“, pubblicato in pompa magna sul “Giornale d’Italia” il 14 luglio 1938, transitarono senza difficoltà dalle cattedre delle università fasciste a quelle repubblicane. Sabato Visco c’era ancora nel 1963, Eduardo Zavattari nel 1958, Nicola Pende nel 1955.
E qui mi fermerei per carità di patria, se il Presidente non ci avesse intimato di dimenticare le responsabilità del sionismo e non fossi preso dal timore di dover imparare ad esaltare o rifiutare “ope legis“, così come per legge si va ormai decidendo quello che occorre ricordare o dimenticare. Le mie opinioni politiche riguardano la mia coscienza e sono vincolate solo dalla legalità costituzionale che tutela la libertà di espressione del pensiero e quella d’insegnamento. La mia generazione non ha atteso il 2006 per esprimere la sua condanna irrevocabile delle aggressioni sovietiche: quando Napolitano e molti altri tacevano io e tanti come me, che oggi ritengono assolutamente inaccettabile il martirio della Palestina, facemmo sentire la nostra voce e uscimmo dal Pci. Oggi come allora, alta e libera deve poter salire la nostra protesta per Beirut massacrata, la Palestina martirizzata, per Guantanamo torturata e per tutto ciò che sarà domani la memoria di oggi. Il male non si combatte calendario alla mano, nei giorni deputati all’uso pubblico della storia. Il ministro Mastella faccia le leggi che vuole – leggi erano pure quelle fasciste – ma chi è abituato a star zitto quando conviene, non ci ridurrà a pecore obbedienti e non otterrà di farci tacere criminalizzandoci e minacciandoci.
Fosse vivo oggi Primo Levi – l’ha ucciso la repellenza per l’ipocrisia – ripeterebbe ciò che disse anni fa, di fronte al Libano massacrato, a un giornalista che chiedeva: “Qual è la lacerazione più profonda che provano oggi gli ebrei davanti a quello che accade in Libano?“. La lacerazione, egli rispose, “è tra l’immagine che ci eravamo costruiti dello Stato d’Israele (e cioè di essere il paese oasi, il paese della ricostruzione della nazione ebraica) e, invece, la nuova evoluzione, in senso militarista, in senso larvatamente fascista. Si trattava di ridare un centro non solo geografico, ma anche culturale, all’ebraismo mondiale. Adesso stiamo assistendo al prevalere delle istanze nazionaliste in senso aggressivo“.[1]. Che farebbe Mastella? Ne chiederebbe l’arresto? E che senso hanno di fronte ad un uomo di tale statura, di fronte alla sua tragica testimonianza, le parole del Presidente della Repubblica?
Lo dico apertamente: non vorrei essere nei panni degli storici che verranno. Cosa potranno dire di noi, a cosa si appiglieranno per giustificare la vergogna in cui sprofondiamo? Quando avranno di fronte le leggi dei nostri Parlamenti, le dichiarazioni dei nostri politici, le cronache dei nostri giornali in questi primi anni del nuovo secolo, si chiederanno invano dove sia finita l’intelligenza critica della nostra gente. Alla fine della guerra libica Salvemini ebbe lucidamente a domandarsi: “Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Che cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature classiche, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch’essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero, perché lasciarono che il paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità?“.[2] Non fece a tempo a cercare risposte: seguirono a ruota la “Grande guerra” e il fascismo.

Note

1) Primo Levi, “La Repubblica”, 28 giugno 1982
2) Gaetano Salvemini in AA. VV., Come siamo andati in Libia, La Voce, Firenze 1914, p. X.

Da Fuoriregistro, 27 gennaio 2007

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10551057_10152633444090452_4884096819397604607_nL’articolo che ha mandato in bestia il sionista  l’ho scritto il 3 agosto e tornerei a scriverlo mille volte. “Gaza: il trionfo della neolingua”, l’ho intitolato e non mi sono pentito. Il sionista inviperito l’aspettavo al varco e lo sapevo bene che sarebbe giunto.
«Tutto può dire, anche di voler mandare a mare tutti gli ebrei», m‘ha scritto, come se fosse lui a decidere quello che dico io, «anche che Papa Francesco non è sensibile alla sofferenza , anche che gli ebrei sono il male assoluto ; anche che lei si martirizza per quanto avviene nell’inferno della palestina e di israele. Ma se ha un minimo di dignità,vada a combattere , altrimenti non nomini più la parola pace senza sciacquarsi la bocca. Di gente di sinistra o di destra che si schiera da una delle due parti , senza capire nulla del dramma che due popoli stanno vivendo da svariati decenni , noi , palestinesi e israeliani che sognano di vivere in pace , non sappiamo cosa farcene. Andate e rilassatevi , che ci pensiamo noi a soffrire , senza pubblico».
L’ammazzabambini è così, pubblico non ne vuole e non fa meraviglia: anche ad Auschiwitz il pubblico non lo voleva nessuno. Che fai? Lo ignori? No. Due parole le merita, poi ognuno per sé.
«Le rispondo per le rime, Motti, poi la mando all’inferno come merita. Si lamenti quanto vuole della mia mancanza di democrazia, non cambio idea: i macellai di bambini e i loro accoliti mi fanno schifo. Qui si parla di un governo criminale e di vergognose complicità internazionali. Lei, che non ha argomenti, ciancia di dignità. Non si preoccupi della mia, ci bado da solo e combatto più di quanto lei creda. Raccolga se riesce i cocci della sua, poi si guardi allo specchio e si sputi in faccia. Di pace non ho parlato e non lo farei. La pace coi nazisti non si fa. E’ una vergogna che gente come lei si erga a rappresentante di una comunità sparsa per il mondo. Lei rappresenta a stento se stesso e quanto resta di una delle peggiori ideologie del XIX secolo: nazionalismo e colonialismo. Primo Levi, che certo conoscerà, e molti intellettuali ebraici non la pensano come lei e combattono l’ingiustizia e l’oppressione dell’uomo sull’uomo. Dopo Sabra e Chatila, Primo Levi, si disse indignato e pubblicamente auspicò le dimissioni di Ariel Sharon e Menachem Begin. Israele, che aveva sempre ignorato le dichiarazioni di Levi, non poté fare a meno di “scoprire” il celebre ma scomodo reduce dell’Olocausto e si scandalizzò. Quando, in una intervista, gli chiesero perché avesse firmato un manifesto che condannava il militarismo israeliano, Levi rispose con parole che ancora oggi sono una inappellabile condanna: «Ognuno è ebreo di qualcuno». Si riferiva ai polacchi, ai gitani, agli armeni, urlano oggi i sionisti. ma non è così. Stava parlando di Sabra e Chatila e lo stava facendo dopo aver firmato un appello per la Palestina.  Gentiloni, autore dell’intervista, ne ricavò la conclusione lampante: «in questo momento i palestinesi sono gli ebrei di Israele». Riportava evidentemente il pensiero dell’intervistato che, non a caso, nonostante l’infuriare delle polemiche, non lo smentì. Basta. Né Levi, né io abbiamo voglia di discutere con lei. Non pubblicherò mai più i suoi commenti e quelli di gente come lei».
L’intenzione era quella di chiudere davvero. Il sionista non è nemmeno un combattente. Parla l’italiano dei tifosi e se ne sta in pantofole davanti alla televisione. E’ un ebreo italiano, forse, ma con lo Stato sionista condivide al più la religione. Fingendosi israeliano combattente, s’è messo a fare la vittima insolente:
«Venga», m’ha scritto in un battibaleno, inferocito, «venga qui da noi e si prenda in mano un uzi o un kalashnikov e saprà immediatamente cos’è la guerra; il terrore , la paura che le provoca tremori incontrollabili , la cacca che le cala dai pantaloni , il sudore che puzza come mai… Venga e poi capirà perché io israeliano ho un grandissimo rispetto per i combattenti palestinesi e provo grande schifo per gente come lei che appena sente il rumore dei nemici si trova la penna che trema e i pantaloni bagnati. La guerra… ma si vergogni… venga , venga e poi capirà ;vale più di mille libri… che lei conosce poco. Primo levi?Nemmeno lo nomini!».
Che fai ti butti a pietà, macellaio cacasotto? Dove vengo? Nel salotto di casa tua a guardare alla tele la guerra che ti eccita? Che vuoi, un articolo tutto per te? Ok. soldatino di latta. Il titolo ti sta a pennello: «L’ammazzabambini». Chissà che non impari qualcosa dagli israeliani migliori, uomini, non bambocci che se la fanno addosso e misurano gli altri da se stessi. Eccoti servito, poi togliti dai piedi e porta altrove i tuoi escrementi.

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Natan Blanc, ebreo israeliano, è stato uno dei primi obiettori di coscienza israeliano. Un comunista che è entrato e uscito dal carcere, finché non è stato esonerato dal servizio. L’anno scorso dichiarò ad Amnesty International, che Israele non intende «garantire ai palestinesi uguali diritti, o il diritto di voto». Io, aggiunse, «non voglio prendere parte a questa situazione… voglio stare dietro alle mie azioni e non voglio fare cose che vanno contro la mia coscienza». Aveva chiesto di arruolarsi nel servizio medico di emergenza (la Croce Rossa israeliana), ma le autorità negano agli obiettori di coscienza un servizio civile alternativo alla leva militare. In Israele non c’è.
Migliaia e migliaia di israeliani si oppongono al governo sionista, sono numerosi i giovani obiettori che si rifiutano di far la guerra ai bambini e sono maltrattati e imprigionati. Di questo non si parla, naturalmente, ma si tratta di un fenomeno sociale sempre più diffuso. Chi dice di no, ha certo più coraggio di chi parte. Uriel Fereira, scrive il «Fatto Quotidiano», è un giovane ebreo ortodosso; il 20 luglio è riuscito a diffondere questo messaggio: «Ciao, sono Uriel Ferera. Ho 19 anni e vengo da Be’er Sheva. Ho già trascorso 70 giorni in prigione, 4 volte consecutive, per essermi rifiutato di arruolarmi, per motivi di coscienza. Violazione dei diritti umani, uccisioni e umiliazioni del popolo palestinese nei territori occupati sono i motivi principali del mio rifiuto all’arruolamento. Per me, in quanto onesto credente, questo è assolutamente in contraddizione con la visione che Dio ci crea tutti a sua immagine e somiglianza, e noi non abbiamo il diritto di fare del male ad alcun essere umano. È ora in atto un’operazione militare a Gaza. L’esercito sta attaccando obiettivi dove uomini innocenti, donne e bambini vivono. Spero che questa operazione finisca, che l’occupazione finisca e che noi tutti possiamo vivere in pace su questa terra. Domani dovrò presentarmi alla base di insediamento militare e rifiuterò ancora una volta. Inizierò il mio quinto periodo consecutivo in prigione. Sono orgoglioso di me stesso di andare in prigione e di non prendere parte in crimini di guerra»
Quelli come Uriel sono tanti e nelle prigioni militari non c’è più spazio, perché come riferisce Uriel, molti giovani che stnno dicendo basta all’occupazione e all’oppressione del popolo palestinese. Il motivo del rifiuto è chiarissimo. «Mi rifiuto» – scrive Uriel – «di arruolarmi nell’esercito perché non voglio collaborare con crimini di guerra, spargimento di sangue e uccisioni di bambini». Gli obiettori trovano illogico «parlare di pace quando stiamo bombardando civili a Gaza».
Gruppi minoritari come i Drusi, che costituiscono il 20 % della popolazione di Israele, palestinesi, arabi ma cittadini israeliani, costretti a svolgere il servizio militare dall’ormai lontano 1956, si rifiutano in numero crescente di indossare la divisa dell’esercito israeliano per combattere contro il loro stesso popolo. Lo Stato d’Israele è costretto a fare i conti con un’iniziativa organizzata nel tessuto sociale del Paese, che non solo rifiuta l’arruolamento obbligatorio ma chiede il riconoscimento dei diritti della società araba-palestinese.
Il giovane violinista Omar Saad, palestinese druso, ha subito lunghi arresti: la prima volta finì dentro perché, assieme ai fratelli, diede vita a una protesta musicale davanti a una prigione militare israeliana in Galilea. Quando ha deciso di rifiutare l’arruolamento, ha scritto una lettera aperta tradotta anche in italiano: «Signor Ministro della Difesa di Israele, sono Omar Zahredden Mohammad Saad, proveniente dal villaggio Maghar, Galilea. Ho ricevuto l’ordine di arruolarmi nell’esercito il 31 ottobre 2012 secondo gli accordi sulla leva obbligatoria per la congregazione Drusa, e di seguito la risposta alla sua richiesta:
Rifiuto di arruolarmi perché non accetto la legge che prevede l’arruolamento obbligatorio opposto alla mia congregazione Drusa. Lo rifiuto perché sono un pacifista, e odio ogni tipo di violenza, e credo che l’esercito sia il massimo della violenza fisica e psicologica, e da quando ho ricevuto l’ordine di iniziare con le procedure per l’arruolamento la mia vita è cambiata completamente. Sono diventato molto nervoso e i miei pensieri confusi. Mi sono ricordato di migliaia di immagini crude e non potevo immaginare me stesso ad indossare l’uniforme militare, partecipando alla soppressione del mio popolo palestinese, combattendo i miei fratelli arabi. Rifiuto l’arruolamento nell’esercito israeliano o in ogni altro esercito, per ragioni morali e nazionali.
Odio l’oppressione e disprezzo l’occupazione. Odio pregiudizi e restrizioni alla libertà. Odio chi arresta bambini, vecchi e donne. Sono un musicista e suono la viola. Ho suonato in numerosi posti e ho molti amici musicisti da Ramallah, Gerico, Gerusalemme, Hebron, Nablus, Jenin, Shafaamr, Elaboun, Roma, Atene, Beirut, Damasco, Oslo ed altro ancora. E tutti noi suoniamo per la libertà, umanità e pace. La nostra arma è la musica e non ne avremo di alcun altro tipo.
Faccio parte di un gruppo oppresso da una legge ingiusta, quindi, come possiamo combattere contro i nostri parenti in Palestina, Siria, Giordania e Libano? Come posso lavorare come soldato al check point di Qalandia, o in qualsiasi altro check point di occupazione quando io stesso ho provato l’esperienza di oppressione in questi check point? Come posso impedire alle persone di Ramallah di visitare Gerusalemme? Come posso fare la guardia al muro dell’apartheid?
Come posso fare da carceriere per il mio popolo, mentre so che la maggior parte dei prigionieri sono detenuti in cerca di diritti e libertà?
Suono per divertimento, libertà, e solo per la pace che si basa su fermare gli insediamenti e il ritiro dell’occupazione israeliana dalla Palestina. Per l’istituzione di una Palestina indipendente con Gerusalemme come capitale, per il rilascio di tutti i prigionieri e per il ritorno in patria di tutti i rifugiati espulsi.
Molti dei nostri giovani hanno servito sotto la leva obbligatoria e cosa hanno ricevuto alla fine? La discriminazione in tutti i campi. I nostri villaggi sono i più poveri della regione, le nostre terre sono state confiscate, non abbiamo mappe strutturate, non abbiamo zone industriali. Il numero di laureati nella nostra regione è il più basso e soffriamo molto il mancato sviluppo. Questa legge sulla leva obbligatoria ci ha isolati dal mondo arabo. Per quest’anno ho intenzione di continuare i miei studi superiori e mi auguro di continuare pure gli studi accademici. Sono sicuro che lei proverà a mettere ostacoli a fronte delle mie ambizioni di uomo, ma io lo dirò a voce alta: ‘Sono Omar Zahreddeen Saad. Non sarò una vittima della vostra guerra e non sarò un soldato del vostro esercito.’ Firmato: Omar Saad»
Il governo non gli ha risposto e l’esercito pretende di arruolarlo. E’ finito in prigione sei volte e agli avvocati – anche quelli del New Profile, che chiedono la demilitarizzazione della società israeliana – non è più consentito di visitarlo. Stessa sorte tocca a molti altri obiettori di coscienza, nelle prigioni militari. La detenzione è durissima, Omar è finito in ospedale per una acuta infezione e il padre sostiene che la malattia è una conseguenza diretta delle condizioni in cui è stato tenuto nel carcere.
Il gruppo anti-militarista New Profile, Amnesty International, Baladna, il Druze Initiative Committee e altre associazioni per i diritti umani, fanno appello al governo di Israele perché la smetta di arrestare gli obiettori di coscienza. Poco prima dell’ultima aggressione, gli attivisti israeliani del gruppo “Breaking the Silence” hanno tenuto nel centro di Tel Aviv una lunga iniziativa; hanno parlato ex soldati israeliani e ad altri attualmente in servizio, ad hanno accusato l’esercito, conquistando molti consensi tra chi passava e si fermava ad ascoltarli. Ecco alcune delle testimonianze più significative.
Adi Mazornon non ha esitato a raccontare in pubblico particolari atroci: «Il mio comandante» – ha riferito- «preso il telefono, ha detto: ‘Noi vediamo là alcuni bambini che lanciano pietre sul muro’. Non c’era alcun bambino. Niente. Aveva mentito. Noi abbiamo detto ‘d’accordo’ e il mio collega ed io siamo saliti sul carro. Abbiamo sbloccato una granata stordente e l’abbiamo gettata sopra il muro. C’è stato un grande scoppio. Mi sono accorta di un Palestinese che lavorava nel suo campo. Era atterrito. Ricordo di essere stata molto fiera del mio gesto. Poi la sensazione di eroismo è presto diventata una sensazione di vergogna. Avevo vergogna di me stessa. Era come se il territorio palestinese fosse un nostro terreno di gioco dove potessimo fare quel che volevamo in qualsiasi momento».
Gil Hellel, nel suo intervento, ha raccontato: «eravamo un’unità mista sul terreno per gestire i disordini provocati dagli Ebrei. La popolazione nella colonia ebraica di Avraham Avinu è nota per essere difficile da gestire e origine di molti problemi. Tutta la città di Hebron è il focolare dei coloni più estremisti, giunti lì per una missione, per così dire: la riconquista della Terra d’Israele. Loro molestano continuamente ogni giorno i Palestinesi che vivono laggiù. In mezzo a tutto ciò, ricordo di aver pensato dentro di me: Ma per l’amor di Dio, cosa sto facendo io qui? Chi sono davvero in procinto di difendere?».
Noam Chayut, a sua volta ha raccontato: «C’era grande folla che tentava di attraversare il checkpoint per spostarsi da Gerusalemme a Ramallah, cioè per uscire da quello che noi definiamo il legittimo Israele. Noi li perquisiamo allo stesso modo nei due lati del passaggio. Una volta c’era tra la folla un’adolescente o una giovane donna occidentale, o europea. L’ho guardata e in qualche modo le ho fatto segno di fare il giro invece di aspettare con gli altri. Lei è arretrata di un passo e ha cominciato ad urlare in inglese. ‘Perché? Che differenza c’è fra me e questa donna con i suoi marmocchi che piangono in coda?’ Evidentemente, non ho potuto rispondere, perché non c’era risposta» (Andrea Di Cenzo – MEE, Traduzione di Maria Chiara Tropea – Donne in nero).
Recentemente, una ragazza, una civile israeliana, Naomi Levari. regista e produttrice teatrale e cinematografica, si è così rivolta ai Palestinesi:
«Cara gente di Gaza, qualsiasi cosa stia per dire sembrerà priva di senso di fronte a ciò che state attraversando. Però al momento è l’unico strumento che ho – le mie parole. Mi chiamo Naomi e vivo in Israele. Mi vergogno e vi chiedo perdono. Mi preoccupo per voi, piango per voi e soffro per le vostre perdite. Questi sono giorni bui e so che questo non può consolarvi in alcun modo. Ma qualcuno di noi sta facendo tutto quello che può – che non è molto – per mettere fine a tutto questo: dimostrazioni, momenti pubblici, e nei nostri cuori stiamo chiedendo che le nostre preghiere siano ascoltate nel cielo al di sopra delle nostre anime. A voi non è più rimasta alcuna parola. E io spero che tutto questo cambi presto. Mi appello ai governanti di Israele perché si comportino come persone responsabili, come leader, e che pongano immediatamente fine a questo spargimento di sangue. Ricordo al popolo di Israele che questo non è un videogame, che non ci sono vincitori e vinti, punteggi e classifiche: ci sono solo sconfitti. La gente continua a essere uccisa, le case ad essere distrutte, i sogni ad essere seppelliti. La società israeliana sta perdendo la sua tolleranza e sta diventando una banda di delinquenti. L’unica cosa che possiamo fare è – ancora una volta -chiedervi perdono e usare tutti gli strumenti che abbiamo per fermare tutto questo. State al sicuro».
Levi l’aveva detto: «Ognuno è ebreo di qualcuno» e oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele.

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Per cacciar via i fantasmi che gli facevano guerra – e cancellare un presente che già affidava al passato la memoria – Primo Levi si tolse la vita. Aveva conosciuto la “vergogna di non esser morti” e fissato quel suo senso atroce di colpa in versi scolpiti nella disperazione:

Since then at an uncertain hour,

sommershu[1]dopo di allora, ad ora incerta,
quella pena ritorna.
E se non trova chi lo ascolti
gli brucia il petto in cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni,
lividi nella prima luce,
grigi di polvere di cemento,
indistinti per nebbia,
tinti di morte nei sonni inquieti:
a notte menano le mascelle
sotto la mora greve dei sogni
masticando una rapa che non c’è.
Indietro, via di qui, gente sommersa,
andate.
Non ho soppiantato nessuno,
non ho usurpato il pane di nessuno,
nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate nella vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro.
E mangio e bevo e dormo e vesto panni

Non la comprenderebbe, Levi, una memoria istituzionalizzata e priva di presente.
Una memoria ope legis, è un confine tirato con squadra e penna sulla geografia del tempo, come quello d’un antico stato coloniale: mente fissando un limite e consegna al passato ciò che invece è presente.
Affinché non sia più così”, va proponendo. Quasi che così non fosse ancora, che così non fosse più, che così, purtroppo, non sarà domani.
Così cosa?
Così la persecuzione e l’eliminazione fisica, così la segregazione, così la strage fatta pensiero, progettata ed eseguita.
Nella fissità della memoria messa in calendario c’è un esito scontato, un postulato che non si dimostra – è accaduto e non dovrà ripetersi mai più – sicché i ruoli, cristallizzati, sono assegnati in via definitiva e non è consentito aggiornare il copione. Eppure è sotto gli occhi di tutti: l’agnello si è fatto lupo e c’è un lager grande come un intero paese. E’ così, ma non si vede. Non dovrà accadere, si dice, d’accordo: ma accade, intanto, diavolo se accade, ed allora? Nulla. Sulle carte, nella geografia della memoria, il presente non c’è: le stragi e i genocidi sono sempre la storia del passato.
Per quanto mi riguarda, le date della memoria appartengono al futuro. Ai ragazzi racconto pochi fatti del nostro tempo. C’è chi pone sullo stesso piano morale partigiani e repubblichini – sanno di che si parla, gli studenti, e chi non li conosce ormai i “ragazzi di Salò”? – spiego serenamente. Stupidi o bugiardi – commento – non vi pare? Dicono di avere sacra la memoria della shoà, ma di fatto esaltano il genocidio. I ragazzi capiscono al volo: i partigiani, infatti combatterono i nazisti, mentre i repubblichini ne furono gli alleati. Hai voglia di millantare l’amicizia degli ebrei: ti ha ospitato Sharon, un macellaio sionista.
Cala così sulla memoria offesa un’onta rinnovata, e i ragazzi capiscono al volo: c’è di mezzo un muro col suo filo spinato. Un muro, anche stavolta.
Credo fermamente nella memoria del presente; quella che non si ferma al passato, ma si guarda attorno ed esclama angosciata: accade, sta accadendo.
In Ruanda, accade, dove l’ONU ha contato un milione di morti, ha denunciato i “crimini contro l’umanità”, poi, pressata dagli USA, ha ritirato i caschi blu.
A Cuba, accade – certo, quella di Fidel Castro, che scandalizza i benpensanti – a Cuba, dove un embargo fuorilegge insidia da decenni la crescita d’un popolo, dove c’è un campo di concentramento nel quale la Convenzione di Ginevra non conta e i prigionieri sono torturati: li minaccia la condanna a morte e non hanno avvocato.
In Iraq accade, dove un embargo feroce ha sterminato settecentocinquantamila bambini e una guerra illegale, combattuta con armi di distruzione di massa, ha massacrato innumerevoli innocenti; in Iraq, accade, dove migliaia di persone, cadute in mano agli aggressori anglo-americani, sono sparite nel nulla, dove gli invasori passano per liberatori e i partigiani, che hanno per arma se stessi, sono naturalmente terroristi.
Credo fermamente nella memoria che dice: sta accadendo, accade. E mi piace ricordarlo con le parole di Gino Strada, un medico che sa raccontare, un testimone scomodo:

“Part Three” è il nome della prigione di sicurezza a Kabul. Strano nome, visto che nessuno sa dove siano la prima e la seconda parte.sayag[1]

Sono le otto del mattino quando ci aprono la porta di ferro del carcere: qui sono rinchiusi i prigionieri un po’ speciali. i talebani più duri e i non-afgani, gli “afghan arabs”.
Kate aveva visitato alcune parti della prigione qualche giorno prima. “C’è molto da fare lì dentro”, era tutto quello che ci aveva detto la sera.
I secondini sono gentili ma diffidenti. Per alcuni di loro è un nuovo incarico, ancora non ci conoscono: osservano con sufficienza i permessi che ci consentono l’accesso a tutte le prigioni per verificare le condizioni di salute dei detenuti, ma alla fine si rassegnano ad averci tra i piedi per qualche ora.
Senza grande entusiasmo ci conducono giù nel sotterraneo, dove stanno i prigionieri.
Fa freddo lì sotto, e c’è molta umidità. Le celle sono l’una a fianco dell’altra, da un solo lato del corridoio, chiuse le porte metalliche.
Cominciamo la visita.
Un secondino cerca di fare il furbo e passa oltre, senza aprire una delle porte: “Tasnob, tasnob”, questo è un gabinetto.
Ma Kate ormai frequenta le prigioni da lungo tempo. Le bastano sorrisi ammiccanti e toni perentori per far capire che conviene far togliere lucchetto e spranga e aprire la porta del “gabinetto”.
La cella è piccola, forse pensata davvero per essere un bagno, senza luce, non ci sono finestre, l’aria è pesante, nauseabonda.
Due specie di letti a castello per parete e a distanza di un metro da cui sporgono facce magre, capelli arruffati, occhi impauriti. Sono in sei lì dentro. Ci sono due prigionieri anche sul pavimento sotto il letto più basso avvolti nel loro patou.
Rahmatullah ha ventidue anni, viene da Kandahar, faceva parte delle milizie talebane. Ha la febbre alta, le guance scavate e gli zigomi sporgenti. È debolissimo, sta male.
Un mujaheddin, probabilmente di età non molto diversa dalla sua, lo aveva centrato alla coscia durante i combattimenti per la presa di Kabul, due settimane prima. Un colpo di kalashinkov, il femore destro in frantumi. Ferito gravemente era stato catturato.
Rahmatullha non riesce ad uscire da là sotto: la gamba destra, quella ferita, è tenuta immobile da una rete metallica. La benda è intrisa di pus.
“Possiamo portarlo subito in ospedale?”, chiedo.
Per un medico, ma forse non solo, è frustrante, persino umiliante fare domande simili.
Come sarebbe a dire “possiamo” portarlo in ospedale? In quale altro posto, se non in ospedale, dovrebbe stare un essere umano quando ha una coscia fratturata e talmente infetta da avergli già procurato una setticemia?
Invece bisogna chiedere e sperare. Perché in barba a ogni Carta dei diritti di questo o di quell’altro, viviamo in un mondo in cui bisogna chiedere il permesso a qualcuno per curare un ferito.
La cosa mi spaventa, perché se si deve chiedere autorizzazione vuol dire che qualcuno può decidere di non autorizzare, cioè di negare il più importante e primordiale dei diritti umani, quello di restare vivi.
E se non fossimo capitati qui, se Kate non si fosse accorta di quel “gabinetto” molto sospetto? Non avremmo chiesto alcun permesso, nessun altro lo avrebbe fatto e Rahmatullah sarebbe morto in quella cella schifosa.
Kate non incontra alcuna difficoltà con i responsabili della prigione.
Bene. Il vecchio patto stipulato molti mesi con muhjaeddin e talebani, funziona ancora.
Se dobbiamo occuparci dell’assistenza medica ai prigionieri”, avevamo spiegato a entrambe le parti, “dobbiamo avere il diritto di registrare e visitare tutti i prigionieri, non uno escluso, e di trattare chiunque abbia bisogno in uno dei nostri ospedali”.

kabl3[1]Waseem chiama via radio un’ambulanza, arrivano con la barella e trasportano Rahmatullha, che si tira la coperta sugli occhi non appena esce all’aperto: fuori è una giornata di sole.
In pronto soccorso lo lavano lo preparano per l’intervento. Abbiamo deciso di operarlo subito.
Non è certo a pancia piena, e d’altra parte non possiamo aspettare, l’infezione è molto grave,” spiega Marco all’anestesista preoccupato di addormentare un paziente non digiuno.
Ne raccogliamo la storia, in corridoio. Ferito il 13 novembre alle ore 1.30. località Kabul.
Ma dove gli hanno messo la stecca metallica e fatto la medicazione?

chiede Marco.
A Karte Seh.
All’ospedale di Karte Seh?
” dice Ramhatullha, “all’ospedale della Croce rossa, ci sono stato cinque giorni”.
Ancora oggi a Kabul lo chiamano il Red Cross Hospital, anche se lo staff della Croce rossa internazionale è ridotto a un paio di infermieri con ruoli di supervisione.
Ma è stato operato o solo medicato?
Ibrahim, l’infermiere di turno in pronto soccorso, ci discute a lungo, in pastu: “Non lo sa”, è il responso, “non riesco a fargli capire la differenza”.
Non importa”.
Mentre gli anestesisti si preparano, Marco ed io esaminiamo il paziente. La lastra fa vedere molti frammenti di osso, nella parte bassa del femore. La ferita di uscita del proiettile è di lato, lunga una dozzina dì centimetri, diritta, sembra un’incisione di bisturi, tranne che nella parte centrale, dove è irregolare e forma un largo buco da cui fuoriesce pus in abbondanza.
”Forse avranno pulito un po’ la ferita lì in pronto soccorso”, suggerisce Marco. Può darsi.
Incominciamo a spennellare di disinfettante. Al momento di avvolgere la gamba destra nel telo verde sterile, scorgo due piccoli fori ai lati della tibia, uno per parte, qualche centimetro sotto il ginocchio.
Hai visto?” Dico a Marco.
Osserva per un attimo, poi mi guarda serio preoccupato, stiamo pensando la stessa cosa, la stessa sequenza di eventi.
C’è un ragazzo con un femore a pezzi che ha bisogno di chirurgia urgente. Viene portato in ospedale, dove tiene operato o qualcosa di simile, e si infetta.
Una complicazione può succedere, non è la cosa più grave, non è questo che ci fa paura della storia di Ramhatullah.
Sono piuttosto i due piccoli fori sulla gamba che ci spaventano: attraverso la tibia era stato fatto passare un filo metallico per attaccarci corda, carrucola e pesi, così da mettere il paziente in trazione per curarne la frattura.
Era la sua terapia.
Rahmatullah avrebbe dovuto stare in trazione almeno otto settimane.
Però dopo cinque giorni qualcuno ha fatto togliere il ferito dalla trazione, e si è permesso che un paziente gravemente ferito finisse in galera, sapendo con certezza che non vi sarebbe rimasto a lungo, vivo.
Chi ha deciso di negare a Rahmatullah il diritto di essere curato interrompendone la terapia? Chi ha deciso di abbandonarlo e lasciarlo morire, con ogni probabilità tra atroci sofferenze, in una cella di massima sicurezza?
Chiedo che vengano scattate alcune fotografie.
Terrò una foto di Rahmatullah, anzi della sua tibia destra, nel mio portafogli, nel caso qualcuno voglia sapere perché abbiamo deciso di aprire a Kabul un Centro chirurgico per vittime di guerra. Basterà mostrare quei due piccoli fori, per ricordare che i diritti umani non sono un optional e che hanno valore solo se si applicano a tutti, anche ai Rhamatullah.
Se non valgono anche per lui non stiamo parlando dei diritti di tutti ma dei privilegi di pochi, di solito dei nostri.
Ci sono frammenti di osso e di muscoli ormai morti nella sua coscia.
Quanti Ramhatullah ci sono oggi in Afganistan? E quanti prigionieri sono già morti, per le ferite e per la fame? Esseri umani catturati vicino al fronte o rapiti nelle proprie case, trasportati bendati nessuno sa dove, spariti nel nulla, a far compagnia alle centinaia di fantasmi che sono sotto le macerie del carcere di Mazar-i-Shiarif, dove i bombardieri hanno domato la rivolta seppellendo i prigionieri.
Prepariamo una nuova trazione, tengo ferma la gamba di Ramhatullah mentre Marco fora la tibia con il trapano.
Ci sono momenti in cui ho la sensazione che l’umanità sia capace di perdere in pochi mesi quello che ha conquistato a fatica in duecento anni.

Gino Strada, Buskashì. Viaggio dentro la guerra, Feltrinelli, Milano, 2002, pp. 154-157

Una sola considerazione, dopo le parole di Gino Strada, perché senza chiarezza non può esserci ricordo: molti di quelli che in un giorno di gennaio piangono per la shoà, negli altri giorni dell’anno sono per la guerra e la pax americana. Sono dalla parte di chi commette queste atrocità.

Nota

Il Superstite a B.V.”, riportata da “L’Antifascista”, Mensile dell’ANPPI, del maggio 1987. B. V è Bruno Vasari, autore di Mauthausen bivacco della morte, La Fiaccola, Milano, 1945, e la poesia fu scritta da Levi in risposta ad un commento al romanzo Se non ora, quando?, apparso sulla stampa con la sigla B. V. nel quale il Vasari si soffermava sul sentimento di colpa degli ex deportati.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 gennaio 2004

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