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Archive for gennaio 2018

1963_Cleopatra_trailer_screenshot_(47)Si sa, le parole possono essere ambigue. Marco Antonio, così come Shakespeare lo volle, ci parla di Bruto con stima. “Bruto è uomo d’onore”. Che farò con Paolo Siani? Darò retta alla stampa che gli stende i tappeti rossi, mi toglierò il cappello in segno di rispetto, così come vuole il copione che m’ingabbia, o starò ai fatti e dirò ciò che accade?
Di fronte al dramma del Sud sfruttato e colonizzato, di fronte alla tragedia quotidiana di bambini che ammazzano bambini, di fronte a un Governo che sta distruggendo il Paese, il pediatra, ha lanciato il suo invito e si è messo in attesa:
“mi aspetto che domani vengano a Napoli i ministri dell’Istruzione, dell’Economia, dello Sviluppo ragionando in senso propositivo. Colmare il gap degli asili nido per la Campania – un problema enorme -, fare programmi specifici di accompagnamento sui minori coinvolgendo tutti i servizi sociali del territorio e incentivare sviluppo. Repressione e sviluppo vanno di pari passo”.
Per la miseria, e chi ci aveva mai pensato!
I però i ministri – guarda un po’ – non sono venuti e non lo hanno ascoltato, il povero Paolo Siani che li ha invocati. Sarà che non sono uomini d’onore e non stanno ai patti, i ministri non sono venuti e – azzardo una previsione – non verranno. Qualora venissero, poi, sarebbe solo per fare passerella e accompagnarlo in giro per il Vomero a raccogliere voti in cambio di fumo e mirabolanti proposte.
Mi spiace deluderlo, Siani, ma un investimento fatto a zero anni di vita del minore in campagna elettorale non glielo regalerà nessuno, nemmeno il suo amico Renzi, al quale non occorre un Siani che glielo spieghi, perché lo sa: la prevenzione compie miracoli che la repressione non potrà mai fare. Lo sa, ma non gli interessa. Lui tutt’al più chiama Gentiloni e quello manda a Napoli il suo ministro più o meno fascista, Minniti, carnefice  di sventurati immigrati e persecutore di povera gente.
A Renzi un pediatra scienziato non serve, lui vuole – e a quanto pare ha trovato – un ingenuo (o un finto tonto?), che gli copra le infinite magagne del PD con il suo volto pulito e gli porti i voti che servono come l’ossigeno. Che si ammazzino i bambini! Che Siani stia lì ed aspetti. Qui si fa ciò che comandano le banche e l’Unione Europea.
Ho deciso. Con Con Paolo Siani non farò come Shakespeare con Marco Antonio all’inizio del Giulio Cesare. Salterò alla parte finale della tragedia quando tutto diventa chiaro e Marco Antonio invita alla rivolta contro Bruto: “Io non vengo qui a smentire Bruto ma soltanto a riferirvi quello che io so”.
Così farò. Inviterò gli elettori a non farsi fregare e a votare “Potere al Popolo”.

Il Desk, 18-gennaio 2018

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Copertina

Di “Potere al Popolo” vi parlerà quello che trovere in fondo a questo articolo. In quanto a me, non proverò nemmeno a raccontare le emozioni. Non avrei parole. Porterò sempre con me, nella mente e nel cuore, ciò che oggi ho provato, nella mia Napoli e con quelle splendide persone che anni fa, ai tempi dell’Onda, erano i “miei ragazzi”, quelli con cui ho condiviso riflessioni profonde, lotte durissime, cariche, manganellate e scelte coraggiose.
Oggi lo so: nulla s’è perso di quella stagione così ricca di promesse, nulla è andato perduto; da quel passato nasce il presente che oggi dà forma e sostanza a un progetto politico che pare una pazzia ed è invece una realtà e già segna – comunque vada – una di quei tornanti con i quali occorrerà confrontarsi. Chi non ha vissuto quei giorni si meraviglierà di ciò che accade, io no. Io non mi meraviglio. Lo sapevo, io lo so da anni, che qualcosa di grande e di bello, di forte e di significativo sarebbe nato da quei giorni e da questi miei giovani compagni. Mi stupisce, questo sì, mi meraviglia il fatto che giunto ormai sulla soglia dei settandue anni, io mi ritrovi candidato alla Camera dei Deputati nel Collegio uninominale Vomero_Arenella della mia città, in una lista di base che abbiamo voluto chiamare “Potere al Popolo”. Mi stupisco per la mia storia passata, ma ne sono fiero per quella presente. Fiero di aver trovato il coraggio di accettare le affettuose pressioni. Nella mia lunga vita di lotte e nella mia esperienza di insegnante ho imparato il valore immenso dell’esempio e la necessità della coerenza tra ciò che di dice e ciò che si fa.

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La cronaca della mattinata così come la trovo sul sito di “Potere al Popolo

Si sono susseguiti più di 20 interventi dei candidati e delle realtà sociali, vertenze e organizzazioni che hanno aderito all’appello dell’Ex Opg Je So Pazzo, tra cui la portavoce nazionale del progetto, Viola Carofalo, ricercatrice precaria all’università di Napoli L’Orientale.
A presentare l’iniziativa Francesca Fornario, giornalista e scrittrice che ha aderito al percorso ricordando l’importanza di avere finalmente un progetto da presentare alle tantissime persone che vivono condizioni di lavoro e di esclusione costante nelle loro vite, che continuamente le scrivono per avere una voce e finalmente potranno avere anche una prospettiva politica che li identifica e li supporta veramente, con i fatti e senza un passato di compromessi e di riforme che hanno peggiorato le loro condizioni di vita.
Napoli-presentazione-lista-Potere-al-Popolo-In-700-al-Modernissimo_I candidati sono stati scelti durante le assemblee territoriali che hanno visto un’incredibile partecipazione e sono l’espressione di anni di lotta e di costruzione di realtà sociali indipendenti. Per il collegio uninominale della Camera del Centro Storico sarà candidata Chiara Capretti, studentessa di 27 anni e espressione dell’Ex Opg Je so Pazzo; per il collegio uninominale della Camera del Vomero-Arenella sarà candidato lo storico Giuseppe Aragno,  da anni impegnato nella diffusione dei valori dell’antifascismo e a fianco dei movimenti; nel collegio uninominale di Bagnoli ci sarà la candidatura di Salvatore Cosentino, precario dello spettacolo e espressione dei comitati per la riqualificazione dell’area Ex-Ital Sider; per il Collegio Uninominale di Ponticelli-Scampia ci sarà invece la candidatura di Barbara Pierro, fondatrice dell’associazione “Chi Rom e chi No” e da sempre impegnata per l’integrazione nella periferia Nord della città.
“Abbiamo il compito di mostrare quella parte del paese che non si racconta ma che ogni giorno si organizza e costruisce reti di solidarietà, che si impegna sui territori nelle lotte sul lavoro, per la giustizia ambientale per i diritti civili e sociali. Quella parte del paese che non si arrende e a cui non andremo a chiedere semplicemente un voto, ma la diretta partecipazione al progetto per costruire insieme un’orizzonte che ci faccia diventare grandi. Infatti, proprio perchè oggi siamo piccoli dobbiamo pensare più grande degli altri. Facciamo delle nostre differenze una ricchezza e non ci potrà fermare nessuno” ha dichiarato Viola Carofalo, capo politico della lista Potere al popolo!
E’ intervenuto anche lo storico sindacalista ed ex-segretario della Fiom Giorgio Cremaschi, che ha dichiarato: “Finalmente possiamo andare a votare per qualcosa di cui siamo fieri!”

Questo è il nostro programma
https://poterealpopolo.org/potere-al-popolo/programma/

“Potere al Popolo” è presente su tutto il territorio nazionale. Questa la prima uscita dei candidati di Napoli (il mio intervento comincia più o meno dopo il minuto 23):
https://www.facebook.com/exopgjesopazzo/videos/1316757588430901/

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Si può copiare se stessi? Talvolta può essere utile perché il tempo cambia o conferma un punto di vista. Di Bassolino oggi riscriverei tutto com’è, con in più lo sconcerto per il minacciato ritorno. Lo stato d’animo che mi spinse a scrivere, quello sì, quello è cambiato e tra le vie “liberate” mi pare di vedere vecchie ombre che si ripresentano. Di questo, però, per ora preferisco non parlare.
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NEWS_133533-400x266Del “primo Bassolino”, quello “miracoloso” del ’94, ho ricordi diretti e precisi e trovo singolare che il “Corriere del Mezzogiorno” non abbia nulla da obiettare, quando l’ex ministro sostiene che con la sua elezione a sindaco Napoli, ridotta al buio, si illuminò di lampi improvvisi, ritrovò la stella polare e uscì dalla sua eterna mezzanotte.
“Ci fu una rivalutazione e tanti ragazzi cominciarono a tornare per strada”, afferma il giornale, ed è vero, sì, i ragazzi si riversarono in strada, ma ce li portò, in realtà, un movimento di protesta esploso a buon diritto contro una delle mille riforme confindustriali della scuola e dell’università. Il 14 novembre del 1994, però, il movimento si scontrò con la vocazione autoritaria e repressiva del neo sindaco, la stella polare sparì, il buio divenne pesto e l’esito fu disastroso e premonitore. Ricordo come fosse oggi la sirena della Camera del Lavoro che allertava i dirigenti e l’inutile corsa verso il corteo di studenti degli istituti superiori di Napoli e Provincia: la Questura non ascoltò ragioni e all’altezza di via Medina si scatenò. Il bilancio fu pesantissimo. Un giovane investito da una volante della polizia, decine di studenti fermati e soprattutto un segnale chiaro: Bassolino non gradiva.
Ignorando arrogantemente le ragioni dei manifestanti, la Napoli-Museo mostrava così sin dall’inizio di rifiutare la vita e di volersi chiudere nella campana di vetro di un artificio. Invano Jean Nöel Schifano, acuto osservatore di uomini e cose, osservò che l’idea del salotto buono conteneva in sé un germe reazionario; Napoli, scrisse, “è una città di carne, una città di vita, la sola città in tutta Italia in cui la gente è in simbiosi con le pietre con le statue, i quadri. Se questa città si museificasse, sarebbe una città-mummia”. Mai, aggiunse, “mai i napoletani vorrebbero essere […] mummie, dunque la città museo no”. Bassolino, però, non ascoltò. A lui della gente non interessava nulla. Preferiva le mummie.
Dopo le cariche e gli inseguimenti, dopo che uno studente, trattato peggio di una bestia, fu trascinato per i capelli in Questura, i ragazzi sparirono dalle strade. E non solo i ragazzi. Per il sindaco il “nuovo rinascimento napoletano” era incompatibile con tutto ciò che si muoveva. I movimenti guastavano l’immagine e non consentivano di vendere fumo. Bisognava mummificare e non a caso Francesco Festa ha potuto scrivere che “la filosofia delle istituzioni locali nei confronti dei movimenti antagonisti era mutata radicalmente: “Bassolino conosce bene i movimenti di lotta, avendo una formazione comunista; non concede nulla ai movimenti, in questo modo smorza qualsiasi forza antagonista, delegando alla Questura la gestione dei rapporti con i disoccupati”, con gli studenti e, in genere, con le forze alternative. E’ la via che condurrà difilato alle violenze del 2001 che, non a caso, ebbero il loro laboratorio sperimentale nella Napoli dell’ex funzionario comunista.
Sindaco o Presidente di Regione, Bassolino ha incarnato più di chiunque altro il berlusconismo di sinistra, quella mutazione genetica che ha prodotto una prassi perniciosa: sottrarsi a ogni tipo di mediazione con quei movimenti che pure erano e sono espressione di bisogni reali dei ceti subalterni. Il rifiuto di incontrare gli esponenti del dissenso non fu solo un colpo mortale alla partecipazione democratica. Contribuì a produrre una caligine densa, che avvolgeva e copriva i processi di deindustrializzazione, promettendo a Bagnoli turismo al posto dell’acciaio, e aprendo così la via che conduceva i bisogni della povera gente verso l’unico canale possibile: quello delle logiche clientelari, anticamera delle pratiche camorristiche. In questo senso, la tragedia della spazzatura non è stato un incidente di percorso, ma l’esito fatale di una scelta politica, che conteneva in sé le ragioni e i valori fondanti della peggiore destra. Non ha torto chi scrive che «Bassolino ha lasciato inevasa tutta una domanda sociale proveniente dai ceti più bassi». Non ne ricava, però, la logica conclusione: egli l’ha spinta così in braccio alla camorra.
Piaccia o no, questo disastro è caduto sulle spalle di De Magistris, che l’ha affrontato al meglio, tornando a dialogare con i movimenti. La proposta di riportare Napoli al ’93 non è solo anacronistica. E’ fuori dalla storia, è reazionaria e costituisce un oltraggio a cui occorre dare risposta, rifiutando la tentazione di non votare. In discussione ci sono dignità e futuro.

Agoravox, 7 febbraio 2016

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Fonte insospettabile, solita la faccia tosta:

Regionali 2018: Bersani, lavoriamo per intesa col Pd in Lazio e Lombardia

“Proviamo a trovare un’intesa in Lazio e Lombardia”. Per sostenere Nicola Zingaretti e aprire un confronto sul programma anche con Giorgio Gori. È la linea tracciata dai leader di Liberi e uguali, Pier Luigi Bersani e il governatore toscano Enrico Rossi, sul tema delle alleanze fra sinistra e Pd alle prossime regionali, raccogliendo l’appello dei padri nobili del Pd – da Prodi a Veltroni – pubblicato dal quotidiano la Repubblica.
Con Zingaretti, ammette Bersani conversando con i cronisti in Transatlantico, la strada di un accordo è meno complicata di quella con Gori. Comunque, avverte, “non ha senso fare ammucchiate contro la destra, operazioni di ceto politico. Serve una proposta chiara di sinistra di governo, alternativa alla destra. Altrimenti i cittadini non ce li portiamo a votare. Vediamo che succede nelle prossime ore”.
“Con Gori in Lombardia è opportuno aprire un confronto sul programma, perché rispetto a Maroni non basta #faremeglio, come dice lo slogan Gori, ma si deve cambiare idee e politiche – afferma Rossi su Facebook –  Nel Lazio non sostenere Zingaretti, un uomo di sinistra, è un errore perché dobbiamo impedire che la Regione passi a Gasparri”.
Lo stesso Gori lancia un appello a Pietro Grasso, leader di Leu. E commentando le parole del presidente del Senato, che questa mattina ad Agorà aveva fatto intendere che se fosse dipeso solo da lui avrebbe già preso una decisione, dice ai microfoni di Radio1: “Io lo interpreto in questo modo: se fosse per lui sarebbe un Sì. Io credo che se l’alleanza è possibile in Lazio allora lo è anche in Lombardia, dove da 23 anni governa il centro-destra”.
“Si vince sulla discontinuità e non sul frontismo – tiene a precisare Paolo Cento, responsabile enti locali di Sinistra Italiana – Per questo il confronto anche nel Lazio su questi temi deve essere vero e se serve anche ruvido, prima di arrivare ad una decisione”. Mentre il segretario di Si Nicola Fratoianni chiude la porta a qualsiasi intesa su Gori: “Io domani parteciperò all’assemblea di Leu in Lombardia per indicare il candidato di Liberi e Uguali alla regione”. E aggiunge: “Leggo appelli alla responsabilità di diverse personalità oggi ma non bastano, qui il punto è il giudizio di merito, il giudizio politico”.
“Siamo un progetto politico plurale – taglia corto Grasso – è normale che ci siano posizioni diverse. Abbiamo concordato di ascoltare le indicazioni del territorio, domani (venerdì 12 gennaio, ndr) ci saranno le assemblee sia in Lombardia che nel Lazio, poi prenderemo una decisione”.

Affari Italiani, 11 gennaio 2018

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Oggi presento il mio libro e aspetto amici e lettori
locandina QUATTRO GIORNATE-1

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download“Potere al popolo” mette in campo un bravissimo Cremaschi e c’è un dato da segnalare,  sempre più evidente: dopo la scelta dell’oscuramento – niente da fare, per noi non esistete – qualche testa che ancora pensa ha scoperto che “Potere al Popolo” fila veloce e pericoloso come un siluro. Ecco allora la strategia che cambia: corrono, quindi esistono! Prendiamone atto e spariamogli addosso.
Giunge così l’ordine secco e perentorio: ai posti di combattimento e fuoco a volontà!
Un inferno: Luciana Castellina, il Manifesto, Panebianco, il Corsera, La7… Chi corre veloce, però, non lo prendi ed ecco il risultato. Partiti per colpire, i raffinati cervelloni scoprono che i colpi tornano al mittente e fanno maledettamente male. Ogni cannonata è un boomerang, come si può vedere, seguendo l’intervento brillante di Giorgio Cremaschi e il pallore della giornalista sempre più nervosa e imperativa: stia ai dati, Cremaschi… si segga. Il fatto è, però, che quando Cremaschi si siede, “Potere al Popolo” corre più veloce di prima…
Che fare, allora? si chiedono preoccupati e rintronati i capoccioni pensanti? Fate come vi pare, tanto è chiaro e lo sapete anche voi: se ci oscurate va male e se ci fate parlare va peggio.
Ecco l’intervento. Strepitoso:
https://www.facebook.com/poterealpopolo.org/videos/574955409513843/

 

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Mi permetto sommessamente di consigliare la lettura di questo libro sulle 4 Giornate di Napoli a firma Giuseppe Aragno. Un lavoro che finalmente rende giustizia a una delle pagine più importanti e meravigliose della lotta partigiana al nazifascismo. Non una rivolta incolore o peggio “tricolore” di scugnizzi mossi solo dalla miseria come vuole la storiografia ufficiale (anche e soprattutto togliattiana), ma una insurrezione popolare guidata dai migliori quadri comunisti (che per lo più diedero poi vita alla scissione di Montesanto), anarchici e socialisti. Assieme a “Fedeli alla classe” di Francesco Giliani, sono i due migliori lavori su una pagina della storia del movimento operaio, quella della resistenza al sud, volutamente dimenticata o vilmente contraffatta dagli storiografi ufficiali di partito. Avvenimenti che se raccontati mettono in discussione uno degli argomenti più usati dai vertici del PCI dell’epoca per giustificare la propria scelta (imposta dagli accordi di Yalta) di non fare la rivoluzione e non portare il proletariato in armi al potere. Ovvero una fantomatica arretratezza politica del Sud rispetto al Nord.

Paolo Brini

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downloadIn un articolo intitolato 4 marzo prossimo venturo: tante più sinistre, tanti più orfani?, Enzo Sanna, collocandosi al confine tra sinistro e sinistra, non si contenta di presentare ironicamente Potere al popolo, come un «rassemblement piuttosto variegato che si autoproclama l’unica  lista di sinistra». A corto di argomenti, fa il gioco sporco, mette sul tavolo la carta della sovversione e scrive:

«Già il nome evoca l’extraparlamentarismo stile anni ’70 dello scorso secolo. Ricordate il Potop, Potere Operaio fondato da Toni Negri? Certo, i tempi sono cambiati e lo sono i sentimenti, ma dover digerire l’acronimo Potpop di Potere al popolo non è invogliante per il sincero attivista ed elettore di sinistra che allora, ragazzo nei lontani anni ’70, combatteva l’estremismo gruppettaro al pari delle destre eversive».

Per la storia: Potpop è un’invenzione dell’autore; l’acronimo, se proprio ne occorre uno, è PaP. Potpop è funzionale al paragone con gli anni Settanta, improponibile, perché non trova alcuna conferma nei fatti.
Può non piacere, ma Potere al popolo ha un legame diretto con il primo articolo della Costituzione, per il quale «la sovrantà appartiene al popolo». Sanna non lo sa – o finge d’ignorarlo – ma in termini di diritto, la parola sovranità indica proprio un «potere originario e indipendente da ogni altro potere» (Enciclopedia Treccani).
I tempi sono cambiati, è  vero, ma gli imbecilli no. Quelli non cambiano mai.

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downloadIl 17 giugno scorso, al teatro Brancaccio di Roma, Paolo Foschi, giornalista del «Corriere della Sera», professionista serio, intellettualmente onesto e anche coraggioso, denunciò le condizioni in cui si lavora al «Corriere della Sera» e più in generale lo stato comatoso dell’informazione nel nostro Paese. Ne venne fuori una sorta di regno dalla censura, caratterizzato dalla «schiavitù della flessibilità» e dai condizionamenti degli «specialisti» della politica, che decidono quali notizie dobbiamo conoscere e quali no. Il quadro di un Paese in cui pochi sedicenti «grandi giornalisti», pagati fior di quattrini, manipolano le coscienze degli italiani.
Giorni fa, purtroppo quasi di concerto con Luciana Castellina, Angelo Panebianco, guarda caso opinionista del «Corriere della Sera», partendo lancia in resta contro l’iniziativa politica di «Potere al Popolo», non ha trovato di meglio che tessere l’elogio degli «specialisti» della politica, confermando così di fatto la denuncia del collega Foschi. Se la politica, ha sostenuto infatti Panebianco, non la fanno loro, gli «specialisti», c’è il rischio di un disastro.
Come vivesse sulla luna, Panebianco sembra non sapere che il disastro c’è già e che sono stati proprio i suoi inaccettabili «specialisti» a produrla. Al giornalista non importa nulla se la Consulta ha denunciato i suoi pupilli come autori di una legge-truffa e abusivi di un Parlamento che nessuno ha mai eletto. A lui va bene così: il meglio del Paese è in Parlamento, lì c’è la competenza, lì c’è la moralità più esemplare. In Parlamento c’è l’Italia che deve governare. Fuori c’è l’Italia degli incapaci, degli incompetenti. Tanto più incompetenti e incapaci, quanto più severi nei confronti dei suoi «specialisti». Pazienza se la disoccupazione giovanile ha toccato le più tragiche vette, se gli incidenti sul lavoro si sono moltiplicati e restano impuniti, se il territorio è dissestato, la precarietà è regola di vita, l’università sforna ignoranti, la scuola è in ginocchio, il servizio sanitario nazionale è in agonia e i poveri si contano a milioni e crescono sempre più. Per il giornalista strapagato, che non ha mai smentito Foschi e non si è mai accorto dei suoi colleghi schiavizzati, la solo preoccupazione è che Guevara diventi ministro. Alfano, Boschi, Madia, Fedele, Lorenzin e compagnia cantante sono per lui il trionfo della «competenza». Perché? Perché il disastro causato dai suoi «specialisti» garantisce i privilegi suoi e di quelli come lui. E’, per capirci, il disastro che paghiamo noi, i «votanti incompetenti». Con il popolo al potere invece – e questo Panebianco lo sa benissimo – la gente riconquisterebbe diritti che l’editorialista dovrebbe pagare con i suoi privilegi. Questo sì, questo sarebbe il disastroso disastro che terrorizza il ben pasciuto e sazio giornalista. Ed è perciò che dall’alto delle sue «competenze» lui scomunica «Potere al Popolo».
Se tutto si limitasse a questo, potremmo lasciar perdere; in fondo il «Corriere della Sera» fa pubblicità gratuita all’iniziativa partita da un centro sociale, ci fa conoscere a chi nemmeno sapeva che esistiamo e dimostra di aver paura. Il fatto è però che l’intervento di Panebianco è più subdolo e pericoloso. Il giornalista non se ne rende conto, ma la sua indecorosa difesa del professionismo politico conduce difilato alle radici della repubblica e alle ragioni profonde della Resistenza. Lo dimostrano le parola che Giacomo Ulivi, giovanissimo partigiano fucilato a Modena dai fascisti nel novembre del 1944, scrisse in una lettera agli amici, prima di affrontare il plotone di esecuzione. Sono parole che tutti noi dovremmo imparare a memoria e la risposta al fascismo che attraversa come un filo nero l’intero ragionamento dell’editorialista.

«Cari Amici,
[…] vorrei che […] impreparati, e gravati di recenti errori, pensassimo al fatto che tutto noi dobbiamo rifare. Tutto dalle case alle ferrovie, dai porti alle centrali elettriche, dall’industria ai campi di grano […]; quanti di noi sperano nella fine di questi casi tremendi, per iniziare una laboriosa e quieta vita, dedicata alla famiglia e al lavoro? Benissimo: è un sentimento generale, diffuso e soddisfacente. Ma […] in questo bisogno di quiete è il tentativo di allontanarsi il più possibile da ogni manifestazione politica. È il tremendo, il più terribile, […] risultato di un’opera di diseducazione ventennale, di diseducazione o di educazione negativa, che martellando per vent’anni da ogni lato è riuscita ad inchiodare in molti di noi dei pregiudizi. […] Tutti i giorni ci hanno detto che la politica è un lavoro di «specialisti». Duro lavoro, che ha le sue esigenze: e queste esigenze, come ogni giorno si vedeva, erano stranamente consimili a quelle che stanno alla base dell’opera di qualunque ladro e grassatore. Teoria e pratica concorsero a distoglierci e ad allontanarci da ogni attività politica. Comodo, eh? Lasciate fare a chi può e deve; voi lavorate e credete, questo dicevano: e quello che facevano lo vediamo ora, che nella vita politica[…] ci siamo stati scaraventati dagli eventi. Qui sta la nostra colpa, io credo: […] ci siamo lasciati strappare di mano tutto, da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente.
Questa ci ha depredato, buttato in un’avventura senza fine; e questo è il lato più «roseo», io credo: Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale; la mentalità di molti di noi. […] Al di là di ogni retorica, constatiamo come la cosa pubblica sia noi stessi, la nostra famiglia, il nostro lavoro, il nostro mondo, insomma, che ogni sua sciagura è sciagura nostra, come ora soffriamo per l’estrema miseria in cui il nostro paese è caduto: se lo avessimo sempre tenuto presente, come sarebbe successo questo? […]
Appunto per questo dobbiamo curarla direttamente, personalmente, come il nostro lavoro più delicato e importante. Perché […] se noi non lo trattiamo a fondo, specialmente oggi, quella ripresa che speriamo, a cui tenacemente ci attacchiamo, sarà impossibile. […] No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!».

Poche ore dopo il piombo degli «specialisti» provò a spegnere per sempre assieme al giovane partigiano, anche il suo insegnamento. Sono trascorsi più settant’anni, la democrazia rischia di essere nuovamente cancellata e non a caso il giornalista del «Corriere della Sera» torna a parlarci di «specialisti». Ha capito bene che i giovani di «Potere al popolo» hanno raccolto l’insegnamento della Resistenza.
In quanto a Luciana Castellina e al Manifesto, farebbero bene a riflettere: quella di Panebianco è la loro trincea?

Agoravox, 8 gennaio, 2018

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Quattro Giornate di Napoli, non fu «ammuina» ma azione preparata

Un libro-ricerca di Giuseppe Aragno sconfessa le teorie sulla spontaneità e sulla breve durata dell’evento storico

Per niente «improvvisate» e tantomeno «casuali» quelle che passano sotto il nome di «Quattro Giornate di Napoli», che non furono neanche quattro, ma molte di più. Nel recentissimo libro del professor Giuseppe Aragno, «Le Quattro Giornate – Storie di antifascisti», (350 pagine, edizioni Intramoenia) la conferma viene fuori dall’indagine comparata eseguita incrociando dati e nomi del Casellario Politico Centrale con i fascicoli dei 17mila confinati, con l’elenco dei combattenti nella nostra città che poi andarono a raggiungere le formazioni partigiane al Nord e l’Esercito italiano di Liberazione. Da questo accurato studio viene fuori che a Napoli organizzarono e parteciparono alla rivolta molti «sovversivi» che in precedenza erano stati schedati, arrestati, condannati dal tribunale speciale, imprigionati, confinati, e negli ultimi anni e mesi avevano preparato e organizzato le azioni per scacciare dalla città gli occupanti tedeschi e i loro complici fascisti.
La battaglia vera e propria durò venti giorni, i caduti furono molte centinaia, ma un retorico stereotipo della napoletanità ha spesso ridotto la prima rivolta di una grande città in Europa, ad un episodio di folcloristico ribellismo, quasi un «parapiglia», un’«ammuina» armata contro un nemico che si stava già allontanando. Ma che invece era ben presente in forze e stava sistemando le mine per far saltare il Ponte della Sanità, l’Acquedotto e altre strutture che furono salvate con i combattimenti.
Nessuna rivolta popolare è stata così pesantemente negata, sminuita, privata di senso e valore come la liberazione di Napoli, iniziata il 10 e culminata a fine settembre 1943, anche – come documenta Aragno – per responsabilità dei protagonisti: appena deposte le armi, scoppiarono furiose liti fra repubblicani e monarchici, comunisti, anarchici, socialisti. Molti addirittura rifiutarono di farsi registrare come partigiani combattenti, in polemica con la commissione di cui non vollero riconoscere l’autorità. Di storie inedite ce ne sono tante, fra cui quella dei fratelli Wanderlingh (avi del titolare di Intramoenia), due dei quali, Oreste e Attilio, socialisti, avevano partecipato da studenti ai moti del 1898 che videro le cannonate del generale Fiorenzo Bava Beccaris contro la folla a Milano e le cariche della cavalleria a Napoli. Finirono in prigione. Anche il fratello minore, Alfredo, schedato nell’elenco dei sovversivi, durante il fascismo fu incarcerato più volte; a Napoli i due fratelli maggiori riprendono con lui l’attività clandestina, ed è Ugo Wanderlingh, figlio di Oreste, l’impiegato che preleva fucili e bombe dalla Prefettura e li distribuisce ai combattenti. Alfredo scompare nel nulla il 12 settembre del 1943, nell’imminenza della rivolta.
Non è il solo che viene sequestrato per strada e deportato: in quei giorni erano iniziati i rastrellamenti, che per i nazisti andarono male perché in massa le donne napoletane nascosero e fecero fuggire gli uomini; e molte di loro già impegnate da anni nel lavoro politico clandestino, parteciparono alle battaglie in più zone della città. Giuseppe Aragno rivela storie che sono state nascoste perché incompatibili con lo stereotipo dello spontaneismo disordinato: parteciparono alla battaglia napoletana molti di quelli che nel 1936 avevano difeso la repubblica spagnola contro l’insurrezione franchista (come Federico Zvab, di nascita slovena, ricordato da una lapide bilingue in via Cisterna dell’Olio); tanti con lui poi raggiunsero le formazioni partigiane nel Nord. E documenta anche la presenza di «fascisti delusi» come il maggiore degli «Arditi» Alfonso Ciaravella che, a capo di un gruppo armato ispirato dal cattolicissimo principe Pietro Amoroso d’Aragona, assalì tedeschi e camicie nere asserragliati in una torre di Porta Capuana.
A Maddalena Cerasuolo viene riconosciuto (con medaglia di bronzo) il grande eroismo dimostrato nella battaglia che salvò il ponte della Sanità, ma solo l’ostinazione dei figli Gennaro e Gaetana Morgese ricorda che lei poi lavorò per i servizi segreti inglesi, attraversò due volte le linee del fronte, e assieme alla cantante Anna D’Andria (di cui si fingeva cameriera) durante feste e ricevimenti carpiva agli ufficiali tedeschi informazioni preziose per gli Alleati. Gli unici caduti decorati con medaglia d’oro alla memoria sono quattro giovanissimi e nessuno dei tanti antifascistiche avevano a lungo cospirato e poi combattuto. Questo, dichiara Aragno, «risponde alla logica minimalista» di esaltare, anche con le foto (trovate nel rullino che il famoso reporter Robert Capa acquistò dal giovane combattente comunista Alessandro Aurisicchio De Val) e perfino con il monumento di piazza della Repubblica, soltanto gli «scugnizzi». Convinzione condivisa con il giornalista Pietro Gargano che scrisse: «nacque il mito degli scugnizzi vittoriosi sui tedeschi, riconoscimento meritato, ma questa versione della storia fu usata con malizia e tolse peso all’importanza corale della ribellione».

Eleonora Puntillo, Il Corriere del Mezzogiorno, 4 gennaio 2018

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